Category: ceramica

14
Set

Irina Razumovskaya. Inner geometry

Dal 26 settembre al 26 ottobre Officine Saffi è lieta di presentare la prima mostra personale in galleria di Irina Razumovskaya.

Irina Razumovskaya nasce a Leningrado, in URSS, nel 1990. Pur se troppo giovane per appartenere alla generazione della Ostalgia, la ventisettenne scultrice sembra subirne un fascino discreto. L’attrazione per una bellezza non comune, per l’inatteso, la portano a descrivere nelle sue opere i profili essenziali di oggetti domestici, di parti di macchinari, o ancora dettagli di edifici con tutte le loro possibili sfumature di granulosità. Nella sua prima personale milanese intitolata Inner Geometry, Irina Razumovskaya presenta un corpus di nuovi lavori in ceramica che arricchiscono la sua riflessione sul tema del deperimento della materia, cercando di far emergere i sottili legami emozionali che pervadono la sua pratica artistica volutamente anti narrativa. «Sperimento molto con le superfici – dice l’artista – nell’intento di riprodurre l’invecchiamento delle strutture architettoniche, evocando la sensazione di strati di vernice scrostata o della pietra che si sgretola lentamente».

Proprio per rafforzare il legame concettuale con l’architettura, sperimenta materiali per lei nuovi come il cemento; nella serie Construct combina forme in ceramica sabbiata con superfici in calcestruzzo, creando una tavolozza monocroma di grigio. In questo lavoro riecheggia l’intima impressione che si può avere di un paesaggio urbano«quando questo muta in un’esperienza tangibile grazie alla stratificazione di dettagli e sfumature».

Con Inner Geometry, Irina Razumovskaya colleziona immaginari reperti provenienti da oniriche rovine contemporanee, edificate su visione di forme e simboli inconsci, ribadendo così la sua ferma convinzione che il lirismo consista più nel celare che nello svelare e che l’arte trovi la sua massima espressione “tra le linee” di una poesia, tra le crepe della ceramica, nel mistero, nel suo pieno senso etimologico di ciò che non deve – o non dovrebbe – essere rilevato.*

*Estratto dal testo critico di Fabrizio Meris

IRINA RAZUMOVSKAYA
Irina Razumovskaya nasce nel 1990 a Leningrado, URSS (poi San Pietroburgo). All’età di cinque anni entra nella Kustodiev Art School e da allora non ha mai smesso di dedicarsi all’arte. Nel 2008 si iscrive al dipartimento di Fine Art Ceramic and Glass della State Academy of Art and Design e partecipa all’Hermitage Museum Lecture Art Program. Irina si diploma al prestigioso Royal College of Art di Londra nel 2017 e nel frattempo ha vinto diverse residenze in Cina, Germania, Spagna, Svizzera, USA, Ungheria e Taiwan. Irina è rappresentata da diverse gallerie internazionali e le sue opere sono esposte al Design Museum di Londra in occasione del Loewe Craft Prize 2018, a Chatsworth House, all’Yingge Ceramics Museum di Taiwan e all’Icheon World Ceramic Center in Corea e presso il Modern Art Museum di Yerevan, Armenia.

OFFICINE SAFFI
Officine Saffi è un centro di ricerca specializzato nella ceramica contemporanea. Il progetto comprende la Galleria che organizza e promuove mostre personali e collettive di artisti contemporanei e maestri del passato. Il Laboratorio dove vengono organizzati corsi e workshop, oltre ad accogliere produzioni di artisti e designer, le Residenze d’artista e la Casa Editrice che pubblica cataloghi d’arte e la rivista trimestrale Fragile. Completa il progetto il concorso biennale Open to Art, dedicato alla ceramica contemporanea d’arte e di design.

Milano | Officine Saffi
Irina Razumovskaya
INNER GEOMETRY

26 settembre – 26 ottobre 2018
Press preview e Inaugurazione: martedì 25 settembre 2018, 18.30-21.30

Orari di apertura:
Dal lunedì al venerdì  10–13, 14-18.30
Sabato 11-18
Domenica su appuntamento
Ingresso gratuito

