Category: installazione

14
Giu

PRIVATE 57

PRIVATE 57 è un progetto speciale che unisce architettura, arte, fotografia e design. L’idea nasce dalla collaborazione di Maria Vittora Paggini Interior Design, Enrico Fico Digital Communication, Tuttaluce Design e Tiziana Tommei Contemporary Art, muovendo dal modello di Open House. Per l’occasione il meraviglioso appartamento neo ristrutturato da Maria Vittoria Paggini sarà aperto al pubblico e accoglierà al suo interno una mostra di design firmata da Tuttaluce e uno show di arte contemporanea e fotografia curato da Tiziana Tommei. La comunicazione dell’evento, grafica e fotografica, è realizzata da Enrico Fico.

Saranno esposte opere di Alessandro Bernardini (Arezzo 1970), Luca Cacioli (Arezzo 1991), Enrico Fico (Napoli 1985), Roberto Ghezzi (Cortona 1978), Donatella Izzo (Busto Arsizio 1979), Simone Lingua (Cuneo 1981) e Bernardo Tirabosco (Arezzo 1991).

Partner della serata è Tenuta la Pineta, che offrirà in degustazione un prodotto speciale: il vino Persimo.

La vernice è in programma dalle ore 19 alle ore 22 e la mostra resterà aperta e visitabile su appuntamento fino al 23 giugno 2018.

PRIVATE 57
House _ Art _ Design
13 / 23 giugno 2018
via Isonzo 57, 52100 Arezzo

Contact: Tiziana Tommei, contemporary art curator, +393984385565, info@tizianatommei.it

Imamgine in evidenza: ROBERTO GHEZZI, Naturografia di fiume I e II, 2018, elementi naturali su organza, 45×45 e 20×20 cm, ph. Enrico Fico

11
Giu

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi

La galleria Tiziana Di Caro ospita la mostra intitolata Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi che include opere di William Anastasi, Hanne Darboven, Gino De Dominicis, Sol LeWitt, Agnes Martin, Pino Pascali e Francesca Woodman.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi è un’appropriazione da David Foster Wallace, che più volte ha citato questa locuzione, in ultimo ne “Il re pallido”, e che nel 2013 è divenuta anche il titolo della biografia dedicatagli da D. T. Max.

L’idea della mostra consiste nella raccolta di opere di alcuni degli artisti che ho sempre considerato un riferimento. Coloro che hanno fatto confluire la mia attenzione in precise dinamiche artistiche e che rappresentano delle presenze costanti nelle mie scelte di gusto, sia per la natura poetica e al contempo sperimentale delle loro opere, sia per la condotta “militante” della loro ricerca.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, oltre ad essere una frase bellissima, è stata scelta in relazione ad una combinazione cronologica che lega l’apertura della mia galleria alla scomparsa di David Foster Wallace nel 2008. Attraverso la lettura di alcuni dei suoi testi, DFW mi ha indotto a una costante riflessione sull’arte, pur trattando uno spettro tematico altro, intriso di riferimenti eterogenei, comunque legati a una visione poliedrica del mondo, ai miei occhi estremamente vivida al punto da poter essere associata anche ad una nicchia complessa seppur esclusiva come quella delle arti visive.

Le opere del gruppo di artisti che include William Anastasi, Hanne Darboven, Gino De Dominicis, Sol LeWitt, Agnes Martin, Pino Pascali e Francesca Woodman ben si prestano all’idea che da sempre ho in mente di “astanza”, per dirla con le parole di Cesare Brandi, che conia questo termine per fare riferimento alle opere d’arte che attraversano la storia, assorbendone l’esperienza, senza mai smettere di essere attuali.
Ogni forma artistica ha un valore che va al di là del tempo e dello spazio. Non parlo solo delle arti visive, ma anche della letteratura, della musica come di qualsiasi altro ambito del sapere, per cui l’obsolescenza non è necessariamente contemplata. I fantasmi a cui si fa riferimento nel titolo sono quelle “idee” che ognuno di noi tende a elaborare in relazione a persone che si immagina di conoscere pur non avendole mai incontrate. In questa mostra quindi non si intende parlare di aldilà , tanto meno di figure ectoplasmiche, bensì di sentimenti che derivano dalla conseguenza del “guardare”, che trascendono qualsiasi aspetto fisico per divenire pura astrazione, un atto di amore nel momento in cui la tensione verso l’opera, o verso l’artista ha il sopravvento su qualsiasi altra considerazione oggettiva.

