Category: ceramica

26
Set

Silvia Celeste Calcagno. Il pasto bianco (mosaico di me)

In un rincorrersi di rimandi e citazioni, da The Naked Lunch (il pasto nudo), capolavoro letterario di William Burroughs alla libera e omonima versione cinematografica firmata da David Cronenberg, Silvia Celeste Calcagno mette a punto un nuovo importante progetto realizzato per la personale a cura di Davide Caroli negli spazi della Biblioteca Classense di Ravenna, nell’ambito della Biennale di mosaico. La mostra nasce in collaborazione con il MIC Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza.

L’artista utilizza ancora una volta la ceramica, linguaggio con il quale ha da tempo trovato la sua cifra distintiva e originale ponendolo in dialogo con performance, installazione e fotografia. In questo caso l’indagine si arricchisce di un ulteriore elemento che chiama in causa il mosaico. Silvia Celeste Calcagno, che nel 2015 ha vinto il 59 Premio Faenza con Interno 8 La fleur coupée, composta da infinite tessere, aveva già intuito la potenzialità di questa espressione frammentaria, quasi un cut and up per riprendere ancora il riferimento a Burroughs e al suo modo sperimentale di utilizzare la scrittura. Mosaico come frammento, particolare infinitesimo, dove unendo le tessere si ricompone alla fine l’immagine, ma non la narrazione e neppure l’identità. E SCC lavora, da una parte con il consueto atteggiamento introspettivo, dall’altra con visceralità talora dura e spietata, sulla sua identità di donna, alle prese con l’eterna contraddizione tra corpo, oggetto costringente, limitato, e l’aspirazione a liberarsi dal peso, evadere dal limite, farsi altro. Corpo che è innanzitutto materia, e come tale viene trattato, eppure sfugge dalla tentazione descrittiva, a cominciare dalla rinuncia al colore. L’universo del “mosaico di me” è bianco, acromatico, inessenziale e sfuggente. Ogni volta che tenta l’ascesa verso l’alto, qualcosa di fisico lo riporta a terra. Ne intravvediamo solo i frammenti, altro non è dato. Da qui, dunque, il pasto bianco, installazione che ricompone tessere di corpo, un corpo che si pone innanzitutto come cibo, un banchetto cui chiunque potrà sedersi e mangiare, come nelle tavole imbandite dal maestro del cinema surreale Luis Bunuel. Dice SCC, “bianco come il colore della mia carne, privo del peso specifico di un corpo senza volto -che dunque perde l’identità dell’io per trasformarsi in archetipo- a pezzi, senza un luogo, perso nel vuoto, a volte protetto a volte sporcato dalla manipolazione e dal lavoro sul materiale”. Il pasto bianco, installazione site specific, copre come una pelle parte dello spazio attraverso lastre in gres di vari formati che sviluppano una tecnica che vede la fusione tra fotografia e materia. Altra installazione in mostra Una storia privata, ulteriore riflessione sul rapporto tra noi e gli altri, con segni ancor più sfuggenti e minimi, di un corpo destinato a lasciare la propria fisicità.Continue Reading..

04
Set

IF (but I can explain), project room di Silvia Celeste Calcagno a Milano

La Nuova Galleria Morone presenta, nello spazio della project room “IF (but I can explain)”, mostra personale di Silvia Celeste Calcagno, che ripropone in forma leggermente ridotta il progetto site-specific curato da Alessandra Gagliano Candela, esposto fra gennaio e marzo 2017 nella Project Room del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova.

“If (but I can explain)” è la formula finale, non definitiva, di una ricerca che Silvia Celeste Calcagno ha condotto nell’ultimo anno, registrando gradualmente il variare della sua condizione esistenziale e reificandola in una stanza, interiore ancor prima che esteriore, alla cui composizione hanno contribuito media diversi in dialogo continuo tra loro. E’ una situazione di sospensione,  evocata dall’installazione “Just lily”, in origine composta da oltre mille lastre in grès disposte sulle pareti della Project Room del Museo, in un continuum che unisce foto, oggetti d’uso, frammenti della quotidianità, tracce di un passato anche recente, brani di pareti, ritratti precisamente o solo evocati, dai contorni nitidi o sfumati. Un catalogo minuzioso di situazioni che ripropongono la sua vita in un luogo che presto dovrà abbandonare, momenti consueti che diventano unici. In sottofondo, l’installazione sonora “Could you please stop talking?” ispirata ad un libro di Raymond Carver, come in un mantra enumera brani di quotidianità e invita al silenzio l’altra persona che condivide lo spazio della vita. Il video, “Air fermé” registra lo scorrere impercettibile del tempo in un paesaggio urbano, segnato dal variare delle luci. La trama della tenda attraverso la quale avviene la ripresa offusca come un velo i contorni del mondo, agendo come un filtro sulla percezione.

