Category: architettura

15
Ott

Alfredo Jaar. Lament of the images

La Galleria Lia Rumma è lieta di annunciare la mostra personale dell’artista cileno Alfredo Jaar che inaugura giovedì 18 ottobre 2018, presso la sede di Milano. La mostra è preceduta, il 17 ottobre alle ore 18.00, da una lecture dell’artista alla Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli di Milano.
A 10 anni dall’intervento pubblico Domanda, Domanda per le strade di Milano e dalla personale all’Hangar Bicocca It Is Difficult, Alfredo Jaar torna a Milano con una personale rigorosa e poetica che si sviluppa sui tre piani della Galleria. Al piano terra, l’artista presenta una nuova installazione site-specific WHAT NEED IS THERE TO WEEP OVER PARTS OF LIFE? THE WHOLE OF IT CALLS FOR TEARS (Che bisogno c’è di piangere momenti della vita? La vita intera è degna di pianto), una citazione di Seneca tratta dal “De Consolatione ad Marciam”. L’opera, una scritta al neon rosso, le cui lettere sono disposte come una pioggia di lacrime a cui il testo allude, è l’unica fonte di luce nello spazio che si presenta completamente rosso. Il lavoro è un riferimento poetico al progetto pubblico che Jaar sta realizzando per la città di Milano curato da Roberto Pinto: un grande cubo di cemento, attraverso la cui vetrata rossa il visitatore può osservare la città “filtrata” dal colore rosso. Un gesto nostalgico e malinconico e insieme un omaggio, secondo l’artista, alla sinistra italiana che sta scomparendo.
Al primo piano, Lament of the Images, che dà il titolo alla mostra, è composta da due tavoli fotografici luminosi, di solito usati nei laboratori fotografici per guardare i negativi.  Il tavolo superiore, montato al contrario e sospeso al soffitto, lentamente si avvicina a quello inferiore, fino a lasciare solo una sottile linea di luce proveniente dalla fessura tra le due superfici che poi, come per dare inizio a un nuovo ciclo di visioni, si allontanano. Volutamente non è presente nessuna immagine. Dice infatti Jaar: “Credo che abbiamo perso la capacità di vedere ed essere scossi dalle immagini”. La mostra si completa al secondo piano con Shadows che fa parte della trilogia – iniziata con The Sound of Silence, esposta nel 2008 all’Hangar Bicocca di Milano – in cui Jaar indaga il potere e la politica delle immagini iconiche. Entrando in un corridoio buio si incontrano sei piccoli lightbox, una sequenza di immagini del fotoreporter olandese Koen Wessing scattate in Nicaragua nel 1978 che documentano gli eventi che seguono la morte di un contadino ucciso dalla Guardia Nazionale del regime di Somoza nei giorni della guerra civile. Si passa poi in una stanza più grande, anch’essa completamente oscurata, dove è presentata l’immagine di due donne, le figlie del contadino, nel momento in cui vengono a sapere dell’uccisione del padre. Le donne, devastate dal dolore, alzano le braccia al cielo. L’immagine lentamente diventa una luce accecante. Per Jaar quest’immagine è “la più potente espressione del dolore” che abbia mai visto.

