Category: arte

29
Ott

Katharina Grosse | Separatrix

Il filosofo Leibniz aveva una teoria riguardo la cosiddetta “separatrix”, la struttura intermedia tra due cose che sono in contraddizione tra loro. C’è sempre una linea. Da un lato c’è il blu, dall’altro il rosso. Però nella realtà il rosso coesiste nel blu, e il blu coesiste nel rosso. Leibniz sostiene che il cinquanta per cento di questa linea, di questa struttura intermedia, è ordine, e il restante cinquanta per cento è anarchia.
—Alexander Kluge

Gagosian è lieta di presentare Separatrix, una mostra di nuovi dipinti ed opere su carta di Katharina Grosse. Separatrix, prima personale dell’artista a Roma, coincide con la sua importante installazione It Wasn’t Us, attualmente in mostra all’Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart di Berlino.

Grosse recepisce gli eventi che accadono mentre dipinge, affidando gli spazi e le superfici al caso. L’artista caratterizza il gesto come un segno propulsivo della propria tecnica personale sia negli imponenti dipinti site-specific – dove usa un aerografo per spruzzare colore puro su oggetti, stanze, edifici e perfino su interi paesaggi – che nelle opere su tela, su carta e nelle sculture.

Grosse trascorre diversi mesi l’anno in una remota zona costiera della Nuova Zelanda settentrionale dove ha costruito, nel luglio 2020, un nuovo studio ad hoc. Lì, isolata nella natura, ha iniziato un nuovo corpus di lavori, applicando la spontaneità e l’immediatezza dei suoi “spray paintings” alla tecnica dell’acquerello.

Immaginando il foglio bianco come un rilievo topografico, l’artista ha sperimentato la tecnica del wet-on-wet (bagnato-su-bagnato) permettendo a pigmenti vivaci di galleggiare e di mescolarsi sulla superficie, lasciando dietro di sé pozze di colore e fioriture iridescenti. Tornata poi a Berlino, ha trasferito quelli che lei chiama gli “effetti” di questi acquerelli in una serie di dipinti di grandi dimensioni, impostando la tela in orizzontale, aggiungendo acrilici diluiti con il pennello e inclinando poi il supporto per produrre gocciolamenti e correnti multidirezionali come gesto secondario.

Prendendo spunto dalla teoria della “separatrix” di Leibniz, Grosse si diletta nell’alternanza di ordine e caos che nasce dai confini visivi – momenti di collisione e di propagazione nel medium, nella materia e nelle tonalità. Il suo approccio è scientifico oltre che pittorico: l’artista analizza in anticipo le proprietà tecniche della pittura, dell’acqua e della tela, utilizzando le loro interazioni alchemiche per realizzare specifici effetti ottici. Campi di colore si osmotizzano l’uno con l’altro e si scontrano come le colture su un vetrino; un’ampia pennellata si trasforma in una matrice di neuroni. Nelle mani di Grosse i dettagli microscopici del suo lavoro emergono con vigore, dando luogo ad eminenti composizioni formali che testimoniano momenti di flusso e di improvvisa chiarezza nel suo processo creativo.

La mostra Is it You?, che comprende un’imponente installazione e un gruppo di dipinti su tela, ha aperto l’1 marzo 2020 al Baltimore Museum of Art e prosegue fino al 3 gennaio 2021. It Wasn’t Us è in mostra alla Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart, a Berlino, dal 14 giugno 2020 fino al 10 gennaio 2021.

Katharina Grosse | Separatrix
October 31–December 12, 2020
Rome

Ufficio ​stampa

PCM Studio
Federica Farci
federica@paolamanfredi.com
+39 342 05 15 787

Gagosian
pressrome@gagosian.com
+39 06 4208 6498

Image: Katharina Grosse, Untitled, 2019. Ph. Jens Ziehe

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21
Ott

Bruno Querci. Attraverso

La galleria A arte Invernizzi inaugura giovedì 5 novembre 2020 dalle ore 16.30 alle 20.30 la mostra Bruno Querci. Attraverso, secondo appuntamento del ciclo In Divenire. Idea e immagine nella contemporaneità.

Con queste esposizioni si vuole indagare il rapporto tra progetto e opera in chiave inedita e attualizzante mostrando sia la specificità individuale, storica, contestuale delle scelte dei singoli artisti, sia l’attualità che il loro procedere creativo oggi rappresenta. In divenire appunto, tra ciò che è stato e ciò che sarà: in divenire, tra idea e immagine.

