Category: installazione

18
Apr

Latifa Echakhch – Romance

Fondazione Memmo presenta, da venerdì 3 maggio, Romance, personale dell’artista franco-marocchina Latifa Echakhch, a cura di Francesco Stocchi.

Romance nasce dall’invito rivolto dalla Fondazione Memmo a Latifa Echakhch, per la realizzazione di un progetto inedito a partire dalle suggestioni derivanti dal suo incontro con il paesaggio, le atmosfere, la storia e le vicende socio-culturali di Roma.

La mostra trae origine da un processo di avvicinamento graduale che ha portato l’artista a scoprire, interiorizzare e tradurre gli stimoli raccolti nel corso delle sue visite.

Il titolo della mostra, Romance, riassume lo spirito dell’intervento di Latifa Echakhch volto a rappresentare la stratificazione architettonica, culturale e geologica della città, in cui si intrecciano differenti periodi storici e si mescolano molteplici linguaggi e registri espressivi. L’artista è interessata a esprimere questo sentimento di trasporto, di indagine e sorpresa attraverso un’istallazione realizzata negli spazi della Fondazione Memmo (le antiche scuderie di Palazzo Ruspoli): un’opera immersiva, inedita che richiama – sia concettualmente, sia per la tecnica realizzativa – i “capricci” architettonici in materiale cementizio che ornano i giardini di fine Ottocento.

Questa mostra segna una ulteriore tappa del percorso attraverso cui la Fondazione Memmo intende promuovere l’incontro di artisti internazionali con il tessuto produttivo e artigianale della città di Roma attraverso la produzione di progetti espositivi che rivisitino materiali e tecniche tradizionali.

Latifa Echakhch _ Romance
A cura di Francesco Stocchi
Anteprima stampa: 2 maggio 2019, ore 11.30
Vernissage: 2 maggio 2019, ore 18.00
Dal 3 maggio al 27 ottobre 2019

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)
Ingresso libero

CONTATTI PER LA STAMPA
PCM Studio
Via Farini, 70 | 20159 Milano
www.paolamanfredi.com

08
Apr

ROMAMOR di Anne et Patrick Poirier

A Villa Medici fino al 5 maggio 2019 è possibile visitare la prima mostra monografica di Anne e Patrick Poirier in Italia, ROMAMOR. A cura di Chiara Parisi, la mostra chiude l’ambizioso programma espositivo ideata da Muriel Mayette-Holtz – direttrice dal 2015 al 2018 – che ha visto alternarsi grandi nomi dal 2017, tra cui Annette Messager, Yoko Ono e Claire Tabouret, Elizabeth Peyton e Camille Claudel, Tatiana Trouvé e Katharina Grosse, senza dimenticare i numerosi artisti internazionali che hanno partecipato alla mostra nei giardini, Ouvert la Nuit. A questi progetti si sono affiancate le due grandi mostre dedicate ai pensionnaires, al crocevia tra ricerca e produzione, Swimming is Saving e Take Me (I’m yours).

Anne e Patrick Poirier sono tra le coppie francesi più celebri della scena artistica internazionale: una simbiosi creativa che ha preso corpo proprio a Villa Medici, cinquanta anni fa. Il trascorrere del tempo, le tracce e le cicatrici del suo passaggio, la fragilità delle costruzioni umane e la potenza delle rovine, antiche come contemporanee, sono la fonte cui attinge la loro creatività, assumendo le sembianze d’una archeologia permeata di malinconia e di gioco. Anne è nata nel 1941 a Marsiglia; Patrick nel 1942 a Nantes. Il loro lavoro è caratterizzato dall’impronta di violenza lasciata dall’epoca che hanno vissuto – loro che, sin dalla più tenera infanzia, si sono confrontati con la guerra e con i suoi paesaggi devastati. Nel 1943, Anne assiste ai bombardamenti del porto di Marsiglia, e Patrick perde suo padre durante la distruzione del centro storico di Nantes.

Vincitori del Grand Prix de Rome nel 1967, dopo aver frequentato l’École des arts décoratifs di Parigi, Anne e Patrick soggiornano a Villa Medici dal 1968 al 1972 – invitati da Balthus. Ed è proprio a Villa Medici che decidono di unire la loro visione artistica, firmando congiuntamente i lavori. Anne e Patrick Poirier appartengono a quella generazione di artisti che, viaggiando e aprendosi al mondo fin dagli anni Sessanta, sviluppa una fascinazione per le città e le civiltà antiche e, in particolare, i processi della loro scomparsa. In linea con questa sensibilità: città misteriose, ricostruzioni archeologiche immaginarie, fascino delle rovine, indagine di giardini, unione di opere storiche e produzioni in situ, sono gli elementi che danno vita alla mostra ROMAMOR a Villa Medici. La loro prima grande opera comune (1969), un plastico in terracotta di Ostia Antica, nasce dal ricordo delle varie peregrinazioni nell’antico porto romano, eletta dagli artisti terreno di scavi per eccellenza. Da allora, il proposito di ritrovare le tracce di una storia remota, li condurrà spesso a esperire l’assenza, la perdita delle architetture, dei segni e dell’eredità delle civiltà.

