Category: pittura

31
Mar

Hermann Nitsch – O.M.T. Colore dal Rito

“Il mio teatro delle orge e dei misteri concentra l’esperienza intensa, il rituale nel senso della forma, creando un festival dell’esistenza, un’esperienza concentrata, consapevole e sensuale, del nostro esser(ci)”, Hermann Nitsch.

Il CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno ospita dal 25 marzo prossimo sino al 9 luglio la mostra Hermann Nitsch O.M.T Orgien Mysterien Theatre (Teatro delle Orge e dei Misteri) – Colore dal Rito, personale dedicata al grande maestro austriaco, esponente dell’Azionismo viennese, dell’Informale e quindi creatore di performance e installazioni molto discusse e rimaste memorabili.

Curata da Italo Tomassoni e da Giuseppe Morra, dal 1974 storico gallerista ed editore degli scritti di Nitsch cui ha dedicato nel 2008 un Museo a Napoli, la mostra raccoglie circa 40 opere, divise in 9 diversi cicli di lavori, realizzati tra il 1984 e il 2010 e allestite come fossero un’unica grande opera aperta negli spazi del CIAC, che diversifica nuovamente la propria offerta espositiva offrendo l’opportunità di incontrare uno tra i maggiori protagonisti dell’arte internazionale della seconda metà del Novecento.

Hermann Nitsch (1938) massimo esponente dell’Azionismo viennese, elabora già dal 1957-1960 la sua idea di Orgien Mysterien Theatre (Teatro delle Orge e dei Misteri): esperienza di arte totale legata al concetto psicanalitico di Abreaktion, cioè la scarica emozionale che consente ad un soggetto di rimuovere gli effetti di accadimenti drammatici. L’esecuzione di atti orgiastici e onanistici con la messinscena di riti sacrificali consente, secondo l’artista, la liberazione catartica da tabù religiosi, moralistici, sessuali. Nel frattempo Nitsch dipinge seguendo il movimento del tachisme cioè l’immediatezza del gesto che versa o schizza colori sulla tela, anche usando direttamente le mani. Dal 1961 si intensificano le azioni in cui Nitsch comincia ad utilizzare gli animali macellati, il cui sangue viene usato come colore, così come aumenta il numero di partecipanti alle sue azioni con attori passivi crocefissi e cosparsi di sangue e attori attivi che utilizzano interiora di animali, si diversificano i materiali e gli apparati scenici. La provocazione si fa sempre più spinta tanto che nel 1965 Nitsch andrà in carcere per due settimane, ma si allarga anche il giro delle sue relazioni internazionali, specie con la Germania e gli Stati Uniti. Nel 1971 acquista il castello di Prinzerdorf in Austria che diventa la sede del suo Orgien Mysterien Theatre. Nel 1974 entra in contatto a Napoli con Giuseppe Morra e il suo Studio che diviene la sua galleria e il suo editore di riferimento, pubblicando l’O.M. Theatre 2, sua opera teorica fondamentale e gli spartiti musicali delle sue molteplici azioni sceniche. Nel corso degli anni Settanta-Ottanta si intensificano le partecipazioni alle grandi rassegne internazionali, gli interventi in prestigiosi musei e le esecuzioni musicali. Nel 1984 la sua 80.ma azione dura tre giorni e tre notti consecutive e dieci anni dopo Morra ne pubblica la partitura integrale. Dagli anni Novanta prevalgono in tutto il mondo le esposizioni dotate di forte energia espressiva, in cui Nitsch installa i relitti, gli oggetti, le grandi tele, le partiture, i progetti grafici che hanno dato vita alla sua personalissima esperienza artistica, in cui confluiscono teatro, pittura, musica, fotografia, video, performance.