“Il mio lavoro – scrive Bruno Querci – è ed è sempre stato, fin dal suo inizio, caratterizzato dalla ricerca della naturalità dell’immagine, dalla involontarietà del risultato, dalla corrispondenza di modelli formativi a me consoni al di là dei fatti contingenti storico-culturali. Non è che l’artista non debba essere nel suo tempo cronologico, ma penso che abbia proprie necessità-visioni, elementi atemporali che devono essere espressi. Fin da subito ho lavorato con mezzi minimi, azzerando cromaticamente l’immagine, perseguendo la mia necessità e approdando alla bicromia bianco/nero, che io considero elemento formativo e non cromatico. Il nero per me è materia, soggettività, vissuto. Il bianco è luce, utensile stesso per formare l’immagine. Questo incontro/scontro con gli elementi minimi, basici della pittura crea un dinamismo sulla superficie. Da primo erano apparse forme archetipe, primordiali, come ad azzerare il conosciuto, a far germinare elementi nuovi, nuove possibilità. Successivamente questi elementi si sono fusi, creando una dialettica sulla superficie dove le possibilità espressive, rese libere, sono diventate infinite e caratterizzano il mio lavoro anche nel presente. Nella sala al piano superiore della galleria, ho voluto esporre Attraverso (1986) opera che rappresenta significativamente il passaggio della prima fase archetipo/germinale del mio ‘fare’ ad una apertura globale, ad una articolazione dell’immagine stessa. Questo lavoro mi ha permesso di capire l’alternanza tra forma finita e forma infinita, ad innescare la dialettica pieno/vuoto sulla superficie stessa. Altro elemento importante del mio lavoro è stato ed è il disegno, il progetto, che è per me elemento fondamentale, dove l’opera può formarsi e rendersi possibile evidenziandone la possibilità futura.”

Durante l’inaugurazione alle ore 19.15 verrà presentato il catalogo “Bruno Querci”, con testi di Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni e Francesca Pola, pubblicato in occasione della mostra A Darker Shade of Black che si terrà dal 24 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 presso il Kunstmuseum di Bochum.

Per partecipare alla presentazione del catalogo è necessario prenotarsi scrivendo a info@aarteinvernizzi.it entro mercoledì 4 novembre 2020.

A ARTE INVERNIZZI
VIA DOMENICO SCARLATTI 12  20124  MILANO  ITALY
TEL. FAX +39 02 29402855  info@aarteinvernizzi.it

In Divenire. Idea e immagine nella contemporaneità 2
Bruno Querci. Attraverso

inaugurazione giovedì 5 novembre 2020  dalle 16.30 alle 20.30

INGRESSO CONTINGENTATO NEL RISPETTO DEI PROTOCOLLI DI SICUREZZA PER IL CONTRASTO E CONTENIMENTO DEL VIRUS COVID-19

fino al 17 novembre 2020
ORARI: DA LUNEDÌ A VENERDÌ 10-13  15-19 SABATO SU APPUNTAMENTO

08
Ott

Giulio Paolini – Qui dove sono

La Galleria Christian Stein presenta un’esposizione personale di Giulio Paolini (Genova, 1940) dal titolo Qui dove sono, riferimento a un’opera in mostra e omaggio alla Galleria Christian Stein, dove Paolini espose per la prima volta oltre cinquant’anni fa, nel 1967, presso la sede di Torino e poi, regolarmente, per tutta la sua carriera, fino all’ultima esposizione nel 2016.

La mostra alla Galleria di Corso Monforte si articola in cinque opere di cui tre realizzate espressamente per l’occasione.

Scultura e fotografia, opportunamente elaborate secondo il linguaggio paoliniano, svolgono un racconto intorno al mito, alla classicità e alla storia; le immagini in mostra sono avvolte in una dimensione temporale assoluta, distante dai dati della realtà corrente.

Nell’opera, collocata a centro sala, In volo (Icaro e Ganimede) (2019-2020), il calco in gesso di Ganimede, copia di una scultura in marmo di Benvenuto Cellini (1500-71), è collocato su una alta base. Il giovane trattiene due ali di cartoncino dorato ad evocare il suo volo verso l’Olimpo, il mito di Ganimede si fonda infatti sulla bellezza del giovane di cui Zeus, il re degli dèi, si invaghì, questi lo rapì camuffandosi da aquila e lo condusse sull’Olimpo dove ne fece il suo amato. Al suolo una lastra quadrata trasparente lascia intravedere frammenti di un’immagine fotografica del cielo unitamente alla riproduzione della figura di Icaro tratta dal dipinto Dedalus et Icarus (1799) del pittore francese Charles Paul Landon (1761-1826), inoltre un antico mappamondo è posato sulla lastra di plexiglas a ridosso della base. Sia Ganimede che Icaro sono figure mitologiche legate all’atto del volo, Ganimede ascende verso l’Olimpo, mentre Icaro precipita in mare per essersi troppo avvicinato al sole che ne fonde la cera delle ali. Paolini dichiara a proposito delle due figure: “Due corpi nudi, l’uno precipitato al suolo, l’altro proteso verso l’alto, sono entrambi sospesi nella vertigine del volo (del vuoto). Sono attori volti a impersonare i destini paralleli di due personaggi: Icaro e Ganimede, fine e principio di una idea di Bellezza, di una stessa figura senza nome”.

Sulla parete di fondo Vis-à-vis (Kore), 2020 è composta da due metà del medesimo calco in gesso di una testa ellenistica femminile, una Kore, collocate una di fronte all’altra su due basi addossate ad una tela di grandi dimensioni che reca un disegno in prospettiva tracciato a matita. La tela funge dunque da “quinta teatrale”, da spazio scenico che ospita lo sguardo muto dei due volti. Eco di un modello assente e di un’immagine distante, mitica, il calco in gesso costituisce per Paolini uno strumento privilegiato, afferma infatti l’artista: “lo sguardo fissato in un quadro o in una scultura non si rivolge né all’autore né ad altri, non ammette né uno né molti punti di vista, riflette in sé la domanda sulla sua stessa presenza”.