Alfredo Jaar è artista, architetto e regista. Vive e lavora a New York. Nato a Santiago del Cile (1956), il lavoro di Jaar è stato esposto in tutto il mondo. Ha partecipato alle Biennali di Venezia (1986, 2007, 2009, 2013), São Paulo (1987, 1989, 2000) e a Documenta a Kassel (1987, 2002). Sue importanti mostre personali includono il New Museum of Contemporary Art, New York; Whitechapel, Londra; il Museum of Contemporary Art, Chicago; il Museo di Arte Contemporanea (MACRO) di Roma e al Moderna Museet di Stoccolma. Un’ampia retrospettiva sul suo lavoro è stata ospitata nell’estate del 2012 in tre spazi istituzionali a Berlino: la Berlinische Galerie, la Neue Gesellschaft fur bildende Kunst e.V. e la Alte Nationalgalerie. Nel 2014 il Museum of Contemporary Art Kiasma di Helsinki gli ha dedicato la più completa restrospettiva della sua carriera. Jaar ha realizzato più di sessanta interventi pubblici nel mondo. Sono state pubblicate oltre cinquanta monografie sul suo lavoro. È diventato Guggenheim Fellow nel 1985 e MacArthur Fellow nel 2000. Il suo lavoro fa parte delle collezioni del MAXXI e del MACRO di Roma, del Museum of Modern Art e del Guggenheim Museum di New York, del MCA di Chicago, del MOCA e del LACMA di Los Angeles, della TATE di Londra, del Centre Georges Pompidou di Parigi, del Centro Reina Sofia di Madrid, del Moderna Museet di Stoccolma, del Louisiana Museum of Modern Art di Humlebaek e in molte altre collezioni pubbliche e private del mondo.

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14
Giu

PRIVATE 57

PRIVATE 57 è un progetto speciale che unisce architettura, arte, fotografia e design. L’idea nasce dalla collaborazione di Maria Vittora Paggini Interior Design, Enrico Fico Digital Communication, Tuttaluce Design e Tiziana Tommei Contemporary Art, muovendo dal modello di Open House. Per l’occasione il meraviglioso appartamento neo ristrutturato da Maria Vittoria Paggini sarà aperto al pubblico e accoglierà al suo interno una mostra di design firmata da Tuttaluce e uno show di arte contemporanea e fotografia curato da Tiziana Tommei. La comunicazione dell’evento, grafica e fotografica, è realizzata da Enrico Fico.

Saranno esposte opere di Alessandro Bernardini (Arezzo 1970), Luca Cacioli (Arezzo 1991), Enrico Fico (Napoli 1985), Roberto Ghezzi (Cortona 1978), Donatella Izzo (Busto Arsizio 1979), Simone Lingua (Cuneo 1981) e Bernardo Tirabosco (Arezzo 1991).

Partner della serata è Tenuta la Pineta, che offrirà in degustazione un prodotto speciale: il vino Persimo.

La vernice è in programma dalle ore 19 alle ore 22 e la mostra resterà aperta e visitabile su appuntamento fino al 23 giugno 2018.

PRIVATE 57
House _ Art _ Design
13 / 23 giugno 2018
via Isonzo 57, 52100 Arezzo

Contact: Tiziana Tommei, contemporary art curator, +393984385565, info@tizianatommei.it

Imamgine in evidenza: ROBERTO GHEZZI, Naturografia di fiume I e II, 2018, elementi naturali su organza, 45×45 e 20×20 cm, ph. Enrico Fico

09
Apr

Marcello Morandini. Siamo forma, siamo colore

Non poteva esserci un momento migliore della Varese Design Week per tenere a battesimo questa personale di Marcello Morandini, nome internazionale (ma radicato a Varese) e personaggio unico nel panorama contemporaneo.

Per lui – artista, architetto, designer – la forma è un campo senza segreti. Nel suo lavoro il progetto e l’arte giocano di sponda, si fanno l’occhiolino, si sfiorano continuamente in opere che se appartengono a pieno titolo al campo dell’arte “grande” hanno comunque nel DNA la precisione del design; se invece fanno capo più direttamente al design, possiedono un respiro alto che le pone sempre molto vicino all’arte museale. Due i pezzi di design tra i protagonisti di questo evento: una Scacchiera in porcellana dove lo spirito geometrico di Morandini si stempera in derive fiabesche e un Alfabeto giocoso, vibrante, in bilico tra costruttivismo e un omaggio al Futurismo Italiano. Elegantissime, pulite, capaci di una bellezza chesolo l’ordine possiede, le sue sculture evidenziano un’astrazione addomesticata attraverso giochi di geometrie perfette. Sono formule matematiche rese in tre dimensioni per deliziare lo sguardo, impeccabili minuetti dominati dal contrasto tra bianco e nero che catturano la nostra percezione in trappole optical.