La mostra presenta alcune celebri installazioni di Nitsch come 18b.malaktion, 1986 Napoli Casa Morra. Si tratta di grandi tele dove domina il colore rosso versato o schizzato, “una pittura d’azione – afferma Nitsch – che assolve una funzione drammatica, coinvolgendo gli spettatori, come un accadere drammatico che si manifesta a mò di litania, all’interno del mio teatro, attraverso una esibizione pittorica”. Oppure azioni dimostrative-teoriche come 108.lehration, 2001 Roma Galleria d’Arte Moderna, dove in altre grandi tele Nitsch evidenzia elementi base del suo teatro, cercando “il segreto profondo del colore” e dando precise indicazioni sulla propria teoria estetica, le sue speculazioni filosofiche e la sua idea del cosmo.

E 130.aktion installazione di relitti, 2010 Museo Nitsch Napoli, dove l’artista costruisce opere autonome ma al tempo stresso tracce rielaborate delle sue precedenti azioni sceniche con elementi che provengono dall’azione stessa come grandi teli bianchi e camici macchiati di sangue, barelle servite per trasportare corpi che divengono tavoli o altari, attrezzi chirurgici come bisturi o divaricatori, provette e alambicchi che rimandano al corpo e ai suoi umori, zollette di zucchero e fazzolettini di carta messi in file perfettamente regolari, che suggeriscono sensazioni di freschezza e purezza. Relitti come installazioni di quanto è già avvenuto, testimonianza di un evento sacrificale assente, segni rituali e formali di fatti fisici e carnali.Continue Reading..

26
Mar

Anselm Kiefer. For Louis-Ferdinand Céline: Voyage au bout de la nuit

For Louis-Ferdinand Céline: Voyage au bout de la nuit, a large-scale installation by Anselm Kiefer, one of the most important living artists, will be presented by Copenhagen Contemporary (CC) from April 2 through August 6.

Anselm Kiefer’s paintings and sculptures are filled with references to the past. In the almost 50 years since he began working as an artist in postwar Germany, he has found inspiration in historical events, literature, poetry, alchemy, astronomy, chemistry, and religion. This exhibition includes four paintings and four lead sculptures of airplanes. The work, which is monumental in size, has never been exhibited before.

Kiefer has been making lead airplane sculptures since the late 1980s. The pieces in this exhibition, with their battered, war-weary aura, dominate a 1500-square-meter space. The allegorically significant airplanes are juxtaposed and converse with a series of paintings that measure up to 6.6m in height and 11.4 meters in width. The paintings contain references to photographs the artist took during his travels in the Gobi Desert in 1993 and also to a scene in Ingeborg Bachmann’s Book of Franza (1955), in which the title character unsuccessfully seeks solace in the barrenness of the desert.

The multiplicity of references and the diversity of materials can be—although not necessarily should be—interpreted as alluding to the philosophy of Emanationism, which holds that all things flow from and return to one infinite entity.

About Anselm Kiefer
Anselm Kiefer was born in Donaueschingen, Germany in 1945 and has lived and worked in France since 1993. After studying law, and Romance languages and literature, Kiefer devoted himself entirely to painting. He attended the School of Fine Arts at Fribourg-in-Brisgau, then the Art Academy in Karlsruhe He has exhibited widely, including solo shows at MoMA, New York (1988); Neue Nationalgalerie, Berlin (1991); The Metropolitan Museum of Art, New York (1998); Fort Worth Museum of Art, Texas (2005); the San Francisco Museum of Modern Art (2006); Mass MoCA, Massachusetts (2007); Guggenheim Museum, Bilbao (2007); Grand Palais, Paris (2007); Louisiana Museum of Modern Art, Denmark (2010); the Rijksmuseum, Amsterdam (2011); Tel Aviv Museum of Art (2011); The Royal Academy of Arts, London (2014); the Centre Georges Pompidou and the Bibliothèque Nationale de France, Paris (2015). In 2007 Kiefer became the first artist to be commissioned to install a permanent work at the Louvre, Paris since Georges Braque some 50 years earlier. In 2009 he created an opera, Am Anfang, to mark the 20th anniversary of the Opéra National de Paris.

About Copenhagen Contemporary
Copenhagen Contemporary (CC) is an independent institution established in 2015 which works to create an international center for contemporary art and cultural experiences in Copenhagen.