“Passiamo dall’ombra alla luce, alternativamente, dal nero al bianco, dall’ordine al caos, dalla rovina alla costruzione utopica, dal passato al futuro, e dalla introspezione alla proiezione. La duplice identità del nostro binomio di architetti-archeologi è ciò che consente questa erranza tra universi apparentemente lontani tra loro, dei quali cerchiamo le relazioni nascoste”, secondo le parole degli artisti. A Villa Medici, la mostra si apre con una La Palissade/Scavi in corso (2019) che conduce lo spettatore nello spazio della Cisterna offrendogli la visione di una monumentale maquette di rovine, Finis Terrae (2019) illuminate da una scritta Un monde qui se fait sauter lui-même ne permet plus qu’on lui fasse le portrait (2001). Permeato da queste prime visioni, lo spettatore entra nella prima sala con la presenza magica di una scultura luminosa, Le monde à l’envers (2019), costruita a partire di un globo terrestre e costellazioni, che confluisce in un autoritratto degli artisti sotto forma di Giano Bifronte, dio dell’inizio e della fine, rivolto al futuro sempre con un occhio al passato. Un’opera ambivalente, manifesto della mostra, da leggere come contrappunto all’arazzo Palmyre (2018), sulla devastazione del sito siriano da parte dell’Isis nel 2015. Lo spettatore prosegue trovando, al centro della sala successiva, L’incendie de la grande bibliothèque (1976), opera fondamentale degli artisti, realizzata a carbone, metafora architettonica della memoria, della mente umana e del suo funzionamento. A metà tra catastrofe e utopia, tra storia e mito, quest’opera pone lo spettatore di fronte al senso di fragilità caratteristico delle opere di Anne e Patrick Poirier. Ouranopolis (1995), ovvero la “città celeste”, occupa la sala successiva. “Dall’esterno, quasi nulla si vede”: sospesa al soffitto, la scultura consente di intravedere attraverso minuscoli fori, uno spazio interno che conta quaranta sale. Anne e Patrick parlano dell’amore che nutrono per le biblioteche, intese come metafore della memoria; un’attrazione che li conduce a creare dei musei-biblioteche ideali, in questo caso un edificio ellittico che sembra poter volare verso nuovi mondi, trasportando lontano il suo carico di immagini di fronte a una possibile catastrofe imminente. Lo spazio onirico che lo spettatore intravede dagli oblò si sviluppa, lungo la grande scalinata delle antiche scuderie di Villa Medici, catapultandolo all’interno di una “irrealtà inquietante”. Uno spazio luminoso, Le songe de Jacob (2019), composto da nomi di costellazioni, scale fosforescenti, forme serpentine sospese, piume bianche sparse sulla scalinata accompagnano il passo dello spettatore, gradino dopo gradino, sino a raggiungere lo spazio successivo, di immacolato candore, dove appare Rétrovisions(2018), autoritratto tridimensionale della coppia che si riflette in uno specchio, circondata da parole al neon che parlando di utopia, illuminano lo spazio, abbagliandoci. Poco lontano, Surprise Party (1996): un mappamondo sgonfio e sbiadito poggiato su un vecchio giradischi crepitante, a sua volta posato su una vecchia valigia – altro elemento chiave del vocabolario dei Poirier – che evoca una geografia nomade, “un mondo che gira al contrario. Una terra che stride”. Tra vertigini e vestigia, lo spettatore si trova di fronte a Dépôt de mémoire et d’oubli(1989): una croce che svetta, fatta di impronte lasciate sulla carta di maschere di dei antichi. Con l’opera Lost Archetypes (1979), lo sguardo si trova davanti alla ricostruzione in scala umana di grandi opere architettoniche: una serie di quattro plastici bianchi di siti in rovina. Tra passato, presente e futuro, caduta, costruzione ed elevazione, Anne e Patrick Poirier fanno vacillare i punti di riferimento storici del pubblico romano. Nella sala successiva, i collages: disegni vegetali fissati nella cera, Journal d’Ouranopolis (1995), un tentativo di lottare contro la privazione della memoria e dell’oblio. La sensazione di vulnerabilità, che presiede alla distruzione del nostro mondo, si ritrova nelle immagini di Fragility e Ruins (1996). La mostra si estende al giardino di Villa Medici: nel Piazzale, gli artisti disegnano con delle pietre di marmo di Carrara, la forma di un cervello umano, Le Labyrinthe du Cerveau (2019), con i suoi due emisferi. Un “manifesto autobiografico bicefalo”, che raffigura la congiunzione delle loro menti, metafora di una pratica di coppia che rievoca la tematica da loro esplorata negli ultimi cinquant’anni: i meccanismi legati al passare del tempo. Le loro costruzioni sono come grandi cervelli, paesaggio che bisogna percorrere. Amano dire, a questo proposito: “L’immagine del cervello, fatto di due emisferi, è ciò che meglio può rappresentarci; rappresentare contemporaneamente l’unità e la diversità della simbiosi che siamo”. Il visitatore continua la sua passeggiata immaginando di prendere una pausa nella monumentale sedia in granito, Siège Mesopotamia (2012-15) che troneggia nel giardino. Poco lontano, nella Fontana dell’obelisco, si intravede Regard des Statues (2019): anonimi occhi in gesso ci appaiono deformati dall’acqua in cui sono immersi. L’occhio che guarda il cielo, il tempo, l’occhio del ricordo e dell’oblio, l’occhio della storia e della violenza, conduce lo spettatore all’Atelier Balthus, dove emerge un’opera mitica, realizzata proprio a Villa Medici nel 1971: stele di carta, costruite a partire dai calchi delle Erme – le figure in marmo che costellano i viali del giardino della Villa – accompagnate da libri-erbari, “quaderni che recano annotazioni personali e disegni”, e medaglioni di porcellana su cui sono raffigurate le stesse immagini funebri. La parola che dà nome alla mostra, ROMAMOR (2019), appare in neon nel portico dell’Atelier Balthus in omaggio a questa città così importante da un punto di vista artistico e umano per i due artisti.Continue Reading..