MARCELLO MORANDINI: nasce a Mantova il 15 maggio 1940. Si trasferisce a Varese nel 1947. Frequenta la Scuola d’Arte di Brera a Milano, città dove lavora anche come aiuto designer per un’industria e come grafico per uno studio professionale. Sono del 1962 i primi disegni legati alla sua ricerca artistica. Nel 1964 inizia le prime opere tridimensionali, esposte nella sua prima mostra personale a Genova nel 1965, curata da Germano Celant. Nel 1967 inizia le prime esposizioni più impegnative a Milano, Francoforte e Colonia. Nello stesso anno è invitato alla “IX Biennale” di San Paolo in Brasile . Nel 1968 è invitato con una sala personale nel padiglione italiano, alla “XXXIV Biennale Internazionale d’arte” di Venezia . Nel 1969  è  invitato a rappresentare l’arte italiana a Bruxelles, nell’ambito delle manifestazioni di“Europalia”. Nel 1970 inizia una collaborazione con il gallerista Carl Laszlo di Basilea; con lui nasce l’importante esposizione del 1972 alla Kestnergesellschaft di Hannover. Nel 1974 realizza il progetto di una piazza del diametro di 30 metri, per il centro commerciale INA di Varese. Nel 1977 è invitato a “Documenta 6” di Kassel . Organizza presso i Musei Civici di Varese il secondo “Simposio Internazionale di studi di arte costruttiva” con H. Heinz Holz. Nel 1978 allestisce altre sei sue esposizioni personali in musei in Italia, Austria, Svezia e Germania. Nel 1979 ha la prima delle tre esposizioni personali a lui dedicate dal Wilhelm-Hack- Museum di Ludwigshafen, le altre due seguiranno nel 1994 e nel2005. Continue Reading..

14
Mar

Concetto Lineare. Cecilia Anselmi e Motorefisico

Concetto Lineare nasce con la volontà di creare una sinergia tra due mondi, quello di Motorefisico, dove la linea entra matericamente nello spazio reale, e quello di Cecilia Anselmi, in cui, sempre la linea, registra i movimenti e le geometrie degli spazi virtuali dei suoi collage. Concetto Lineare ha un solo protagonista: il segno astratto e il suo muoversi liberamente tra lo spazio tridimensionale della galleria e lo spazio surreale, pastiche, delle opere di Cecilia Anselmi. I riferimenti di questo terreno comune sono alla corrente del minimalismo astratto che da Josef Albers, uno dei maestri fondatori della Bauhaus, è possibile ritrovare nei lavori di Munari, nelle opere optical dell’arte cinetica e programmata degli anni 60, ancora, nella produzione del grande Sol Lewitt, fino ad arrivare a Daniel Buren in tempi più recenti. La rielaborazione di forme primarie, la linea, il tracciamento e la misura delle superfici e dello spazio (reale o virtuale) sono al centro di un ambito comune di ricerca in cui un architetto e due giovani artisti/muratori (così ama definirsi Motorefisico) si applicano da anni. I protagonisti della mostra, pur venendo da percorsi autonomi, si sono già incontrati in precedenza con ottimi risultati e qui da dMake avranno occasione di lavorare sulle loro affinità per creare una sinergia tra le opere e il luogo che proponga all’osservatore una rielaborazione dello spazio densa e inedita.

dMake | space
via Giovanni Lanza 174 – Roma – Lazio

Concetto Lineare. Cecilia Anselmi e Motorefisico
a cura di Cecilia Anselmi + dMake | art + Motorefisico
fino al 24 marzo 2018