Info:
+39 02 36 68 56 96
info@officinesaffi.com
press@officinesaffi.com

05
Set

Ornaghi & Prestinari. Keeping Things Whole

Una strana malinconia.
Un desiderio inappagato.
Due figure dormienti, lari della casa, circondati da cose.
Tenere assieme (unite e complesse) le cose. Frammenti, a volte contraddittori, di mondo: il lavoro, l’invenzione, il nuovo e lo scarto, l’antico e il tecnologico, la natura. Non c’è un altrove, non ci sono categorie distinte. Sono tutti aspetti, parti, di una stessa complessità.
Un piccolo giro, una passeggiata nella casa, tra elementi e materiali, tecniche e situazioni, quasi dei microracconti di una realtà concreta e paradossale tesa tra il quotidiano e il vuoto.
Ornaghi & Prestinari

Alla Galleria Continua in corso Keeping Things Whole, mostra personale di Ornaghi & Prestinari. Tra i più interessanti rappresentanti della giovane generazione di artisti italiani, Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari negli ultimi anni hanno consolidato la loro posizione anche a livello internazionale grazie ad una serie di mostre in spazi pubblici e musei stranieri.

Nel progetto che concepiscono per San Gimignano l’intimità domestica della casa si incontra con la visione museale dello spazio allestito in cui gli oggetti sono esibiti. Il percorso si compone di un nutrito gruppo di opere: sculture, quadri e collage appositamente realizzati per la mostra e una selezione di lavori frutto della più recente ricerca. Attraverso queste opere gli artisti articolano riflessioni sul senso del lavoro manuale in un’epoca post-artigianale caratterizzata dall’automazione del processo lavorativo; sulle connessioni tra produzione e consumo; sui processi di trasformazione di materiali e oggetti; sui mutamenti antropologici che si determinano nella nostra società stretta tra etica del lavoro ed estetica del consumo.

Il titolo della mostra preso a prestito da una poesia di Mark Strand, Keeping Things Whole (‘Tenere assieme le cose’), è già una dichiarazione di intenti. Le “cose” (contrazione dal latino “causa”, quanto ci sta a cuore e per cui ci si batte) sono al centro del progetto. A questo proposito Ornaghi & Prestinari dichiarano “Attraverso la nostra poetica cerchiamo di conferire agli atti familiari un valore nuovo. L’aspetto quotidiano del prendersi cura della casa o degli oggetti, del ripararli o del ricostruirli, trasmuta le cose indistinte a un livello di realtà più elevato. Ci sforziamo di pensare alle cose come unite per non privarle della loro complessità: far coesistere piuttosto che separare. Proviamo a generare convivenze ed equilibri, coniugare mondi apparentemente distanti, preservare la polisemia (…). Attraverso l’esercizio, la frequentazione quotidiana dei materiali, ci sfidiamo ad acquisire nuove abilità. La forma finale è sempre la risultante di un processo di affinamento. Lavorare su una certa cosa finché non inizia a parlare”. Gli artisti concludono la loro riflessione consegnandoci un passaggio di Remo Bodei da La vita delle cose (Roma-Bari, Laterza, 2009): “Dagli utensili preistorici in pietra, osso o legno alle prime produzioni ceramiche, dalle macchine ai computer, le cose hanno percorso una lunga strada assieme a noi. Cambiando con i tempi, i luoghi e le modalità di lavorazione, discendendo da storie e tradizioni diverse, ricoprendosi di molteplici strati di senso, hanno incorporato idee, affetti, simboli di cui spesso non siamo consapevoli (…). Le cose rappresentano nodi di relazioni con la vita degli altri, anelli di continuità tra le generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive, raccordi tra civiltà umane e natura. Il loro rapporto con noi somiglia, in tono minore, a quello dell’amore tra persone, dove il legame convive con la reciproca autonomia e nessuno è proprietà esclusiva dell’altro.”

Nelle loro opere Ornaghi & Prestinari elaborano e integrano influenze formali e riferimenti storico- artistici: gli “Inerti”, sculture che includono l’impronta di motivi floreali e vegetali ispirati ai disegni di William Morris iniziatore del movimento Art and Craft e pioniere del design; “Paolina” una scultura rovesciata rielaborazione della celebre scultura del Canova; “Oltremarino (S. Martini)” un’opera che parte da una riflessione sul rapporto di compresenza e distanza tra realtà e immagine, tra la fisicità minerale del blu di lapislazzuli delle tavole di Simone Martini e le sue riproduzioni sui libri, sono solo alcuni esempi. La ricerca degli artisti si concentra sulle varie sfaccettature della “cultura materiale” intesa come rapporto tra l’uomo e gli oggetti e su come questo rapporto sia legato alla storia dei materiali, alle loro potenzialità, alla progettazione, alle tecniche di produzione e al consumo. In mostra sculture realizzate con materiali naturali come la pietra (sodalite e alabastro), il legno, l’argilla diventata ceramica dialogano con strutture ed elementi in metallo che somigliano a oggetti ordinari e seriali della vita quotidiana.Continue Reading..