29
Mar

Jenny Holzer: Thing Indescribable

The Guggenheim Museum Bilbao presents Jenny Holzer: Thing Indescribable, a survey of work by one of the most outstanding artists of our time. Sponsored by the Fundación BBVA, this exhibition features new works, including a series of light projections on the facade of the museum, which can be viewed each night from March 21 to March 30. Holzer’s work has been part of the museum’s fabric since its beginnings, in the form of the imposing Installation for Bilbao (1997). Installed in the atrium, the work—commissioned for the museum’s opening—is made up of nine luminous columns, each more than 12 meters high. Since last year, this site-specific work has been complemented by Arno Pair (2010), a set of engraved stone benches gifted to the museum by the artist.

The reflections, ideas, arguments, and sorrows that Holzer has articulated over a career of more than 40 years will be presented in a variety of distinct installations, each with an evocative social dimension. Her medium—whether emblazoned on a T-shirt, a plaque, a painting, or an LED sign—is language. Distributing text in public space is an integral aspect of her work, starting in the 1970s with posters covertly pasted throughout New York City and continuing in her more recent light projections onto landscape and architecture.

Visitors to this exhibition will experience the evolving scope of the artist’s practice, which addresses the fundamental themes of human existence—including power, violence, belief, memory, love, sex, and killing. Her art speaks to a broad and ever-changing public through unflinching, concise, and incisive language. Holzer’s aim is to engage the viewer by creating evocative spaces that invite a reaction, a thought, or the taking of a stand, leaving the sometimes anonymous artist in the background.

Jenny Holzer
Thing Indescribable
March 22–September 9, 2019

Guggenheim Bilbao
Abandoibarra et.2
48001 Bilbao
Spain

jennyholzer.guggenheim-bilbao.eus

Curated by: Petra Joos, curator of the Guggenheim Museum Bilbao

Image: Jenny Holzer, Survival, 1989

28
Mar

Italian Pavilion at the Venice Biennale. Neither Nor: The challenge to the Labyrinth

Neither Nor: The challenge to the Labyrinth (Né altra Né questa: La sfida al Labirinto) is the title of the exhibition for the Italian Pavilion at the 58th Venice Biennale, curated by Milovan Farronato and featuring work by Enrico David (Ancona, 1966), Chiara Fumai (Rome, 1978–Bari, 2017) and Liliana Moro (Milan, 1961).

