Category: disegno

29
Giu

Claudia Losi | Being There. Oltre il giardino

Being There. Oltre il giardino, mostra conclusiva del progetto biennale dell’artista Claudia Losi, a cura di Leonardo Regano, promosso dalla Rocca Roveresca di Senigallia, istituto della Direzione Regionale Musei delle Marche in collaborazione con NTU – Centre for Contemporary Art – Singapore, Bezalel Academy of Arts and Design di Gerusalemme, Center for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento e Rovereto, Accademia di Belle Arti di Urbino e Collezione Maramotti di Reggio Emilia, e realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (IX edizione, 2020), programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Con Being There. Oltre il giardino, Claudia Losi prosegue la sua indagine sulla complessa relazione tra l’essere umano, l’ambiente in cui vive e la lingua con la quale comunica. L’artista lavora sull’ambiguità del concetto di paesaggio, sulla percezione dell’ambiente intorno a noi e sul labile confine tra contesto naturale e antropizzato. Una ricerca avviata durante una serie di viaggi nel nord della Scozia e in particolare sull’isola di St Kilda nelle Ebridi Esterne, e poi sviluppata nel 2016 in occasione della personale How do I imagine being there presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia.

Being There. Oltre il giardino ha preso il via nel febbraio 2021 con un workshop online sull’interpretazione del concetto di “luogo naturale” organizzato dal NTU-Centre for Contemporary Art di Singapore. Tra novembre e dicembre 2021, il centro culturale Hansen House di Gerusalemme ha ospitato – oltre a un workshop organizzato dalla Bezalel Academy of Arts and Design – una selezione di lavori dell’artista e una performance che ha visto la realizzazione di piccoli amuleti di terra cruda dalle sembianze metà umane e metà animali, disseminati nel giardino esterno. Nel mese di dicembre 2021 si è svolto anche un workshop rivolto agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Urbino. Nel febbraio 2022 l’artista è stata ospitata presso il CIMeC–Centro Interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento e Rovereto, dove ha potuto presentare il progetto e aprire un dialogo con i ricercatori dell’istituto.

Nel corso di questi due anni, Losi ha messo in relazione realtà e contesti molto diversi tra loro dal punto di vista culturale, linguistico e paesaggistico, interrogandosi su cosa possa essere inteso come “naturale” e cosa considerato “luogo”, e osservando come tutti i punti di vista alimentino macro narrazioni d’inesauribile complessità: Singapore, città-isola vicino all’Equatore, è votata a un’idea di futuro, in cui il rapporto con l’ambiente naturale è tema centrale e controverso; Israele è terra in cui i concetti di luogo naturale e territorio assumono particolari connotati sociopolitici e filosofici; e infine l’Italia che detiene una forte e stratificata tradizione paesaggistica e articolate dinamiche antropiche.

I contributi visivi e narrativi raccolti nel corso di questa esperienza di ricerca sono stati rielaborati per la realizzazione di una nuova opera: Oltre il giardino, prodotta per la Rocca Roveresca di Senigallia, è un grande tessuto jacquard di 15 metri realizzato in collaborazione con il centro di ricerca sul tessile Lottozero di Prato in collaborazione con l’azienda Aròmata di Pistoia, che su di sé mostra la trasposizione grafica dei contributi ricevuti dall’artista durante i diversi step del progetto. L’opera si configura, quindi, come un grande diario visuale che narra Being There. Oltre il giardino nella sua interezza e complessità. Una moltitudine di riflessioni corali ed eterogenee – per media espressivi, linguaggi, autorialità – sulla percezione del luogo naturale sono state tradotte da Losi in suggestioni capaci di creare un racconto coerente e inedito della sua esperienza di ricerca. Le grandi sale al piano terra degli appartamenti ducali dell’antica Rocca Roveresca si trasformano in un percorso esperienzale unico che porta allo svelamento di Oltre il Giardino ripercorrendo alcuni dei momenti più importanti dell’intero progetto Being There: il visitatore è condotto in una visione immersiva dell’intera opera grazie a un allestimento site-specific progettato da Claudia Losi per avvolgere la visione in un flusso unico e continuo, in cui immagini e parole si sovrappongono e alternano liberamente.

Completano la mostra tre grandi lavori della serie Ossi (2019), metafora di un riparo fragile che pare costruito a partire dalle costole di un grande animale marino, una fotografia in biacno/nero su tela (Marmagne3, 1999) e una serie di oggetti in alluminio e cartapesta dal titolo Cose che sono cose (2015).

Luigi Gallo, Direttore della Direzione Regionale Musei Marche, ha dichiarato: “Arrivato nelle Marche per assumere l’incarico di Direttore della Direzione Regionale Musei Marche, sono stato accolto da una piacevole sorpresa: la vittoria del progetto Being There. Oltre il Giardino dell’artista Claudia Losi, alla nona edizione dell’Italian Council. L’importanza di promuovere la produzione, la conoscenza e la diffusione della creazione contemporanea italiana nel campo delle arti visive promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea, anche grazie  al progetto Italian Council nato nel 2017, si accorda perfettamente alla mission della Rocca Roveresca come contenitore di esposizioni d’arte contemporanea e che accoglierà in maniera permanente, l’opera che l’artista ha realizzato per la Rocca stessa”.

Nel 2019, quando assunsi l’incarico di dirigere la Rocca, decisi di promuoverla non solo come monumento di rappresentanza politica del Rinascimento ma anche come teatro per l’arte e la cultura contemporanea. – ha commentato l’Arch. Lian Pellicanò, ex Direttrice della Rocca Roveresca di Senigallia e Curatrice del Patrimonio architettonico della Galleria delle Statue e delle Pitture e del Corridoio Vasariano delle Gallerie degli Uffizi – Nel 2020, per la IX edizione dell’Italian Council, insieme al curatore Leonardo Regano, abbiamo proposto un progetto che valorizzasse il contrasto fra una quinta fortificata e le opere delicate e lievi della bravissima Claudia Losi. Oggi, con la nuova Direttrice Alessandra Pacheco, diamo l’avvio a una mostra che lascerà un segno permanente a Senigallia.