Si ringraziano: Fondazione Paul Thorel, Galleria Alfonso Artiaco, Serena Basso, Chiara Tiberio, Maurizio Morra Greco, Alessia Volpe, Valentina Bonomo, Ines Musumeci Greco, Galleria P420, Galerie Jocelyn Wolff

English below

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06
Giu

Storie in gioco

Dal latino iocus, scherzo, celia. Esercizio di forza e di destrezza, ma anche finzione , artificio.
Il mondo dell’infanzia come luogo delle infinite possibilità. Gli elementi iconici che lo compongono appaiono come rappresentazione di quella dimensione onirica, immaginifica propria della condizione umana. Una  selezione di opere comprese tra la fine degli anni ’60 e lo scadere del secolo scorso, è testimonianza di come artisti di varie generazioni  hanno declinato il tema del gioco e della narrazione immaginaria ( fantastica) secondo diverse articolazioni; in particolare nell’era contemporanea, a partire dalla rottura provocata da Duchamp, il carattere ludico proprio degli oggetti di tale narrazione,  nelle molteplici interpretazioni, si può invertire sino ad  alludere a condizioni di drammaticità. 

 English below

From the Latin iocus, joke. Exercise of strength and skill, but also fiction, artifice.
The world of childhood perceived as a place of infinite possibilities. The iconic elements of this world appear as a representation of that dreamlike, imaginative dimension proper to the human condition. A selection of works between the end of the 60s and the end of the last century, testify how artists of various generations have declined, according to different articulations, the theme of the game and the imaginary (fantastic) narration; particularly in the contemporary era, starting from the rupture provoked by Duchamp, the ludic character proper of the objects of this narration, in the multiple interpretations, can be inverted until alluding to conditions of drama.

Storie in gioco/Tales in play
Gianfranco Baruchello, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Gino Marotta, Aldo Mondino, Pino Pascali

Curated by Erica Ravenna

fino al 10 settembre 2018

Erica Ravenna Arte Contemporanea
Via Margutta 17 – 00187 Roma
t./f. +39 06 3219968  artecontemporanea@ericafiorentini.it
Mon-Fri 10:30 – 19:30 | Sat 10:30 – 13:30 (o su appuntamento)