Accompagnata dal catalogo edito da Silvana Editoriale che documenta il progetto realizzato a Villa Croce, con un’intervista di Ilaria Bonacossa all’artista, testi critici di Alessandra Gagliano Candela ed Angela Madesani, la mostra rimarrà aperta fino al 10 Novembre.

Silvia Celeste Calcagno è nata a Genova nel 1974, vive e lavora ad Albissola.Si diploma all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Nel 2015 vince, prima donna italiana, la 59° edizione del Premio Faenza. Nel 2017 al Museo d’arte contemporanea Villa Croce, Genova, presenta IF (but I can explain) a cura di Alessandra Gagliano Candela. Nel mese di Aprile dello stesso anno, espone in Corea, In the Earth Time Italian Guest Pavilion Gyeonggi Ceramic Biennale Yeoju Dojasesang . La sua ricerca si basa spesso sul mappare determinate condizioni del vivere: la reiterazione è lo sviluppo primo che  permette di “fotografare” ogni sezione di esistenza, scansionarne ogni frammento. Nascono storie a “basso voltaggio”, situazioni in cui non accade nulla di eclatante, ma nelle quali si percepisce ,tuttavia, una sottile anomalia. Questo processo quasi alchemico distilla la realtà e dunque le emozioni ad essa legate, sublimandosi in un puzzle e rendendo finalmente completa la campionatura di un pezzo di “tessuto vita”.

IF (but I can explain) Silvia Celeste Calcagno
Nuova Galleria Morone, Via Nerino 3, Milano
21 Settembre | 10 Novembre 2017
Inaugurazione:21 Settembre 2017, ore 18
Orari: lun – ven: ore 11 – 19 | sabato: 15 – 19

Amalia Di Lanno, responsabile comunicazione per SCC

Immagine: Silvia Celeste Calcagno, IF, Installazione Fireprinting, 2017

30
Giu

Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

L’arte contemporanea torna a confrontarsi con l’archeologia. La mostra presenta 100 opere tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta di artisti provenienti da 25 diverse nazioni.

Accanto a maestri riconosciuti come Marina Abramović, Gino De Dominicis, Marcel Duchamp, Gilbert & George, Joseph Kosuth, Barbara Kruger, Richard Long, Allan McCollum, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Remo Salvadori, Mario Schifano, Mauro Staccioli, sono proposti i lavori realizzati da alcuni tra i più significativi esponenti delle ultime generazioni quali Mario Airò, Maurizio Cattelan, Anya Gallaccio, Cai Guo-Qiang, Claudia Losi, Paul McCarthy, Sisley Xhafa, Vedovamazzei e Luca Vitone. Non manca, poi, una serie di lavori realizzata da designer e architetti come Ugo La Pietra, Gianni Pettena e Denis Santachiara. All’interno dello Stadio Palatino e del peristilio inferiore della Domus Augustana, con le terrazze e le Arcate Severiane, la mostra articola le sue tematiche essenziali: le Installazioni architettonichein situ, efficace accostamento tra archeologia e arte contemporanea; le Mani, disegnate, fotografate, dipinte, scolpite, simbolo comunicativo e forza creatrice; i Ritratti, traccia identitaria per eccellenza e genere artistico dove gli antichi romani hanno primeggiato.

Architettura, identità, comunicazione, creazione sono temi che la contemporaneità interpreta spesso con disinvolta ironia, in maniera destabilizzante, rifiutando ogni dogma: a confronto con le maestose architetture dei palazzi imperiali del Palatino, questi materiali ci interrogano sul senso del tempo e della permanenza. Sono interventi – molti dei quali creati appositamente per questo progetto al Palatino – che non vogliono essere rassicuranti, ma che suggeriscono differenti percorsi di comprensione dell’antico. I lavori provengono dal museo ALT creato dall’architetto Tullio Leggeri, tra i maggiori collezionisti italiani che, fin dagli anni ’60, ha caratterizzato il suo rapporto con gli artisti sviluppando i loro progetti e suggerendo soluzioni tecniche e creative. Tra le monumentali rovine, viene esposta una significativa selezione delle oltre 1000 opere che costituiscono la sua raccolta.Continue Reading..