Anselm Kiefer. For Louis-Ferdinand Céline: Voyage au bout de la nuit
April 2–August 6, 2017
Opening: April 1, 5–9pm

Copenhagen Contemporary
Trangravsvej 10-12
1436 Copenhagen
Denmark
Hours: Tuesday–Sunday 11am–6pm,
Thursday 11am–9pm

T +45 29 89 72 88
contact@cphco.org

Photo: © Anselm Kiefer

22
Mar

Georgia O’Keeffe: Living Modern

Georgia O’Keeffe: Living Modern takes a new look at how the renowned modernist artist proclaimed her progressive, independent lifestyle through a self-crafted public persona—including her clothing and the way she posed for the camera. The exhibition expands our understanding of O’Keeffe by focusing on her wardrobe, shown for the first time alongside key paintings and photographs. It confirms and explores her determination to be in charge of how the world understood her identity and artistic values.

In addition to selected paintings and items of clothing, the exhibition presents photographs of O’Keeffe and her homes by Alfred Stieglitz, Ansel Adams, Annie Leibovitz, Philippe Halsman, Yousuf Karsh, Cecil Beaton, Andy Warhol, Bruce Weber, Todd Webb, and others. It also includes works that entered the Brooklyn collection following O’Keeffe’s first-ever museum exhibition—held at the Brooklyn Museum in 1927.

The exhibition is organized in sections that run from her early years, when O’Keeffe crafted a signature style of dress that dispensed with ornamentation; to her years in New York, in the 1920s and 1930s, when a black-and-white palette dominated much of her art and dress; and to her later years in New Mexico, where her art and clothing changed in response to the surrounding colors of the Southwestern landscape. The final section explores the enormous role photography played in the artist’s reinvention of herself in the Southwest, when a younger generation of photographers visited her, solidifying her status as a pioneer of modernism and as a contemporary style icon.

Georgia O’Keeffe: Living Modern is organized by guest curator Wanda M. Corn, Robert and Ruth Halperin Professor Emerita in Art History, Stanford University, and coordinated by Lisa Small, Curator of European Painting and Sculpture, Brooklyn Museum. Lead sponsorship for this exhibition is provided by the Calvin Klein Family Foundation. Generous support is also provided by Anne Klein, Bank of America, the Helene Zucker Seeman Memorial Exhibition Fund, Christie’s, Almine Rech Gallery, and the Alturas Foundation. The accompanying book is supported by the Wyeth Foundation for American Art and the Carl & Marilynn Thoma Art Foundation and is published by the Brooklyn Museum in association with DelMonico Books • Prestel.Continue Reading..

21
Mar

Louise Bourgeois. Voyages Without a Destination

On Friday, March 24 at the Studio Trisorio, a retrospective exhibit of Louise Bourgeois entitled Voyages Without a Destination will be inaugurated.

On exhibit are four bronze sculptures and 34 drawings, half of which have never before been exhibited. Executed by the artist between 1940 and 2009, these works bear witness to the course of her poetics throughout her career.

An internationally renowned artist, Louise Bourgeois was born in Paris in 1911. Despite the fact that she lived in New York from 1938 to her death, most of her inspiration was drawn from her early childhood in France and family relations. Using the body as a primary form, she explored the entire range of human emotions. In her works, varying from drawings to large-scale installations, she has dealt with themes such as memories, sexuality, love and abandonment thus giving form to her fears in order to exorcize them.

The works of Louise Bourgeois have been exhibited the world over. In Italy her solo exhibits were held at the Venice Biennale where her work was presented at the US Pavilion (1993), the Prada Foundation (1997); the Bevilacqua La Masa Foundation (2000), the National Museum of Capodimonte (2008) and the Vedova Foundation (2010).

Louise Bourgeois (1911–2010) was nominated Officer of the Ordre des Arts et des Lettres by the French Minister of Culture (1983) and received numerous international recognitions: the Grand Prix National de la Sculpture from the French government (1991), the Lifetime Achievement Award from the International Sculpture Center in Washington D.C. (1991), the National Medal of Arts from the President of the United States (1997). Louise Bourgeois was elected member of American Academy of Arts and Science and was awarded the French Legion of Honour medal (2008).