Image: Emilio Isgrò, Libro cancellato (Cappuccetto Rosso), 1970

19
Mag

Alessandro Bernardini e Francesco Alpini. La Dolcezza può far perdere il senno

In occasione della ventiseiesima edizione di Cantine Aperte, Tenuta la Pineta ospita la mostra La Dolcezza può far perdere il senno, progetto speciale di Alessandro Bernardini e Francesco Alpini, curato da Tiziana Tommei. Da sabato 26 maggio, gli ambienti in e outdoor della tenuta vinicola di Luca Scortecci a Castiglion Fibocchi, ad Arezzo, saranno aperti all’arte contemporanea. Non è la prima volta che il vino e l’arte s’incontrano in questi spazi: per questo evento è stato ideato un concept espositivo che unisce un’eterogeneità di media e linguaggi, lasciando costantemente al centro il contesto. Le opere realizzate, tutte create in esclusiva per questa iniziativa, muovono infatti dal luogo che le accoglie, con il quale conducono un dialogo silenzioso e puntuale. In casi come il nostro, una mostra può rivelarsi tanto gravida di componenti, stimoli, sfumature, ma anche di ambiguità, ambivalenze e contraddizioni, che trovarsi a percorrerla può portare ad immergersi in una dimensione a sé stante, scissa, indipendente dal reale e tuttavia così incredibilmente autentica e indissolubilmente legata al vissuto. S’invita il visitatore a compiere un percorso, diviso in quattro capitoli, muovendosi dall’esterno verso l’interno. La teatralità di Meteorite, installazione site specific di Alessandro Bernardini, apre questa sorta di cammino, mettendo in scena una realtà allucinata e distorta, annichilita e devastata a seguito della collisione con una roccia ricoperta da una coltre di catrame: è l’incipit del racconto che ci si accinge a narrare. Questo scenario esorta a cercare rifugio all’interno, dove nell’immediato si avverte un senso d’incertezza: infatti, tutto appare frammentato (Vinum Senescens), incerto (Pause – play – forward) e intorbidito (A me – n). Il trittico fotografico di Francesco Alpini, Pause – play – forward, sebbene mostri come soggetto una natura morta omaggio a Bernardini (come rivelano il manichino, la superficie nera e lucida che rimanda al catrame, i volumi di cemento, il minimalismo e il rigore della composizione), in esso lo still life risulta essere un mero pretesto per ragionare su questioni formali, tecniche e di percezione. Inoltre, dalla scelta del titolo, egli non contempla dichiaratamente la possibilità di tornare indietro (come risulta del resto insanabile la cesura tra i due elementi, quello umano e quello meccanico, in Vinum Senescens), innestando dunque un ulteriore germe di realismo in immagini esteriormente stranianti e avulse da una qualsivoglia forma di logica tangibile. Improvvisamente, questo stato di sospensione viene interrotto da un episodio di violenta rottura: Fratture immanenti, installazione site specific realizzata dai due artisti, giunge all’osservatore come un’immagine destrutturata e ricomposta attraverso i frammenti di uno specchio ideale che riflette un intero perfettamente intellegibile. Alla crisi segue la ricostruzione: a partire dalle fondamenta (il filo rosso del cemento in blocchi), la forza fisica e in misura superiore la mente umana, sia come ratio (Ombra libera) che come forza immaginifica, (From darkness to light) riconducono a nuova vita (Innesto 2.0 – Equilibrio variabile). Le ultime due opere citate fissano la ricerca della stabilità a tema centrale in corrispondenza della chiusura della mostra: se Bernardini resta ben ancorato a terra, suggerendo che l’equilibrio sia di fatto indirettamente proporzionale alla distanza dal suolo, Alpini sceglie l’utopia e rappresenta innesti in sospensione nei quali è la componente umana a simboleggiare la vita, annullando ogni effetto di gravità, in forza delle infinite capacità della mente umana.Continue Reading..

16
Mag

Daniel Buren & Anish Kapoor

Con la mostra Daniel Buren & Anish Kapoor Galleria Continua rende omaggio a due delle figure più significative del panorama artistico internazionale, artisti che con le loro opere hanno profondamente segnato l’arte tra il XX e il XXI secolo. La mostra vede per la prima volta Daniel Buren e Anish Kapoor impegnati nella realizzazione di un’opera a quattro mani. Il percorso espositivo, costruito attraverso un dialogo tra le opere dei due autori, ci accompagna fino in platea dove è allestita l’opera site specific appositamente realizzata dai due artisti per questa mostra.

L’esposizione si apre con una serie di dipinti di Daniel Buren datati 1964 e 1965, quadri che mescolano forme arrotondate e rigature di grandezza e colori diversi. L’artista sviluppa sin dall’inizio degli anni ’60, una pittura radicale che gioca, di volta in volta, sull’economia dei mezzi messi in opera e sui rapporti tra lo sfondo (il supporto) e la forma (la pittura). Nella seconda metà del 1965 sceglie di sostituire le strisce dipinte con un outil visuel, un tessuto industriale a bande verticali alternate, bianche e colorate, larghe 8,7 cm. Successivamente Buren impoverisce ulteriormente questo registro visivo ripetendolo sistematicamente e impedendosi ogni variazione formale, ad eccezione dell’uso del colore, variabile all’infinito, alternato al bianco, immutabile e conduce una riflessione sulla pittura, sui suoi metodi di presentazione e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui l’artista interviene. Risalgono agli esordi dell’attività artistica di Anish Kapoor una serie di instabili oggetti scultorei cosparsi di pigmenti colorati; sono i primi esiti di una ricerca che diventerà cifra distintiva del lavoro dell’artista. Si tratta di forme indefinite, a metà tra il mondo naturale e quello astratto, corpi in transizione che sembrano scaturire dalla materia spontaneamente e dove l’intensità del colore puro nasconde l’origine del manufatto e suggerisce l’idea di sconfinamento. L’uso di pigmenti è una caratteristica costante del lavoro di Kapoor dal 1970. Nel 1979 un viaggio in India lo riconnette alle sue radici, lasciandogli in dote la consapevolezza di essere artista di confine, in bilico tra Oriente e Occidente. Di ritorno in Inghilterra, traduce questo sentimento nella serie “1000 Names”.