28
Giu

Silvia Celeste Calcagno. La plasticità del sé – Room 60

Continua la collaborazione del Museo Carlo Zauli con AICC Associazione Italiana Città delle Ceramiche su progetti formativi contemporanei ed inediti pensati per i ceramisti, in particolare rivolti ai residenti delle Città della Ceramica. I laboratori che furono di Carlo Zauli, dal 2002 sono teatro di sperimentazioni ceramiche promosse dal museo a lui intitolato attraverso residenze con artisti contemporanei internazionali e workshop con maestri della ceramica e rappresentano il luogo ideale e naturale sul territorio per creare incontri ed esperienze, generare idee innovative, approfondire temi attuali legati al mestiere del ceramista. Per questo progetto formativo l’invito del museo va a  Silvia Celeste Calcagno, che conduce i partecipanti del workshop di tre giorni in un viaggio alla scoperta della propria identità, acquisendo gli strumenti tecnici legati alla stampa su ceramica.  Dopo il lavoro in laboratorio, il workshop apre al pubblico, per restituire a tutti i risultati del lavoro, all’interno del calendario MCZ Padiglione Estate 2018, in concomitanza con l’opening dell’installazione di Silvia Celeste Calcagno, visitabile fino al 25 luglio 2018.

«È lei! È proprio lei! Finalmente l’ho trovata!», esultava Roland Barthes quando, nel suo celebre saggio “La camera chiara”, racconta di avere rinvenuto in uno scatolone, durante una giornata di novembre, il “Giardino d’inverno”, la fotografia che ritrae sua madre bambina. L’unica, fra tante, a restituire in modo autentico la sensazione sicura del ricordo della donna da lui tanto amata. Quel “reale che non si può più toccare”, la fotografia, che è anche “agente della Morte, l’alibi che nega lo smarrimento del vivente”.
Il fulcro del workshop sarà l’ampio e complesso tema dell’identità e il senso del doppio, da sempre affrontati nel percorso dell’artista. Tra “Uno, nessuno, centomila” di Luigi Pirandello e la stereotipata moda del selfie, indagheremo con complessa solennità il tema dell’autoritratto fotografico allo specchio, il senso del doppio e le innate potenzialità della materia, forti della consapevolezza di non essere né fotografi e né necessariamente ceramisti. Attraverso queste due negazioni, proveremo ad affermare e codificare un nostro personale alfabeto mediante un preciso metodo.

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Le parole di Lavoisier sembrano rievocarsi come un mantra illuminista davanti alle immagini proposte per il Solo Show dedicato da Silvia Celeste Calcagno alla Plasticità del sé. È un’indagine scientifica dell’anima, quella operata dall’artista utilizzando video in sequenza e immagini in dissolvenza, un percorso evocativo che invita ciascuno ad oltrepassare la soglia di ciò che crede di conoscere per giungere alle profondità insondabili della propria coscienza, da cui rinascere mutato. Room 60, elaborato per questa specifica occasione, si presenta come un progetto volto a porre chi guarda in relazione con le sensazioni suscitate dall’ineluttabilità dell’esistere in rapporto al non esistere: un’installazione spiazzante in cui la ciclicità e la fissità guidano attraverso un’interiorità specchiante. All’interno degli spazi emotivi il cambiamento resta, perno paradossalmente saldo, unica garanzia di continuo equilibrio.Continue Reading..

30
Mar

SHIO KUSAKA

Gagosian è lieta di presentare la prima mostra in Italia dell’artista giapponese Shio Kusaka.