23
Giu

Verdiana Patacchini. Muta Imago

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la galleria Emmeotto, è lieta di presentare il progetto espositivo dell’artista Verdiana Patacchini intitolato Muta Imago. La dialettica del visibile è, per antonomasia, il fulcro cardine di un’opera d’arte, dove la materia, nelle sue declinazione più svariate, conduce inevitabilmente all’immateriale. Nel periodo classico il concetto di Imago riassume in sé il senso atavico della figurazione, ovvero quel rapporto che intercorre tra lo sguardo dell’osservatore e l’immagine dipinta. L’Imago non è definita semplicemente all’interno di un reticolo ottico figurativo, essa è apparizione, parvenza, visione e sogno. Il lavoro di Verdiana Patacchini si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta, nell’utilizzo dei differenti materiali, le molteplici accezioni dell’immagine. Metalli, carta, ceramica, sono i medium di una riflessione che pone al centro del suo linguaggio l’antico topos che vede la fragile delimitazione tra visibile e invisibile. Le figure di Verdiana Patacchini emergono dalla materia, sono per l’appunto apparizioni, epifanie dell’intelletto, memorie sbiadite di una realtà lontana ed intellegibile. Scrive Yves Klein nel suo saggio intitolato Le dépassement de la problématique de l’art: “Il segreto del quadro è l’indefinibile. Non esistono mediazioni, ci si trova letteralmente impregnati dallo stato sensibile pittorico determinato a priori dallo spazio dato, è una percezione diretta ed immediata, senza più alcun effetto né trucco, né arbitrio”. Il corpus di lavori in ceramica riflettono incondizionatamente le qualità di un’opera espresse da Klein: Verdiana Patacchini si appropria della materia configurandola a seconda delle proprie necessità espressive. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura, il confine con l’invisibile è sempre più marcato, rendendo l’icona un’ombra sbiadita nel tempo. L’universo immaginifico dell’artista si nutre di differenti elementi concettuali: letteratura, musica, poesia sono componenti essenziali della sua ricerca estetica, come ad esempio nella serie di lavori tratti dalla Gerusalemme Liberata. Il labile confine tra visibile e invisibile si prefigura nell’opera di Verdiana Patacchini come una necessità primordiale nell’assidua e costante investigazione che semina il suo tracciato nei meandri della storia dell’arte, dove l’esplorazione di inedite soluzioni formali rappresentano il punto di partenza per rigenerare la forza dei materiali d’elezione utilizzati dall’artista. Nello splendido contesto del Relais Rione Ponte, il corpus di opere selezionate definiranno un nuovo assetto allestivo dove gli ospiti saranno i protagonisti di un itinerario artistico ed emozionale.

Verdiana Patacchini nasce a Orvieto nel 1984. Dopo il diploma presso il Liceo Artistico di Viterbo si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Via di Ripetta, dopo una stagione in Spagna tramite la borsa di studio Erasmus, si diploma in Pittura nel 2007 e nel 2009 conclude la laurea in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico Contemporaneo. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia e nel 2012 è tra i vincitori del Premio Catel Roma con l’opera “La Veronica”. Da Gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato Italiano di Park Avenue di New York, a cura della galleria romana Emmeotto. Attualmente vive e lavora a New York e firma le sue opere con lo pseudonimo Virdi.Continue Reading..

26
Mar

Mia E Göransson. Solo show

Officine Saffi è lieta di invitarvi all’inaugurazione
martedì 28 marzo, 18.30 – 21.00