La parte progettuale del lavoro dei due artisti è ampiamente illustrata in una sezione della mostra. Qui una serie di disegni e di schizzi preparatori di Daniel Buren mettono in luce la propensione dell’artista ad esplorare le potenzialità del motivo a strisce alternate come segno e palesano il concetto di “lavoro in situ”, espressione con cui l’artista stesso indica la stringente interrelazione fra i suoi interventi e i luoghi espositivi in cui essi sono realizzati. Condividono gli stessi spazi alcune maquette di Anish Kapoor che danno voce alla dimensione più monumentale del linguaggio dell’artista; opere che sovvertono le dinamiche della percezione ed esaltano il potere della metafora, opposti che si intrecciano – presenza e assenza, solidità e intangibilità, realtà e illusione. Allo spettatore il compito di interpretare e ricomporre questa dicotomia. Nel 1975 Daniel Buren realizza la prima Cabane Eclatée che costituisce una vera svolta, accentuando l’interdipendenza tra l’opera e il luogo che la accoglie attraverso giochi sapienti di costruzione e decostruzione: l’opera stessa diventa il suo proprio sito oltre che il luogo del movimento e della deambulazione. La Cabane che Buren espone a San Gimignano intrattiene un dialogo con l’architettura esistente e con il volume in resina di Kapoor che accoglie al suo centro. Due opere dal carattere aperto che lasciano spazio a un gioco di materiali e di trasparenze. Scendendo al piano inferiore della galleria le opere dei due artisti dialogano serratamente: le strisce colorate verdi e bianche di Buren avvolgono idealmente la scultura in alabastro bianco di Kapoor. Il percorso prosegue nel confronto fra la luce policroma e proteiforme dei tessuti a fibre ottiche di Daniel Buren e gli oggetti in acciaio specchiante di Anish Kapoor. Lo studio del vuoto è uno degli elementi centrali della poetica di Kapoor: reso tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota, è metafora della creazione. Il vuoto come spazio della possibilità in cui oggetto e osservatore, nel loro incontro, possano espandere i limiti dello spazio disponibile permangono come filo conduttore nel retro del palcoscenico dove l’installazione in acciaio specchiante di Kapoor e il gioco di specchi e colori di Buren disorientano lo spettatore collocandolo in uno spazio indefinito.

L’opera che occupa la platea chiude il cerchio di un dialogo ideale che Buren e Kapoor intrattengono in questa mostra. Un’installazione di grandi dimensioni, frutto di una progettazione congiunta, che riconfigura completamente lo spazio e crea inaspettate interferenze visive. Una sfida ad esplorare l’inaccessibile.Continue Reading..

11
Mag

Rebecca Horn. Passing the Moon of Evidence

Allo STUDIO TRISORIO la mostra personale di Rebecca Horn dal titolo Passing the Moon of Evidence.