The subtitle of the project alludes to La sfida al labirinto (The Challenge to the Labyrinth), a seminal essay written by Italo Calvino in 1962 that has been the inspiration for Neither Nor. In this text the author proposed a cultural work open to all possible languages and that felt itself co-responsible in the construction of a world which, having lost its traditional points of reference, no longer asked to be simply represented. To visualize the intricate forms of contemporary reality, Calvino turned to the vivid metaphor of the labyrinth: an apparent maze of lines and tendencies that is in reality constructed on the basis of strict rules.

Interpreting this line of thought in an artistic context, Neither Nor—whose Italian title, Né altra Né questa, already uses the rhetorical figure of the anastrophe to disorientate—gives agency to a project of ‘challenge to the labyrinth’ that takes Calvino’s lesson on board by staging an exhibition whose layout is not linear and cannot be reduced to a set of tidy and predictable trajectories. Many generous journeys and interpretations are offered to the public, whom the exhibition entrusts with the chance to take on an active role in determining the route they will take and thereby find themselves confronted with the result of their own choices, accepting doubt and uncertainty as inescapable parts of understanding.

The exhibition is accompanied by a Public Program including talks by Enrico David, Liliana Moro and Prof. Marco Pasi, as well as the presentation of Bustrofedico (“Boustrophedon”), a new experimental short film by Italian filmmaker Anna Franceschini documenting the exhibition, produced by In Between Art Film and Gluck50, to be premiered in Venice at the end of the show. The Educational Program, promoted by the Directorate-General for Contemporary Art and Architecture and Urban Peripheries (DGAAP) of the Ministry for the Cultural Heritage and Activities, invites participants to collectively study and perform a choreography conceived by Christodoulos Panayiotou (Limassol, Cyprus, 1978), inspired by the ‘Dance of the Cranes’ which, according to the ancient Greek poet Callimachus, celebrated Theseus’s escape from the Labyrinth of Knossos. The Programs are curated by Milovan Farronato, Stella Bottai and Lavinia Filippi, and will be held in the spaces of the Italian Pavilion.

Neither Nor: The challenge to the Labyrinth will be accompanied by a bilingual catalogue published by Humboldt Books, with essays by Stella Bottai, Italo Calvino, Enrico David, Milovan Farronato, Lavinia Filippi, Chiara Fumai, Liliana Moro, Christodoulos Panayiotou, Emanuele Trevi.

The Italian Pavilion is realized also with the support of Gucci and FPT Industrial, main sponsors of the exhibition, and the contribution of the main donor Nicoletta Fiorucci Russo. Special thanks also go to all the other donors for their fundamental contributions to the project; we are grateful as well to the technical sponsors Gemmo, C&C-Milano and Select Aperitivo.

Neither Nor: The challenge to the Labyrinth
Italian Pavilion at the Venice Biennale
May 11–November 24, 2019

Italian Pavilion at the Venice Biennale
Arsenale
Venice
Italy

www.neithernor.it

Commissioned by the Ministry for Cultural Heritage and Activities
DGAAP – Directorate-General for Contemporary Art and Architecture Urban Peripheries
Commissioner: Federica Galloni, Director General DGAAP

Curated by Milovan Farronato

source: e-flux

26
Mar

La ferita della bellezza. Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina

Alberto Burri, chiamato a realizzare un intervento per la ricostruzione del paese distrutto dal terremoto nella Valle del Belice del 1968, decide di intervenire sulle macerie della città di Gibellina, creando l’opera di Land Art più grande al mondo. Le ricopre di un sudario bianco, di un’enorme gettata di cemento che ingloba i resti e riveste, in parte ricalcandola, la planimetria della vecchia Gibellina. Culmine del percorso interpretativo sono le fotografie in bianco e nero di Aurelio Amendola sul Grande Cretto. Fotografo che per eccellenza ha raccolto le immagini di Burri, dei suoi lavori e dei processi creativi, Amendola ha realizzato gli scatti in due riprese, nel 2011 e nel 2018, a completamento avvenuto dell’opera (2015).

Nel percorso inoltre, il video di Petra Noordkamp – prodotto e presentato nel 2015 dal Guggenheim Museum di New York, in occasione della grande retrospettiva The Trauma of Painting –  filma in un racconto poetico e di grande sapienza tecnica l’opera di Burri e il paesaggio circostante.

Alcune opere uniche dell’artista, veri e propri capolavori, inoltre, estendono non solo ai Cretti ma anche ai Sacchi, ai Legni, ai Catrami, alle Plastiche e a una selezione di opere grafiche la lettura proposta dal celebre psicanalista.
È una ferita che è dappertutto, che trema ovunque. Una scossa, un tormento, un precipitare di fessurazioni infinite ed ingovernabili.