12
Gen

Sol LeWitt. Between the lines

La Fondazione Carriero è lieta di presentare Sol LeWitt. Between the Lines, una mostra a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas organizzata in stretta collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt.
Nel decennale della scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), “Between the Lines” intende offrire un punto di vista nuovo sulla pratica dell’artista statunitense, esplorandone i confini – nel rispetto di quelle norme e di quei principi alla base del suo pensiero – e isolando i momenti fondanti del suo metodo di indagine e dei processi che ne derivano.
Attraverso un nutrito corpus di opere che ripercorrono l’intero arco della sua carriera – da 7 celeberrimi Wall Drawings a 15 sculture – e partendo dalla peculiarità degli spazi della Fondazione, il progetto espositivo esplora la relazione del lavoro di LeWitt con l’architettura. “Between the Lines” si basa su una chiave di lettura forte e innovativa, tesa innanzitutto a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino ad arrivare a sovvertire il concetto stesso di site- specific.
Con la collaborazione dell’architetto Rem Koolhaas – per la prima volta nella veste di curatore – in dialogo con il curatore Francesco Stocchi, “Between the Lines” affronta ampi aspetti dell’opera di LeWitt, con l’obiettivo ambizioso di superare quella frattura che tradizionalmente separa l’architettura dalla storia dell’arte e che caratterizza l’intera pratica dell’artista, rivolta più al processo che al prodotto finale, e scevra di qualsiasi giudizio estetico o idealista.

Sol LeWitt. Between the lines
fino al 23 giugno 2018

Orari di apertura
da martedì a domenica, 11.00 – 18.00
entrata libera
Chiuso il lunedì

Informazioni e prenotazioni
info@fondazionecarriero.org
Tel. +39 02 3674 7039

Fondazione Carriero
via Cino del Duca, 4 – 20122 Milano

Immagine: Sol LeWitt, complex form#34, 1990, ph. amaliadilanno  
gallery a cura di amaliadilanno