Kusaka, nota per i suoi lavori in continua tensione tra astratto e figurativo, ha sviluppato per Roma un progetto fortemente incentrato sulle geometrie dell’astrazione. Le ceramiche in mostra, variazioni sulla forma del vaso, sono disegnate e incise con linee geodetiche continue tramite un processo contemporaneamente sistematico e intuitivo. Ripetizioni minimaliste si estendono lungo i volumi stondati riecheggiando le griglie di Agnes Martin o i disegni a muro di Sol LeWitt, e rivelando le irregolarità della linea disegnata a mano per creare terreni sinuosi oscillanti. Nella sua opera Kusaka fonde la raffinata lavorazione tradizionale della ceramica con dettagli e soggetti giocosi quali palloni da basket, frutta, dinosauri, gocce di pioggia e venature del legno. I lavori geometrici offrono una dimostrazione più immediata della padronanza tecnica dell’artista che, ​concentrandosi sull’elaborazione di un singolo processo ne scopre le infinite varianti. Nei precedenti lavori astratti Kusaka spesso “terminava” una linea o un motivo a griglia appena questi venivano distorti dalla curvatura del vaso, producendo motivi frammentati, come dei disegni sovrapposti, che contraddicevano il volume tridimensionale dello stesso. In queste nuove opere, invece, l’artista assume un approccio quasi topografico, sviluppando la manualità tattile necessaria per lavorare al tornio intagliando o disegnando linee intricate lungo ogni superficie del vaso. Lasciando che la tridimensionalità di ciascun vaso determini le curve concentriche delle linee, Kusaka fonde i primordiali atti creativi del disegno e della scultura. Mentre alcune linee appaiono sottili e parallele, altre assomigliano a delle onde e a schemi topografici. Saranno presenti in mostra i vasi più grandi mai realizzati dall’artista disposti su un piedistallo lungo e curvo, e smaltati in vari colori, dal blu pallido, al rosa, al giallo fino ad un placido bianco sporco. Il liquido denso si ferma al di sopra della base di ognuno: una precauzione necessaria per la cottura a fuoco, e un sottile ricordo delle trasformazioni alchemiche tipiche di questa tecnica. In una selezione di vasi più piccoli, Kusaka ripropone molti dei motivi a incisione come disegni a matita su fondo bianco, creando echi più intimi, quasi degli schizzi, dei lavori più grandi. L’artista ribadisce così la tecnica dei Minimalisti basata sul metodo, e sottolinea anche l’infinito potenziale della forma stessa che varia da grande a piccola, da liquida a solida, da due a tre dimensioni.

Un catalogo illustrato verrà pubblicato in occasione della mostra.

Shio Kusaka nasce nel 1972 a Morioka, in Giappone e vive e lavora a Los Angeles. Ha conseguito la laurea in Belle Arti nel 2001 all’Università di Washington,  Seattle. Il suo lavoro è incluso nelle seguenti collezioni: Museum Voorlinden, Wassenaar, Olanda; The Broad, Los Angeles; Allen Memorial Art Museum, Oberlin, Ohio; e Nerman Museum of Contemporary Art, Overland Park, Kansas. Tra le mostre personali recenti: Whitney Biennial del 2014, New York; “Jonas Wood and Shio Kusaka: Blackwelder”, Gagosian, Hong Kong (2015); e “Shio Kusaka and Jonas Wood”, Museum Voorlinden, Wassenaar, Olanda (2017–18).

*English below

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11
Dic

A Cortona il progetto artistico #newgeneration by Art Adoption

L’Associazione culturale Art Adoption, sotto la direzione di Massimo Magurano, presenta e inaugura a Cortona domenica 17 dicembre 2017 il progetto artistico New Generation a cura di Tiziana Tommei.
L’evento, patrocinato dal Comune di Cortona, avrà luogo nel centro storico della città e vedrà il coinvolgimento di 27 luoghi espositivi, spazi pubblici e privati e attività commerciali, con i quali 29 artisti, nazionali e internazionali, si relazioneranno ad hoc.

In calendario, con qualche giorno in anticipo dalla data di inaugurazione, sono previsti importanti interventi artistici che arricchiranno il palinsesto di questa edizione New Generation. La prima anticipazione è prevista l’8 dicembre 2017, in arrivo direttamente dal Padiglione Bolivia della Biennale di Venezia, 57esima Esposizione d’Arte Internazionale, la maestosa installazione di Jannis Markopoulos. L’opera sarà allestita nell’Auditorium di Sant’Agostino, complesso del XIII secolo situato nel centro storico di Cortona. Seconda sorpresa di respiro internazionale è la partecipazione dell’artista Alfredo Rapetti Mogol, poeta, compositore e personalità poliedrica del mondo dell’arte, che il 9 dicembre 2017 per New Generation presenterà una proiezione visiva sulla facciata del Comune. L’opera visiva di Mogol vede il contributo artistico di Mirko Pagliacci, altro maestro protagonista di questa edizione che esporrà un importante corpus di opere della sua produzione artistica in una personale unica. Last but not least l’opera simbolo scelta per rappresentare questa edizione New Generation by Art Adoption è firmata Qwerty. Lo street artist con la sua ‘rivoluzione’ visiva e poetica sicuramente a Cortona ‘lascerà il segno’.
Una edizione davvero speciale che intende valorizzare l’Arte attraverso un percorso espositivo lineare, diversificato e stimolante che possa in una modalità alternativa e non ordinaria avvicinare il pubblico ai nuovi linguaggi espressivi.

