04
Dic

Mounir Fatmi. Transition State

La galleria Officine dell’Immagine di Milano ospita fino al 7 gennaio 2018 la più ampia personale mai realizzata in Italia di mounir fatmi (Tangeri, Marocco, 1970), una tra le figure più interessanti del panorama artistico internazionale. La mostra a cura di Silvia Cirelli ha inaugurato lo scorso ottobre  la nuova sede di Officine dell’Immagine a Milano.

Molto noto a livello internazionale, mounir fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra “The Absence of Paths”, e al NSK State Pavilion. Chiamato a esporre in prestigiosi musei come il Centre Georges Pompidou, il Brooklyn Museum, il Victoria & Albert Museum, il Mori Art Museum di Tokyo, o il MAXXI di Roma, i suoi lavori fanno parte di grandi collezioni pubbliche come quelle dello Stedelijk Museum di Amsterdam, la Fondation Louis Vuitton pour la création di Parigi o il Mathaf, Arab Museum of Modern Art di Doha. Artista poliedrico, mounir fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza. Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea. La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia. Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo. L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, mounir fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale. La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti. La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization (2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.

mounir fatmi è nato a Tangeri (Marocco) nel 1970, attualmente vive e lavora fra Parigi e Tangeri. Al suo attivo ha numerose partecipazioni sia in importanti Musei stranieri, come il Brooklyn Museum, il Victoria & Albert Museum, il Moscow Museum of Modern Art, il Centre Georges Pompidou, il Mori Art Museum di Tokyo, il Mathaf Arab Museum of Modern Art di Doha o il MAXXI di Roma; che in Festival e Biennali, come la Biennale di Venezia, dove partecipa nuovamente anche quest’anno, la Biennale di Sharjah, Dakar, Siviglia, Gwangju e Lione. fatmi ha inoltre ricevuto numerosi premi come il Cairo Biennial Prize (2010), l’Uriöt Prize, Amsterdam e il Grand Prize Leopold Sedar Senghor della Biennale di Dakar nel 2006. Nel 2013 è stato poi selezionato per il Jameel Prize del Victoria & Albert Museum di Londra. Milano, giugno 2017

*Segue testo critico della curatrice

MOUNIR FATMI E IL TEATRO DELL’IMMAGINARIO
di Silvia Cirelli

“La scienza non è che una conoscenza immaginaria della verità assoluta”.