La Rocca Roveresca di Senigallia, fortezza nata per ospitare e proteggere la famiglia ducale e diventata sede museale agli inizi degli anni Settanta, ospita da anni esposizioni di arte contemporanea, con particolare inclinazione al medium fotografico, in sintonia con la tradizionale vocazione della città che ha fatto eleggere Senigallia città della Fotografia.” – dichiara Alessandra Pacheco, neo Direttrice della Rocca Roveresca – “Siamo felici di ospitare in occasione di questa mostra, l’opera di Claudia Losi, da sempre impegnata nell’analisi del paesaggio come strumento per indagare l’uomo e l’azione umana, affrontando spesso tematiche legate al luogo naturale e al territorio, utilizzando una varietà di mezzi espressivi che abbracciano installazioni, sculture, video e lavori su tessuto e carta”.

I Servizi Educativi della Rocca Roveresca, in collaborazione con l’artista, propongono per tutta la durata della mostra un laboratorio creativo: i visitatori avranno a disposizione una postazione per descrivere, con segni o parole, la loro idea di spazio naturale, vero, immaginario, sperato, vissuto. Gli elaborati verranno raccolti e assemblati da coloro che li hanno realizzati, creando un’opera collettiva sincrona all’arazzo esposto.

In occasione della residenza di Claudia Losi presso Lottozero sono stati realizzati tre libri opera in tessuto e ricamo, di cui uno verrà presentato alla Collezione Maramotti il prossimo novembre insieme a un libro d’artista edito da Viaindustriae, in cui sarà tracciata una riflessione poetico-teorica intorno a questo viaggio reale e immaginario.

Il progetto Being There. Oltre il giardino, è stato raccontato passo dopo passo attraverso il blog www.beingthereoltreilgiardino.com con il progetto grafico di Giulia Ripa.

Claudia Losi opera con diversi media come installazioni site-specific e performance, scultura, fotografia, opere tessili e su carta. Negli ultimi anni espone presso La Centrale (Bruxelles), Fondazione del Monte di Bologna, AssabOne (Milano), Hansen House (Gerusalemme), Galleria Monica de Cardenas (Milano-Zuoz), IKON Gallery (Birmingham), MAMbo – Museo d’Arte Moderna (Bologna), Collezione Maramotti (Reggio Emilia), Museo Carlo Zauli (Faenza). Nel 2016 pubblica How do I imagine being there?, Humboldt books e nel 2021 The Whale Theory. Un immaginario animale, Johan&Levi e Voce a vento, Kunstverein Milano. Nel 2020 vince la IX edizione dell’Italian Council.

Claudia Losi
Being There. Oltre il giardino
A cura di Leonardo Regano
Rocca Roveresca Piazza del Duca 2, Senigallia
4 giugno – 25 settembre 2022

Realizzato grazie al sostegno di
Italian Council (IX edizione, 2020), programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Soggetto Proponente
Rocca Roveresca di Senigallia – Direzione Regionale Musei delle Marche

Museo Beneficiario
Rocca Roveresca di Senigallia

In collaborazione con
CIMeC–Centro Interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento e Rovereto
Collezione Maramotti, Reggio Emilia
NTU – Centre for Contemporary Art – Singapore
Bezalel Academy of Arts and Design, Gerusalemme
Accademia di Belle Arti di Urbino

Ufficio stampa
Irene Guzman
email irenegzm@gmail.com; tel. +39 349 1250956

31
Gen

Immersions | Leila Mirzakhani

O Gallery presents “Immersions”, a collection of works on paper by Leila Mirzakhani (b. 1978 Tehran).

Using a meditative and poetic approach, Leila Mirzakhani aims to recreate instinctual and natural human experiences in her practice through rediscovering a spiritual dimension in the ordinary events of everyday life. Mirzakhani’s drawings of atmospheric color fields examine qualities of ephemeral light as well as solid radiance. Offering examples of the medium’s possibilities, the artist minimalizes painting to the essentials with a sensory and allusive richness embedded in their asperity. The structural expressions and limited palette emphasize the beauty inherent in nature with a reference to seasons. This subtle beauty is apparent in the delicate visual incidents in the executions of lines, marks, hues and margins while demonstrating a deliberate emphasis on the wholeness of the surface.

Immersions
Immersion is an attempt to capture the elusive beauty of the nature; it is the desire to adapt oneself into the colors of the leaves in the spring, to the petals of Bougainvillea and the irresistible violet of the Iris.

It’s the amazement felt only towards something extremely fragile and at the same time magical and beyond the bounds:
In the face of such beauty we are well aware from the beginning that what we receive is partial and the rest remains unseen.