Louise Bourgeois. Voyages Without a Destination
March 24–June 17, 2017

Studio Trisorio
Riviera di Chiaia, 215
80121 Naples
Italy
Hours: Monday–Friday 4–7:30pm,
Monday–Friday 10am–1:30pm,
Saturday 10:30am–1:30pm

T +39 081 414306
F +39 081 414306
info@studiotrisorio.com

Image: Louise Bourgeois, YOU ARE MY FAVORITE MONSTER (detail), 2005. © The Easton Foundation/ Licensed SIAE 2017. Photo: Christopher Burke.

20
Mar

Hani Zurob. Zeft

Contemporary Art Platform (CAP) is pleased to announce the opening night of Zeft exhibition and is proud to present the first Kuwait solo exhibition of Paris based painter Hani Zurob taking place on Wednesday the 22nd of March 2017 at 7pm. The exhibition continues until the 22nd of April 2017.

Yasmina Reggad writes, “Hani Zurob has been a firsthand witness to recent critical events that have shaped his subjectivity. He eschews widely circulated media imagery in favour of using the medium of tar that is per se highly charged with contemporary narratives on atrocity that go beyond the personal experience of the artist in Palestine. Besides serving to interrogate the medium of painting, the tar could be the “piece of evidence” that provides “a reservoir of the real”(Peter Geimer, op., cit., p. 31) for the  viewers to activate their personal archive of imagery.“

Hani Zurob is a Palestinian artist, born in 1976 in Rafah camp (Gaza). In 1994 he moved to Nablus where he graduated in 1999 with a B.A. of Fine Arts at the University Al-Najah. He then settled in Ramallah until 2006, where he received a grant that allowed him to reside in Paris at the Cité Internationale des Arts. Hani was unable to return to his homeland. Today he lives in France, creating works that explore the state of exile, waiting, movement and displacement. His work presents Palestine through a personal perspective and conceptual context that transcends borders and geography—concepts that remain close to the painter’s heart.

“Hani’s practice provides an important voice in contemporary Palestinian culture, as well as a significant contribution to the creation of an Arab aesthetic. Ultimately though, while Zurob’s art gives powerful expression to the Palestinian collective experience, it can also be seen in the context of more universal themes of personal identity and embraces humanity beyond the Palestinian context”.
Black Dog Publishing, London 2012.

In Palestine, Hani had staged many solo exhibitions and he was a finalist in the A. M. Qattan Foundation Young Artist Award 2002, Ramallah. In 2009 Zurob was granted the Renoir price (Bourse et Prix Renoir). His work is found in private and public collections including in the Arab American National Museum (AANM), Dearborn, Michigan; WAH center (Williamsburg Art & Historical center), New York; Association Renoir, France; Cité Internationale des Arts, Paris; Mairie de Paris, Hôtél de Ville, Paris; Barjeel Art Foundation, Sharjah; Contemporary Art Platform (CAP), Kuwait; A. M. Qattan Foundation, London-Ramallah; Birzeit University Museum, Birzeit, Palestine; Ramzi Dalloul Collection, Lebanon, and George Michael Al Ama Collection, Palestine.

A monograph tracing the development of his work, “Between Exits: Paintings By Hani Zurob” by Kamal Boullata was published by Black Dog Publishing, London, November 2012.

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11
Mar

Pino Pinelli. La pittura disseminata

La mostra, dal titolo La pittura disseminata, presenta un’ampia selezione di 21 opere che ripercorrono la sua vicenda artistica, dagli anni settanta a oggi.

Dal 4 febbraio al 1° aprile 2017, il MARCA – Museo delle Arti di Catanzaro, diretto da Rocco Guglielmo, ospita l’antologica che analizza il percorso creativo di Pino Pinelli (Catania, 1938), tra i maggiori esponenti dell’arte italiana del dopoguerra e gli interpreti principali dell’Arte Analitica.