Rocce, piante grasse, piccoli pianeti, architetture metafisiche dai colori curiosi. L’artista, designer, ceramista Mia E Göransson crea opere che sono raffinati e affascinanti ecosistemi. Gli organismi che popolano i suoi paesaggi possono ricordare le forme della natura frammentata e ricomposta, una New Nature che svela e nasconde allo stesso tempo le strutture geometriche sottese alle leggi naturali, quelle linee, vortici, traiettorie che le piante seguono nel loro sviluppo, nelle fasi della crescita, secondo rapporti armonici invisibili ed eterni. Uno scontro tra la morbida organicità della vita e il rigore della geometria. Le leggi della fisica sono sorpassate, la forza di gravità non ha potere sulle architetture che Mia costruisce. In bilico, in una azzardata sospensione, angoli appoggiano su curve lisce, cubi o cilindri si sporgono troppo in là, eppure non crollano. E allora interviene il colore, lo stesso su tutte le superfici, oppure i toni più accesi e giocosi che una tavolozza possa ospitare. Nelle composizioni monocrome emergono i riflessi, le rotondità e gli spigoli, creando scenari misteriosi, irreali. Compiendo un lavoro di astrazione della natura circostante, l’artista arriva a realizzare una nuova natura decostruita, concreta, solida, oggettuale, come diceva Ettore Sottsass: “Nous avons réalisé des objets concrets pour exprimer des idées abstraites … et ils ont tous fini dans des galeries d’art”. Rami che diventano archi sorretti da piedistalli, mele bucate, meteore o frutti proibiti, vasi capovolti, nuvole dure e increspate fissate a terra attraverso solidi geometrici. Dai toni più scuri al rosa candito, dalle tinte piene alle sfumature. Il campionario sembra essere infinito. Quindi lo stesso stimolo per qualcosa di inaspettato può guidarci nel viaggio o nello spettacolo a cui l’artista ci invita, nel “processo” di osservazione ci lasciamo stupire da una geografia bizzarra, da rarefazione e concentrazione insolite, da profili mai visti oppure ogni tanto sognati.

Testo critico di Antonio Grulli

-english below-

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07
Lug

BERTOZZI & CASONI

GALLERIA D’ARTE MODERNA DI PALERMO
10 GIUGNO – 4 SETTEMBRE 2016

BERTOZZI & CASONI

La mostra presenta 12 sculture recenti- alcune inedite realizzate da due tra i più riconosciuti maestri della scultura ceramica contemporanea.

Dal 10 giugno al 4 settembre 2016, la Galleria d’Arte Moderna di Palermo accoglie all’interno del suo percorso espositivo 12 sculture di Bertozzi & Casoni, due maestri della ceramica policroma contemporanea.
La rassegna fa parte del progetto “Sicilia Contemporanea” ideato dalla GAM Galleria d’Arte Moderna di Palermo in collaborazione con l’associazione Ars Mediterranea al fine di offrire uno sguardo sui linguaggi della contemporaneità.
L’esposizione propone un excursus sulla loro produzione più recente, attraverso un nucleo di opere, alcune delle quali inedite, che caratterizzano la loro cifra espressiva più autentica, in cui l’ironia nasconde una profonda riflessione sui temi più scottanti della società contemporanea, e dove convivono realtà e finzione, meraviglia e ordinarietà.
Tra queste, si segnala Non ricordo (2015), in cui un Pinocchio burattino, malinconico e invecchiato, col viso umano e il naso allungato, è seduto su una pila di libri che altro non sono se non le varie e innumerevoli edizioni del capolavoro di Collodi.
Non mancano le tipiche ‘sparecchiature’ di Bertozzi & Casoni, ovvero rifiuti e resti di cibo, come Sparecchiatura di maggio, Mai più, Che cos’è la vita, o come Disgrazia con tulipani rossi (2012), dove la spazzatura funge da zolla dalla quale nasce un rigoglioso mazzo di tulipani popolati di farfalle, quasi a segnalare che anche dalle situazioni più sordide possa prendere vita una meraviglia della natura. Tra surrealismo compositivo e iperrealismo formale, Bertozzi & Casoni indagano da anni i rifiuti della società contemporanea, in una messa in scena in cui si alternano affondi nel degrado e rinvenimenti di improvvise bellezze.
Tra gli altri lavori, ecco le vanitas contemporanee di Auguri e 23 dicembre, entrambe del 2015, in cui un teschio e un bucranio (lo scheletro di una testa di bue) sono posti alla sommità di torte di compleanno, o ancora di Ossobello (2002), un ordinato accumulo di ossa. Tra le opere inedite spicca l’imponente Brillo box con pappagalli, una composizione di ‘warholiane’ scatole di detersivo Brillo, spesso utilizzate da Bertozzi & Casoni, dalla quale spuntano coloratissimi pappagalli, anc
h’essi molto presenti nelle loro realizzazioni.
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25
Mag

59° Premio Faenza. Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte Contemporanea

Officine Saffi ospita

Il 59° Premio Faenza
Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte Contemporanea

Milano, 8 giugno – 15 luglio 2016
Milano, 8 Giugno 2016. Officine Saffi prosegue la collaborazione con il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza presentando nei propri spazi milanesi la selezione delle opere premiate alla 59° edizione del Premio Faenza.