As Sohrab Sepehri said (Iranian contemporary poet)

Our need
Isn’t to unravel the mystery of the rose,
our need is,
may be
to immerse ourselves in the enchantment of the rose”

Leila Mirzakhani

Immersions | Leila Mirzakhani
January 28 _ February 8 2022

O Gallery
18 Shahin (Khedri) St., Sanaee St., Tehran, Iran

26
Gen

PALADINO

Tutta la storia artistica di Mimmo Paladino si nutre della cultura, della terra e della luce mediterranee. E non solo. Altri fantasmi la abitano. Mentre i pittori della sua generazione fanno ricorso alla memoria e alla citazione con effetti puramente stilistici, i riferimenti poetici di Paladino sondano le profondità del mito da cui riemergono frantumati, come schegge di figurazioni arcane, indecifrabili e tuttavia familiari per chi ha confidenza con il mondo oscuro della cultura arcaica campana. Memoria e citazione non sono tuttavia attività libere e giocose, ma pratiche quotidiane di lavoro e di confronto con la materia dell’arte, che non è solo colore, pietra, legno, bronzo. Fondamentale in Paladino resta la formazione concettuale e analitica che è divenuta nel tempo dato inalienabile del lavoro pittorico, permettendogli di spaziare fra le istanze della tradizione e quelle dell’avanguardia, di rielaborare la cultura figurativa del Novecento, in particolare l’espressionismo, l’informale e la popart, di attingere da culture arcaiche ed extraeuropee, sapendo scegliere chi e che cosa guardare: gli affreschi e le miniature medievali, le alchimie del manierismo, i chiaroscuri del Seicento. I soggetti della sua pittura non sono infatti mai semplicemente figurativi, perché quanto si dà come pittoricamente visibile è il risultato di un linguaggio formale assai consapevole che incamera e restituisce il fantasma o i fantasmi attraverso tutto quanto in astratto e in concreto può diventare o essere pittura e figura. Spesso l’immagine scaturisce dalla proliferazione o stratificazione di segni e materie. La superficie viene coperta con strati successivi di colore o gesso, si creano grovigli e frammenti di segni e simboli che a volte dichiarano un significato, a volte alludono, a volte nascondono. Se è vero che Mimmo Paladino, silenzioso si ritira a dipingere già nel 1977, troncando la sua prima ispirazione concettuale e anticipando la svolta culturale della generazione transavanguardista, nondimeno è evidente dal disegno al quadro, dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla scenografia, che l’arte per Paladino sia un processo ricostruttivo di ordine e di senso, avulso da ogni tentazione regressiva o restaurativa. L’arte come creazione di una cosmogonia, fondazione di un universo senza tempo, in cui tornino a circolare storie e leggende che rendano abitabile e affascinante la vicenda umana. Ecco allora che le forme paladiniane, depurate dalle tensioni della contingenza, raggiungono l’essenza primitiva, iconica, di immagini essenziali come ombre che non si cancellano e sempre ritornano, mescolandosi all’infinito. Questo è il tratto decisivo dell’opera di Mimmo Paladino: l’affermazione di un linguaggio figurativo non illustrativo, non narrativo; di un’arte che genera pensiero e conoscenza e dunque speranza di un mondo nuovo.

PALADINO
CASAMADRE
Piazza dei Martiri 58, Palazzo Partanna – Napoli – Campania
dal 22 gennaio 2022  al 9 aprile 2022

Immagine in evidenza: Mimmo Paladino, senza titolo, 2020

21
Dic

FABIO MAURI. Opere dall’Apocalisse

VIASATERNA ospita in esclusiva uno straordinario progetto espositivo: FABIO MAURI. Opere dall’Apocalisse.

La mostra, a cura di Francesca Alfano Miglietti, raccoglie per la prima volta una collezione di dipinti e disegni su carta provenienti dallo Studio Fabio Mauri: emozioni e visioni dell’artista che ha fatto dell’ideologia un materiale dell’arte.

Il progetto, organizzato in collaborazione con lo Studio Fabio Mauri e Hauser & Wirth, si muove su un registro espositivo che costituisce un itinerario unitario e coerente: un percorso intimo, in una raccolta di disegni, dipinti e fotografie che si presentano come vere e proprie opere su carta, e che comprendono la serie pressoché inedita dell’Apocalisse (degli anni Ottanta), degli Scorticati e alcuni Dramophone, in cui l’immagine del disco come “mondo già inciso” richiama il tema della predestinazione.

Il significato primo di “apocalisse” è “rivelazione”, gettar via ciò che copre, togliere il velo, letteralmente “scoperta” o “disvelamento”, e Mauri, in queste opere, sembra voler rintracciare nel Caos una poeticità che indaga l’apocalisse non come ‘fine’ ma come incontro. Mauri non indietreggia mai, ma si attesta tra le pieghe di una linea che silenziosamente tocca l’interdetto, il proibito.

Fabio Mauri (1926-2009), che ha conosciuto in prima persona abissi, lacerazioni e inganni delle ideologie del Novecento, è considerato un esponente d’indiscusso rilievo delle neo-avanguardie della seconda metà del XX secolo. La sua attività è molto estesa e comprende installazioni, performance, teatro e scrittura. Autore di una personalissima indagine, durata tutta la vita, sull’insidiosa logica dell’arte, dell’ideologia e del totalitarismo, Mauri esplora la Storia filtrandola attraverso la lente del privato.

VIASATERNA
Via Leopardi, 32
20123 Milano
Italia

T. +39 02 36725378
E. info@viasaterna.com

Orari di apertura:
Lunedì – Venerdì
12.00 – 19.00
Su appuntamento

Dal 17 dicembre 2021 all’1 aprile 2022
Dal lunedì al venerdì dalle ore 12 alle 19

Chiusa dal 24 dicembre 2021 al 2 gennaio 2022 e il 6 gennaio 2022

Immagine in evidenza: Fabio Mauri, The End, 1960, acrilico su carta, 50×70

16
Nov

DOMENICO GNOLI, la retrospettiva alla Fondazione Prada di Milano

Mi servo sempre di elementi dati e semplici, non voglio aggiungere o sottrarre nulla. Non ho neppure avuto mai voglia di deformare: io isolo e rappresento.
Domenico Gnoli

La mostra si presenta come una retrospettiva che riunisce più di 100 opere realizzate da Domenico Gnoli (Roma, 1933 – New York, 1970) dal 1949 al 1969 e altrettanti disegni. Una sezione cronologica e documentaria con materiali storici, fotografie e altre testimonianze contribuisce a ricostruire il percorso biografico e artistico di Gnoli a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa. La ricerca alla base del progetto concepito da Germano Celant è stata sviluppata in collaborazione con gli archivi dell’artista a Roma e Maiorca, custodi della storia personale e professionale di Gnoli.