Saranno esposte sei nuove sculture meccaniche di grandi e medie dimensioni e disegni di vario formato in cui la Horn continua a indagare i temi profondi dell’esistenza umana, l’agire del tempo, l’energia del cosmo. Nelle vetrine che danno il titolo alla mostra, Passing the Moon of Evidence, farfalle meccaniche aprono e chiudono le ali in un’atmosfera onirica, sospese sopra rocce vulcaniche o tra rami dalle estremità d’oro; due specchi di forma circolare, simbolo del dualismo ricorrente nella poetica dell’artista, evocano il movimento del sole e della luna e la relazione tra il principio maschile e quello femminile nell’equilibrio cosmico. Nell’opera Aus dem Mittelalter entwurzelt due aste in ottone di diverse altezze, fissate in un paio di scarpe di bronzo di foggia medievale, ondeggiano avanti e indietro, avvicinandosi senza mai toccarsi, come metafore del passaggio cadenzato del tempo. Uno specchio rotante e un vetro di forma circolare affiancano una pietra lavica e animano, con riflessi di luce, l’opera Im Kreis sich drehen: movimenti ritmici che si trasmettono nello spazio da una scultura all’altra, sviluppando tra di esse un dialogo continuo e incessante. Artista versatile e poliedrica, Rebecca Horn ha sperimentato, nel corso della sua lunga carriera, i molteplici linguaggi dell’arte. La scultura, la pittura, il disegno, l’installazione, la fotografia, il cinema, la performance sono i mezzi espressivi con cui conduce da sempre le sue ricerche in modo innovativo.

Rebecca Horn è nata a Michelstadt, Germania, nel 1944. Ha esposto nei principali musei internazionali e ha preso parte ad alcune delle più importanti esposizioni dell’ultimo decennio, da Documenta a Kassel (1972, 1977, 1982 e 1992) alla Biennale di Venezia (1980, 1986 e 1997). I suoi lavori sono nelle collezioni dei maggiori musei quali il Solomon R. Guggenheim di New York, la Tate Gallery di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la Nationalgalerie di Berlino. Una sua installazione site specific fa parte della collezione permanente del Museo Madre di Napoli. Nel settembre 2016 Rebecca Horn è diventata membro dell’“Orden pour le Mérite für Wissenschaften und Künste” che costituisce la più alta onorificenza conferita ad artisti e scienziati dalla Repubblica Federale della Germania. Nel giugno 2017 è stata la prima donna a ricevere il prestigioso Wilhelm Lehmbruck Prize, come riconoscimento per il suo lavoro e la sua poetica che hanno profondamente influenzato le arti scultoree fra XX e XXI secolo. In Italia è rappresentata dallo Studio Trisorio dal 2003.

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18
Apr

Simone Lingua. Ninfea

A partire dal 29 aprile 2018, Bagno Vignoni, storico borgo termale della Val d’Orcia, ospiterà per due mesi un’installazione site specific, intitolata Ninfea, creata in esclusiva dall’artista Simone Lingua, nome emergente dell’arte cinetica e optical, per la vasca della Piazza delle sorgenti. Il progetto, curato da Tiziana Tommei, presenta collateralmente una mostra diffusa, estesa al territorio attraverso un percorso che coinvolge una triade di strutture ricettive. L’evento è parte dell’iniziativa Paesaggi del benessere 2018, promosso dal Comune di San Quirico d’Orcia in collaborazione con la Proloco di Bagno Vignoni. L’opera Ninfea èrealizzata grazie al contributo di Centro Medico Bartoleschi.

Non è la prima volta che la frazione di Bagno Vignoni si apre all’arte contemporanea. Per l’occasione è stato chiamato il cuneese Simone Lingua a misurarsi con un contesto storicizzato, fortemente strutturato, nonché incentrato su di una realtà densa di memoria e significato: il celebre “vascone”, vasca termale dall’aura sacrale, cuore dell’abitatoLunga 49 metri, larga 24 metri e profonda 95 cm, essa domina la piazza del piccolo centro, raccogliendo al suo interno le acque della sorgente termale, le cui esalazioni generano una dimensione sospesa e allucinata, quasi metafisica. Tale scenografia naturale ha ispirato l’artista, che, immaginando una realtà parallela ed emersa dal fondo della vasca, ha concepito una zolla idealmente restituita in sospensione dalle acque. Egli, per dare forma a questa sorta di isola, ha preso a modello un concept già applicato nei suoi quadri cinetici: una teoria di elementi circolari, trattati da un lato a vernice e dall’altro a specchio, quindi ordinati entro un perimetro definito. L’installazione così ideata risulta composta da 50 elementi, ciascuno dei quali assembla base e sostegni in acciaio con dischi in plexiglass cromato e verniciato. Ad una visione complessiva l’opera mostra una doppia anima: quella dominata dal colore, che veste di un manto rosso la superficie dell’acqua; l’altra specchiata, che permea e riflette il contesto, e con esso il riguardante. Quest’ultimo, muovendosi e circumnavigando la vasca, assiste alla metamorfosi graduale dell’insieme: ne percepisce il moto endogeno, i giochi di luce creati dall’acqua, la dissimulazione delle forme indotta dai vapori sulla superfici specchiate, fino alla fusione in una sola entità delle sue due parti. Un organismo vivente e mutante in forza del suo cinetismo che, echeggiando un fiore acquatico, si ancora al terreno sul fondo della vasca, mostrando fiori e infiorescenze sopra il livello dell’acqua. A latere, in corrispondenza di tre poli selezionati, Adler Thermae, Albergo Le Terme, Albergo Posta Marcucci, saranno esposte opere della produzione recente dell’artista: dal Cilindro cinetico in acciaio Super Mirror, già esposto al Carrousel du Louvre (Parigi, 2016), al Cubo cinetico, presentato di recente alla Galleria Tag (Lugano, 2017), fino alle opere a parete, i Quadri cinetici in plexiglass e, infine, le Cupole cinetiche, realizzate alla fine del 2017 e già presentate in mostra a Bologna, Parigi e Ferrara. Inoltre, presso la libreria Librorcia sarà disposto un infopoint.