Dall’8 giugno al 15 luglio, alle Officine Saffi di Milano saranno esposti 15 artisti del 59° Premio Faenza tra cui i vincitori dei premi principali, Silvia Celeste Calcagno (Genova, Italia,1974) per la sezione over 40, con l’opera Interno 8 – La fleur coupée – la cui serie di opere è già stata presentata in anteprima alle Officine Saffi in concomitanza dell’aggiudicazione del premio -.
Helene Kirchmair (Hall in Tirol, Austria,1981) vincitrice ex aequo con Thomas Stollar (Claysville, Pennsylvania, Stati Uniti, 1980) per la categoria under 40 rispettivamente con le opere Bobbles e 1900 steps #2. E Nicholas Lees, (Winchester, Regno Unito, 1967) a cui è stato assegnato il Premio Cersaie per l’opera Four Leaning Vessels.

A questi si accompagnano i lavori degli artisti che hanno ricevuto le altre menzioni in palio, Yves Malfliet Kathy Ruttenberg, Ann Van Hoey, Chiara Lecca, Zsolt Jozsef Simon, Marie-Laure Gobat-Bouchat, Monika Jeannette Schoedel-Mueller e Werner Bernhard Nowka, Omur Tokgoz, Giulio Mannino, Irina Razumovskaya, ed Erna Aaltonen.

“Le opere selezionate stanno a dimostrare una varia complessa realtà, frutto di ricerche, formazioni e percorsi diversi, tutti, nel loro personalissimo equilibrio, di altissimo livello. – commenta Claudia Casali direttrice del Museo.

Officine Saffi nella sua mission di realtà promotrice della cultura ceramica rinnova la collaborazione con il MIC volendo rafforzare e sostenere il medium ceramico come mezzo espressivo contemporaneo che oggi più che mai sta vivendo soprattutto in Italia un momento di grande attenzione nel sistema dell’arte.

A questo scopo, a latere della mostra nel corso dell’anno verranno ospitati nei laboratori delle Officine Saffi le residenze d’artista dei vincitori dei premi principali, che rappresenteranno un momento importante di scambio e osmosi a livello internazionale.
Premio Faenza
Il Premio Faenza, istituito nel 1938, negli anni ha visto la partecipazione di artisti come Lucio Fontana, Angelo Biancini, Guido Gambone, Leoncillo Leonardi, Pietro Melandri, Carlo Zauli – e stranieri – come Eduard Chapallaz, Sueharu Fukami – che hanno fatto, non solo la storia della ceramica del XX secolo, ma anche quella della scultura e della pittura del Novecento.Continue Reading..

11
Dic

Tristano di Robilant. L’immaginazione e il suo doppio

Tristano di Robilant

L’immaginazione e il suo doppio
Sculture in vetro, ceramiche, disegni

a cura di Pia Candinas e Tanja Lelgemann
12 dicembre 2015 – 12 febbraio 2016

Inaugurazione
sabato 12 dicembre dalle 18.00 alle 21.00
L’artista sarà presente

Con la mostra L’immaginazione e il suo doppio, Intragallery presenta l’artista Tristano di Robilant nella sua poliedrica attività, con sculture di vetro, piatti di ceramica e disegni. L’aspetto elegante e maestoso delle sculture che dominano lo spazio della galleria crea un contrasto con le loro irregolari e movimentate superfici che hanno un soffio di incompiutezza e casualità dalle forme rotonde apparentemente semplici e non classificabili. Questo aspetto ambivalente sorprende l’osservatore e rivela allo stesso tempo la fragilità della materia.
I disegni che riportano le stesse forme allo stadio puro, non lavorato, rivelano il percorso formale e intellettuale alla base delle sculture e dei piatti di ceramica. Per Tristano di Robilant la stretta collaborazione con artigiani, con i maestri vetrai di Murano e con ceramisti umbri è fondamentale: sono loro che riportano nella materia le sue idee in opere di una bellezza unica.
Il titolo della mostra L’immaginazione e il suo doppio si lega all’universo illuminato e poetico di Tristano di Robilant; nasce da tutte quelle spiagge del silenzio che le sculture in vetro qui esposte ci comunicano. Un titolo dettato dall’immaginazione che si realizza diventando la creatrice del reale e degli oggetti che l’artista ci mostra. Non a caso si tratta di forme enigmatiche, nate da sogni che attingono, come nel caso di Antonin Artaud, a un continente interiore, un mare originario, ma anche a un altro io, il doppio che abita dentro di noi.
Tutti i titoli delle opere di Tristano de Robilant appaiono a prima vista enigmatici ma hanno sempre un riferimento letterario, filosofico o storico.