Questa retrospettiva si inserisce in una sequenza di mostre di ricerca che Fondazione Prada ha dedicato a figure di outsider come Edward Kienholz, Leon Golub e William Copley, difficilmente assimilabili alle principali correnti artistiche della seconda metà del Novecento. L’obiettivo è esplorare la pratica di Gnoli e leggere la sua attività come un discorso unitario e libero da etichette, documentando connessioni con la scena culturale internazionale del suo tempo e suggerendo risonanze con la ricerca visiva contemporanea. “Domenico Gnoli” sviluppa inoltre le intuizioni di chi, in passato, ha interpretato l’artista dal punto di vista storico e critico in modo originale, riconoscendo l’ispirazione che Gnoli ha trovato nel Rinascimento ed evidenziando il valore narrativo delle sue opere.

L’allestimento progettato dallo studio 2×4 di New York per i due piani del Podium evoca la disposizione e le caratteristiche di ambienti museali novecenteschi tracciando prospettive lineari che dividono lo spazio espositivo in una sequenza di nuclei monografici. Le opere dell’artista sono raggruppate in serie tematiche, grazie alle quali è possibile riconoscere come ogni opera abbia generato altri suoi lavori in una coerente direzione espressiva. I dettagli carichi di significato dipinti da Gnoli suggeriscono nella mostra enigmatiche biografie degli oggetti rappresentati e testimoniano la convinzione dell’artista nel perseguire la propria ricerca in una radicale rilettura della rappresentazione classica.

Fondazione Prada
LARGO ISARCO, 2
20139 MILANO
T. +39 02 5666 2611
INFO@FONDAZIONEPRADA.ORG

DOMENICO GNOLI
28 Ott 2021 – 27 Feb 2022

Immagine in evidenza: Domenico Gnoli, Fondazione Prada Milano, 2021. Ph. Amalia Di Lanno

09
Ago

straperetana 2021 | The New Abnormal

L’edizione 2021 di straperetana, la quinta, avrà luogo come sempre nel borgo di Pereto, in provincia de L’Aquila. Appuntamento consolidato del programma culturale estivo, il progetto vede la partecipazione di 24 artisti, le cui opere troveranno spazio in diversi luoghi di Pereto; gli interventi artistici creeranno un percorso che– attraversando edifici storici, strade, case dismesse – abbraccerà l’intero borgo, per un’esperienza atipica, legata sia alla fruizione delle opere sia all’esplorazione di Pereto.

The New Abnormal è il titolo scelto per questa quinta edizione. Direttamente ispirato all’ultimo disco della band statunitense The Strokes, uscito nei primi mesi del 2020 nel pieno della diffusione del virus, l’espressione trova una coincidenza con lo “strano” momento che stiamo attraversando, quasi a voler sancire l’avvento di qualcosa di inedito e insieme non conforme, diverso da ciò che conoscevamo. E proprio il concetto di “strano” è una delle categorie che la mostra intende toccare. Punto di partenza è il saggio di Mark Fisher The Weird and the Eerie(2016), nel quale il pensatore britannico cerca di delineare le nozioni di strano (“weird”) e inquietante (“eerie”) nel mondo contemporaneo attraverso una sterminata serie di esempi legati alla produzione culturale (dalla narrativa di H. P. Lovecraft al cinema di David Lynch, passando per autori come Stanley Kubrick, Philip K. Dick, Margaret Atwood).

Fisher identifica con il termine “weird” ciò che è fuori posto, inappropriato, che suscita insieme attrazione e respingimento; ma anche commistioni tra umano e animale, le soglie tra mondi diversi, l’accostamento di termini contrastanti e, in generale, il sorprendente e l’inatteso. L’“eerie” invece si manifesta “quando c’è qualcosa dove non dovrebbe esserci niente, o quando non c’è niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa”, per usare le parole di Fisher; è un’esperienza diretta di ciò che è ignoto, capace di generare interrogativi le cui risposte oltrepassano i limiti della conoscenza.

In generale, “weird” e “eerie” hanno a che fare con ciò che risulta non conforme alla realtà, irrompendo al suo interno sotto forma di qualcosa di sconosciuto e apparentemente inclassificabile. Fisher trova una forte corrispondenza tra queste manifestazioni e la realtà contemporanea: il perenne senso di crisi e le ombre di un collasso imminente hanno portato in particolar modo negli ultimi anni all’elaborazione di un immaginario grazie al quale tentare possibili via di fuga da un reale percepito sempre meno sostenibile e desiderabile – un sentimento latente, accelerato ma non certo generato dalla pandemia.

In linea con questa visione, l’edizione 2021 di straperetana intende volgere lo sguardo alle zone d’ombra, al perturbante, allo stupefacente. La mostra sarà popolata di opere legate alle idee di metamorfosi e ibridazione, immagini stranianti e misteriose, forme non immediatamente identificabili, soglie da attraversare. A fianco di autori già affermati la mostra vede la presenza di numerosi emergenti, con un focus particolare sulla scena abruzzese grazie anche al coinvolgimento di Matteo Fato, che ha collaborato con Saverio Verini alla ricerca di artisti attivi sul territorio.

