Category: disegno

22
Feb

Contemporary Experience

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la Galleria Emmeotto, è lieta di presentare la mostra Contemporary Experience, che celebra il decimo progetto espositivo all’interno di Spazio Arte, realtà che fa incontrare l’arte contemporanea e gli ospiti del boutique hotel, nella cornice del centro storico di Roma, a pochi passi da Piazza Navona, e il quarto anniversario dell’apertura della struttura. Gli eleganti ambienti e le raffinate camere del Relais Rione Ponte, al secondo piano di un palazzo del XVII secolo, sono il luogo ideale per ospitare le opere d’arte di artisti italiani e internazionali in un’atmosfera sofisticata dove le persone possono interagire con la creatività contemporanea. L’ospite diventa, nella propria camera e nelle aree comuni, interlocutore attivo delle opere, alcune ideate appositamente per gli spazi del relais, e protagonista della propria esperienza artistica.
In mostra, fino al 2 luglio 2018, una selezione di opere di quattro artisti che hanno allestito mostre personali nello Spazio Arte: Keziat nel 2015 e Marco Angelini, Verdiana Patacchini e Barbara Salvucci nel 2017 sotto la direzione artistica della Galleria Emmeotto. Pur nelle diversità stilistiche e formali, tutti hanno studiato progetti site specific per gli spazi portando le caratteristiche peculiari della propria ricerca artistica.

Marco Angelini (Roma, 1971; vive tra Roma e Varsavia) per l’occasione espone una serie di opere di diversa datazione per ripercorrere l’excursus espositivo già presentato nella personale Abstract Configurations lo scorso anno, ma con nuove proposte. Egli fa della superficie pittorica il luogo d’incontro di forme e materie, segni e significati. Una ricerca espressiva dominata dalle materie più diverse, per lo più di riciclo, base su cui va poi ad intervenire con pigmenti, polveri, colle, metalli e plastiche. Materia e colore si intrecciano nelle tele, lo spazio acquisisce, attraverso la modalità del prelievo oggettuale, una terza dimensione che è la continuità logica tra figurazione e astrazione. L’itinerario pittorico dell’artista è strettamente connesso allo studio della società e del reale che irrompe nelle tele attraverso gli oggetti della quotidianeità, la cui funzione originaria diviene di volta in volta trasformata stravolgendone il significato.Le opere di Marco Angelini sono state acquisite da diversi collezionisti a Roma, Milano, Londra, Varsavia, New York, Melbourne, Washington ed una di esse fa parte della prestigiosa collezione privata della Fondazione Roma (Palazzo Sciarra). Inoltre, espone in prestigiose sedi istituzionali e importanti gallerie in Italia e all’estero (Istituto Italiano di Cultura, Cracovia;  Banca Fideuram, Roma; Museo Carlo Bilotti, Roma; Museion, Bolzano; Novus Art Gallery, Abu Dabhi; Nowe Miejsce Gallery, Varsavia). Dal 15 marzo al 7 aprile 2018 sarà protagonista della personale Lo spazio del sacro al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma.

Il lavoro di Verdiana Patacchini (Orvieto, 1984; vive a New York) si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta l’utilizzo di differenti materiali, come metalli, carta, ceramica, polistirolo da cui le figure emergono con forza e carattere. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura in una dimensione poetica, mentre l’universo immaginifico si nutre di eterogenei elementi concettuali: letteratura, musica, poesia, sono le componenti essenziali della ricerca estetica di Verdiana, che investiga sulla qualità del segno e della materia, rivelatrice di immagini così come si è evinto dalla sua personale Muta Imago al Relais Rione Ponte, di cui, per l’occasione della mostra in corso, sono riproposte alcune opere fondamentali. Nel 2002, Verdiana si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Studia pittura tra Roma e la Spagna e nel 2007, con la cattedra di Giuseppe Modica, si diploma in pittura, con una tesi su Carlo Guarienti di cui diventerà allieva. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia. Da gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato d’Italia a Park Avenue. Negli ultimi anni ha vissuto viaggiando tra l’Italia e l’America e firma le suo opere con lo pseudonimo Virdi.

La ricerca di Barbara Salvucci (Roma, 1970) prende vita dalla sperimentazione sulla materia, realizzando le opere su diversi supporti come carta, stoffa damascata, zinco, bronzo e video, passando dal sofisticato tratto grafico dei disegni alle incisioni, fino alle opere con vernice fluorescente e le lightbox, pensate e realizzate appositamente per il Relais Rione Ponte per dare una maggiore connotazione site specific al progetto espositivo Skin, durante la personale appena conclusa. L’aspetto formale, composto dal segno meticoloso e attento e la padronanza della tecnica, è legato in maniera indissolubile alla componente emotiva che si riconosce in ogni opera, un viaggio inconscio all’interno del sé. La produzione di Barbara Salvucci è una personale e forte esperienza artistica, dove meditazione, concentrazione e gestione emozionale sono protagonisti dell’azione da svolgere sui materiali, in un insieme di creazioni legate tra loro da un’armonia dei segni, che viaggiano da una superficie all’altra. Barbara ha esposto in numerose mostre personali e collettive in importanti musei e gallerie in Italia e all’estero (Temple University, Roma; MACRO, Roma; MUSMA, Matera; Galleria Paola Verrengia, Salerno; Galleria L&C Tirelli, Vevey, Svizzera). Nel 2013 partecipa alla 55esima Biennale d’Arte di Venezia e nel 2016 due importanti mostre personali la vedono protagonista a Roma: INK al Museo Carlo Bilotti e SIGNS alla Galleria Emmeotto – Palazzo Taverna. Nel 2017, entra a far parte della collezione permanente del MOMA Hostel di Franco LoSvizzero, aderisce all’A-HEAD Project e partecipa alla mostra Limtless presso la Hybris Art Gallery a Roma e all’inizio del 2018  espone a Londra alla Gallery No20. Dal 2 al 4 marzo 2018 parteciperà alla prima edizione romana di ArtRooms Fair al The Church Palace Hotel.