La parete di sinistra ospita La casa brucia (1987-2004), l’opera si compone di quarantatre collage divisi in un compatto gruppo centrale di quindici e in un’ampia cornice perimetrale di ventotto elementi. In quelli del primo nucleo, la fotografia di un edificio in fiamme è combinata di volta in volta con particolari lacerati di riproduzioni fotografiche di opere o esposizioni precedenti dell’artista. Negli elementi perimetrali, invece, all’immagine dell’incendio si sovrappongono dei frammenti lacerati di fogli di carta usati abitualmente da Paolini (carta bianca, nera, millimetrata, da lucido ecc.). Nell’insieme, la cornice di “materiali” o strumenti preliminari – che annunciano un’opera ancora a venire – racchiude gli echi delle opere compiute e “già viste”.

Le pareti di destra ospitano una serie di collage dal titolo Qui dove sono (2019) che rimanda al luogo di residenza dell’artista, Piazza Vittorio Veneto a Torino, storica piazza porticata di forma rettangolare. La serie presenta varie prospettive tracciate a matita, sovrapposizioni e mise en abyme di immagini di diversa origine quali una riproduzione fotografica dell’atrio di ingresso dell’abitazione dell’artista, di un’antica stampa della Piazza o ancora una foto notturna dello stesso luogo. Alcuni collage presentano una figura di spalle intenta a osservare la Piazza (controfigura dell’artista stesso?), altre esibiscono una finestra prospettica nel punto di fuga. La Piazza diviene dunque il teatro ideale per inscenare rimandi di sguardi, inganni percettivi non privi di un’aura metafisica debitrice delle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico, non a caso evocato da figure presenti in due dei collage esposti.

Infine, tra la parete e la finestra, è collocata l’opera Passatempo (1992-98): su una base sono disposti innumerevoli frammenti di vetro, un ritratto fotografico dell’artista e alcuni frammenti di riproduzioni a colori di motivi astrali; in corrispondenza degli occhiali nel ritratto è posata una clessidra. In Passatempo l’autore guarda attraverso il tempo nel tentativo di cogliere ciò che il suo sguardo e la sua mano non possono rinunciare a inseguire. Frammenti di tempo (il ritratto del 1971), indizi di una dimensione assoluta (l’iconografia astrale), uniti alla clessidra (immobile), suggeriscono il desiderio dell’artista di trattenere l’istante ideale in cui potrebbe affiorare una visione compiuta.

Il progetto rappresenta uno dei due episodi espositivi che vedono Paolini impegnato a Milano nel corso del 2020; infatti la mostra di Giulio Paolini, Qui dove sono, alla galleria Christian Stein era inizialmente prevista ad aprile 2020, in concomitanza con Giulio Paolini. Il mondo nuovo, ospitata negli spazi milanesi di Palazzo Belgioioso alla galleria Massimo De Carlo. Inoltre, a partire dal 15 ottobre 2020 e fino al 31 gennaio 2021 il Castello di Rivoli ospita mostra di Giulio Paolini, Le chef-d’oeuvre inconnu, in occasione del suo ottantesimo anniversario.

Giulio Paolini, Qui dove sono

fino al 16 gennaio 2021

Tel. +39 0276393301

LUN-VEN | MON-FRI 10-19   SAB | SAT 10-13 | 15-19

Galleria Christian Stein, Corso Monforte 23, Milano

23
Set

Tomás Saraceno – Songs for the Air

With the Block Beuys, the Hessische Landesmuseum Darmstadt is one of the most important forums for contemporary spatial installations, therefore the museum plans to regularly invite contemporary performance and installation artists to present current positions on the 450 square meters of the museum’s Great Hall following Joseph Beuys’ example. The Block Beuys will thus be put in a new context and re-enters discussion.

For its 200th anniversary the museum invites the internationally acclaimed, born in Argentinia, in Berlin based artist Tomás Saraceno, for whom the connection between art and science is central. The Hessische Landesmuseum Darmstadt is one of the largest universal museums in the world and therefore offers the ideal space for Saraceno’s interdisciplinary work.

The solo exhibition Tomás Saraceno: Songs for the Air is composed of new encounters. It is an exhibition that both challenges and utilises technology to build new connections between us and the world, championing modes of participation that expand our awareness and work towards societal change. In this, Saraceno actualizes Beuys’ famous line “everyone is an artist,” illuminating who and what it is we share this planet with and presenting a catalyst for individual and collective action. The exhibition will furthermore expand upon one of Saraceno’s most pressing interests—to create an exhibition that is neither site nor time specific, and whose intention reverberates beyond the museum’s walls.