Simone Lingua è nato Cuneo nel 1981. Gli esordi della sua carriera artistica sono legati alla pittura. I primi studi inerenti l’arte cinetica risalgono al 2010 e sono applicati alla progettazione in ambito architettonico per le facciate di Prada. Ha esposto in gallerie e spazi istituzionali, in Italia e all’estero. Tra il 2016 e il 2017 ha esposto al Pan di Napoli, al Louvre, al Castello Estense a Ferrara, alla Galleria Mirabilia a Reggio Emilia, a Palazzo Bentivoglio Gualtieri a Reggio Emilia, alla Galleria Accorsi a Torino, al Museo di Villa Mazzucchelli a Brescia, al Castello di Bratislava, alla Fondazione De Nittis a Barletta, al Castello di Sarzana, alla Galleria Idearte a Ferrara, al Museo Fondazione Sorrento e alla galleria TAG a Lugano. Nel luglio del 2016, Palazzo Gagliardi a Vibo Valentia, ha ricevuto il Premio come miglior opera concettuale. Di recente ha partecipato alla seconda edizione di Art Adoption New Generation a Cortona e a SetUp Contemporary Art Fair 2018 a Bologna. Dal 5 al 29 aprile 2018 è in mostra a Parigi, presso Dôme di Éléphant Paname, nell’ambito del progetto Condizione, curato da Roberto Baciocchi; dal 2 al 29 maggio esporrà con una personale alla Galleria Idearte a Ferrara. Il suo lavoro è seguito dal 2017 da Tiziana Tommei. Vive e lavora ad Arezzo.

L’installazione Ninfea sarà realizzata e visibile in loco già dal 20 aprile. L’inaugurazione della medesima, unita alla mostra diffusa, avrà luogo domenica 29 aprile alle ore 17.00. Le opere resteranno fruibili fino al 24 giugno 2018.

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05
Apr

Tom Friedman. Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces

Con Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces, personale dell’artista Tom Friedman, ha aperto a Milano Vistamarestudio da un’idea di Benedetta Spalletti e Lodovica Busiri Vici. L’artista americano presenta una serie di lavori che segnano un nuovo inizio nella sua ricerca sulla smaterializzazione dell’oggetto tangibile in relazione a spazio e luce. In mostra tredici proiezioni video installate in uno spazio illuminato a giorno che svelano vuoto e pieno, micro e macro invitando lo spettatore ad un approccio sensoriale nuovo. Il progetto nasce dall’osservazione della luce del sole attraverso le finestre in momenti diversi della giornata. Ogni lavoro è in loop con una diversa durata: si passa dal silenzio statico, dall’immobilità all’apparizione di oggetti, colori e figure che, come allucinazioni, confondono chi osserva e si fondono con l’ambiente.
Tom Friedman espande così il suo vocabolario visivo e continua l’indagine sui fenomeni dell’esperienza che capovolge la consapevolezza del visibile.