14
Dic

Mario Merz

L’ampliamento del concetto di scultura è stata una pratica delle materie e dei simboli e solo dopo un’ideologia estetica iniziata negli anni Sessanta. L’arte povera in Italia ne fu l’epicentro e Mario Merz, tra i protagonisti riconosciuti, l’artefice con la creazione di una forma assoluta che tornava in modo originale alla scultura dopo averne infranto i limiti o addirittura ignorato storia e significati. Se c’è un artista che nel secondo dopoguerra ha oltrepassato tutti i confini dei generi e degli stili senza troppe remore, proponendo un’autentica cosmologia personale, questi è Mario Merz con le sue serie Fibonacci, i suoi tavoli e soprattutto con il suo igloo, che è il luogo primitivo e archetipico, il prima della scultura o il suo ultimo approdo. E’ opinione comune degli storici dell’arte che, a partire dalla fatidica data del 1968, il primo igloo dichiarasse l’abbandono della pittura da quadro, l’uscita dalla cornice, l’esodo dal concetto di arte in quanto rappresentazione. Tuttavia è altrettanto importante ricordare che il linguaggio e i temi di Mario Merz da allora in poi si orientarono verso la ridefinizione dei concetti e delle pratiche artistiche nella consapevolezza comune a tutta la sua generazione che fosse necessario trovare nuove connessioni e risonanze tra il mondo delle forme e delle immagini e quello dell’esperienza quotidiana nel contesto storico in cui avvenivano grandi rivolgimenti culturali. Non v’è dubbio che quanto più ancora oggi le sue opere appaiono complesse, spiazzanti, aggressive, come votate sin dal principio a un’istanza di protesta radicale o di sberleffo e poi alla comparsa – alla fine degli anni settanta – di una pittura scomposta dai toni fiammeggianti, animalesca nei modi e nei contenuti, tanto più vi si potrà riconoscere la grana feroce di una lingua dell’arte nuova che cercò di aderire con ogni sforzo alla trama di un umanesimo pensato al modo di Nietzsche, potenza della vita, acrobazia di una ragione esposta oltre ogni limite. Ma poi si deve comprendere come l’opera di Merz abbia cercato e trovato una strada tutta sua, oltre il nichilismo novecentesco, per rifondare il senso e il valore del fatto artistico. Se la serie progressiva dei numeri di Fibonacci, come il movimento della spirale, rappresenta l’energia autoalimentantesi dello sviluppo organico che informa il processo incoercibile della natura, votato alla crescita infinita, gli igloo e i tavoli si presentano come architetture primarie dell’esistenza, sintesi geometriche estreme dello spazio della vita e delle cerimonie umane. In particolare, gli igloo costituiti da semisfere autoportanti sembrano evocare la misura di uno spazio interno contenuto e protetto da una forza che lo sovrasta e lo determina. Nella dialettica tra interno ed esterno, che per dirla in altro modo è il tema novecentesco dello scontro tra lo slancio impetuoso della vita e la tensione razionale della forma, Mario Merz frappose l’igloo come cavità antropica per il corpo nomade dell’artista creando un equilibrio incerto, utopistico, pieno di rischi, misterioso ma quasi reale tra il dentro e il fuori, tra arte e vita, tra cultura e natura. Ora, a quattordici anni dalla scomparsa, esporre in pubblico sei piccoli igloo, modelli progettati e realizzati negli anni ottanta, poi conservati e mai riprodotti nella scala più grande, è un modo d’illuminare il retroscena forse inaspettato di un artista sperimentatore di materie, appassionato della forma accurata e delle proporzioni esatte, che si vantava della similitudine tra la volta a otto costole dell’igloo e la cupola di Brunelleschi a Santa Maria del Fiore, principio e simbolo del rinascimento. Questa ricerca finora nota solo agli esperti racconta di un autentico protagonista della cultura contemporanea che nel suo laboratorio studiava e cesellava le immagini, testava le materie, trafficava con i simboli e, insomma, pesava e miscelava tutti gli elementi a sua disposizione. Consapevole di essere uno scultore di materie e forme indicibili secondo i dettami della tradizione, al contrario di quanto molti hanno pensato Mario Merz non fu per niente irrazionale e avventato nel proporre le sue opere. Niente, dimostrano i lavori qui esposti, avveniva per caso. Nel costruire il suo mondo di segni e di architetture, si preoccupò sempre come tutti i grandi scultori di determinare peso, struttura e significato per ogni immagine. In effetti qualunque sia la sua forma una scultura si riconosce dallo spazio fisico ed etico che occupa nella realtà storica in cui si presenta. Scolpire qualcosa significa incidere il segno dell’umano e lasciare un’impronta vitale sulla superficie liscia e fluida del tempo che avanza inesorabile e divora se stesso. Spazio vitale che si fa forma, una forma che è un mondo: così Merz con le sue costruzioni di pietra, di juta, di vetro, di argilla ha restituito all’idea di scultura contemporanea un senso arcaico di verità più ampio e una funzione mitica e poetica a futura memoria.

Mario Merz
dall’8 dicembre 2017 al 10 febbraio 2018
Palazzo Partanna, piazza dei Martiri 58, Napoli
orari: dal martedì al sabato, dalle 10.30 alle 19.00
tel: + 39 081 193 60 591
13
Ott

Ugo La Pietra. Territori

In corso alla Galleria Bianconi di Milano la mostra “UGO LA PIETRA, TERRITORI”, seconda mostra personale che la galleria dedica a La Pietra nell’arco di un’anno e mezzo; più di 40  sono le opere esposte, realizzate dall’Artista tra il 1969 e il 2016.

In accordo con il concetto di Sinestesia delle arti, le tecniche che La Pietra utilizza e che sono qui rappresentate spaziano nei più diversi ambiti, dalla pittura su tela, al disegno, ai fotomontaggi e fotocollage, alle sculture in ceramica, talvolta anche combinate tra loro. Come scrive Giacinto di Pietrantonio nel testo critico del catalogo che accompagna la mostra, Ugo la Pietra “è un essere liquido che entra nei vari campi disciplinari con una libertà tale da prendere le forme di ciò che lo contiene, ma destabilizzandone le caratteristiche per proporne delle nuove. […]Si tratta di un continuo recupero e reinvenzione di tecniche e significati, a volte di riutilizzo e reimpiego alla ricerca di alternative dell’esistente per l’esistenza. In questo egli si serve della tecnica situazionista della dérive psicogeografica del corpo e delle immagini, o della progettazione spontanea che viene dal basso come nel caso degli orti urbani, microrealtà al di fuori dell’urbanizzazione cittadina.”