Tutti gli eventi in programma sono a INGRESSO LIBERO

Artisti
Manuel Mampaso (Spagna), Giuseppe Chiari (Italia), Daniel Argimon (Spagna), Massimiliano Luchetti (Italia), Mario Consiglio (Italia), Clara Turchi (Italia/Inghilterra), Fabio Savoldi (Italia), Vittore Baroni (Italia), MBU (Italia), Caruso Pezzal (Italia), Flavia Bucci (Italia), Qwerty Street Art (Italia), Sam Francis (USA), Mirko Pagliacci (Italia), Massimiliano Roncatti (Italia), Pierre Fernandez Arman (Francia), Simone Lingua (Italia), Giulia Ronchetti (Italia), Alessandro Bernardini (Italia), Andrea Barbagallo (Italia), Enrico Fico (Italia), Sandro del Pistoia (Italia), Luigi Merola (Italia), Alice Paltrinieri (Italia), Giuseppe Negro (Italia), Cesare Vignato (Italia), Alfredo Rapetti Mogol (Italia), Jannis Markopoulos (Grecia), Fernanda Marangoni (Italia).

Spazi pubblici e attività commerciali
Palazzo Magini, Auditorium Sant’Agostino, Enoteca Enotria, Dolce Vita, Bam Boutique, Beerbone, Touscher, Castellani Antiquari, La Nicchia, Eliana Boutique, Giolielli Caneschi, Pasticceria Banchelli, Ristorante il Cacciatore, Caffè Signorelli, Il Papiro, Nais Profumeria, Il Pozzo Galleria, Caffè Degli Artisti, La Saletta, Nocentini Libri, Terra Bruga, Karma, Jacente Store, Galleria Nazionale, Agenzia Alunno, Antonio Massarutto, Hotel San Luca
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26
Set

Silvia Celeste Calcagno. Il pasto bianco (mosaico di me)

In un rincorrersi di rimandi e citazioni, da The Naked Lunch (il pasto nudo), capolavoro letterario di William Burroughs alla libera e omonima versione cinematografica firmata da David Cronenberg, Silvia Celeste Calcagno mette a punto un nuovo importante progetto realizzato per la personale a cura di Davide Caroli negli spazi della Biblioteca Classense di Ravenna, nell’ambito della Biennale di mosaico. La mostra nasce in collaborazione con il MIC Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza.

L’artista utilizza ancora una volta la ceramica, linguaggio con il quale ha da tempo trovato la sua cifra distintiva e originale ponendolo in dialogo con performance, installazione e fotografia. In questo caso l’indagine si arricchisce di un ulteriore elemento che chiama in causa il mosaico. Silvia Celeste Calcagno, che nel 2015 ha vinto il 59 Premio Faenza con Interno 8 La fleur coupée, composta da infinite tessere, aveva già intuito la potenzialità di questa espressione frammentaria, quasi un cut and up per riprendere ancora il riferimento a Burroughs e al suo modo sperimentale di utilizzare la scrittura. Mosaico come frammento, particolare infinitesimo, dove unendo le tessere si ricompone alla fine l’immagine, ma non la narrazione e neppure l’identità. E SCC lavora, da una parte con il consueto atteggiamento introspettivo, dall’altra con visceralità talora dura e spietata, sulla sua identità di donna, alle prese con l’eterna contraddizione tra corpo, oggetto costringente, limitato, e l’aspirazione a liberarsi dal peso, evadere dal limite, farsi altro. Corpo che è innanzitutto materia, e come tale viene trattato, eppure sfugge dalla tentazione descrittiva, a cominciare dalla rinuncia al colore. L’universo del “mosaico di me” è bianco, acromatico, inessenziale e sfuggente. Ogni volta che tenta l’ascesa verso l’alto, qualcosa di fisico lo riporta a terra. Ne intravvediamo solo i frammenti, altro non è dato. Da qui, dunque, il pasto bianco, installazione che ricompone tessere di corpo, un corpo che si pone innanzitutto come cibo, un banchetto cui chiunque potrà sedersi e mangiare, come nelle tavole imbandite dal maestro del cinema surreale Luis Bunuel. Dice SCC, “bianco come il colore della mia carne, privo del peso specifico di un corpo senza volto -che dunque perde l’identità dell’io per trasformarsi in archetipo- a pezzi, senza un luogo, perso nel vuoto, a volte protetto a volte sporcato dalla manipolazione e dal lavoro sul materiale”. Il pasto bianco, installazione site specific, copre come una pelle parte dello spazio attraverso lastre in gres di vari formati che sviluppano una tecnica che vede la fusione tra fotografia e materia. Altra installazione in mostra Una storia privata, ulteriore riflessione sul rapporto tra noi e gli altri, con segni ancor più sfuggenti e minimi, di un corpo destinato a lasciare la propria fisicità.Continue Reading..