Kezia Terracciano, in arte Keziat, (San Severo, 1973; vive a Roma). Nel corso della sua produzione artistica ha realizzato opere pittoriche su tela, disegni a penna su carta e tela, illustrazioni per importanti case editrici, fumetti, per poi sperimentare nel mondo delle animazioni video, installazioni e performance interdisciplinari di musica, danza, teatro e arti visive. Sempre evidente nella sua ricerca uno sguardo surreale sul mondo in cui gli elementi si muovono liberamente, all’interno di una dimensione onirica dove si intrecciano e fluttuano realtà e fantasia, immaginazione ed esperienza, emozioni e pensieri. Nonostante l’utilizzo di una tecnica complessa e articolata dal punto di vista estetico, Keziat non cede mai al decorativo, ma accoglie e coinvolge, nella propria narrazione, lo sguardo dello spettatore. I suoi progetti, dal 2009, assumono carattere internazionale e diventano itineranti come Visionaria  (San Severo, Roma, New York, Singapore e Amsterdam) e Hybrids (Miami, Bangkok). Inoltre, ha presentato i suoi lavori a Venezia, Parigi, Firenze, Hong Kong, Lussemburgo, San Francisco, Chicago, Los Angeles, Washington, Toronto, Stoccarda, Perth, Kuala Lumpur, Porto, Jakarta, Milano, Helsinki e Ljubljana Nel 2018 partirà il suo nuovo ciclo di mostre e performance Introspective.

Marco Angelini, Verdiana Patacchini, Barbara Salvucci e Keziat: quattro artisti diversi ma con in comune una profonda ricerca concettuale e un approccio performativo alla materia, che si diffondono per tutti gli ambienti del Relais Rione Ponte, proponendo in ogni spazio una diversa “esperienza contemporanea” che possa coinvolgere e ispirare l’ospite che la vive in un contesto di arte, design, e ospitalità sullo sfondo della città Eterna.

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12
Gen

Sol LeWitt. Between the lines

La Fondazione Carriero è lieta di presentare Sol LeWitt. Between the Lines, una mostra a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas organizzata in stretta collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt.
Nel decennale della scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), “Between the Lines” intende offrire un punto di vista nuovo sulla pratica dell’artista statunitense, esplorandone i confini – nel rispetto di quelle norme e di quei principi alla base del suo pensiero – e isolando i momenti fondanti del suo metodo di indagine e dei processi che ne derivano.
Attraverso un nutrito corpus di opere che ripercorrono l’intero arco della sua carriera – da 7 celeberrimi Wall Drawings a 15 sculture – e partendo dalla peculiarità degli spazi della Fondazione, il progetto espositivo esplora la relazione del lavoro di LeWitt con l’architettura. “Between the Lines” si basa su una chiave di lettura forte e innovativa, tesa innanzitutto a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino ad arrivare a sovvertire il concetto stesso di site- specific.
Con la collaborazione dell’architetto Rem Koolhaas – per la prima volta nella veste di curatore – in dialogo con il curatore Francesco Stocchi, “Between the Lines” affronta ampi aspetti dell’opera di LeWitt, con l’obiettivo ambizioso di superare quella frattura che tradizionalmente separa l’architettura dalla storia dell’arte e che caratterizza l’intera pratica dell’artista, rivolta più al processo che al prodotto finale, e scevra di qualsiasi giudizio estetico o idealista.

Sol LeWitt. Between the lines
fino al 23 giugno 2018

Orari di apertura
da martedì a domenica, 11.00 – 18.00
entrata libera
Chiuso il lunedì

Informazioni e prenotazioni
info@fondazionecarriero.org
Tel. +39 02 3674 7039

Fondazione Carriero
via Cino del Duca, 4 – 20122 Milano

Immagine: Sol LeWitt, complex form#34, 1990, ph. amaliadilanno  
gallery a cura di amaliadilanno