Tema fondante della mostra sono, come esplicitato dal titolo, i “Territori“ appunto, svolti ed esposti in questo contesto come in un percorso esplorativo che si snoda in differenti momenti ed ambiti: Centro/Periferia (1969/72), Tracce (1969), Pulizia Etnica (1988/89), Casa e giardino: la mia territorialità (2000), Itinerari (1990/2000), La città scorre ai miei piedi (2000), Rapporto Città / Campagna (2015/2016).

Da sempre l’ambiente, o meglio il rapporto fra individuo e luogo abitato, fra società e città, costituisce il fulcro della ricerca aristica di Ugo La Pietra, ciò che emerge evidente da questa mostra, come scrive Di Pietrantonio, “è l’osservazione critica di La Pietra, una critica militante e permanente dell’esistente, soprattutto di quell’abitare che provoca alienazione, distruzione, ingorgo, ignoranza. Come si evince dalle opere in mostra è interessante notare che ciò avviene con opere che vanno verso il centro. Va da se che il centro verso cui si va non è solo il centro cittadino, partendo dalla periferia, ma il centro poetico, il centro della soluzione verso il quale ogni poetica tende. Ciò avviene mediante opere-analisi che ci parlano di come i territori sono stati ridisegnati geograficamente ed esistenzialmente dalle guerre e dalla pulizia etnica, c’è addirittura chi ha scritto che le guerre sono progettualmente interessanti in quanto il loro distruggere, il loro fare tabula rasa permette poi di dover ricostruire, insomma offrono occasioni progettuali (sic!). Naturalmente non Ugo La Pietra le cui opere in proposito sono una critica alla guerra e ai suoi effetti alla sua deterritorializzazione, in quanto le guerre riscrivono i territori attraverso la morte, mentre bisognerebbe farlo con Ugo sempre con e per la vita.”

Completa il percorso espositivo la video-istallazione “Percorsi Urbani”, appositamente realizzata site-specific per il piano inferiore della Galleria da Lucio La Pietra. Ispirata al gioco del Pachinko e alla sua apparente “imprevedibilità”, l’opera riflette sul modo con cui noi abitiamo la città, come dice Lucio La Pietra in merito alla città: “noi pensiamo di poterla usare liberamente ma, in realtà, i nostri interventi su di essa, i nostri movimenti, i nostri itinerari, si limitano a poche e semplici scelte reiterate, delimitate da rigidi schemi. L’unico modo per poter muoversi liberamente e quindi possedere la città, prescindendo dagli schemi imposti, è farlo attraverso percorsi mentali e non fisici”.

La mostra prosegue alla Galleria Bianconi di Milano  fino al 28 ottobre 2017.Continue Reading..

30
Giu

Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

L’arte contemporanea torna a confrontarsi con l’archeologia. La mostra presenta 100 opere tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta di artisti provenienti da 25 diverse nazioni.

Accanto a maestri riconosciuti come Marina Abramović, Gino De Dominicis, Marcel Duchamp, Gilbert & George, Joseph Kosuth, Barbara Kruger, Richard Long, Allan McCollum, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Remo Salvadori, Mario Schifano, Mauro Staccioli, sono proposti i lavori realizzati da alcuni tra i più significativi esponenti delle ultime generazioni quali Mario Airò, Maurizio Cattelan, Anya Gallaccio, Cai Guo-Qiang, Claudia Losi, Paul McCarthy, Sisley Xhafa, Vedovamazzei e Luca Vitone. Non manca, poi, una serie di lavori realizzata da designer e architetti come Ugo La Pietra, Gianni Pettena e Denis Santachiara. All’interno dello Stadio Palatino e del peristilio inferiore della Domus Augustana, con le terrazze e le Arcate Severiane, la mostra articola le sue tematiche essenziali: le Installazioni architettonichein situ, efficace accostamento tra archeologia e arte contemporanea; le Mani, disegnate, fotografate, dipinte, scolpite, simbolo comunicativo e forza creatrice; i Ritratti, traccia identitaria per eccellenza e genere artistico dove gli antichi romani hanno primeggiato.