Con la scultura “Assisi” l’artista non elabora solo l’omonima poesia incisiva e malinconica di Paul Celan. Un cono, che nella fragile trasparenza del vetro s’impone maestoso nello spazio diventando punto di gravità, accentuato dai piani cadenzati e dalle sfere all’interno, la cui struttura irregolare ricorda la primordialità della terra. La calda tonalità ocra richiama immediatamente l’architettura della cittadina umbra che si erge nel paesaggio, suscitando nella condensazione formale la mistica attrazione spirituale del luogo.
Tra le opere in mostra citiamo inoltre: “Soldato innamorato”: in questo caso il titolo è omonimo di una celebre canzone del 1915 e commemora i soldati caduti nella 1° Guerra Mondiale.
In “Sisifo smeraldo” l’artista elabora l’interpretazione che l’autore dell’assurdo Albert Camus ha fornito: dobbiamo immaginarci Sisifo felice. “La lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo.” Continue Reading..

11
Mag

SILVIA CELESTE CALCAGNO. Interno 8, La Fleur Coupée

Cinque opere realizzate negli ultimi due anni, tre delle quali inedite, accompagnate da un video originale. Evoluzione di un percorso creativo cross disciplinare che avvicina la ceramica alla fotografia e all’immagine in movimento, appropriandosi dello spazio espositivo con forza e delicatezza. Silvia Celeste Calcagno è in mostra alle Officine Saffi di Milano con INTERNO 8 La Fleur Coupée, a cura di Angela Madesani, dal 21 maggio al 15 settembre 2015.

Una pluralità di linguaggi quelli sperimentati dall’artista, ricondotti a unità secondo un processo di addizione costante. Silvia Celeste Calcagno è perfomer, protagonista unica del suo lavoro. Le performances vengono, quindi, documentate fotograficamente. Le fotografie così ottenute vengono trasferite dall’artista, secondo una particolare tecnica di cottura, su piccole tessere di ceramica, per comporre gruppi di esemplari unici, che possono essere letti come una sequenza, quasi si trattasse dei fotogrammi di un film, in cui le differenze tra un pezzo e l’altro sono minime.

Silvia Celeste Calcagno, che proprio alle Officine Saffi aveva esposto nel 2013 come finalista del Premio Faenza, trasforma il proprio vissuto in scintilla creativa, affrontando temi che mettono in contatto la sfera dell’intimità e quella dell’universalità. È così, ad esempio, che un semplice cambio di indirizzo innesca, in Interno 8, una riflessione sul concetto stesso di casa, sul rapporto osmotico con il luogo in cui si vive, sulle tensioni e contraddizioni della quotidianità.Continue Reading..

10
Mag

La Grande Madre

LA GRANDE MADRE
Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano
26 Agosto – 15 Novembre, 2015

Attraverso le opere di oltre cento artisti internazionali, La Grande Madre analizza l’iconografia e la rappresentazione della maternità nell’arte del Novecento, dalle avanguardie fino ai nostri giorni.

Dalle veneri paleolitiche alle ‘cattive ragazze’ del post-femminismo, passando per la tradizione millenaria della pittura religiosa con le sue innumerevoli scene di maternità, la storia dell’arte e della cultura hanno spesso posto al proprio centro la figura della madre, simbolo della creatività e metafora della definizione stessa di arte. Archetipo e immagine primordiale, la madre e la sua versione più familiare di “mamma” sono anche stereotipi intimamente legati all’immagine dell’Italia.

La Grande Madre è una mostra sul potere della donna: partendo dalla rappresentazione della maternità, l’esposizione passa in rassegna un secolo di scontri e lotte tra emancipazione e tradizione, raccontando le trasformazioni della sessualità, dei generi e della percezione del corpo e dei suoi desideri.

Con un allestimento che si estende su una superficie di circa 2.000 metri quadrati al piano nobile di Palazzo Reale, La Grande Madre porta l’arte contemporanea al centro del programma di Expo in città, collegando la storia dell’arte alle questioni più urgenti del nostro tempo. La Grande Madre mescola il contemporaneo con la storia, accostando opere di oggi e capolavori storici, gemme sconosciute e artefatti provenienti dal mondo del cinema e della letteratura, ed evocando un ricco tessuto di associazioni, ricordi e immagini.

La Grande Madre è una mostra promossa da Comune di Milano | Cultura, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale per Expo in città 2015

LA GRANDE MADRE
by Fondazione Nicola TrussardiContinue Reading..