La mostra, curata da Giorgio Bonomi, organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, in collaborazione con l’Archivio Pino Pinelli di Milano, presenta 21 opere, realizzate dall’artista siciliano dagli anni settanta a oggi, sia di grandi dimensioni sia di misure più contenute, che delineano in maniera esaustiva le diverse sfumature della sua poetica.

A partire dagli anni sessanta in Italia abbiamo assistito alla nascita di una vera e propria rivoluzione stilistica. Gli artisti avvertirono il limite del quadro, inteso come insieme di tela e cornice: le superfici videro la comparsa di estroflessioni, come nel caso di Bonalumi e Castellani, così come era stato nel decennio precedente per i tagli di Lucio Fontana.
Dal canto suo, Pino Pinelli, che nasce pittore utilizzando i classici mezzi del mestiere, respirò la temperie culturale di quel periodo e giunse alla “disseminazione” – per utilizzare un termine proprio dell’arte di Pinelli – “frammentando” l’oggetto quadro negli elementi che lo compongono (tela e telaio) e coinvolgendo in questo processo l’elemento estraneo al quadro stesso: la parete che, perdendo la sua condizione di neutralità, ne diventa coprotagonista capace di accogliere elementi di colore puro, declinati in forme ora corrucciate, ora raggrumate, ora lineari e asciutte, ora a frattali e libere, raccolte in genere in un percorso leggermente arcuato, quasi a voler imitare il gesto del seminatore.
Dapprima le “disseminazioni” sono composte di pochi elementi, poi nel corso degli anni, fino a oggi, i “pezzi” si moltiplicano anche in modo considerevole.
I suoi lavori usano in prevalenza i colori fondamentali (rosso, blu, giallo, nero, bianco e grigio), ma anche i complementari. La pluralità della disseminazione, a volte, si riduce, ma mai a meno di due “parti” e, anche quando non tutta l’opera è monocroma, lo sono i singoli componenti.
Quella di Pinelli è una pittura “materica”, una sorta di concentrazione atomica del colore (realizzato con una tecnica molto personale) per cui le sue opere che con la “frammentazione” hanno una forza centrifuga, poi nella totalità dell’opera acquistano una forza, uguale e contraria, cioè centripeta: la parete così, da passivo elemento di appoggio, diviene il vero e proprio supporto, come lo sono la tela o il legno nella pittura più tradizionale, e su di essa l’artista, novello “seminatore” “sparge le parti dell’opera.
Accompagna l’esposizione un catalogo bilingue (italiano e inglese) Silvana editoriale, con una lunga conversazione tra Pino Pinelli e Giorgio Bonomi, a cura di Lara Caccia.
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20
Feb

Mario Nigro. Dal ‘ritmo verticale’ al ‘tempo totale’