Come scrive Recalcati in Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina, nei Legni la ferita è generata dal fuoco e dalla carbonizzazione del materiale ma, soprattutto, dal resto che sopravvive alla bruciatura. Nelle Combustioni, lo sgretolamento della materia, la manifestazione della sua umanissima friabilità, della sua più radicale vulnerabilità, viene restituita con grande equilibrio poetico e formale. È ciò che avviene anche con le Plastiche dove, ancora una volta, è sempre l’uso del fuoco a infliggere su di una materia debole ed inconsistente come la plastica, l’ustione della vita e della morte.

In occasione della mostra, realizzato dalla casa editrice Magonza un importante volume stampato su carta di pregio e di grande formato con testimonianze e ricerche inedite su Alberto Burri, la sua opera e Il Grande Cretto di Gibellina. Un nuovo testo di Massimo Recalcati raccoglie gli sviluppi ulteriori della sua ricerca, insieme a interventi di storici dell’arte quali Gianfranco Maraniello e Aldo Iori.

Organizzata una conferenza ad hoc tenuta da Massimo Recalcati, un’occasione di una riflessione ampia sull’opera di Alberto Burri e sulla mostra.

La ferita della bellezza. Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina
Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese
dal 23 marzo al 9 giugno 2019

nei seguenti orari: dal 23 marzo al 31 maggio 2019
da martedì a venerdì e festivi (lunedì di Pasqua) ore 10.00 – 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30)
sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30).
Giorni di chiusura: lunedì e 1 maggio

dal 1 al 9 giugno 2019
da martedì a venerdì e festivi ore 13.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
Giorni di chiusura: lunedì

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Progetto espositivo itinerante. Dopo la tappa romana l’esposizione riallestita da giugno 2019 ad ottobre 2019 al MAG Museo Alto Garda a Riva del Garda in collaborazione con il MART Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Ingresso gratuito

Tel 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
con un prestito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma
A cura di Massimo Recalcati con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi
Servizi museali Zètema Progetto Cultura
Prodotta da Magonza editore (www.magonzaeditore.it)
Con il patrocinio di Regione Lazio, Regione Sicilia, Comune di Gibellina, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Fondazione Orestiadi con un  prestito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma
Con il sostegno di Broker ufficiale; PL Ferrari; A Member of the Lockton Group of Companies
20
Mar

Miart 2019

A Milano dal 5 al 7 aprile 2019 torna miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano e diretta per il terzo anno da Alessandro Rabottini. 186 gallerie provenienti da 19 paesi esporranno opere di maestri moderni, artisti contemporanei affermati ed emergenti e designer storicizzati e sperimentali. In occasione di miart 2019, fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano, una nuova edizione della Milano Art Week coinvolgerà visitatori, collezionisti e professionisti.

Concepita da miart in collaborazione con il Comune di Milano, la Milano Art Week conferma lo status di capitale culturale e creativa di Milano mettendo in scena una gamma incredibilmente diversificata di posizioni artistiche – sia storiche sia contemporanee – attraverso nuove commissioni artistiche, mostre monografiche e collettive tematiche. A partire dal 1 aprile, ogni giornata della Milano Art Week ospiterà opening e visite straordinarie presso mostre e progetti artistici tra cui, fra gli altri:

– Sheela Gowda, a cura di Nuria Enguita e Lucia Aspesi; Giorgio Andreotta Calò, a cura di Roberta Tenconi presso Pirelli HangarBicocca
– Lizzie Fitch / Ryan Trecartin presso Fondazione Prada
– Ibrahim Mahama alla Fondazione Nicola Trussardi, a cura di Massimiliano Gioni
– Anna Maria Maiolino presso PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, a cura di Diego Sileo
– XXII Triennale di Milano. Broken Nature: Design Takes on Human Survival a cura di Paola Antonelli presso La Triennale di Milano
– Lygia Pape alla Fondazione Carriero, a cura di Francesco Stocchi
The Unexpected Subject. 1978 Art and Feminism in Italy presso FM – Centro per l’Arte Contemporanea, a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna
– Renata Boero, a cura di Anna Daneri e Iolanda Ratti; Marinella Pirelli, a cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti al Museo del Novecento
– Antonello da Messina, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa; Jean-Auguste-Dominique Ingres, a cura di Florence Viguier a Palazzo Reale
– Carlos Amorales alla Fondazione Adolfo Pini, a cura di Gabi Scardi
– Sophia Al-Maria presso Fondazione Arnaldo Pomodoro, a cura di Cloé Perrone
– Jamie Diamond presso Osservatorio Fondazione Prada, a cura di Melissa Harris
– Morbelli (1853-1919) alla GAM – Galleria d’Arte Moderna, a cura di Paola Zatti
Hyper Visuality. Film & Video Art from the Wemhöner Collection a Palazzo Dugnani e curata da Philipp Bollmann
– Hans Josephsohn presso ICA, a cura di Alberto Salvadori
– Anj Smith presso il Museo Poldi Pezzoli
The Last Supper After Leonardo alla Fondazione Stelline e curata da Demetrio Paparoni