Architettura, identità, comunicazione, creazione sono temi che la contemporaneità interpreta spesso con disinvolta ironia, in maniera destabilizzante, rifiutando ogni dogma: a confronto con le maestose architetture dei palazzi imperiali del Palatino, questi materiali ci interrogano sul senso del tempo e della permanenza. Sono interventi – molti dei quali creati appositamente per questo progetto al Palatino – che non vogliono essere rassicuranti, ma che suggeriscono differenti percorsi di comprensione dell’antico. I lavori provengono dal museo ALT creato dall’architetto Tullio Leggeri, tra i maggiori collezionisti italiani che, fin dagli anni ’60, ha caratterizzato il suo rapporto con gli artisti sviluppando i loro progetti e suggerendo soluzioni tecniche e creative. Tra le monumentali rovine, viene esposta una significativa selezione delle oltre 1000 opere che costituiscono la sua raccolta.Continue Reading..

05
Set

Frida Parmeggiani. Figurazioni tessili

Dal 16 settembre 2016 all’8 gennaio 2017
Merano celebra Frida Parmeggiani
in occasione del suo 70°compleanno

Gli spazi di Merano Arte accolgono una serie di nuove creazioni realizzate da una delle più importanti e celebrate costumiste teatrali. E al Palais Mamming Museum, i progetti How to become Frida, Approcci a Frida e gli scatti di Elisabeth Hölzl, ripercorrono le fasi di realizzazione dei costumi e la lunga collaborazione con il grande regista americano Robert Wilson.

Dal 16 settembre 2016 all’8 gennaio 2017, Merano celebra Frida Parmeggiani, una delle più importanti e famose costumiste teatrali, di origini meranesi, in occasione del suo 70° compleanno.

La mostra, dal titolo Figurazioni tessili,seconda tappa di un percorso che tocca il Mozarteum di Salisburgo dal 21 luglio al 3 settembre, si divide in quattro sezioni ospitate rispettivamente da Merano Arte e dal Palais Mamming Museum.

Disegnatrice di costumi tra le più apprezzate a livello mondiale, nel corso della sua quarantennale carriera, Frida Parmeggiani ha collaborato con registi del calibro di Rainer Werner Fassbinder, Samuel Beckett e Andrè Heller, allestendo già nel 1978 la rappresentazione della Lohengrin di Wagner per proseguire, nel 1987 con tutte le quattro parti del ciclo operistico wagneriano presso i Bayreuther Festspiele. Per i Salzburger Festspiele ha creato dei costumi fantastici e indimenticabili, come quelli per le rappresentazioni di Herzog Blaubarts Burg, Pelléas et Mélisande, Mitridate e La morte di Danton. Frida Parmeggiani ha inoltre lavorato con artisti quali Lou Reed, David Byrne e Tom Waits.
Dal 1987 Parmeggiani ha realizzato i propri costumi, quasi esclusivamente per gli allestimenti teatrali del maestro americano Robert Wilson. La collaborazione tra i due ha condotto a una serie di rappresentazioni memorabili ad Amburgo, Zurigo, Salisburgo, Parigi, Madrid e New York, apportando nuovi parametri all’interno del mondo internazionale dell’Opera e del Teatro, sia in ambito costumistico che nell’uso delle luci.
Il percorso espositivo allestito a Merano Arte presenterà alcune nuove creazioni, composte da 13 figure singole, delle vere e proprie sculture tessili, attraverso le quali si analizzerà il rapporto di tensione tra natura, spazio, volume e tessuti.
Per la prima volta, Frida Parmeggiani ha potuto lavorare senza rapportarsi con attori o confrontarsi con sceneggiature, trovandosi libera di esprimere, in modo statico e scultoreo, il proprio linguaggio formale minimalista. Tessuti pregiati – feltro di lana lievemente melangiato, panno di lana pesante, lino sottile, doppia organza di seta o seta con fibra di ananas – in combinazione con elementi in metallo si sviluppano come installazioni di elevato livello estetico.
Cromaticamente giocate sul bianco e nero, le opere tessili indicano una moltitudine di variazioni in modo da divenire, al tempo stesso, tessuto e scultura. Accanto a questi elementi formali, i suoi lavori racchiudono al loro interno anche un aspetto autobiografico, esprimendo le esperienze e i sogni della propria creatrice.
L’allestimento è stato sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Scenografia e Costumistica, Cinema e Allestimento architettonico dell’Università Mozarteum di Salisburgo sotto la supervisione del professor Henrik Ahr insieme agli studenti Anna Brandstätter, Rubi Brockhausen, Miriam Hölzl, Charlina Lucas, Lisa Nickstat e Amelie Ottmann.