29
Dic

Corporale.Tomaso Binga e Donatella Spaziani

Il progetto espositivo approfondisce la tematica del corpo come soggetto, mettendo in relazione il lavoro di Tomaso Binga e Donatella Spaziani, due artiste appartenenti a  diverse generazioni.
Tomaso Binga trasforma i segni alfabetici in una scrittura vivente dove il corpo diviene esso stesso segno di un linguaggio altro. La sua scrittura sembra delineare per il corpo femminile molteplici possibilità per nuove interpretazioni, proprio come la poesia, al di fuori dalle strutture e dalle semantiche precostituite. L’arte di Donatella Spaziani, invece, indaga la dimensione dello spazio e del tempo in relazione al corpo, in questo caso sottoposto a una tensione emotiva che lo vede diviso tra ambienti spesso anonimi, provvisori ed opprimenti tipici del vivere contemporaneo, e un impulso alla fuga che anima, declinando in nuove forme, sagome scure nello spazio. Le loro opere presentano analogie nell’uso dei materiali, come la carta da parati, seppure con un’accezione personale e differente. In Tomaso Binga la carta da parati è superficie che rimanda alla passività a cui è associato il corpo femminile, incluso com’è tra pareti domestiche e ruoli imposti dalla tradizione, una passività che l’artista attraverso il suo segno riesce a sabotare, con arguzia e ironia; in Donatella Spaziani, la carta da parati è sintesi dello spazio circostante e sfondo emotivo in cui le sue sagome nere, silhouettes di corpi, si muovono e con cui si rapportano.

*testo del curatore
“Ciò che sempre parla in silenzio è il corpo” diceva Alighiero Boetti. E Jacques Lacan: “Chi non parla con la lingua parla con la punta delle dita”… Dalla Body Art in avanti il corpo è diventato uno dei materiali dell’arte: il corpo è linguaggio e può essere letto come un sistema di segni. Ma è in particolare quando il tema del corpo viene coniugato al femminile che viene legato al tema dell’abitare, della casa e della dimensione domestica. La pelle del corpo è il primo confine tra la persona e il mondo, il secondo confine è l’abito, il terzo l’abitazione. La casa è l’estensione, l’espansione del corpo. Ora questi due elementi si ritrovano accostati in due artiste del tutto differenti per generazione e percorso di lavoro, ma di cui questa mostra coglie alcune sorprendenti affinità relativamente alle opere esposte: Tomaso Binga (alias Bianca Menna) e Donatella Spaziani. Tomaso Binga, fra i più noti esponenti della poesia fonetico-sonora-performativa italiana contemporanea, “come forma di protesta di fronte ai privilegi maschili, decide di adottare un nome da uomo” scrive Paola Ugolini “Le scritture viventi di Binga nascono dunque con l’obiettivo di creare un’alternativa radicale al linguaggio maschile”. Scrittura Vivente è un alfabeto scritto direttamente dal corpo che si trasforma in segno. Il corpo è nudo, perché oppone maggiore resilienza al dominio maschile. Così avviene, sotto gli occhi del pubblico, la metamorfosi del corpo femminile in parola. Immagini fotografiche, come una mano da scrittore, vengono inscatolate “nelle forme cave e candide del polistirolo” (Giulio Carlo Argan), un materiale che interessa Binga perché è uno scarto, ma che viene riscattato dal suo candore fino a diventare un teatrino che mette in cornice l’immagine. Il contesto è quello “casalingo” (Dorfles) delle “quattro mura” (Cortenova) vestite a festa dalla carta da parati. La carta da parati è solcata da sottile grafia e il corpo stesso dell’artista si farà carta da parati. La carta da parati è protagonista anche dell’opera di Donatella Spaziani: si tratta di un lavoro che nasce in Russia, a San Pietroburgo, dove Spaziani ha fissato in una serie di autoscatti la propria silhouette e dove ha potuto prendere frammenti di pareti che possono ricostruire uno spazio. Le figurette nere si muovono sul motivo decorativo indicativo del contesto da cui provengono. La carta da parati è dunque contenitore e le decorazioni un elemento su cui far riposare le silhouette. “Tornata a casa ho ridisegnato la planimetria della casa così come la ricordo” dice Spaziani “Si tratta di una pianta emotiva”. Come la carta da parati anche il perimetro del corpo della stessa artista diviene un contenitore all’interno del quale disegnare. C’è poi il progetto intitolato Fuga con le maquette a forma di guscio di noce con materassi all’interno. Allude a un letto con forma concava e convessa e reca la memoria della fiaba di Pollicina, la minuscola bimba nata in un fiore che aveva per letto un guscio di noce con materasso di foglie di viola e per coperta un petalo di rosa… Fuga è anche termine musicale e anche nel disegno conta il suono della matita…
Laura Cherubini

Corporale. Tomaso Binga e Donatella Spaziani
A cura di Laura Cherubini ed Erica Ravenna
fino al 3 marzo 2018

Erica Ravenna Arte Contemporanea
E.R.A. Srl
Via Margutta 17 – 00187 Roma
t./f. +39 06 3219968   artecontemporanea@ericafiorentini.it
Lun-ven 10:30 – 19:30 | Sab 10:30 – 13:30 (o su appuntamento)

Immagine di apertura: Donatella Spaziani, senza titolo, 2008, disegno matita su carta, cm 100×70

18
Dic

Franco Grignani: Subperception

Dal 10 febbraio al 24 marzo 2018, la Galleria 10 A.M. Art di Milano rende omaggio, a 110 anni dalla sua nascita, a Franco Grignani (1908-1999), artista tra i più profondi innovatori del Novecento.