La galleria A arte Invernizzi inaugura giovedì 23 febbraio 2017 alle ore 18.30 una mostra personale di Mario Nigro (Pistoia 1917 – Livorno 1992) che, in occasione del centenario dalla sua nascita, ripercorre il momento germinale di tutta la sua esperienza artistica, il ventennio che va dal 1948 al 1968.
L’esposizione presenta il percorso fondamentale dell’artista, dal suo Ritmo verticale del 1948 fino alle opere esposte alla XXXIV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1968.
Nella prima sala del piano superiore della galleria sono esposte opere realizzate a partire dal 1950. Questi lavori, dal ciclo “Scacchi”, testimoniano un momento di maturazione del linguaggio dell’artista, già orientato verso un interesse percettivo più dinamico e penetrante, che prelude, con l’accentuazione dell’elemento diagonale nel 1952, alla serie dello “Spazio totale”. Negli ambienti successivi dello stesso piano si trovano opere che ripercorrono l’evoluzione creativa di Mario Nigro, a partire dal Ritmo verticale del 1948, che elaborano e analizzano le sue prime suggestioni astratto-costruttive, fino al superamento della bidimensionalità del quadro in una nuova tensione tra spazio e forma che si risolve nell’intrecciarsi e accavallarsi dei piani negli “Spazi totali” del 1954.
All’ingresso della galleria è esposta Tempo e spazio: tensioni reticolari: simultaneità di elementi in lotta del 1954. Si tratta di un’opera fondamentale per comprendere i successivi sviluppi della pittura di Mario Nigro in relazione all’approfondimento dei concetti di tempo, simultaneità e progressività che diventeranno essenziali nelle opere degli anni seguenti.
Un’attenzione particolare viene inoltre riservata a un nucleo di opere del 1956. In seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria in quell’anno, tutte le certezze politiche e ideologiche dell’artista vengono improvvisamente infrante. Con il crollo dell’utopia sociale che animava il suo lavoro, anche la fiducia nella purezza assoluta della geometria viene meno, lasciando il posto ad un progressivo accentuarsi e poi disgregarsi delle griglie spaziali, fino allo loro totale dissoluzione.
Il percorso espositivo si conclude al piano inferiore dove vengono presentate le opere esposte nella sala personale dell’artista alla XXXIV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1968. L’abisso prospettico delle opere precedenti esce dalla bidimensionalità della tela per diffondersi nello spazio, assumendo una dimensione ambientale nell’accumularsi in colonne o nel dispiegarsi lungo le pareti. Questo luogo vivo e pulsante si completa poi nel ritmo musicale sviluppato dal ripetersi dei piccoli tratti di colore che percorrono l’opera a terra dal titolo Le stagioni o dall’infinita tensione espansiva dei “Tralicci”. È in questa rinnovata sinergia tra spazio e tempo che le opere di Nigro raggiungono una totalità immersiva assoluta, nella quale, e durante la quale, lo spettatore si trova calato non tanto in una rappresentazione dell’esistenza ma in una sua concreta e drammatica manifestazione.Continue Reading..

30
Gen

KRM. Four hands

L’Esprit Du Mur (the spirit of the wall) is a concept and style of painting created by KRM, the French-German artist duo Chérif Zerdoumi and Geza Jager.
Their concept and style ESPRIT DU MUR is a rebel, urban art, based on human tragedy and the complexity of existence.
Their works reveal a portrait of city-life and freely express interior contradiction, suffering and joy. Their work is revolutionary, based on overlapping images, words and impulsive gests. Working with four hands on the same piece defines the duo’s working process and makes their confrontation authentic. The final result is an assembly of colour, emotions and different techniques. The work witnesses a contemporary actuality and treats social-political subjects and questions.
KRM and a running dog figure on each picture is their signum.

Sultan Gallery
South Subhan, Block 8, Street 105, Building #168 besides Sadeer.
Madinat al-Kuwait

25th January – 16th February; 10am – 4pm
(Closed on Fridays, Saturdays and Public Holidays)

Image: Fish, mixed media on wood, 122 x 125cm

report by amaliadilanno

25
Gen

Minus.log Untitled (line)

Giovedì 9 febbraio alle ore 18.00 inaugura alla Galleria Bianconi Untitled (line) a cura di Martina Lolli, prima personale milanese di Minus.log, collettivo nato nel 2013 dal sodalizio fra l’artista visiva Manuela Cappucci e Giustino Di Gregorio, artista audiovisivo attivo fin dagli anni ’90. Attraverso la sperimentazione e l’unione di diversi media e linguaggi, Minus.log si propone di realizzare ogni opera come parte di un ambiente sinestetico che accoglie il visitatore in un dialogo fra pittura, scultura, musica, video e proiezioni.

“Untitled (line)” il titolo della mostra, incentrata sui lavori più recenti, dà conto di come sia possibile concepire la stessa come un’unica grande installazione in cui affluiscono le opere della serie Cure (2015), Try Again (2016) e Faraway so close (2017). La linea indicata nel titolo non è solo l’elegante elemento figurativo da cui si genera la produzione di Minus.log, ma fa riferimento anche all’ideale che la sottintende: la ricerca della semplicità formale e concettuale attraverso la riduzione ai minimi termini della rappresentazione e degli stimoli audio-visivi.

