Category: illustrazione

19
Apr

Thomas Demand: L’IMAGE VOLÉE

18 Mar – 28 Ago 2016
“L’image volée” è una mostra collettiva curata dall’artista Thomas Demand, ospitata in un ambiente allestitivo progettato dallo scultore Manfred Pernice. La mostra occupa i due livelli della galleria Nord e il Cinema della sede di Milano.

“L’image volée” include più di 90 lavori realizzati da oltre 60 artisti dal 1820 a oggi. L’intento di Thomas Demand è di indagare attraverso la mostra le modalità con cui tutti noi ci richiamiamo a modelli preesistenti e come gli artisti hanno sempre fatto riferimento a un’iconografia precedente per realizzare le proprie opere. Esplorando i limiti tra originalità, invenzioni concettuali e diffusione di copie, “L’image volée” si concentra sul furto, la nozione di autore, l’appropriazione e il potenziale creativo di queste ricerche. Il percorso espositivo presenta tre possibili direzioni d’indagine: l’appropriazione fisica dell’oggetto o la sua assenza, la sottrazione relativa all’immagine piuttosto che all’oggetto concreto e, infine, l’atto del furto attraverso l’immagine stessa. La mostra è stata concepita come un’esplorazione anticonvenzionale di questi temi, affrontati seguendo un approccio empirico. Piuttosto che una ricognizione enciclopedica, “L’image volée” offre una prospettiva inaspettata all’interno di un viaggio di scoperta e ricerca artistica. Nella prima sezione sono raccolte fotografie, dipinti e film in cui l’oggetto rubato o mancante diventa un corpo del reato o la scena del crimine. Ci sono opere che richiamano più direttamente l’immaginario criminale, come la denuncia incorniciata da Maurizio Cattelan – Senza titolo (1991) – a seguito di un furto di un’opera immateriale, o Stolen Rug (1969), un tappeto persiano rubato su richiesta di Richard Artschwager per la mostra “Art by Telephone” a Chicago. Inoltre sono presentati lavori che evocano l’assenza, risultato di un furto, come la tela di Adolph von Menzel Friedrich der Grosse auf Reisen (1854), mutilata per ricavarne ritratti di minori dimensioni. Altri lavori, invece, si basano su un processo di alterazione di opere d’arte preesistenti, come Richter-Modell (interconti) (1987), un quadro di Gerhard Richter trasformato in un tavolino da Martin Kippenberger e Unfolded Origami (2016) di Pierre Bismuth che realizza una nuova opera a partire da poster originali di Daniel Buren. Questi lavori approfondiscono la nozione del controllo dell’autore sulla propria opera. Nella seconda parte del percorso espositivo si analizzano le logiche dell’appropriazione all’interno del processo creativo. Si parte dall’idea di contraffazione e falsificazione, esemplificata dalle banconote riprodotte a mano dal falsario Günter Hopfinger, per poi approfondire le pratiche vicine alla cosiddetta Appropriation Art. In Duchamp Man Ray Portrait (1966) Sturtevant, ad esempio, rimette in scena il ritratto fotografico di Marcel Duchamp realizzato da Man Ray, sostituendosi sia all’autore sia al soggetto della fotografia. Altri artisti spingono la logica della contraffazione al limite, fino a impossessarsi dell’identità di un altro artista. Altre opere sono il risultato di alterazioni di lavori o immagini preesistenti come le défiguration di Asger Jorn o i collage di Wangechi Mutu, che includono illustrazioni mediche e disegni anatomici, e di artisti come Haris Epaminonda, Alice Lex-Nerlinger e John Stezaker che, nei loro lavori, inglobano cartoline, fotogrammi o immagini d’archivio. Altri autori come Erin Shirreff e Rudolf Stingel realizzano i loro dipinti o video usando come fonte una riproduzione fotografica di un’opera d’arte del passato. Questa sezione prosegue con un insieme di opere in cui gli artisti prendono in prestito l’elemento visivo da un altro medium o linguaggio, oppure realizzano un atto di decontestualizzazione dell’immagine stessa. Thomas Ruff in jpeg ib01 (2006) altera un’immagine estratta dal web, Anri Sala in Agassi (2006) esplora le potenzialità del mezzo filmico nel rivelare dinamiche temporali nascoste, Guillaume Paris nel video Fountain (1994) ripropone in loop una breve sequenza del film di animazione Pinocchio (1940). Il percorso espositivo al piano terra della galleria Nord include inoltre lavori scultorei di Henrik Olesen e nuove opere realizzate da Sara Cwynar, Mathew Hale, Oliver Laric e Elad Lassry. La terza parte della mostra è ospitata al livello interrato della galleria Nord, utilizzato per la prima volta come spazio espositivo. Continue Reading..