The COVID-19 crisis has laid bare the fact that, when it comes to public emergencies, be they due to a virus, pollution, or war, we must act together. This includes not only people from different nations but also animals from different species and forces, both living and nonliving. Our increased attention to the air and what it carries furthermore brings to the forefront the issue of environmental racism with its numerous casualties and countless battlegrounds. The continuous sonic ensemble Songs for the Air, specially developed for the Hessische Landesmuseum Darmstadt, will give voice to particles floating in the air – among them the harmful substances of PM2.5 and PM10. According to the World Health Organization 4.2 million deaths occur each year as a result of exposure to outdoor air pollution, with low and middle-income countries experiencing the highest burden. As Achille Mbembe wrote, “the long reign of capitalism, has constrained entire segments of the world population, entire races, to a difficult, panting breath and life of oppression.” In attunement to bodies and forces on air Saraceno draws specific attention to inequalities of the air that are often unforgivingly site-specific.

The exhibition also makes visible the many others, living and nonliving, with which we share our planet. Through his work with the community groups Aerocene and Arachnophilia, Saraceno sees a future for all things—free from borders, free from fossil fuels, free from the extractive, colonialist, capitalist ambitions that divide us. Through a series of digital artworks, including Saraceno’s Arachnomancy App and Aerocene App, he challenges technology to connect us to the world, bringing the exhibition into your phone and your home. Each App begins with the story of doing it together. “Right now,” he states, “we have our priorities backwards: capital flows freely, propelled by the fossil fuel economy, while people, empathy, and cooperation are stopped at borders.” Saraceno reminds us that following the patterns and forces of the wind, the sun, and weather the air has no borders. It belongs to no one yet gives itself freely to all. He also draws attention to the massacre of insects worldwide, which make up part of the Sixth Mass Extinction, due to the promulgation of glyphosate and other pesticides, loss of habitat and climate change.

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04
Set

Paolo Ventura. Carousel

Dal 17 settembre al 8 dicembre CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia ospita «Carousel», un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere Ventura unisce alla grande capacità manuale una particolare visione poetica del mondo, costruendo delle scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica. Con «War Souvenir» (2005), rielaborazione delle atmosfere della Prima Guerra Mondiale attraverso piccoli set teatrali e burattini, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC «The Genius of Photography» nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio del 2017.

In quest’occasione le sale del museo ospitano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi ricorrenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. Le prime sale dello spazio espositivo torinese diventano quindi un’autentica full immersion nella poetica di Ventura, un vero e proprio ingresso all’officina dove nascono e si compongono le storie elaborate dall’artista. Un viaggio e un racconto, dunque, secondo quelli che sono i temi e le modalità espressive predilette da Ventura, rappresentante di una fotografia volutamente narrativa: non a caso, i testi che accompagneranno questo percorso saranno stesi e scritti direttamente dall’artista, che diviene la voce narrante della mostra.

La seconda metà dell’esposizione sarà invece dedicata interamente a due nuovi e inediti progetti: il primo è “Grazia Ricevuta”, rivisitazione affettuosamente ironica del tema dell’ex voto, che Ventura naturalmente rielabora a partire dalla manipolazione dell’immagine e dalla presenza costante della sua figura e di quella delle persone a lui vicine. Un ulteriore affondo nella cultura popolare, così amata e ben conosciuta da Ventura, una cultura che da sempre fornisce icone e tematiche al multiforme artista milanese. Il secondo lavoro inedito è l’esito della partecipazione di Ventura al programma “ICCD/Artisti in residenza”, avviato a partire dal 2017 dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, ed esposto per la prima volta grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’Istituto del MiBACT. Sulla scorta della riflessione sulla rappresentazione delle vicende risorgimentali, Ventura indaga il tema della guerra e della sua rappresentazione in fotografia, influenzata dalla difficile accettazione della modernità del mezzo fotografico in un paese fortemente legato alla tradizione come l’Italia del XIX secolo. Tutto questo attraverso il romanzesco rinvenimento di una serie di rare carte salate risalenti al periodo risorgimentale, nel corso della residenza romana dell’artista. ​

Conclude la mostra una grande e spettacolare installazione, che trasforma l’intero lungo corridoio di CAMERA nel palcoscenico sul quale appare e si sviluppa una città immaginaria, composta dalle tante architetture realizzate da Ventura nel corso degli anni, riassemblate e reinventate per questa occasione in un allestimento di grande suggestione.

Curata da Walter Guadagnini la mostra sarà accompagnata da un volume monografico, pubblicato da Silvana Editoriale, che ripercorre per la prima volta in modo esaustivo e organico tutte le tappe salienti della ricerca dell’artista.

L’attività di CAMERA è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Lavazza, Eni, Reda, in particolare la programmazione espositiva e culturale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.

Paolo Ventura. Carousel

Torino, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

17 settembre – 8 dicembre 2020

Mostra a cura di Walter Guadagnini

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, 10123 – Torino
www.camera.to |camera@camera.to

Contatti
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Ufficio stampa e Comunicazione
Via delle Rosine 18, 10123 – Torino

Giulia Gaiato
www.camera.to | camera@camera.to
pressoffice@camera.to
tel. 011 0881151

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049 663 499
gestione3@studioesseci.net
www.studioesseci.net

Image: Behind the Walls#05 (da Behind the Walls), 2011

31
Ago

Olafur Eliasson – Sometimes the river is the bridge

Originally scheduled to begin on March 20, Olafur Eliasson’s exhibition at the Museum of Contemporary Art Tokyo opened on June 19. As neither the artist nor the staff of Studio Olafur Eliasson were able to come to Japan due to Covid-19, the exhibition, which involved the installation of 12 rooms of works including six rooms of new ones, was realized by communicating remotely.