04
Set

IF (but I can explain), project room di Silvia Celeste Calcagno a Milano

La Nuova Galleria Morone presenta, nello spazio della project room “IF (but I can explain)”, mostra personale di Silvia Celeste Calcagno, che ripropone in forma leggermente ridotta il progetto site-specific curato da Alessandra Gagliano Candela, esposto fra gennaio e marzo 2017 nella Project Room del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova.

“If (but I can explain)” è la formula finale, non definitiva, di una ricerca che Silvia Celeste Calcagno ha condotto nell’ultimo anno, registrando gradualmente il variare della sua condizione esistenziale e reificandola in una stanza, interiore ancor prima che esteriore, alla cui composizione hanno contribuito media diversi in dialogo continuo tra loro. E’ una situazione di sospensione,  evocata dall’installazione “Just lily”, in origine composta da oltre mille lastre in grès disposte sulle pareti della Project Room del Museo, in un continuum che unisce foto, oggetti d’uso, frammenti della quotidianità, tracce di un passato anche recente, brani di pareti, ritratti precisamente o solo evocati, dai contorni nitidi o sfumati. Un catalogo minuzioso di situazioni che ripropongono la sua vita in un luogo che presto dovrà abbandonare, momenti consueti che diventano unici. In sottofondo, l’installazione sonora “Could you please stop talking?” ispirata ad un libro di Raymond Carver, come in un mantra enumera brani di quotidianità e invita al silenzio l’altra persona che condivide lo spazio della vita. Il video, “Air fermé” registra lo scorrere impercettibile del tempo in un paesaggio urbano, segnato dal variare delle luci. La trama della tenda attraverso la quale avviene la ripresa offusca come un velo i contorni del mondo, agendo come un filtro sulla percezione.

Accompagnata dal catalogo edito da Silvana Editoriale che documenta il progetto realizzato a Villa Croce, con un’intervista di Ilaria Bonacossa all’artista, testi critici di Alessandra Gagliano Candela ed Angela Madesani, la mostra rimarrà aperta fino al 10 Novembre.

Silvia Celeste Calcagno è nata a Genova nel 1974, vive e lavora ad Albissola.Si diploma all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Nel 2015 vince, prima donna italiana, la 59° edizione del Premio Faenza. Nel 2017 al Museo d’arte contemporanea Villa Croce, Genova, presenta IF (but I can explain) a cura di Alessandra Gagliano Candela. Nel mese di Aprile dello stesso anno, espone in Corea, In the Earth Time Italian Guest Pavilion Gyeonggi Ceramic Biennale Yeoju Dojasesang . La sua ricerca si basa spesso sul mappare determinate condizioni del vivere: la reiterazione è lo sviluppo primo che  permette di “fotografare” ogni sezione di esistenza, scansionarne ogni frammento. Nascono storie a “basso voltaggio”, situazioni in cui non accade nulla di eclatante, ma nelle quali si percepisce ,tuttavia, una sottile anomalia. Questo processo quasi alchemico distilla la realtà e dunque le emozioni ad essa legate, sublimandosi in un puzzle e rendendo finalmente completa la campionatura di un pezzo di “tessuto vita”.