La Milano Art Week porterà in scena anche la performance attraverso alcune prestigiose commissioni, fra cui mk e Linda Fregni Nagler presso Triennale Teatro dell’Arte e Anna Maria Maiolino al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea.

La Milano Art Week 2019 culminerà con la Art Night di sabato 6 aprile – una serata di inaugurazioni e performance diffuse nei numerosi spazi non profit e di sperimentazione della città – e con l’ apertura straordinaria delle gallerie milanesi prevista per domenica 7.

miart vi aspetta a Milano dal 5 al 7 aprile 2019 (con anteprima VIP il 4 aprile)!

Main Partner : Intesa Sanpaolo – Intesa Sanpaolo Private Banking
Partner : Herno, Fidenza Village, Snaporazverein, LCA Studio Legale
miartalks powered by : In Between Art Film
Sponsor : Ruinart, Flos, Nava press
Media Partner : Elle Decor
International Media Partner: The New York Times
Official Guide : My Art Guides
Online exclusively on : Artsy

La campagna visiva Horizon è un racconto per immagini dal sapore cinematografico che celebra il tema dell’arte come luogo di esplorazione, scoperta e mutamento.

Horizon è stata realizzata da:
fotografo Jonathan Frantini
Art Direction di Francesco Valtolina per Mousse
Assistente Art Direction: Anita Poltronieri (Mousse)
Assistente fotografo: Francesca Gardini, Giacomo Lepori
Casting: Semina Casting
Modelli: Amelie, Lorenzo, Clara, Federico, Alessandro, Mohamed, Sara, Angela, Martina, Alessandro, Nicolo’, Davide, Loreley, Mehdi
15
Mar

Manifesto. Julian Rosefeldt

L’architettura del Palazzo delle Esposizioni viene ridisegnata dall’installazione Manifesto di Julian Rosefeldt articolata in 13 grandi schermi con storie diverse che, di tanto in tanto, si accordano nella potenza di una voce corale.

L’opera, apparsa per la prima volta nel 2015, rende omaggio alla tradizione toccante e alla bellezza letteraria dei manifesti artistici del Novecento, mettendo allo stesso tempo in discussione il ruolo svolto dalla figura dell’artista nella società contemporanea. Per ciascuna delle 13 proiezioni, Rosefeldt ha creato un collage di testi attingendo ai manifesti di futuristi, dadaisti, Fluxus, suprematisti, situazionisti, Dogma 95 e di altri collettivi o movimenti o alle riflessioni individuali di artisti, danzatori e registi come Umberto Boccioni, Antonio Sant’Elia, Lucio Fontana, Claes Oldenburg, Yvonne Rainer, Kazimir Malevich, André Breton, Elaine Sturtevant, Sol LeWitt, Jim Jarmusch, Guy Debord, Adrian Piper, John Cage.

Ogni stazione presenta una diversa situazione incentrata, ad eccezione del prologo, su undici diversi personaggi femminili e su uno maschile: un senzatetto, una broker, l’operaia di un impianto di incenerimento dei rifiuti, una CEO, una punk, una scienziata, l’oratrice a un funerale, una burattinaia, la madre di una famiglia conservatrice, una coreografa, una giornalista televisiva e un’insegnante, tutte figure interpretate dall’attrice australiana Cate Blanchett. È lei a infondere nuova linfa drammatica alle parole dei manifesti che risuonano in contesti inaspettati.Nel suo complesso, l’opera si presenta come un “manifesto dei manifesti”, che l’artista definisce una sorta di call to action contemporanea, nella quale il significato politico è verificato alla luce di una componente performativa. Frutto, in molti casi, di una rabbia o di una vitalità giovanili, i manifesti del Novecento non solo esprimono il desiderio dei loro autori di cambiare il mondo attraverso l’arte, ma si fanno interpreti della voce di un’intera generazione. Esplorando la potenza e l’urgenza di queste affermazioni – espresse con passione e convinzione dagli artisti di epoche diverse – Manifesto si chiede se le parole e sentimenti in esse contenute, abbiano retto la prova del tempo.