Nell’universo artistico di Minus.log il tempo rallenta e accoglie momenti di pausa e di latenza in cui la ricerca del senso si inabissa nel profondo dell’essenza del fruitore. In questa temporalità soggettiva l’espressione diviene silenzio e, nel ripiegamento interno dei sensi, il brusio lascia spazio al rimosso, a ciò che solitamente è detto fra parentesi. La linea come atto più semplice e raffinato della forma, dunque, non è portatrice di conoscenza analitica, ma è margine percettivo che ha bisogno di attesa per essere esperito.

Nelle installazioni della serie Cure la linea prende corpo e diviene una soglia empatica che il gioco di luce ci invita a penetrare. Essa è il taglio tradotto dalle sovrapposizioni della garza e dalle lame di luce che vibrano sulla superficie della tela di Cure 02 e sulle sculture  di Cure 01, lembi che aprono al paziente lavorio sotterraneo della rimarginazione e della cura di una ferita.

Le forme che affiorano lentamente in superficie negli oli su tela della serie Try Again sono  in bilico fra figurazione e astrazione. Tracce di un’assenza resa visibile da velature e trasparenze, traducono la linea nei tagli perfetti del digitale attraverso frammenti (Skyline), ripetizioni (Loop. Visione simultanea), interruzioni (A-line) e cut-up (Cloud); allenano lo sguardo a una visualizzazione più profonda che è fatta di tentativi e di stati d’animo  (People). Nell’installazione omonima le linee si manifestano come interferenze che solcano l’invisibile campitura della proiezione; il loro manifestarsi imprevedibile ci invita alla scoperta di una singolare sincronia e di uno scarto che questa volta è dato dalla presenza del colore.

In Faraway so close la linea è il profilo lontano e vicino di una reminiscenza che si riavvolge su se stessa: in un tempo infinito il ricordo è questione di prospettiva; nello spazio infinito, si declina in forme sospese. I paesaggi di Faraway so close sono immagini che derivano dall’atto di cancellare e rendere limpido e che, nel loro stesso procedimento, conservano le sfumature della memoria e la definizione formale di un obiettivo.

La ricerca di Minus.log mutua il fascino e la raffinatezza dell’estetica digitale attraverso l’uso della tecnologia sostenuta dal “calore” e dal “colore”  dei supporti analogici. Il suo rigore formale si declina nella poesia del caso e dell’errore di un sistema non totalmente controllabile – tanto analogico quanto umano – che porta a risultati inaspettati e sorprendenti. In questo gioco degli equilibri il fruitore ha una grande importanza poiché è invitato a riconquistare la propria temporalità e a ricercare in essa un senso, non necessariamente condivisibile all’unanime, ma che assuma il valore di un’esperienza singolare.

La mostra è visibile fino al 4 marzo 2017 alla Galleria Bianconi di Milano, via Lecco 20.Continue Reading..

23
Gen

Condensa. Enrico Tealdi / Davies Zambotti / Ettore Pinelli

La Fusion Art Gallery presenta CONDENSA, mostra collettiva con Enrico Tealdi, Davies Zambotti, Ettore Pinelli. La mostra rientra nel circuito di NEsxT Independent Art Network e fa parte di COLLA la nuova piattaforma delle gallerie torinesi.

CONDENSA/CONDENSE

di Barbara Fragogna

Venuta meno l’influenza anestetizzante dell’abitudine, mi mettevo a pensare, a sentire cose infinitamente tristi. – Marcel Proust

L’acqua di condensazione si frammenta in particole a volte estese e a volte minuscole e diventa schermo/filtro/lente per osservare, traducendolo in senso, il circostante. La condensa agglutina/sintetizza/addensa l’umore dell’occhio come un vapore, una nebbia che sale dal sedimento substrato transitando l’immagine-ricordo dal passato al presente.­ Sembra che ci sia un velo effimero a separare la nitidezza del reale dalla nostra percezione conscia ma nel lavoro di Tealdi, Zambotti e Pinelli, nonostante la peculiarità dei rispettivi casi specifici, si tratta sempre di un velo integrato, atmosfera lattiginosa incisa sulla retina, aria polverosa di un esistenzialismo fuori moda ma onesto e per questo puntuale, un tessuto di garza logoro di esperienze.