The title of the exhibition, Sometimes the river is the bridge, suggests the possibility of bestowing form and function onto formless things—like invisible rivers that may appear to be bridges with a particular form and function, when viewed from a different, alternative perspective. Inspired by the theme of sustainability, this exhibition takes its point of departure from Eliasson’s interest in the environment, as reflected in how he has voiced his opinions at the United Nations as well as through projects like Little Sun (2012–) and Ice Watch (2014–). It is the result of a two-year dialogue with curator Yuko Hasegawa, partially in relation to the tsunami that occurred in the Tohoku region of Japan in 2011.

Eliasson, who is known for his work with water, fog, light, and other natural phenomena, deploys a unique artistic language that gives form to intangible and richly varied materials. In this exhibition, his specific intention was to shift the focus to the viewer’s ecological awareness: in other words, to imbue the perceptual experience with a different meaning or realization. What is unique here is not just the theme of the exhibition: the sustainability theme is also reflected in how it was produced. Consciousness of the carbon footprint associated with the act of staging the exhibition was manifested in how transportation was minimized by increasing the number of components that were locally produced, the choice of the means of transportation, and the use of renewable energy in the exhibition itself. Works were transported from Berlin to Tokyo not by air, but by train and boat via the Trans-Siberian Railway. 12 new drawings from a series called Memories from the critical zone (Germany–Poland–Russia–China–Japan, nos. 1–12) were automatically executed by a drawing machine as a result of the vibrations during the journey.

In addition, the light sculptures are powered by solar panels, while Sustainability Research Lab showcases the products of materials and designs that the studio has experimented with and developed, sometimes in collaboration with outside experts. The ecological and aesthetic ingenuity of the studio’s waste-based recycling processes are examined from multiple angles, becoming a statement about how the future should not just be waited for, but actively embraced and welcomed. As Eliasson himself says, “for me, all of these works articulate and express the future.”

The highlight of this exhibition is a new large-scale installation in the 20-meter long atrium space, called Sometimes the river is the bridge. A basin of water is placed in the center of the darkened space, while the reflections of twelve lights illuminating the surface of the water create various shadows on the circular screen wall above. The ripples caused by the gentle stirrings of the water surface take on a variety of forms, inviting the viewer to partake in a state of deep contemplation that resonates with these water ripples. This is not just an individual sensory experience, but also a medium for empathy with others who share the same space. Eliasson’s work takes into account the neo-materialist discursive nature of things: through the material structure of his work, he explores ways of creating a space of empathy that is accompanied by thought. In a certain sense, this particular work might be said to have achieved this goal.

In other works, such as photographs that capture the changes in Iceland’s glaciers over a period of 20 years, or documents of an intervention that causes a river to appear within a city, Eliasson deploys methods that promote awareness and knowledge production through form and space by understanding the structures external to our living spaces, such as architecture and landscapes, as elements of nature and climate. These methods are integrated into the theme of sustainability, welcoming many visitors as an exhibition that entails “feeling and thinking.”

Bilingual catalogue in Japanese and English, including photographs documenting new works, with a dialogue between Eliasson and Timothy Morton, a discussion by the Studio staff on sustainability, and an essay by Yuko Hasegawa on “Eliasson: The Artist who Listens to the Future.” (Film Art, Inc.)

Curator: Yuko Hasegawa

Organized by Museum of Contemporary Art Tokyo operated by Tokyo Metropolitan Foundation for History and Culture / The Sankei Shimbun
Supported by Embassy of Iceland, Japan / Royal Danish Embassy
Sponsored by Kvadrat, Bloomberg L.P., JINS HOLDINGS Inc.
Grant from The Scandinavia-Japan Sasakawa Foundation, Obayashi Foundation

Olafur Eliasson
Sometimes the river is the bridge
June 9–September 27, 2020

Museum of Contemporary Art Tokyo (MOT)
4-1-1 Miyoshi, Koto-ku
Tokyo 135-0022
Japan

www.mot-art-museum.jp

Image: View of Olafur Eliasson, Sometimes the river is the bridge, Museum of Contemporary Art Tokyo, 2020. Photo: Kazuo Fukunaga. Courtesy of the artist; neugerriemschneider, Berlin; Tanya Bonakdar Gallery, New York / Los Angeles. © 2020 Olafur Eliasson

source: e-flux

03
Ago

Andrea Galvani – La sottigliezza delle cose elevate

La sottigliezza delle cose elevate is an immersive interdisciplinary project by Andrea Galvani, designed especially for the monumental space of Pavilion 9B at the Mattatoio in Rome.

Constructed in 1888-1891 by the celebrated architect Gioacchino Ersoch, the Mattatoio is considered one of the most important industrial landmarks in Rome. From 2002-2018, it was the second seat of the MACRO Museum of Contemporary Art, first known as MACRO Future and then MACRO Testaccio, with an expansive exhibition space of 6,000 sqm stretching across two pavilions. Today, under the direction of Azienda Speciale Palaexpo, the Mattatoio juxtaposes its iconic historical structure with some of the most ambitious, foreword-thinking and experimental exhibitions in the international contemporary art world.