26
Feb

Chiara Dattola. Dentro la foresta

La galleria d’arte Il Vicolo presenta Dentro la foresta, mostra personale dell’artista illustratrice Chiara Dattola, giovedì 25 febbraio alle ore 18.30, in via Maroncelli 2, Milano. Il Vicolo, che segue con particolare attenzione il mondo del disegno e dell’illustrazione, collabora per la prima volta con la Dattola. Nasce da questo incontro la mostra Dentro la foresta che comprende una ventina di chine, collages e tele, realizzate dall’artista appositamente per questa esposizione.

Il tema della mostra, la foresta vista come espressione dell’immaginario, è rappresentata dalla Dattola come un viaggio in un luogo magico e surreale nel quale perdersi all’ombra umida tra gli alti tronchi – come scrive Ferruccio Giromini nel suo testo – dove realtà e mito si fondono. Dal personale punto d’indagine dell’artista la foresta è vista come madre, cibo, rifugio, vita, morte mentre i personaggi che emergono dal folto fogliame o che si trasformano in elementi naturali persi nella profondità della vegetazione sono archetipi o creature della fantasia.
Scrive l’artista e amico Alessandro Gottardo aka Shout del lavoro di Chiara Dattola:
Come nel realismo magico della narrativa sudamericana, come in Gabriel Garcia Marquez, Jorge Luis Borges o Cortazar a un certo punto quel confine di magia si scioglie e non ci sarà più modo di distinguere la realtà dal mito, e allora sarà bello perdersi, chiudere gli occhi, e lasciarsi popolare la mente da ogni singolo personaggio, animale, forma e colore creati dalla mano e dalla fantasia di Chiara Dattola.

La mostra verrà presentata successivamente nella sede genovese della galleria.

Nata a Varese nel 1978, Chiara Dattola vive e lavora a Milano. Ha collaborato e collabora tuttora con , fra gli altri, “Le Monde”, “Monocle”, “Les Echos”, “Internazionale!, “Philip Morris”, “Messaggerie libri”, “Elle”, “Corriere della Sera”, “Sole 24 Ore”, “Plansponsor”. Lavora inoltre per l’editoria per ragazzi, oltre che come disegnatrice, anche come scrittrice. Fra le case editrici ricordiamo: “Les Editions du Rouergue”, “Yeowon media”, “Montessori Korea”, “Les Editions du Ricochet”, edizioni “Panini”, “Coccinella e Zanichelli.
Dal 2007 è docente di illustrazione all’Istituto Europeo di Design.
Nel 2015 è stata selezionata per il Creative Quarterly n.41.
Ha illustrato interamente il calendario 2016 della rivista italiana Internazionale.Continue Reading..