Chissà se mounir fatmi, una delle voci più incisive del panorama artistico contemporaneo e prezioso protagonista di questa mostra, sarebbe d’accordo con Tolstoj. Quello che è certo, è l’impossibilità di leggere il mondo visionario di questo emblematico artista, senza considerare concetti quali la scienza, l’illusione, la poesia e l’importanza della memoria culturale come basi portanti dell’intera simmetria creativa. E scelgo il termine “simmetria” non a caso, perché è esattamente nei principi geometrici di alcuni importanti scienziati del passato – in primis Cartesio e il suo “Teorema” – che fatmi proietta la propria dimensione artistica. È difatti a Cartesio e alla formula delle quattro circonferenze tangenti che “si baciano”, che si deve far riferimento quando ci interroghiamo sull’“ossessione” dell’artista nei confronti della simbologia del cerchio, una configurazione che ritorna costantemente e puntualmente nella sua trama estetica, sin dagli esordi. Cerchi taglienti, emulati da seghe in movimento, come nelle sue più celebri opere The Paradox (2013-2014) o Between the Lines (2010), ma anche cerchi convulsivi, dal forte carattere ipnotico, come in Technologia, di cui presentiamo in mostra il simbolico video del 2010. L’incontro e scontro di circonferenze che si toccano prima dolcemente, e poi violentemente, rappresentano per mounir fatmi l’essenza del movimento inteso come motore di tutte le cose. Il cerchio è l’allegoria della perfetta casualità universale, e sebbene l’equilibrio sia dato proprio dalla loro tensione, è nella libertà di questo ritmo che si annida la sintesi primordiale dell’esistenza umana. Questa tensione diffusa, esortata dal susseguirsi ossessivo di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, in Technologia viene anche sollecitata dal supporto sonoro, un audio altamente disturbante, che mette a dura prova la resistenza dello spettatore, costringendolo ad allontanarsi, a distaccarsi quasi infastidito dall’opera. La violenza dell’impatto sensoriale che si preannuncia come un fiume di suoni stridenti torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr, del 2011, un’opera che ha come protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. Prendendo come riferimento il dipinto del 1438 del Beato Angelico dal titolo “San Pietro Martire che ingiunge il silenzio”, mounir fatmi realizza un intervento di animazione, manipolando digitalmente la figura del martire. L’intensità opprimente di un’acustica aggressiva, che probabilmente allude all’atrocità della sua morte, si contrappone a una leggerezza scenica che regala invece una dimensione poetica conciliante e rasserenante. L’avvicinarsi il dito alla bocca, in segno di silenzio, e la soavità delle braccia che con la loro lenta movenza ricordano le frecce di un compasso, conducono la parabola espressiva verso una sensibilità che da storica, diventa via via sempre più intimista e percettiva. Volubile, quanto densa, l’intera costruzione narrativa svela la grande capacità dell’artista di miscelare ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea, una storia dove l’elemento religioso s’intreccia immancabilmente a quello culturale. Questo, è quanto viene rievocato anche nel dittico Martyrs del 2014-2015, dove non solo tornano i riferimenti di carattere religioso, ma vediamo riproposta la nozione di martire. Scegliendo questa volta di non concentrarsi su uno specifico riferimento del passato, l’artista ricorre a un registro artistico a lui caro, e cioè il gioco di ambivalenze che intercorrono fra linguaggio visivo e linguaggio verbale. Il titolo dell’opera, infatti, si sofferma sulle varianti semantiche della parola “martire”, un termine che nel corso della storia, a seconda del periodo storico ma anche del contesto culturale, ha completamente trasformato il proprio significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze. Il dittico, realizzato su neri pannelli di legno, mostra una superficie tagliata da una multitudine di linee, fessure che sembrano muoversi sul legno come fossero ferite sulla pelle di un corpo che, seppur allegoricamente martoriato, non perde la propria solidità. Come con Technologia, e The Silence of Saint Peter Martyr, anche in Martyrs siamo di fronte ad un approccio creativo che chiede, anzi pretende, un ritmo dettato dalla transitorietà, da un processo mutevole in constante movimento. L’insita “natura in divenire” delle cose, ciò che inizia in un modo e poi, inevitabilmente si trasforma, è per mounir fatmi un tracciato obbligatorio, un “transition state” – non a caso titolo della mostra – di cui noi tutti siamo inconsapevolmente protagonisti e vittime. Questa incessante metamorfosi è resa nella sua assonanza più assoluta nella straordinaria serie fotografica The Blinding Light (2013), nucleo centrale della mostra. Ispirandosi ancora una volta alla maestria del Beato Angelico, l’artista regala un’inaspettata manipolazione, sia visiva che concettuale, della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, opera del 1440 custodita a Firenze nel Museo Nazionale di San Marco. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro competenze mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e scambiarono la sua gamba malata con quella di un etiope appena deceduto, salvandolo così da morte certa. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulla trasfigurazione di sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, mounir fatmi sorprende con un registro lessicale capace di mescolare riferimenti passati e questioni attuali, toccando temi tanto delicati quanto necessari, come l’identità etnica, l’ibridazione e il concetto di diversità. Pur confrontandosi spesso con richiami del passato – The Silent of Saint Peter Martyr e The Blinding Lights sono solo alcuni dei molti esempi – è importante però sottolineare quanto da parte dell’artista non vi sia alcun tentativo d’imitazione, al contrario la volontà di assimilare ed estrapolare l’essenza del soggetto pittorico, per poi creare una “realtà diversa”, un universo immaginario. Solo attraverso l’immaginazione, la magia della memoria e la decostruzione della realtà, si ha dunque il potere di raggiungere una dimensione percettiva inedita e per questo, assolutamente umana. Il processo creativo che si condensa sull’alternanza constante fra prospettiva reale e immaginaria è rivendicata anche nell’installazione Constructing Illusion del 2014-2015, dove siamo testimoni del vero e proprio trionfio dell’illusione. Affermazione e sottrazione, presenza e assenza, l’equilibrio fra vuoti e pieni, si ritrovano qui, in una mimesi stilistica che vede la defigurazione e l’indecifrabilità, alla base del messaggio artistico. Gli spettatori diventano protagonisti della scena e invitati a sedersi sulla struttura di acciaio, interagiscono attivamente con i giochi di specchi dell’opera. Fra realtà, illusione e memoria – perché quando una cosa non viene compresa, ci sia affida al nostro subconscio, e dunque alla nostra memoria privata – l’artista proietta nell’installazione il proprio spazio culturale, uno spazio vissuto che ora trova una consistenza narrativa fondamentale nel concetto evolutivo dell’immaginazione. Nella complessa trama estetica di mounir fatmi, nulla è mai lasciato al caso. Uno specchio, una fessura nel legno, un bisturi nascosto dietro una gamba, sono tutti elementi che celano la giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale. Una parabola espressiva che si rafforza anche nell’opera Civilization (2013), un’installazione che, nella sua assoluta semplicità, regala inaspettate sfumature. Realizzata unicamente con un paio di scarpe nere dell’artista, poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”, l’opera allude alla seduzione della materialità e al suo ingannevole potere nella cultura contemporanea. Sia le scarpe che il libro infatti, sono spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, sono oggetti che, in una certa maniera, impongono una specifica struttura sociale, una costrizione, più che un’integrazione. Concentrandosi sulle contraddizioni del linguaggio, l’artista esplora i metodi di corrispondenza comunicativa, indagandoli nella consapevolezza di quanto questi rispecchino l’evoluzione della società. Sono proprio i continui tentativi di espressione dell’uomo, a dettare l’alfabeto su cui si basa l’intera contemporaneità culturale, ed è nell’esaltazione delle loro ambiguità e variabili interpretative, che se ne legge il valore.

Mounir Fatmi. Transition State
a cura di Silvia Cirelli
Milano, Officine dell’Immagine
via Carlo Vittadini 11
fino al 7 gennaio 2018
Ingresso libero
Orari: martedì – sabato 11.00 – 19.00; lunedì e giorni festivi su appuntamento
Catalogo in galleria
info: tel. +39 02 91638758  – info@officinedellimmagine.com

Ufficio stampa CLP Relazioni Pubbliche
Anna De Francesco
tel. +39 02 36 755 700
anna.defrancesco@clponline.it

Immagine: mounir fatmi, Civilization,2013