“Siamo davvero felici di annunciare questa nuova puntata di straperetana, a margine di un anno complicato, incerto. E ci fa ancora più piacere che coincida con il traguardo delle cinque edizioni, una soglia simbolica e incoraggiante”, affermano gli ideatori del progetto, Paola Capata e Delfo Durante. “L’organizzazione di straperetanaè sempre estremamente impegnativa: al termine della scorsa edizione ci siamo quasi subito messi al lavoro per la mostra del 2021, che speriamo sia ricca di stimoli per il pubblico, ma anche per gli stessi artisti invitati. Il rapporto con un borgo come Pereto genera sempre cortocircuiti inattesi e“colpi di fulmine” negli artisti, che amano trascorrere del tempo in questo luogo; un sentimento ricambiato dal borgo stesso, visto che l’appuntamento è sempre più sentito nel territorio”.

I 24 artisti invitati di straperetana 2021: Giacomo Alberico (Chieti, 1994), Francesca Banchelli (Montevarchi, 1981), Giuditta Branconi (Teramo, 1998), Enzo Cucchi (Morro d’Alba, 1949), Luca De Angelis (San Benedetto del Tronto, 1980), Andrea Di Cesare (Pescara, 1977), Daniele Di Girolamo (Pescara, 1995), Floating BeautyLuca Francesconi (Mantova, 1979), Oscar Giaconia (Milano, 1978), Francesca Grilli (Bologna, 1978), Sacha Kanah (Milano, 1981), Claudia Losi (Piacenza, 1971), Giulia Mangoni (Isola del Liri, 1991), Edoardo Manzoni (Crema, 1993), Paride Petrei (Pescara, 1978), Giulia Poppi (Modena, 1992), Carol Rama (Torino, 1918 – 2015), Andrea Respino (Mondovì, 1976), Moira Ricci (Orbetello, 1977), Giuliano Sale (Cagliari, 1977), Andrea Salvino (Roma, 1969), Gabriele Silli (Roma, 1982), Giovanni Termini (Assoro, 1972).

Le visite alla mostra saranno organizzate per gruppi ristretti di persone, nel rispetto delle attuali norme di sicurezza, in diverse fasce orarie. È gradita la prenotazione all’indirizzo: info@straperetana.org

La mostra è prorogata al 22 agosto 2021. Nelle settimane di apertura, le opere saranno liberamente fruibili dal pubblico nel fine settimana (sabato e domenica), dalle 16.00 alle 20.00; negli altri giorni su appuntamento, che deve essere comunicato all’organizzazione con almeno 24 ore di anticipo.

straperetana  arte contemporanea nella porta d’Abruzzo

un progetto ideato da Paola Capata e Delfo Durante

PROROGATA al 22 agosto 2021

Orari di apertura: sabato e domenica dalle 16.00 alle 20.00
Negli altri giorni aperta solo su appuntamento. È richiesto un preavviso di 24 ore

Titolo: straperetana / The New Abnormal

Artisti: Giacomo Alberico, Francesca Banchelli, Giuditta Branconi, Enzo Cucchi, Luca De Angelis, Andrea Di Cesare, Daniele Di Girolamo, Floating Beauty, Luca Francesconi, Oscar Giaconia, Francesca Grilli, Sacha Kanah, Claudia Losi, Giulia Mangoni, Edoardo Manzoni, Paride Petrei, Giulia Poppi, Carol Rama, Andrea Respino, Moira Ricci, Giuliano Sale, Andrea Salvino, Gabriele Silli, Giovanni Termini

A cura di: Saverio Verini, con la collaborazione di Matteo Fato

Organizzazione: Paola Capata e Delfo Durante

Luogo: Pereto (AQ), sedi varie

Gradita prenotazione: info@straperetana.org- + 39 3351049685
Durata: dal 18 luglio al 15 agosto 2021 PROROGATA al 22 agosto 2021
Orari: sabato e domenica 16.00-20.00; gli altri giorni su appuntamento, prenotazione obbligatoria
Contatti: www.straperetana.org  – info@straperetana.org
STRAPERETANA socialFacebook @straperetana– Instagram straperetana

straperetana si avvale del Patrocinio del Comune di Pereto

Immagine in apertura: Enzo Cucchi, Lingue in bocca, 2017. Bronzo, ceramica, 45x45x27cm, esemplare unico. Courtesy l’artista e ZERO…Milano. Ph. Giorgio Benni

 

08
Ott

Giulio Paolini – Qui dove sono

La Galleria Christian Stein presenta un’esposizione personale di Giulio Paolini (Genova, 1940) dal titolo Qui dove sono, riferimento a un’opera in mostra e omaggio alla Galleria Christian Stein, dove Paolini espose per la prima volta oltre cinquant’anni fa, nel 1967, presso la sede di Torino e poi, regolarmente, per tutta la sua carriera, fino all’ultima esposizione nel 2016.

La mostra alla Galleria di Corso Monforte si articola in cinque opere di cui tre realizzate espressamente per l’occasione.

Scultura e fotografia, opportunamente elaborate secondo il linguaggio paoliniano, svolgono un racconto intorno al mito, alla classicità e alla storia; le immagini in mostra sono avvolte in una dimensione temporale assoluta, distante dai dati della realtà corrente.

Nell’opera, collocata a centro sala, In volo (Icaro e Ganimede) (2019-2020), il calco in gesso di Ganimede, copia di una scultura in marmo di Benvenuto Cellini (1500-71), è collocato su una alta base. Il giovane trattiene due ali di cartoncino dorato ad evocare il suo volo verso l’Olimpo, il mito di Ganimede si fonda infatti sulla bellezza del giovane di cui Zeus, il re degli dèi, si invaghì, questi lo rapì camuffandosi da aquila e lo condusse sull’Olimpo dove ne fece il suo amato. Al suolo una lastra quadrata trasparente lascia intravedere frammenti di un’immagine fotografica del cielo unitamente alla riproduzione della figura di Icaro tratta dal dipinto Dedalus et Icarus (1799) del pittore francese Charles Paul Landon (1761-1826), inoltre un antico mappamondo è posato sulla lastra di plexiglas a ridosso della base. Sia Ganimede che Icaro sono figure mitologiche legate all’atto del volo, Ganimede ascende verso l’Olimpo, mentre Icaro precipita in mare per essersi troppo avvicinato al sole che ne fonde la cera delle ali. Paolini dichiara a proposito delle due figure: “Due corpi nudi, l’uno precipitato al suolo, l’altro proteso verso l’alto, sono entrambi sospesi nella vertigine del volo (del vuoto). Sono attori volti a impersonare i destini paralleli di due personaggi: Icaro e Ganimede, fine e principio di una idea di Bellezza, di una stessa figura senza nome”.