Nell’ambito del costante lavoro di riscoperta e di presentazione del lavoro di Franco Grignani, figura poliedrica che si è mossa sul sottile confine che lega arte, design e grafica e che è stata celebrata la scorsa estate con una importante antologica alla Estorick Collection di Londra, la Galleria 10 A.M. Art si concentra ora sull’uso della fotografia che il grande artista e grafico lombardo ha praticato costantemente nel corso di tutta la sua attività, con particolare fervore negli anni cinquanta.

La mostra, curata da Marco Meneguzzo, in collaborazione con l’Archivio Manuela Grignani Sirtoli, presenta 20 opere tra sperimentali ottici su tela emulsionata e tavola e fotografie ai sali di bromuro d’argento.

La generazione artistica di Grignani è proprio quella che “scopre” le possibilità linguistiche della fotografia, spingendosi nel territorio, apparentemente estraneo a quella disciplina, che è l’astrazione. Come altri suoi coetanei, pionieri di questa “esplorazione” – primo fra tutti Luigi Veronesi -, Grignani vede schiudersi un mondo davanti a sé e lo approfondisce, non come se fosse avulso da altre pratiche artistiche, ma come connaturato a esse, quasi che la sperimentazione fotografica potesse essere propedeutica al lavoro di grafica “optical” che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Di fatto, fotografia, grafica e pittura si intersecano indissolubilmente nel lavoro di Grignani, che alla fotografia chiede di poter sperimentare le infinite varianti di pattern e textures simili, sia che intenda riportarle in pittura, sia che preferisca utilizzarle nella loro veste iniziale di carta emulsionata. In questo senso, la “Subpercezione”, è una delle categorie entro cui l’artista fa ricadere la visione delle sue opere. Come scrive Marco Meneguzzo, la “Subpercezione” è “una visione subliminale che sfrutta capacità “laterali” della mente nella visione dell’opera. La fotografia, utilizzata secondo empirismi segreti e gelosamente custoditi, e sempre per la produzione di superfici astratte regolari o distorte, anamorfiche o ripetitive, diventa così l’equivalente del bozzetto, dello schizzo iniziale dell’opera, ma al contempo ne costituisce anche l’essenza. Per questo, in mostra saranno esposte superfici pittoriche derivate da sperimentazioni fotografiche, tele emulsionate di estrema rarità e grandezza, oltre a un numero davvero cospicuo di carte fotografiche, firmate dall’artista, che testimoniano della puntigliosa ricerca della “variante” più interessante in un mondo in bianco e nero”. Accompagna la mostra un corposo volume bilingue (italiano-inglese), edizioni 10 A.M. Art, curato da Marco Meneguzzo, il cui saggio si accentra sulla pratica fotografica di Grignani. Il volume aggiunge un ulteriore tassello nell’analisi della sua figura d’artista, dopo le pubblicazioni “generaliste” di due anni fa (personale alla 10 A.M. Art) e dell’anno scorso (mostra all’Estorick Collection di Londra).Continue Reading..

11
Dic

A Cortona il progetto artistico #newgeneration by Art Adoption

L’Associazione culturale Art Adoption, sotto la direzione di Massimo Magurano, presenta e inaugura a Cortona domenica 17 dicembre 2017 il progetto artistico New Generation a cura di Tiziana Tommei.
L’evento, patrocinato dal Comune di Cortona, avrà luogo nel centro storico della città e vedrà il coinvolgimento di 27 luoghi espositivi, spazi pubblici e privati e attività commerciali, con i quali 29 artisti, nazionali e internazionali, si relazioneranno ad hoc.

In calendario, con qualche giorno in anticipo dalla data di inaugurazione, sono previsti importanti interventi artistici che arricchiranno il palinsesto di questa edizione New Generation. La prima anticipazione è prevista l’8 dicembre 2017, in arrivo direttamente dal Padiglione Bolivia della Biennale di Venezia, 57esima Esposizione d’Arte Internazionale, la maestosa installazione di Jannis Markopoulos. L’opera sarà allestita nell’Auditorium di Sant’Agostino, complesso del XIII secolo situato nel centro storico di Cortona. Seconda sorpresa di respiro internazionale è la partecipazione dell’artista Alfredo Rapetti Mogol, poeta, compositore e personalità poliedrica del mondo dell’arte, che il 9 dicembre 2017 per New Generation presenterà una proiezione visiva sulla facciata del Comune. L’opera visiva di Mogol vede il contributo artistico di Mirko Pagliacci, altro maestro protagonista di questa edizione che esporrà un importante corpus di opere della sua produzione artistica in una personale unica. Last but not least l’opera simbolo scelta per rappresentare questa edizione New Generation by Art Adoption è firmata Qwerty. Lo street artist con la sua ‘rivoluzione’ visiva e poetica sicuramente a Cortona ‘lascerà il segno’.
Una edizione davvero speciale che intende valorizzare l’Arte attraverso un percorso espositivo lineare, diversificato e stimolante che possa in una modalità alternativa e non ordinaria avvicinare il pubblico ai nuovi linguaggi espressivi.