Tom Friedman (nato nel 1965) è uno scultore concettuale americano. Friedman è nato a St. Louis , nel Missouri. Ha ricevuto il suo BFA in illustrazione grafica presso la Washington University di St. Louis nel 1988 e un MFA in scultura presso l’ Università dell’Illinois a Chicago nel 1990. Come artista concettuale, lavora in una varietà di mezzi tra cui, scultura, pittura , disegno , video e installazione. Per oltre vent’anni Friedman ha indagato sulla relazione tra visualizzatore / oggetto e “lo spazio intermedio”. Friedman ha tenuto mostre personali al Museum of Modern Art di New York, al Yerba Buena Museum of Art di San Francisco, al Magasin 3 di Stoccolma, in Svezia, al New Museum di New York, al Tel Aviv Art Museum e altri. Le sue opere si trovano nelle collezioni museali del MoMA, del Los Angeles Contemporary Art Museum, del Broad Art Museum, del Solomon Guggenheim Museum, del Metropolitan Museum of Art, del Museum of Contemporary Art di Chicago e del Museum of Contemporary Art di Tokyo. Attualmente è rappresentato da Luhring Augustine Gallery e Stephen Friedman Gallery. Vive e lavora a Northampton, nel Massachusetts.

TOM FRIEDMAN
Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces

Opening 24 marzo 2018 ore 19.00
24 marzo – 26 maggio 2018

Vistamarestudio 
Viale Vittorio Veneto 30, Milano

Image: Tom Friedman, Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces

04
Apr

L’OCCHIO FILOSOFICO

La galleria A arte Invernizzi inaugura venerdì 13 aprile 2018 alle ore 18.30 la mostra L’occhio filosofico a cura del filosofo e musicista Massimo Donà, che intende creare un dialogo a tre voci tra arte, poesia e filosofia.

Come scrive Massimo Donà l’esposizione “si propone di far interagire l’occhio ’intellettuale‘ del filosofo e quello ’intuitivo‘ del poeta (entrambi sublimi facitori di parole) con quello ’sensibile‘, e più specificatamente ’visivo‘, dell’artista. Con il proposito di far emergere una serie di magiche corrispondenze; e soprattutto a partire dalla convinzione secondo cui artisti, filosofi, poeti, scrittori e musicisti sarebbero tutti ugualmente impegnati a far luce su un unico ’mistero‘: quello dell’esistere. Si tratta insomma di far emergere le più sottili e invisibili ’concordanze‘, e fors’anche la ’ritmica‘ che lega (logos-legein) in un unico svolgimento le raffinatissime testimonianze ‘discorsive’ di Carlo Invernizzi, quelle di Andrea Emo e quelle visive messe in opera dagli artisti – scelti in base alla specifica attenzione costantemente rivolta da ognuno di loro a ciò che, solo, può lasciar trasparire quanto, del reale, continua imperterrito a ’resistere‘ ad ogni volontà di addomesticante traduzione, costringendoci a cominciare ogni volta da capo. Situandoci in quella condizione impossibile, nonché inesperibile, per quanto necessaria e fors’anche esaltante, che, sola potrà forse rendere ragione del nostro altrimenti ’insensato‘ sentirci ’creatori‘“.

In quest’occasione gli scritti di Massimo Donà, del poeta Carlo Invernizzi e del filosofo Andrea Emo sono messi in relazione attiva con le opere esposte. Il percorso si articola sui due piani della galleria con l’intento di far emergere le possibili connessioni, relazioni e consonanze tra diversi linguaggi e ricerche. Così i lavori di Rodolfo Aricò, Carlo Ciussi, Philippe Decrauzat, Riccardo De Marchi, François Morellet, Mario Nigro, Pino Pinelli, Bruno Querci, Mauro Staccioli, Niele Toroni e Michel Verjux presenti al piano superiore sono messi in ideale connessione con la sezione pensata per la sala al piano inferiore, in cui si trovano le opere di Gianni Asdrubali, Nicola Carrino, Alan Charlton, Dadamaino, Nelio Sonego e Günter Umberg.