Hanno ancora un significato universale? E come sono cambiate le dinamiche tra politica, arte e vita vissuta?

Manifesto è un’opera, scritta, diretta e prodotta da Julian Rosefeldt. È stata commissionata dall’ACMI – Australian Centre for the Moving Image di Melbourne, l’Art Gallery of New South Wales di Sydney, dalla Nationalgalerie – Staatliche Museen zu Berlin e dallo Sprengel Museum di Hanover; co-prodotta da Burger Collection Hong Kong e Ruhrtriennale e realizzata grazie al generoso sostegno di Medienboard Berlin-Brandenburg e in cooperazione con Bayerischer Rundfunk.

Manifesto. Julian Rosefeldt
fino al 21 aprile 2019

Palazzo delle Esposizioni
Roma,Via Nazionale 194

Immagine in evidenza: video still frame from Manifesto@Palazzo Esposizioni, 2019_ph. amaliadilanno

21
Feb

Dan Flavin

La Galleria Cardi di Milano è lieta di presentare una mostra personale del leggendario artista minimalista americano Dan Flavin. La mostra è organizzata in collaborazione con l’Estate di Dan Flavin ed è accompagnata da un catalogo illustrato che include un saggio dello stimato critico d’arte italiano Germano Celant.

L’artista americano Dan Flavin (1933-1996) è riconosciuto a livello internazionale per le sue installazioni e opere scultoree realizzate esclusivamente con lampade fluorescenti disponibili in commercio. La mostra alla Cardi Gallery di Milano presenterà quattordici opere luminose dalla fine degli anni ’60 agli anni ’90 che mostrano l’evoluzione di oltre quattro decenni delle ricerche dell’artista sulle nozioni di colore, luce e spazio scultoreo. Nell’estate del 1961, mentre lavorava come guardia presso l’American Museum of Natural History di New York, Flavin iniziò a realizzare schizzi per sculture che incorporavano luci elettriche. Più tardi quell’anno, tradusse i suoi schizzi in assemblaggi, che chiamò “icone”, che accostavano le luci a costruzioni di Masonite dipinte di un colore solo. Nel 1963, rimosse completamente il supporto rettangolare e iniziò a lavorare con le sue lampade fluorescenti. Nel 1968, Flavin espanse le sue sculture ad ambienti grandi come una camera e riempì un’intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, Kassel (1968). Flavin negava sempre con enfasi che le sue installazioni scultoree di luce avessero alcun tipo di dimensione trascendente, simbolica o sublime, affermando: “È quello che è e non è nient’altro”. Sosteneva che le sue opere fossero semplicemente luce fluorescente che rispondeva a uno specifico ambiente architettonico. Usando la luce come mezzo, Flavin è stato in grado di ridefinire il modo in cui percepiamo lo spazio pittorico e scultoreo.

Daniel Flavin è nato a Giamaica, New York, nel 1933. Ha studiato in seminario per un breve periodo prima di arruolarsi nell’Aeronautica degli Stati Uniti. Durante il servizio militare nel 1954-55, Flavin ha studiato arte attraverso il Programma di estensione dell’Università del Maryland in Corea. Al suo ritorno a New York nel 1956, ha brevemente frequentato la Scuola di Belle Arti Hans Hofmann e ha studiato storia dell’arte presso la New School for Social Research. Nel 1959, ha frequentato corsi di disegno e pittura presso la Columbia University; quell’anno, iniziò a creare assemblaggi e collage oltre che dipinti che indicavano il suo primo interesse per l’espressionismo astratto. Nel 1961, ha presentato la sua prima mostra personale di collage e acquerelli alla Judson Gallery di New York. Dopo questa mostra l’artista inizia a produrre quello che diventerà un corpo di lavoro singolarmente coerente e prodigioso che ha utilizzato esclusivamente lampade fluorescenti disponibili in commercio per creare installazioni di luce e colore con composizioni sistematiche. Le principali retrospettive del lavoro di Flavin sono state organizzate dalla National Gallery of Canada di Ottawa (1969), St. Louis Art Museum (1973), Kunsthalle Basel (1975) e Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1989). Ha anche eseguito molte commissioni per lavori pubblici, tra cui l’illuminazione di numerosi binari alla Grand Central Station di New York nel 1976. Flavin è morto il 29 novembre 1996 a Riverhead, New York. Sia il Deutsche Guggenheim di Berlino nel 1999 che la Dia Foundation for the Arts nel 2004 hanno montato importanti retrospettive postume del lavoro dell’artista. Nel 1996, su invito del prete italiano Giulio Greco, Dan Flavin ha creato un progetto site-specific come elemento centrale per il restauro e il rinnovamento della chiesa di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa di Milano, progettata da Giovanni Muzio negli anni ’30.