Tutti gli eventi in programma sono a INGRESSO LIBERO

Artisti
Manuel Mampaso (Spagna), Giuseppe Chiari (Italia), Daniel Argimon (Spagna), Massimiliano Luchetti (Italia), Mario Consiglio (Italia), Clara Turchi (Italia/Inghilterra), Fabio Savoldi (Italia), Vittore Baroni (Italia), MBU (Italia), Caruso Pezzal (Italia), Flavia Bucci (Italia), Qwerty Street Art (Italia), Sam Francis (USA), Mirko Pagliacci (Italia), Massimiliano Roncatti (Italia), Pierre Fernandez Arman (Francia), Simone Lingua (Italia), Giulia Ronchetti (Italia), Alessandro Bernardini (Italia), Andrea Barbagallo (Italia), Enrico Fico (Italia), Sandro del Pistoia (Italia), Luigi Merola (Italia), Alice Paltrinieri (Italia), Giuseppe Negro (Italia), Cesare Vignato (Italia), Alfredo Rapetti Mogol (Italia), Jannis Markopoulos (Grecia), Fernanda Marangoni (Italia).

Spazi pubblici e attività commerciali
Palazzo Magini, Auditorium Sant’Agostino, Enoteca Enotria, Dolce Vita, Bam Boutique, Beerbone, Touscher, Castellani Antiquari, La Nicchia, Eliana Boutique, Giolielli Caneschi, Pasticceria Banchelli, Ristorante il Cacciatore, Caffè Signorelli, Il Papiro, Nais Profumeria, Il Pozzo Galleria, Caffè Degli Artisti, La Saletta, Nocentini Libri, Terra Bruga, Karma, Jacente Store, Galleria Nazionale, Agenzia Alunno, Antonio Massarutto, Hotel San Luca
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27
Nov

Bruno Munari. The game is on!

Bruno Munari (Milano 1907-1998) è stato uno dei protagonisti internazionali del rinnovamento della cultura visiva e materiale del XX Secolo. Il suo percorso artistico è poliedrico e seminale non solo nella varietà dei suoi riferimenti al mondo dell’arte e della cultura, ma perché è stato precocemente in grado di legare la scultura e l’industrial design, la pittura e il cinema, l’animazione e l’attività editoriale, la grafica e la didattica. Un costante rimando alla libertà creativa dell’infanzia e un uso sottile quanto spregiudicato dell’ironia ne fanno tutt’oggi una figura di riferimento per le giovani generazioni, oltre che per l’estensione del piano culturale che egli promosse comprendendo esperienze artistiche extra-europee come quelle dell’Estremo Oriente.

MAAB Gallery ripercorre la ricerca di Bruno Munari con una mostra, a cura di Gianluca Ranzi, che inquadra la sua sperimentazione a tutto tondo nel desiderio di opporsi a ogni forma grande e piccola di dogmatismo culturale, di rigidità mentale, di fondamentalismo intellettuale, di stanzialità. Con Munari invece l´arte contemporanea afferma un valore positivo: la coesistenza delle differenze, e l’artista diviene colui che si muove su crinali volutamente incerti, in una zona dai confini sovrapposti e spesso mutevoli. In mostra le tempere chiamate semplicemente Composizioni (realizzati dagli anni Cinquanta ai Settanta), che mentre ammiccano alle composizioni di forme e di colori fondamentali delle Avanguardie Storiche come De Stijl e il Suprematismo, di fatto ricalibrano pesi e temperature cromatiche, pieni e vuoti, sul filo di una delicata ironia e di una contrappuntistica musicale che ne fa emergere armonie e dissonanze. Il movimento, fisicamente presente già nelle sue opere tardo futuriste del 1930, diviene non solo una caratteristica cinetica dell’opera ma un vero e proprio metodo operativo. E’ così che il movimento delle Macchine Inutili rende aerea la scultura, moltiplicandone i punti di vista, ma allo stesso tempo sollecita nell’osservatore una visione mobile, permeata di cambiamento e di continua rimodulazione percettiva. Lo stesso avviene nei Negativi-Positivi degli anni Cinquanta o nella Curva di Peano: il fruitore è risvegliato nei sensi dal torpore di chi semplicemente assiste ed è libero di scegliere quale forma assumere come fondamentale. Come nella poesia anche nell’opera di Munari le pause e gli spazi vuoti contano alla pari degli spazi pieni, tanto che le ombre assumono uguale importanza della luce. Le Sculture da viaggio (dal 1958) si piegano e si ripongono in valigia, si rimontano in viaggio e cambiano il loro aspetto a seconda della persona che vi interagisce. Inafferrabile alle facili classificazioni i suoi Negativi-Positivi non sono sovrapponibili alle esperienze ottico-cinetiche, così come le sue Macchine inutili non hanno a che fare con i Mobile di Calder. L’ironia che Bruno Munari è riuscito a infondere in essi fonda un territorio nuovo e fertilissimo per cui Munari non ridicolizza mai, non ribalta una posizione a suo favore, ma entra dolcemente e con rispetto nell’orbita dell’altro e con calore e partecipazione vi inserisce una nuova prospettiva, rendendolo sempre più consapevole di se stesso.