In Enrico Tealdi la condensa s’intride di memoria umida, uno sguardo apparentemente lontano che cerca indistinte figure di bagnanti che sono pagliuzze d’oro setacciate in Batee di carta e pigmento e velatura e tempo… e tempo. Sembra di sentirla, la sabbia raspare sulla superficie diradando per scoprirne i preziosi ricordi, le persone perdute. E sembra di vederle apparire (ma non ci sono, sono chimere) dai campi da calcio solitari nei Nimbi, la poesia. C’è un silenzio profondo fatto di onde, vento, erba, mormorii, bisbigli e sussurri, c’è l’attesa e la stasi, c’è sospensione di movimento, c’è il pensiero, c’è la presenza fisica e pesante di tutto questo. I lavori sono distese sterminate addensate su piccolo formato, un nucleo precipitato che contiene il potenziale dell’esplosione del sentimento, ancora, la poesia esistenziale e malinconica, il delirio.

In Davies Zambotti la condensa è il fiato dalla bocca, sul vetro. Di oblò/sportelli/boccaporti, finestre sull’oltre. Il filtro è fotografico doppio o multiplo: occhio/lente/vetro/nebbia. Nelle sue Lande rincorre il fuoco fisso del movimento. La sfocatura e la dissolvenza, il paesaggio dirada e ritorna, dirada e ritorna, dirada e ritorna… un mantra, da dentro a fuori e viceversa. Il pensiero circolare, il loop compulsivo fugge ed evapora poi torna. La memoria è famigliare, i ritorni vengono sempre, sempre, sempre dal passato. Remoto. Condensa-densa come piombo. La pellicola è il suo viluppo e lo schermo non la protegge perché lo schermo è vacuo e osmotico. I paesaggi sfuggono, con uno sforzo istintivo cerchiamo di vederli nitidi ma non possiamo. Dopo un attimo ci abbandoniamo in essi lasciando che diventino lo spazio/interstizio, portale che, senza rendercene conto, apre un varco nel pensiero. Perdendosi nel privato.

In Ettore Pinelli la condensa è obnubilante. Un latte vischioso che sfuma nei toni pastello arancio-azzurro-grigio e che avvolge e confonde figure umane in azione. Nel ciclo di lavori su tela e su carta A Way To Stand Out infatti i soggetti tentano di “emergere”, in quanto sommersi e i livelli di lettura sono isobate. L’impianto della composizione è fuorviante e la metafora della marea che nel suo moto occulta e protegge descrive l’ambivalenza del messaggio latente. I toni soffusi, morbidi e sinuosi delle monocromie attirano lo sguardo inducendo i sensi ad abbandonarsi a uno stato di pace “estetica/estatica” mentre poi, a voler ben cercare/capire/scandagliare (ed è fondamentale che ci sia la volontà di fare o non fare questo sforzo) ci si ritrova a fare i conti col soggetto, sempre violento e aggressivo, specchio perturbante di un aspetto della società contemporanea con la quale l’artista ci vuole confrontare. La natura umana sub-conscia.

Enrico Tealdi, Davies Zambotti ed Ettore Pinelli ci istigano, attraverso la distorsione delle loro visioni condensate e intime, ad interpretare la realtà scavalcando “l’influenza anestetizzante dell’abitudine” proustiana per ritrovare “nel pensiero delle cose infinitamente tristi” un caleidoscopio complementare di interpretazioni/risoluzioni/intuizioni del e sul quotidiano. Una nota a margine da non sorvolare.

La mostra sarà inaugurata sabato 21 gennaio.

In collaborazione con Edizioni Inaudite.

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