Sulla parete di fondo Vis-à-vis (Kore), 2020 è composta da due metà del medesimo calco in gesso di una testa ellenistica femminile, una Kore, collocate una di fronte all’altra su due basi addossate ad una tela di grandi dimensioni che reca un disegno in prospettiva tracciato a matita. La tela funge dunque da “quinta teatrale”, da spazio scenico che ospita lo sguardo muto dei due volti. Eco di un modello assente e di un’immagine distante, mitica, il calco in gesso costituisce per Paolini uno strumento privilegiato, afferma infatti l’artista: “lo sguardo fissato in un quadro o in una scultura non si rivolge né all’autore né ad altri, non ammette né uno né molti punti di vista, riflette in sé la domanda sulla sua stessa presenza”.

La parete di sinistra ospita La casa brucia (1987-2004), l’opera si compone di quarantatre collage divisi in un compatto gruppo centrale di quindici e in un’ampia cornice perimetrale di ventotto elementi. In quelli del primo nucleo, la fotografia di un edificio in fiamme è combinata di volta in volta con particolari lacerati di riproduzioni fotografiche di opere o esposizioni precedenti dell’artista. Negli elementi perimetrali, invece, all’immagine dell’incendio si sovrappongono dei frammenti lacerati di fogli di carta usati abitualmente da Paolini (carta bianca, nera, millimetrata, da lucido ecc.). Nell’insieme, la cornice di “materiali” o strumenti preliminari – che annunciano un’opera ancora a venire – racchiude gli echi delle opere compiute e “già viste”.

Le pareti di destra ospitano una serie di collage dal titolo Qui dove sono (2019) che rimanda al luogo di residenza dell’artista, Piazza Vittorio Veneto a Torino, storica piazza porticata di forma rettangolare. La serie presenta varie prospettive tracciate a matita, sovrapposizioni e mise en abyme di immagini di diversa origine quali una riproduzione fotografica dell’atrio di ingresso dell’abitazione dell’artista, di un’antica stampa della Piazza o ancora una foto notturna dello stesso luogo. Alcuni collage presentano una figura di spalle intenta a osservare la Piazza (controfigura dell’artista stesso?), altre esibiscono una finestra prospettica nel punto di fuga. La Piazza diviene dunque il teatro ideale per inscenare rimandi di sguardi, inganni percettivi non privi di un’aura metafisica debitrice delle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico, non a caso evocato da figure presenti in due dei collage esposti.

Infine, tra la parete e la finestra, è collocata l’opera Passatempo (1992-98): su una base sono disposti innumerevoli frammenti di vetro, un ritratto fotografico dell’artista e alcuni frammenti di riproduzioni a colori di motivi astrali; in corrispondenza degli occhiali nel ritratto è posata una clessidra. In Passatempo l’autore guarda attraverso il tempo nel tentativo di cogliere ciò che il suo sguardo e la sua mano non possono rinunciare a inseguire. Frammenti di tempo (il ritratto del 1971), indizi di una dimensione assoluta (l’iconografia astrale), uniti alla clessidra (immobile), suggeriscono il desiderio dell’artista di trattenere l’istante ideale in cui potrebbe affiorare una visione compiuta.

Il progetto rappresenta uno dei due episodi espositivi che vedono Paolini impegnato a Milano nel corso del 2020; infatti la mostra di Giulio Paolini, Qui dove sono, alla galleria Christian Stein era inizialmente prevista ad aprile 2020, in concomitanza con Giulio Paolini. Il mondo nuovo, ospitata negli spazi milanesi di Palazzo Belgioioso alla galleria Massimo De Carlo. Inoltre, a partire dal 15 ottobre 2020 e fino al 31 gennaio 2021 il Castello di Rivoli ospita mostra di Giulio Paolini, Le chef-d’oeuvre inconnu, in occasione del suo ottantesimo anniversario.

Giulio Paolini, Qui dove sono

fino al 16 gennaio 2021

Tel. +39 0276393301

LUN-VEN | MON-FRI 10-19   SAB | SAT 10-13 | 15-19

Galleria Christian Stein, Corso Monforte 23, Milano

22
Lug

ALBERTO GIACOMETTI. Grafica al confine fra arte e pensiero

La stagione espositiva 2020 del m.a.x. museo di Chiasso (Svizzera) si apre nel segno di Alberto Giacometti (1901-1966), uno fra i più rilevanti artisti del XX secolo.

Dopo la sosta forzata a causa dell’emergenza Coronavirus, che ne aveva rimandato l’inaugurazione, martedì 9 giugno 2020 si è aperta una mostra, curata da Jean Soldini e Nicoletta Ossanna Cavadini, che, fino al 10 gennaio 2021, presenta, per la prima volta, il corpus grafico dell’artista svizzero: sono esposti oltre quattrocento fogli e numerosi libri d’artista, provenienti dalleprincipali istituzioni internazionali che conservano le opere di Alberto Giacometti e da importanti collezionisti privati.