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22
Nov

Kounellis. Impronte

L’Istituto Centrale per la Grafica presenta nelle sale di Palazzo Poli, la mostra KOUNELLIS IMPRONTE dedicata all’opera grafica del Maestro recentemente scomparso. L’artista, protagonista indiscusso di un’arte che ha rivoluzionato il linguaggio pittorico a partire dagli anni Sessanta, aveva personalmente scelto le opere da esporre e si accingeva a seguirne l’allestimento quando è venuto a mancare il 16 febbraio scorso. Sulla base delle scelte stilistiche esercitate dal Maestro e per sua espressa volontà, l’Istituto, in accordo con l’Archivio Kounellis, espone nella mostra a cura di Antonella Renzitti, l’ultimo lavoro grafico realizzato nel 2014 con la Stamperia d’Arte di Corrado e Gianluca Albicocco di Udine e due cicli di opere, The Gospel according to Thomas del 2000 e Opus I del 2005, entrambi realizzati a Jaffa con la stamperia israeliana Har-El Printers & Publisher. Il libro d’artista The Gospel according to Thomas con le dodici terragraph costituisce una rivisitazione dell’artista del rapporto tra l’arte contemporanea e il Sacro e “mostra un disegno di aspra elementarità ma di forza arcaica e linguisticamente primaria. Le matrici con la sabbia rossa avevano messo in risalto una serie di segni emblematici e carichi di evocazioni spirituali. Partito dal disegno di un cerchio nella sabbia a simbolizzare la comune matrice spirituale a cui Tommaso e Gesù appartenevano, successivamente lo aveva diviso verticalmente nel mezzo assegnando a ciascuno la metà. Disegno e scrittura, entrambi quasi sillabati, distinguono queste dodici opere dove Kounellis chiama in causa la divisione tra l’anima e il corpo, il rapporto tra uomo e universo, tra pesci e uccelli, alberi della conoscenza e pietre filosofali, costellazioni e oggetti degli uomini: la luce di una lampada a petrolio (da Guernica) e una casa volante come tensione all’ascensione nello spazio libero dello spirito. L’ultima tavola evoca i ventiquattro profeti d’Israele, umani propugnatori della virtù etica e morale” (Bruno Corà).

Il lavoro del 2014 è un ciclo di dodici stampe al carborundum (polvere di ferro), di grande formato, con l’impronta del cappotto nero, “saio laico dell’uomo del ‘900”, trovato come di consueto nel mercatino dell’usato, che perde ogni tipo di forma e costituisce una impronta “di memoria, indicazione di umanità”. “Il cappotto è fisicamente lì, non è rappresentato. L’impronta in resina lasciata sulla lastra essiccandosi ha trattenuto la polvere di ferro distribuita sopra. Si è creata così una superficie ruvida in rilievo che trattiene l’inchiostro e lo trasferisce, per mezzo del torchio, sul foglio di carta da incisione. Riaffiora, a distanza di anni, la suggestione sedimentata delle impronte del suo maestro di Accademia Toti Scialoja che in quegli anni dipingeva, con stracci e stoffe, quadri “come tracce di vita” (Antonella Renzitti). Opus I è un portfolio di 47 fotolitografie, una summa in grafica di quarant’anni di ricerca artistica; la rivendicazione dello spazio della drammaticità dentro l’arte; la cultura mediterranea radicata nel mito e nella tragedia che s’incarnano nella storia; le carboniere e il loro contenuto; il tema del viaggio, fatidico rimando a quello di Odisseo «non una crociera nel Mediterraneo, ma un viaggio in verticale, nel profondo, scaturito da una guerra scatenata dal possesso di una donna», affermò Kounellis in un’intervista. Del portfolio si espongono 24 fogli. La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione dell’Archivio Kounellis e della Stamperia d’arte Albicocco, con il prezioso sostegno di Bruno Corà.

Nel volume, edito da Gli Ori, oltre agli interventi di Federica Galloni e Maria Antonella Fusco sono presenti i saggi di Bruno Corà, Roberto Budassi e Antonella Renzitti e la testimonianza di Gianluca Albicocco. L’edizione è stata resa possibile grazie al sostegno della Direzione Generale per l’Arte, l’Architettura Contemporanee e le Periferie Urbane del MiBACT, diretta da Federica Galloni.Continue Reading..

13
Ott

Ugo La Pietra. Territori

In corso alla Galleria Bianconi di Milano la mostra “UGO LA PIETRA, TERRITORI”, seconda mostra personale che la galleria dedica a La Pietra nell’arco di un’anno e mezzo; più di 40  sono le opere esposte, realizzate dall’Artista tra il 1969 e il 2016.