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18
Feb

Antony Gormley. ESSERE

THE GALLERIE DEGLI UFFIZI IS PLEASED TO ANNOUNCE

ESSERE

A FORTHCOMING EXHIBITION OF WORK BY ANTONYGORMLEY
TO RUN FROM 26 FEBRUARY TO 26 MAY 2019

‘Can an object be the catalyst for new thoughts and behaviours?’ Antony Gormley

This exhibition – which is to be held in the Aula Magliabechiana in Uffizi from 26 February to 26 May 2019 – brings together works of different materials and scales that explore the body in space and the body as space. There are 12 works in the expansive new ground floor gallery, where natural light will play into 12 discrete vaulted spaces defined by six stone columns and no internal walls. Two further works are placed in the context of the historic collection and another is installed on the terrace of the Uffizi. At the core of the show there is a dialogue between two sculptures, Passage and Room, made 35 years apart. Both deal with the space of the body. Passage (2016), a 12 metre-long Corten steel tunnel in human form – allows viewers to enter, while Room (1980), a set of the artist’s clothes cut into a continuous 8 millimetre-wide ribbon expanded into an enclosure 6 metres square, keeps them out. The show is predicated on these two works and the dialogue between stasis and movement: imaginative and actual space. The artist states: “I use the indexical impression of my own living body rather than mimesis to make work that both displaces and encloses, to engage and activate attention.” There are a number of specially made new works in the exhibition, including Veer II (2018), a three-dimensional life-size cast iron evocation of a tense nervous system at the core of the body, and Breathe (2018), a large lead- covered expansion work that applies the cosmic principles of the Big Bang to the singularity of a subjective body. Interaction with the city’s precious cultural heritage, and with the Uffizi in particular, is the prerogative of to two examples of the bodyform Another Time: one is placed amongst the classical sculptures on the piano nobile and the other is installed outdoors on the terrace of the Uffizi, looking out over Piazza della Signoria. A third instance of interaction with the Uffizi’s historic collection takes the shape of a room devoted to dialogue with the Sleeping Hermaphrodite, a Roman copy from the imperial age of a 2nd century BC Hellenistic original resting on a plinth, and the floor-hugging blockwork, Settlement(2005).

Departing from ideas about an exhibition as a space for aesthetic contemplation or the enjoyment of narrative or representation, Essere invites our active participation as connectors between defined objects and open space in which mass and void, dark and light, hard and soft engage the viewer’s presence in space.Continue Reading..

09
Feb

MKUltra, il nuovo progetto di Mustafa Sabbagh

Wrong Weather Gallery è orgogliosa di accogliere il ritorno di Mustafa Sabbagh all’interno del proprio spazio espositivo, con la presentazione dell’installazione multimediale site-specific MKUltra. L’artista di fama internazionale, che ha fatto della sperimentazione una delle sue cifre più potenti, si appropria della sigla di uno dei progetti più sperimentali – e meno etici – della storia dell’umanità, per sovvertirne concettualmente l’esito attraverso un’arma altrettanto detonante: il gesto artistico. In mostra da Wrong Weather la cristallizzazione di un brainwashing, innescata in un esorcismo muto e serrato tra fotografia e scultura, sclerotizza età e identità incenerendo lineamenti, chiudendo occhi, obnubilando volti. Tutto per un solo scopo: quello di non disinnescare mai il pensiero.

EN below_

Wrong Weather Gallery is proud to welcome the return of Mustafa Sabbagh within its exhibition space, with the presentation of the site-specific multimedia installation MKUltra. The internationally renowned artist, who has made experimentation one of his most powerful features, appropriates the title of one of the most experimental – and less ethical – projects in the history of mankind, to conceptually subvert its outcome through an equally detonating weapon: the artistic gesture. On show in Wrong Weather a brainwashing’s crystallization, triggered in a silent and tight exorcism between photography and sculpture, scleroticizes age and identity incinerating features, closing eyes, obscuring faces. All for one purpose: that of never defusing thought.

MKUltra. Mustafa Sabbagh
vernissage: sat february 9th, h. 17:00:00, in the artist’s presence

#exhibition 9th February – 28th February 2019

WWG opening hours: monday to saturday, 10:30 – 19.30

wrong weather gallery
avenida da boavista, 754
4100-111 porto, portugal