What happens when magnetic fields migrate? When time loses unity, direction, and objectivity? What would happen if space suddenly folded in on itself, inverting its structure?
The rigorous research of Andrea Galvani (Verona 1973, lives and work in New York and Mexico City) coalesces around history’s biggest questions—investigations nurtured by social, educational, political, ideological, technological, and scientific transformations that continue to change the conditions of our daily lives, inescapably and oftentimes invisibly. La sottigliezza delle cose elevate [The Subtleties of Elevated Things] is an interdisciplinary project conceived as an open laboratory, an experiential environment in constant and continuous evolution. Through a series of architectural installations, actions, and performance specifically developed for Pavilion 9B of the Mattatoio, Galvani focuses our attention on the human need to measure, decipher, and understand the unknown, to give shape and direction to the abstract.

The title of this exhibition is adapted from the grimoire Shams al-Ma’arif wa Lata’if al-‘Awarif (كتاب شمس المعارف ولطائف العوارف), The Book of the Sun of Gnosis and the Subtleties of Elevated Things, written by Ahmad ibn ‘Ali al-Buni (أحمد البوني‎) before his death in 1225 CE. Shams al-Ma’arif is generally understood as the most influential text of its kind in the Arab world, opening with a series of complex magic squares that demonstrate hidden relationships between numbers and geometrical forms. It was written at a time when science, mathematics, and magic were intricately intertwined. For over 10,000 years, humans have looked out on the visible and intelligible world, constructing our intellectual inheritance through observation, calculation, and analyses of phenomena often described with equal parts logic and mysticism. Many of the greatest minds in the history of Western science were part of this legacy: Galileo Galilei and Johannes Kepler were avid astrologists; Isaac Newton and Robert Boyle were alchemists. In his groundbreaking Systema Naturae (first published 1735)Carl Linnaeus devoted a whole chapter to the taxonomic order of mythical creatures, like the hydra and the phoenix. For the great physician Paracelsus, mastering chemical as well as magical cures was crucial to understanding illness and wellness.

La sottigliezza delle cose elevate embodies this visionary, pioneering, transdisciplinary approach to scientific research and processes, while also embracing the emotional, spiritual, and metaphysical environment of the exhibition. In this show, the Mattatoio does not only contain an articulation and extension of scientific and mathematical languages that transform, expand, and illuminate architectural space, but also the physical, intellectual, and psychological effort behind the mathematical calculations that form the architecture of our collective knowledge.

Galvani’s La sottigliezza delle cose elevate [The Subtleties of Elevated Things] is conceived as an open laboratory, an experiential environment in constant and continuous evolution. The exhibition comes to life through a series of intensive on-site interventions and three-month performance that will gradually unfold over the entire duration of the show. Collaborating with the Departments of Physics, Mathematics, Neuroscience, Astrobiology, Molecular Medicine, Biochemical Science, and Electrical Engineering at the Sapienza University of Rome, as well as researchers at CERN and Virgo data analysis group, the artist brings the raw processes of scientific research, computation, and analysis to the center, exposing what is normally invisible to us. La sottigliezza delle cose elevate manifests Galvani’s ongoing commitment to honoring the power of human knowledge while simultaneously emphasizing its limits, circumscribing a perimeter of action that moves forward—able to appear and generate itself from its own impossibility.

La sottigliezza delle cose elevate by Andrea Galvani is the inaugural exhibition in Dispositivi sensibili [Sensitive Devices], a three-year program conceived by Angel Moya Garcia for Pavilion 9B of the Mattatoio, advancing projects by some of the most important international artists engaging performance in their work today.

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27
Lug

HYPERMAREMMA: Massimo Uberti – Spazio Amato

Spazio Amato, installazione permanente di Massimo Uberti apre la seconda edizione di Hypermaremma, la nuova galassia di arte contemporanea concepita per attivare il territorio della Maremma, nel sud della Toscana, attraverso mostre, dibattiti, esperienze sonore e interventi site specific elaborati da artisti invitati a relazionarsi con la storia dei luoghi.

L’edizione 2020 ha subìto una completa trasformazione per assecondare le linee guida della “nuova realtà”.  Per sostenere il territorio abbiamo lavorato per presentare un solo intervento site-specific in grado di entrare in pieno dialogo con il paesaggio della Maremma. Il progetto sarà visibile in uno spazio aperto accessibile dalla strada litoranea che costeggia il Lago di Burano dal 26 Luglio fino al 15 Settembre, tutti i giorni dalle 18 a mezzanotte passando in bicicletta, a piedi o in treno e in macchina per i più pigri. Cliccando a queste coordinate potrete individuare il punto esatto dove osservare l’installazione.

Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con Terre di Sacra, oltre a Oasi WWF Lago di Burano, Regione Toscana e con il patrocinio del Comune di Capalbio. Un ringraziamento speciale allo sponsor tecnico RRUNA.