In accordo con il concetto di Sinestesia delle arti, le tecniche che La Pietra utilizza e che sono qui rappresentate spaziano nei più diversi ambiti, dalla pittura su tela, al disegno, ai fotomontaggi e fotocollage, alle sculture in ceramica, talvolta anche combinate tra loro. Come scrive Giacinto di Pietrantonio nel testo critico del catalogo che accompagna la mostra, Ugo la Pietra “è un essere liquido che entra nei vari campi disciplinari con una libertà tale da prendere le forme di ciò che lo contiene, ma destabilizzandone le caratteristiche per proporne delle nuove. […]Si tratta di un continuo recupero e reinvenzione di tecniche e significati, a volte di riutilizzo e reimpiego alla ricerca di alternative dell’esistente per l’esistenza. In questo egli si serve della tecnica situazionista della dérive psicogeografica del corpo e delle immagini, o della progettazione spontanea che viene dal basso come nel caso degli orti urbani, microrealtà al di fuori dell’urbanizzazione cittadina.”

Tema fondante della mostra sono, come esplicitato dal titolo, i “Territori“ appunto, svolti ed esposti in questo contesto come in un percorso esplorativo che si snoda in differenti momenti ed ambiti: Centro/Periferia (1969/72), Tracce (1969), Pulizia Etnica (1988/89), Casa e giardino: la mia territorialità (2000), Itinerari (1990/2000), La città scorre ai miei piedi (2000), Rapporto Città / Campagna (2015/2016).

Da sempre l’ambiente, o meglio il rapporto fra individuo e luogo abitato, fra società e città, costituisce il fulcro della ricerca aristica di Ugo La Pietra, ciò che emerge evidente da questa mostra, come scrive Di Pietrantonio, “è l’osservazione critica di La Pietra, una critica militante e permanente dell’esistente, soprattutto di quell’abitare che provoca alienazione, distruzione, ingorgo, ignoranza. Come si evince dalle opere in mostra è interessante notare che ciò avviene con opere che vanno verso il centro. Va da se che il centro verso cui si va non è solo il centro cittadino, partendo dalla periferia, ma il centro poetico, il centro della soluzione verso il quale ogni poetica tende. Ciò avviene mediante opere-analisi che ci parlano di come i territori sono stati ridisegnati geograficamente ed esistenzialmente dalle guerre e dalla pulizia etnica, c’è addirittura chi ha scritto che le guerre sono progettualmente interessanti in quanto il loro distruggere, il loro fare tabula rasa permette poi di dover ricostruire, insomma offrono occasioni progettuali (sic!). Naturalmente non Ugo La Pietra le cui opere in proposito sono una critica alla guerra e ai suoi effetti alla sua deterritorializzazione, in quanto le guerre riscrivono i territori attraverso la morte, mentre bisognerebbe farlo con Ugo sempre con e per la vita.”

Completa il percorso espositivo la video-istallazione “Percorsi Urbani”, appositamente realizzata site-specific per il piano inferiore della Galleria da Lucio La Pietra. Ispirata al gioco del Pachinko e alla sua apparente “imprevedibilità”, l’opera riflette sul modo con cui noi abitiamo la città, come dice Lucio La Pietra in merito alla città: “noi pensiamo di poterla usare liberamente ma, in realtà, i nostri interventi su di essa, i nostri movimenti, i nostri itinerari, si limitano a poche e semplici scelte reiterate, delimitate da rigidi schemi. L’unico modo per poter muoversi liberamente e quindi possedere la città, prescindendo dagli schemi imposti, è farlo attraverso percorsi mentali e non fisici”.

La mostra prosegue alla Galleria Bianconi di Milano  fino al 28 ottobre 2017.Continue Reading..

30
Ago

Memorie vive

Apre ufficialmente i battenti a Roma un nuovo spazio dalla vocazione interdisciplinare: L29.  Il nome fa riferimento al luogo, Via Labicana 29, a due passi dal Colosseo, dove le artiste Flavia Bigi, Francesca Romana Pinzari e Gaia Scaramella hanno insediato i loro studi e uno spazio galleria no-profit.  L29 si distingue nell’area romana nell’intento di dar voce a un confronto tra gli artisti residenti e gli ospiti del mondo della cultura che saranno invitati di volta in volta per esporre i loro lavori, organizzare presentazioni, workshop e micro residenze. In occasione dell’inaugurazione le tre artiste residenti hanno deciso di ospitare dalla Francia la curatrice Madeleine Filippi, che curerà la prima mostra inaugurale Memorie Vive, invitando due artisti internazionali, Odie Chaavkaa e Mounir Fatmi, a dialogare con i lavori di Flavia Bigi, Francesca Romana Pinzari e Gaia Scaramella.

Memorie Vive è una riflessione sulla nozione e il legame tra la memoria individuale e quella collettiva nel processo di costruzione del concetto d’identità.