03
Dic

Gravità | Juryoku 重力

Gravità

Juryoku 重力

Opere di AKIKO KURIHARA, AYUMI KUDO e KYOKO DUFAUX

a cura di Matteo Galbiati

dal 4 dicembre 2015 al 30 gennaio 2016

Inaugurazione
Giovedì 3 Dicembre 2015 ore 18.30

La Galleria Paraventi Giapponesi – Galleria Nobili è lieta di presentare, per la prima volta nella propria sede, il lavoro delle artiste giapponesi – da anni residenti in Europa – Akiko Kurihara, Ayumi Kudo e Kyoko Dufaux nella mostra intitolata Gravità. Juryoku. 重力. Da tempo queste artiste sono impegnate in una ricerca molto personale che spazia dal design all’illustrazione, dalla scultura alla pittura, avvalorata da numerosi e importanti esposizioni in Italia, Europa e Giappone.
La mostra, come suggerisce il titolo, è l’esito di un confronto di tre personalità sull’originale tema della gravità, il quale rimanda immediatamente alla nozione fisica che ci spiega questo concetto come quella peculiare forza di attrazione che attira i corpi verso il centro della Terra e, al contempo, è anche l’invisibile interazione che si manifesta tra due qualsiasi masse qualsiasi. Teorizzata da Newton nel 1666 e approfondita da Einstein all’inizio del ‘900, la “gravità” è applicabile a tutti i corpi e in ogni sistema e quindi fu da subito definita universale.
La radice della parola latina gravitas rimanda, invece, a grave inteso come peso, sia in senso fisico che figurato. La gravitas romana, in epoca arcaica o repubblicana, ad esempio, era un valore costitutivo della società del tempo e si riferiva a un atteggiamento di serietà, presenza e autocontrollo dinnanzi alle avversità. Un buon cittadino romano doveva mostrarsi imperturbabile nelle disgrazie, evitando atteggiamenti leggeri e versatili, restando fermo e saldo nelle emozioni. Tale inclinazione sembra trovare un ideale collegamento con i concetti buddisti di sati e appamāda, dove il primo significa stato di coscienza illuminata e il secondo, simile a gravitas, designa la continuità dello stato di sati, ma perpetrata senza requie. Gravitas e appamāda sembrano avere un punto in comune nei valori di persistenza e resistenza di uno stato di coscienza o di attenzione illimitati nel tempo. Queste diverse accezioni semantiche del concetto di gravità hanno determinato interpretazioni artistiche che ciascuna delle tre protagoniste di Gravità. Juryoku. 重力 ha interpretato in modo individuale.Continue Reading..

27
Apr

Sophie Ko Chkheidze. Silva imaginum

Renata Fabbri è lieta di annunciare la mostra Silva imaginum di Sophie Ko Chkheidze (Tiblisi, Georgia – 1981) a cura di Federico Ferrari. L’artista georgiana, già da alcuni anni trasferitasi stabilmente in Italia, presenta una serie di lavori eterogenei nei materiali e nei supporti ma facenti parte di un unico percorso simbolico e allegorico teso ad indagare l’enigma dell’immagine: la sua genesi, la sua fragile esistenza, la sua morte e la sua resurrezione metamorfica.

Nella prima sala, ad alcuni grandi pannelli neri, che si ergono come vetrate gotiche contenenti cenere di immagini, risponde un piccolo quadro azzurro di pigmento puro (delle dimensioni esatte della Annunziata di Palermo di Antonello da Messina), posto all’altezza degli occhi. Poco più in là, quasi invisibile e a margine, un “affresco” fatto di terra ridà un equilibrio e una radice a questo dialogo e duello metafisico tra la cenere e il colore. Segue una seconda sala nella quale, posti sui quattro punti cardinali, si stagliano piccoli frammenti di resti incombusti: frammenti di immagini che, del tutto incomprensibilmente e imprevedibilmente, sono stati salvati dalla furia del fuoco. Metafore di “quel che resta” all’interno di una società spettacolare nella quale le immagini vengono bruciate a velocità impressionante, rendendo obsoleta ogni forma ed ogni “immaginazione” nel giro di pochi anni, se non mesi.

Al piano inferiore della galleria, un’altra serie di resti incombusti, dal titolo Waldgaenger (omaggio e richiamo all’opera di Ernst Jünger e alla sua figura del “ribelle” che si dà alla macchia per resistere alla furia distruttrice della civiltà nichilista), sembra indicare una possibilità di salvezza o, quanto meno, di resistenza, punteggiando la via verso un grande pannello di pigmento rosa, in cui crolli e movimenti del colore sembrano mostrare come le forme, ben al di là di ogni volontà e intenzione (comprese quelle dell’artista), non smettano di apparire anche quando tutto sembra perduto.Continue Reading..