Approcci a Fridaè il titolo di una delle 3 sezioni ospitate al Palais Mamming Museum di Merano. Qui, attraverso cinque brevi documentari, realizzati dagli studenti dell’Università Mozarteum di Salisburgo sotto la guida del professore Alexander du Prel, si racconta la genesi delle nuove creazioni, l’ambiente dietro le quinte e la lunga, simbiotica collaborazione con Robert Wilson. Il progetto How to Become Frida consiste in una serie di installazioni realizzate da 6 studenti dell’Università Mozarteum di Salisburgo, che approfondiscono le straordinarie capacità artistiche di Frida Parmeggiani. L’ultima sezione intitolata Working with Frida è dedicata alle sequenze fotografiche realizzate dall’artista Elisabeth Hölzl che, nel corso di due anni, su incarico di Merano Arte, ha documentato la nascita e realizzazione dei costumi.Continue Reading..

01
Set

WOPART. Work on Paper Fair

AL CENTRO ESPOSIZIONI LUGANO
DAL 2 AL 5 SETTEMBRE 2016
La prima edizione di
WOPART – Work on Paper Fair

La fiera internazionale d’arte interamente dedicata alle opere su carta

Dal 2 al 5 settembre 2016, Lugano sarà teatro di una nuova importante iniziativa legata all’arte.

Al Centro Esposizioni Lugano (via Campo Marzio) si terrà WOPART – Work on Paper Fair, la prima edizione della fiera internazionale interamente dedicata alle opere su carta.

WOPART Fair proporrà un affascinante viaggio in tutte le epoche della storia dell’arte, approfondendo tecniche e linguaggi che caratterizzano i lavori esclusivamente realizzati su supporto cartaceo, dal disegno antico alla stampa moderna, dal libro d’artista alla fotografia d’autore, dall’acquerello e dalle stampe orientali alle carte di artisti contemporanei, presentati da un campione di 50 gallerie internazionali.

La selezione degli espositori è garantita da un comitato scientifico presieduto da Giandomenico Di Marzio, giornalista, critico e curatore d’arte contemporanea e da Paolo Manazza, pittore e giornalista specializzato in economia dell’arte, che comprende anche storici e critici dell’arte e della fotografia, collezionisti, docenti universitari tra i più apprezzati, quali Michele Bonuomo, Marco Carminati, Gianluigi Colin, Massimo Di Carlo, Walter Guadagnini, Giuseppe Iannaccone, Piero Mascitti, Marco Meneguzzo, Anna Orlando, Elena Pontiggia, Massimo Pulini, Marco Riccòmini, Marco Vallora.Continue Reading..