ENG below

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22
Lug

ALBERTO GIACOMETTI. Grafica al confine fra arte e pensiero

La stagione espositiva 2020 del m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) si apre nel segno di Alberto Giacometti (1901-1966), uno fra i più rilevanti artisti del XX secolo.

Dopo la sosta forzata a causa dell’emergenza Coronavirus, che ne aveva rimandato l’inaugurazione, martedì 9 giugno 2020 si è aperta una mostra, curata da Jean Soldini e Nicoletta Ossanna Cavadini, che, fino al 10 gennaio 2021, presenta, per la prima volta, il corpus grafico dell’artista svizzero: sono esposti oltre quattrocento fogli e numerosi libri d’artista, provenienti dalleprincipali istituzioni internazionali che conservano le opere di Alberto Giacometti e da importanti collezionisti privati.

L’ambiente creativo dell’artista e dell’uomo è inoltre restituito dalle suggestive fotografie realizzate dall’amico Ernst Scheidegger che, dal 1943, ha documentato con immagini e filmati l’attività artistica e la vita privata di Giacometti. La rassegna documenta la straordinaria padronanza di Giacometti delle varie tecniche grafiche, dalla xilografia all’incisione a bulino, dall’acquaforte alla puntasecca. Sebbene sia conosciuto soprattutto come scultore e pittore, Giacometti realizzò, nondimeno, molte incisioni, espressione di una profonda ricerca artistica.

Giacometti, infatti, vedeva nel disegno e nella sua trasposizione sulla matrice, il fondamento estetico e concettuale su cui costruire le sue opere pittoriche e plastiche. Com’ebbe modo di affermare lo stesso artista, “di qualsiasi cosa si tratti, di scultura o di pittura, è solo il disegno che conta”. È noto che egli disegnava dappertutto, sulle buste e lettere ricevute, su giornali e riviste, sull’interno del pacchetto di sigarette, al bar sui tovaglioli o sulle tovagliette di carta, sulle pareti intonacate dell’atelier e sui pannelli di legno tavolato, e più normalmente sul suo inseparabile taccuino e sull’album per gli schizzi.

“La sua opera grafica non è quindi marginale – ricorda Nicoletta Ossanna Cavadini – rispetto alla produzione artistica vera e propria, ossia alla pittura e alla scultura, ma riesce a rivelare meglio il pensiero giacomettiano in cui dal segno emerge un senso di angoscia, di affanno, di incertezza, e nei ritratti l’incapacità di ritrovare la forza dello sguardo e il suo valore emozionale, o ancora il foglio come metafora del concetto di spazio e tempo in cui l’uomo cerca la sua dimensione dell’essere”.

Alberto Giacometti compie la sue prime esperienze di tecnica grafica in età adolescenziale seguendo i consigli del padre Giovanni, esperto xilografo. Le sue prime opere, come i ritratti di due compagni di classe (Deux camarades de classe) o quello di Lucas Lichtenhan, risalgono al 1917, in cui l’arte dell’intaglio del legno era sempre preceduta dal necessario disegno preparatorio. Dopo queste primi esercizi, l’incontro con la grafica avverrà solo quindici anni dopo, tra il 1933 e il 1935, quando, trasferitosi a Parigi ed entrato nella cerchia del Surrealismo, si dedica alla tecnica tradizionale a bulino, dimostrando grande perizia tecnica. Tra i lavori più riusciti si ricorda quella per Les pieds dans le plat di René Crevel e le quattro incisioni concepite per L’air de l’eaudi André Breton, una raccolta di poesie che lo scrittore e teorico del movimento aveva composto in occasione del proprio matrimonio nell’agosto 1934 con la pittrice Jacqueline Lamba. Nello stesso anno lavorò alle sue prime illustrazioni per una raccolta di poesie e incise quattro stampe calcografiche per L’air de l’eaudi André Breton, intitolate La maine La fée du sel, quindi Le chevalier de paille, assieme ad Animal Ie Animal IIe Le serpent Ie Le serpent II. Abbandonato il Surrealismo, a causa di un litigio con lo stesso Breton, Giacometti sospende la sua produzione grafica per dieci anni. Tornerà nel 1946-47 con le illustrazioni per l’Histoire de ratsdi Georges Bataille, seguita nel 1949 dalla sua prima litografia, un ritratto di Tristan Tzara. L’inizio degli anni cinquanta vede Giacometti nuovamente intento a realizzare opere grafiche, adottando la litografia come moduspiù vicino al risultato ottenuto col disegno. Dalla metà degli anni cinquanta in poi Giacometti incrementò molto la produzione, che arrivò a essere nel 1956 addirittura più importante e numerosa di quella plastica e pittorica. Sempre affascinato dalla scrittura e dalla poesia, era disponibile alle richieste di artisti, intellettuali e galleristi che gli commissionavano illustrazioni e frontespizi per pubblicazioni d’arte.