L’ambiente creativo dell’artista e dell’uomo è inoltre restituito dalle suggestive fotografie realizzate dall’amico Ernst Scheidegger che, dal 1943, ha documentato con immagini e filmati l’attività artistica e la vita privata di Giacometti. La rassegna documenta la straordinaria padronanza di Giacometti delle varie tecniche grafiche, dalla xilografia all’incisione a bulino, dall’acquaforte alla puntasecca. Sebbene sia conosciuto soprattutto come scultore e pittore, Giacometti realizzò, nondimeno, molte incisioni, espressione di una profonda ricerca artistica.

Giacometti, infatti, vedeva nel disegno e nella sua trasposizione sulla matrice, il fondamento estetico e concettuale su cui costruire le sue opere pittoriche e plastiche. Com’ebbe modo di affermare lo stesso artista, “di qualsiasi cosa si tratti, di scultura o di pittura, è solo il disegno che conta”. È noto che egli disegnava dappertutto, sulle buste e lettere ricevute, su giornali e riviste, sull’interno del pacchetto di sigarette, al bar sui tovaglioli o sulle tovagliette di carta, sulle pareti intonacate dell’atelier e sui pannelli di legno tavolato, e più normalmente sul suo inseparabile taccuino e sull’album per gli schizzi.

“La sua opera grafica non è quindi marginale – ricorda Nicoletta Ossanna Cavadini – rispetto alla produzione artistica vera e propria, ossia alla pittura e alla scultura, ma riesce a rivelare meglio il pensiero giacomettiano in cui dal segno emerge un senso di angoscia, di affanno, di incertezza, e nei ritratti l’incapacità di ritrovare la forza dello sguardo e il suo valore emozionale, o ancora il foglio come metafora del concetto di spazio e tempo in cui l’uomo cerca la sua dimensione dell’essere”.

Alberto Giacometti compie la sue prime esperienze di tecnica grafica in età adolescenziale seguendo i consigli del padre Giovanni, esperto xilografo. Le sue prime opere, come i ritratti di due compagni di classe (Deux camarades de classe) o quello di Lucas Lichtenhan, risalgono al 1917, in cui l’arte dell’intaglio del legno era sempre preceduta dal necessario disegno preparatorio. Dopo queste primi esercizi, l’incontro con la grafica avverrà solo quindici anni dopo, tra il 1933 e il 1935, quando, trasferitosi a Parigi ed entrato nella cerchia del Surrealismo, si dedica alla tecnica tradizionale a bulino, dimostrando grande perizia tecnica. Tra i lavori più riusciti si ricorda quella per Les pieds dans le plat di René Crevel e le quattro incisioni concepite per L’air de l’eaudi André Breton, una raccolta di poesie che lo scrittore e teorico del movimento aveva composto in occasione del proprio matrimonio nell’agosto 1934 con la pittrice Jacqueline Lamba. Nello stesso anno lavorò alle sue prime illustrazioni per una raccolta di poesie e incise quattro stampe calcografiche per L’air de l’eaudi André Breton, intitolate La maine La fée du sel, quindi Le chevalier de paille, assieme ad Animal Ie Animal IIe Le serpent Ie Le serpent II. Abbandonato il Surrealismo, a causa di un litigio con lo stesso Breton, Giacometti sospende la sua produzione grafica per dieci anni. Tornerà nel 1946-47 con le illustrazioni per l’Histoire de ratsdi Georges Bataille, seguita nel 1949 dalla sua prima litografia, un ritratto di Tristan Tzara. L’inizio degli anni cinquanta vede Giacometti nuovamente intento a realizzare opere grafiche, adottando la litografia come moduspiù vicino al risultato ottenuto col disegno. Dalla metà degli anni cinquanta in poi Giacometti incrementò molto la produzione, che arrivò a essere nel 1956 addirittura più importante e numerosa di quella plastica e pittorica. Sempre affascinato dalla scrittura e dalla poesia, era disponibile alle richieste di artisti, intellettuali e galleristi che gli commissionavano illustrazioni e frontespizi per pubblicazioni d’arte.

La ricerca di Giacometti sulla figura umana diventò progressivamente sempre più presente, trattata in maniera tematica nel 1957 nelle stampe realizzate per la rivista “Derrière le Miroir”, promossa dal gallerista-editore Maeght. Questo orientamento rifletteva le nuove preoccupazioni formali dell’artista, portandolo nelle sue sculture ad abbandonare i gruppi a favore di figure isolate e spesso di grandi dimensioni, per esprimere il profondo senso di disagio esistenziale. In questo periodo, l’artista decide di focalizzare la sua attenzione sul ritratto per indagare il senso dell’essere umano. Giacometti ritraeva solo gli amici o chi aveva un’affinità elettiva con lui: molti di loro erano scrittori, filosofi o intellettuali. Le sessioni di posa diventavano veri e propri dialoghi fra l’artista e il soggetto e ne favorivano l’intimità e la conoscenza per la buona riuscita del ritratto stesso. Esemplari a tal proposito, i ritratti di Michel Leiris, André du Bouchet, Edith Boissonnas, Jacques Dupin, Pierre Loeb, o dell’artista André Derain. La figura femminile più frequentemente ritratta fin dall’adolescenza fu la madre Annetta, mentre cuciva, sotto la lampada, in posa, o immortalata in momenti di vita quotidiana. Poi, dal 1946, la sua principale modella femminile fu Annette, sua compagna di vita e poi moglie dal 1949, soggetto privilegiato per ritratti in primo piano, ma anche per nudi femminili. Con il 1964 apparve nelle incisioni anche la sua amante Caroline, il cui ritratto è inserito nell’ultima grande campagna litografica diParis sans fin, progetto incompiuto di un libro stampato che lo occuperà ininterrottamente dal 1958 al 1965.