Durante l’inaugurazione della mostra Massimo Donà terrà un concerto con il suo Trio (composto, oltre che da Donà, alla tromba, da Michele Polga al sax tenore e da Davide Ragazzoni alla batteria). La performance jazzistica vedrà il trio impegnato, oltre che nell’esecuzione di alcune composizioni originali, anche a dialogare in modo estemporaneo con la voce di Tommaso Trini e con quella dello stesso Donà – chiamati, tutti insieme, a disegnare un’altra magica “relazione”: quella tra parola e suono. Forse, a dimostrazione del fatto che L’occhio filosofico non sarebbe tale se non invitasse tutte le più diverse forme espressive a connettersi per restituire, come in un’unica sinfonia, qualcosa che assomigli il più possibile al “ritmo originario” dell’esistere.

In occasione della mostra verrà pubblicato un volume con la riproduzione delle opere in mostra, un saggio introduttivo di Massimo Donà, poesie e scritti di Carlo Invernizzi, scritti di Andrea Emo e Massimo Donà e un apparato biografico.

MOSTRA: L’Occhio Filosofico
A CURA DI: Massimo Donà
ARTISTI ESPOSTI: Rodolfo Aricò, Gianni Asdrubali, Nicola Carrino, Alan Charlton, Carlo Ciussi, Dadamaino, Philippe Decrauzat, Riccardo De Marchi, François Morellet, Mario Nigro, Pino Pinelli, Bruno Querci, Nelio Sonego, Mauro Staccioli, Niele Toroni, Günter Umberg, Michel Verjux
PERIODO ESPOSITIVO: 13 aprile – 16 maggio 2018

Inaugurazione venerdì 13 aprile 2018  ore 18.30

PERFORMANCE DI MUSICA E PAROLE CON MASSIMO DONÀ,
TOMMASO TRINI, MICHELE POLGA E DAVIDE RAGAZZONI

A Arte Studio Invernizzi 

via D. Scarlatti, 12 Milano
lun-ven 10-13 e 15-19, sab su appuntamento
ingresso libero

Immagine: Michel Verjux, Poursuite du sol au plafond, centrée dans l’escalier, 2001

27
Mar

Teresa Margolles. Ya Basta Hijos De Puta

Il PAC di Milano presenta la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico. Vincitrice del Prince Claus Award 2012, Teresa Margolles ha rappresentato il Messico nella 53° Biennale di Venezia nel 2009 e le sue opere sono state esposte in numerosi musei, istituzioni e fondazioni internazionali. Con uno stile minimalista, ma di forte impatto e quasi prepotente sul piano concettuale, le 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza.

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, la mostra si inserisce nel calendario dell’Art Week, la settimana milanese dedicata all’arte contemporanea, in occasione della quale l’artista presenta una performance tributo a Karla, prostituta transessuale assassinata a Ciudad Juárez (Messico) nel 2016. Un gesto forte, che lascerà una ferita aperta sui muri del PAC e vedrà protagonista Sonja Victoria Vera Bohórquez, una donna transgender che si prostituisce a Zurigo.

La mostra si inserisce nella prima delle quattro linee di ricerca del PAC, quella che durante le settimane in cui Milano diventa vetrina internazionale con miart e Salone del Mobile e vede protagonisti i grandi nomi del panorama artistico internazionale: Teresa Margolles (2018) e Anna Maria Maiolino (2019).

Venerdì 13 aprile ore 19.30 performance in occasione di miart e Art Week
Domenica 15 aprile ore 18 visita guidata con il curatore
Visite guidate gratuite giovedì h 19 e domenica h 18

Una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale
sponsor PAC TOD’S
con il contributo di Alcantara e Cairo Editore
con il supporto di VulcanoPac

Padiglione d’Arte Contemporanea
Via Palestro, 14
20122 Milano
+39 02 8844 6359

YA BASTA HIJOS DE PUTA. TERESA MARGOLLES
dal 28 marzo al 20 maggio 2018
a cura di Diego Sileo

PROROGATA al 10 giugno 2018

Immagine in evidenza © Ph. Rafael Burillo | Teresa Margolles, 36 cuerpos, 2010, dettaglio