La ricerca di Giacometti sulla figura umana diventò progressivamente sempre più presente, trattata in maniera tematica nel 1957 nelle stampe realizzate per la rivista “Derrière le Miroir”, promossa dal gallerista-editore Maeght. Questo orientamento rifletteva le nuove preoccupazioni formali dell’artista, portandolo nelle sue sculture ad abbandonare i gruppi a favore di figure isolate e spesso di grandi dimensioni, per esprimere il profondo senso di disagio esistenziale. In questo periodo, l’artista decide di focalizzare la sua attenzione sul ritratto per indagare il senso dell’essere umano. Giacometti ritraeva solo gli amici o chi aveva un’affinità elettiva con lui: molti di loro erano scrittori, filosofi o intellettuali. Le sessioni di posa diventavano veri e propri dialoghi fra l’artista e il soggetto e ne favorivano l’intimità e la conoscenza per la buona riuscita del ritratto stesso. Esemplari a tal proposito, i ritratti di Michel Leiris, André du Bouchet, Edith Boissonnas, Jacques Dupin, Pierre Loeb, o dell’artista André Derain. La figura femminile più frequentemente ritratta fin dall’adolescenza fu la madre Annetta, mentre cuciva, sotto la lampada, in posa, o immortalata in momenti di vita quotidiana. Poi, dal 1946, la sua principale modella femminile fu Annette, sua compagna di vita e poi moglie dal 1949, soggetto privilegiato per ritratti in primo piano, ma anche per nudi femminili. Con il 1964 apparve nelle incisioni anche la sua amante Caroline, il cui ritratto è inserito nell’ultima grande campagna litografica diParis sans fin, progetto incompiuto di un libro stampato che lo occuperà ininterrottamente dal 1958 al 1965.

Paris sans fin era la metafora visiva della vita e della città che egli amava profondamente, e che gli appariva tutto d’un colpo distante e lontana. Nella stupefacente consequenzialità delle 150 tavole litografiche Giacometti riporta la vita frenetica della metropoli, il fascino dei suoi monumenti, i bar frequentati, i musei, con visioni riprese all’esterno nelle strade, ma anche negli intimi momenti d’amore per Caroline. Ognuna delle quattro sezioni in cui è suddiviso il percorso espositivo, propone un dipinto, un disegno o una scultura particolarmente significativa per comprendere il rapporto tra i diversi mezzi di espressione.

La mostra è organizzata in collaborazione con la Fondation Giacometti di Parigi, l’Alberto Giacometti-Stiftung di Zurigo, la Fondation Marguerite et Aimé Maeght di Saint-Paul-de-Vence (Francia), il Museo d’Arte dei Grigioni di Coira (Svizzera), il Museo Ciäsa Granda di Bregaglia (Svizzera), la Fondazione Marguerite Arp di Locarno (Svizzera), la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” di Milano, la Galerie Kornfeld di Berna (Svizzera), l’Alberto Giacometti Museum di Sent (Svizzera).

Catalogo bilingue (italiano-inglese) Albert Skira (Milano-Ginevra)

          

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06
Lug

Marina Apollonio – Dinamiche Virtuali

Online una mostra retrospettiva dedicata a Marina Apollonio, figura di rilievo internazionale tra le più rappresentative dell’arte Ottico-Cinetica Italiana. Le opere in mostra ricostruiscono il percorso artistico dell’Apollonio, raccogliendo diversi cicli di lavori significativi da lei sviluppati dal 1964 ad oggi; le opere in alluminio, le Gradazioni su tela, le Dinamiche Circolari, i Rilievi a Diffusione Cromatica e le recenti Dinamiche Ellittiche e Fusioni Circolari. La poliedrica ricerca dell’artista sintetizza in modo semplice uno studio complesso, in bilico tra arte e scienza,rendendo lo spettatore protagonista di una visione spazio–temporale da lei minuziosamente programmata. Il segno deciso e l’equilibrio tra gli opposti, soprattutto tra il bianco e nero, determinano un’iconicità tale da delineare il tratto distintivo dei suoi lavori e la loro assoluta riconoscibilità.

In mostra sarà esposta anche l’installazione a pavimento che Marina Apollonio presentò in The Illusive Eye presso El Museo Del Barrio di New York nel 2016.

Online a retrospective exhibition dedicated to Marina Apollonio, a figure of international importance, among the most representative ones of the Italian Optical-Kinetic art. The works in the exhibition reconstructs the artistic path of Marina Apollonio, collecting several cycles of significant works she has developed since 1964; works in aluminum, the Gradazioni on canvas, the Dinamiche Circolari, the Rilievi a Diffusione Cromatica and the recent Dinamiche Ellittiche and the Fusioni Circolari. The multifaceted research of this artist summarizes a complex study in a simple way, in a balance between art and science, making the viewer protagonist of a space-time vision she has meticulously planned. The strong mark and the balance between opposites, especially between white and black, determine an iconicity that delineates the hallmark of her worksand their absolute recognizability. Included in the online exhibition, the pavement installation Marina Apollonio presented during the exhibition The Illusive Eye, at El Museo Del Barrio, New York in 2016.

10 A.M. ART
Marina Apollonio. Dinamiche Virtuali
visitabile sul sito della Galleria fino al 30 luglio 2020

Immagine in evidenza: Marina Apollonio, Dinamica Circolare 6S+S II, 1966, tecnica mista su tavola, meccanismo rotante motorizzato, Ø 102 cm