Le installazioni, i disegni e il video presentati si offrono come delle reminiscenze – e non come risultato di un percorso- per esporre altrettante diverse visioni e tragitti di riflessione. Come indica il titolo della mostra, l’interesse verte sulle vestigia, su quello che resta e che respira ancora, anche e soprattutto nel ricordo. La questione del tempo riveste quindi un senso particolare all’interno della mostra.  Non si tratta di mettere in scena un tempo della commemorazione ma piuttosto di giocare con le ellissi temporali e con la nozione scientifica di tempo alla ricerca della porosità della memoria. La memoria è viva, in continua evoluzione. Essa si nutre giorno dopo giorno di elementi sociali, politici e scientifici, dello spirito stesso del tempo che passa e di tutto ciò che può stravolgere i nostri ideali. Questo fenomeno è affrontato dagli artisti attraverso diverse procedure: Nel video di Mounir Fatmi esplicita è la citazione e il riferimento alla storia dell’arte. La tela di fondo del suo video è un affresco del Beato Angelico intitolato La guarigione del diacono Giustiniano sul quale l’artista fonde numerose fotografie e video di un’operazione chirurgica dei nostri tempi. Flavia Bigi rivisita la teoria delle idee  di Platone in chiave metaforica, con riferimento al nostro fragile momento storico. Odie Chaavka richiama le credenze animiste della cultura mongola. L’evocazione della temporalità e del suo legame con la natura è resa evidente dagli intrecci di rami spinosi e il processo di cristallizzazione di Francesca Romana Pinzari mentre negli orologi silenziosi di Gaia Scaramella l’umano sentire si decanta nelle gocce di cristallo come fossero lacrime stigmatizzate. Si investiga il dialogo tra la natura e l’uomo, l’intervento e l’interazione dell’uno sull’altro.Il sistema naturale rende ogni cosa perpetua, ciclica e perciò vocata all’immortalità. Qualunque sia la forma che la memoria assume, o qualunque sia il suo scopo, essa è destinata ontologicamente a resistere e a restare in vita. Questo bisogno di trasmissione del ricordo attraverso le nozioni di radici e di memoria collettiva non è altro che un ultimo tentativo di addomesticare il tempo. La memoria permette di definire l’appartenenza a un gruppo, e può essere anche imposta. La memoria individuale e collettiva si alternano cosi all’interno dell’esposizione. Gli artisti presenti in mostra hanno deciso di mostrarne la sua natura liberatrice e il potere individuale e sociale della memoria stessa.
L’esposizione memorie vive può suonare come un bisogno di utopia…
Madeleine Filippi

Memorie Vive
5 settembre – 15 novembre 2017 – L29 Art Studio
a cura di Madeleine Filippi
Artisti: Flavia Bigi, Odie  Chaavkaa, Mounir Fatmi, Francesca Romana Pinzari, Gaia Scaramella
Inaugurazione: 5 settembre 2017
H 18:00-21:00
Gli altri giorni: su appuntamento
Via Labicana 29, Roma
l29contemporaryart@gmail.com

Immagine: Flavia Bigi, House, 2017. Foto di Andrea Veneri

31
Lug

La Terra inquieta

La Triennale di Milano e Fondazione Nicola Trussardi presentano La Terra Inquieta, una mostra ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, parte del programma del Settore Arti Visive della Triennale diretto da Edoardo Bonaspetti.

Una mostra per raccontare le trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale e la storia contemporanea, affrontando in particolare il problema della migrazione e la crisi dei rifugiati.

La Terra Inquieta prende a prestito il titolo da una raccolta di poesie dello scrittore caraibico Édouard Glissant, autore che ha dedicato la sua intera opera all’analisi e alla celebrazione della coesistenza di culture diverse. L’esposizione racconta il presente come un territorio instabile e in fibrillazione: una polifonia di narrazioni e tensioni. Attraverso le opere di più di sessanta artisti provenienti da oltre quaranta paesi del mondo – tra cui Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia – e con l’inclusione di documenti storici e oggetti di cultura materiale, la mostra parla delle trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale e la storia contemporanea, focalizzandosi in particolare sulla rappresentazione della migrazione e della crisi dei rifugiati.

La Terra Inquieta esplora geografie reali e immaginarie, ricostruendo l’odissea dei migranti e le storie individuali e collettive dei viaggi disperati dei nuovi dannati della terra. Il percorso dell’esposizione si snoda attraverso una serie di nuclei geografici e tematici – il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide, la migrazione italiana all’inizio del Novecento – a cui si intersecano complesse metafore visive di questo breve e instabile scorcio di secolo.

Ponendo l’accento sulla produzione artistica e culturale più che sulla cronaca, La Terra Inquieta si concentra in particolare sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici. Mentre i media e la cronaca ufficiale raccontano di guerre e rivoluzioni viste a distanza, molti artisti conoscono e descrivono in prima persona il mondo da cui provengono i migranti. Le opere in mostra rivelano una rinnovata fiducia nella responsabilità dell’arte e degli artisti di raccontare e trasformare il mondo: non solo immagini di conflitti, ma anche immagini come terreno di incontro, scontro e scambio di punti di vista. Da questi racconti – sospesi tra l’affresco storico e il diario in presa diretta – emerge una concezione dell’arte come reportage lirico, documentario sentimentale e come testimonianza viva, urgente e necessaria.

La Triennale di Milano
Una mostra ideata e curata da Massimiliano Gioni
dal 28 aprile al 20 agosto 2017

Promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano
Direzione Artistica Settore Arti Visive Triennale Edoardo Bonaspetti

Immagine: Runo Lagomarsino, “Mare Nostrum” (2016) COURTESY FRANCESCA MININI, MILAN AND COLLECTION AGOVINO, NAPLES