Paris sans fin era la metafora visiva della vita e della città che egli amava profondamente, e che gli appariva tutto d’un colpo distante e lontana. Nella stupefacente consequenzialità delle 150 tavole litografiche Giacometti riporta la vita frenetica della metropoli, il fascino dei suoi monumenti, i bar frequentati, i musei, con visioni riprese all’esterno nelle strade, ma anche negli intimi momenti d’amore per Caroline. Ognuna delle quattro sezioni in cui è suddiviso il percorso espositivo, propone un dipinto, un disegno o una scultura particolarmente significativa per comprendere il rapporto tra i diversi mezzi di espressione.

La mostra è organizzata in collaborazione con la Fondation Giacometti di Parigi, l’Alberto Giacometti-Stiftung di Zurigo, la Fondation Marguerite et Aimé Maeght di Saint-Paul-de-Vence (Francia), il Museo d’Arte dei Grigioni di Coira (Svizzera), il Museo Ciäsa Granda di Bregaglia (Svizzera), la Fondazione Marguerite Arp di Locarno (Svizzera), la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” di Milano, la Galerie Kornfeld di Berna (Svizzera), l’Alberto Giacometti Museum di Sent (Svizzera).

Catalogo bilingue (italiano-inglese) Albert Skira (Milano-Ginevra)

          

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18
Giu

Maria Lai. Fame d’infinito

“All’essere umano non basta la terra sotto i piedi, non basta il sole sulla testa. L’uomo diventa adulto per realizzarsi oltre il proprio spazio e il proprio tempo”. Maria Lai

A distanza di un mese dalla riapertura della Stazione dell’Arte, il 26 giugno 2020 apre al pubblico il nuovo allestimento della collezione permanente dal titolo Maria Lai. Fame d’infinito. Arte da vedere, sentire, toccare: mai come in occasione del nuovo allestimento, le opere di Maria Lai attraverseranno ogni barriera fisica e intellettuale. Una mostra che è esperienza multisensoriale, concepita per favorire un nuovo approccio all’arte e nutrire la curiosità dei visitatori. Per soddisfare la nostra “Fame d’infinito”, l’esposizione recupera il dialogo diretto con il pubblico dopo lo stop per l’emergenza sanitaria e la riapertura dell’istituzione museale, avvenuta un mese fa.

La nuova esposizione aprirà al pubblico venerdì 26 giugno 2020, alle ore 15.00, negli spazi del museo fortemente voluto dall’artista ulassese, in piena sicurezza e nel rispetto delle indicazioni fornite dalle autorità preposte: ingressi contingentati (per un massimo di 10 persone alla volta) e mascherina obbligatoria.

La mostra è organizzata dalla Fondazione Stazione dell’Arte con il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna, del Comune di Ulassai e della Fondazione di Sardegna. Curata da Davide Mariani, direttore del museo dedicato a Maria Lai, Fame d’infinito scandisce l’intero percorso dell’artista attraverso l’esposizione delle opere più significative da lei donate al Comune di Ulassai. La collezione restituisce, nella sua totalità, l’esperienza creativa di Maria Lai: dalle sculture ai disegni a matita e su china, dai telai alle tele cucite, dai celebri pani ai libri cuciti, dalle geografie alle installazioni e agli interventi ambientali.

Il progetto espositivo, concepito come un’esposizione permanente, è suddiviso secondo un ordine cronologico e tematico ed è arricchito dalla presenza di un sistema di apparati didattici, in italiano e in inglese, da alcune riproduzioni tattili dei manufatti in mostra e da un archivio multimediale interattivo.

MARIA LAI. FAME D’INFINITO
a cura di Davide Mariani
Museo Stazione dell’Arte
Ex Stazione ferroviaria, Ulassai (Nu)
Orari: dal martedì alla domenica, dalle 9:30 alle 19:30 (orario continuato) – ingressi contingentati
Chiusura settimanale: lunedì
Visite guidate: sospese
Per informazioni: Tel. 0782787055; e-mail: stazionedellarte@tiscali.it

Immagine in evidenza: Maria Lai Fame d’infinito. Installation view. Ph. E. Loi S. Melis Arasole Ç. Courtesy Fondazione Stazione dell’ Arte
13
Gen

Dalí & Magritte. Two surrealist icons in dialogue

The Royal Museums of Fine Arts of Belgium dedicate an exceptional exhibition to Salvador Dalí and René Magritte. For the first time ever, the connection and influences between the two greatest icons of the surrealist movement are highlighted.

Dalí and Magritte both aim to challenge reality, question our gaze and shake up our certainties. The Catalan and the Belgian show a fascinating proximity, despite their very different creations and personalities, which would eventually lead them to drift apart.In the spring of 1929, Salvador Dalí and René Magritte meet in Paris, surrounded by the great names of the artistic avant-garde. In August of the same year, at Dalí’s invitation, Magritte travels to Cadaqués, the Spanish painter’s home base. This surrealist summer – which also includes visits by Éluard, Miró and Buñuel – will prove decisive.

The exhibition reveals the personal, philosophical and aesthetic links between these two iconic artists through more than 100 paintings, sculptures, photographs, drawings, films and archival objects.

The “Dalí & Magritte” exhibition is held under the High Patronage of their Majesties the King and Queen and is organized by the RMFAB in collaboration with the Dalí Museum (St. Petersburg, Florida), the Gala-Salvador Dalí Foundation and the Magritte Foundation. More than 40 international museums and private collections have lent their masterpieces for this unique exhibition, which ties in with the festivities organised around the Magritte Museum’s 10th anniversary.
Exhibition curator: Michel Draguet, Director General of the RMFAB.

VIDEO Behind The Scenes at the exhibition DALÍ & MAGRITTE

Dalí & Magritte Two surrealist icons in dialogue

Royal Museums of Fine Arts of Belgium
Rue de la Régence/Regentschapsstraat 3
1000 Brussels
+32 (0)2 508 32 11
info@fine-arts-museum.be

Image: Magritte, The Blood of the World, 1925