IF (but I can explain) Silvia Celeste Calcagno
Nuova Galleria Morone, Via Nerino 3, Milano
21 Settembre | 10 Novembre 2017
Inaugurazione:21 Settembre 2017, ore 18
Orari: lun – ven: ore 11 – 19 | sabato: 15 – 19

Amalia Di Lanno, responsabile comunicazione per SCC

Immagine: Silvia Celeste Calcagno, IF, Installazione Fireprinting, 2017

30
Giu

Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

L’arte contemporanea torna a confrontarsi con l’archeologia. La mostra presenta 100 opere tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta di artisti provenienti da 25 diverse nazioni.

Accanto a maestri riconosciuti come Marina Abramović, Gino De Dominicis, Marcel Duchamp, Gilbert & George, Joseph Kosuth, Barbara Kruger, Richard Long, Allan McCollum, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Remo Salvadori, Mario Schifano, Mauro Staccioli, sono proposti i lavori realizzati da alcuni tra i più significativi esponenti delle ultime generazioni quali Mario Airò, Maurizio Cattelan, Anya Gallaccio, Cai Guo-Qiang, Claudia Losi, Paul McCarthy, Sisley Xhafa, Vedovamazzei e Luca Vitone. Non manca, poi, una serie di lavori realizzata da designer e architetti come Ugo La Pietra, Gianni Pettena e Denis Santachiara. All’interno dello Stadio Palatino e del peristilio inferiore della Domus Augustana, con le terrazze e le Arcate Severiane, la mostra articola le sue tematiche essenziali: le Installazioni architettonichein situ, efficace accostamento tra archeologia e arte contemporanea; le Mani, disegnate, fotografate, dipinte, scolpite, simbolo comunicativo e forza creatrice; i Ritratti, traccia identitaria per eccellenza e genere artistico dove gli antichi romani hanno primeggiato.

Architettura, identità, comunicazione, creazione sono temi che la contemporaneità interpreta spesso con disinvolta ironia, in maniera destabilizzante, rifiutando ogni dogma: a confronto con le maestose architetture dei palazzi imperiali del Palatino, questi materiali ci interrogano sul senso del tempo e della permanenza. Sono interventi – molti dei quali creati appositamente per questo progetto al Palatino – che non vogliono essere rassicuranti, ma che suggeriscono differenti percorsi di comprensione dell’antico. I lavori provengono dal museo ALT creato dall’architetto Tullio Leggeri, tra i maggiori collezionisti italiani che, fin dagli anni ’60, ha caratterizzato il suo rapporto con gli artisti sviluppando i loro progetti e suggerendo soluzioni tecniche e creative. Tra le monumentali rovine, viene esposta una significativa selezione delle oltre 1000 opere che costituiscono la sua raccolta.Continue Reading..

23
Giu

Verdiana Patacchini. Muta Imago

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la galleria Emmeotto, è lieta di presentare il progetto espositivo dell’artista Verdiana Patacchini intitolato Muta Imago. La dialettica del visibile è, per antonomasia, il fulcro cardine di un’opera d’arte, dove la materia, nelle sue declinazione più svariate, conduce inevitabilmente all’immateriale. Nel periodo classico il concetto di Imago riassume in sé il senso atavico della figurazione, ovvero quel rapporto che intercorre tra lo sguardo dell’osservatore e l’immagine dipinta. L’Imago non è definita semplicemente all’interno di un reticolo ottico figurativo, essa è apparizione, parvenza, visione e sogno. Il lavoro di Verdiana Patacchini si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta, nell’utilizzo dei differenti materiali, le molteplici accezioni dell’immagine. Metalli, carta, ceramica, sono i medium di una riflessione che pone al centro del suo linguaggio l’antico topos che vede la fragile delimitazione tra visibile e invisibile. Le figure di Verdiana Patacchini emergono dalla materia, sono per l’appunto apparizioni, epifanie dell’intelletto, memorie sbiadite di una realtà lontana ed intellegibile. Scrive Yves Klein nel suo saggio intitolato Le dépassement de la problématique de l’art: “Il segreto del quadro è l’indefinibile. Non esistono mediazioni, ci si trova letteralmente impregnati dallo stato sensibile pittorico determinato a priori dallo spazio dato, è una percezione diretta ed immediata, senza più alcun effetto né trucco, né arbitrio”. Il corpus di lavori in ceramica riflettono incondizionatamente le qualità di un’opera espresse da Klein: Verdiana Patacchini si appropria della materia configurandola a seconda delle proprie necessità espressive. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura, il confine con l’invisibile è sempre più marcato, rendendo l’icona un’ombra sbiadita nel tempo. L’universo immaginifico dell’artista si nutre di differenti elementi concettuali: letteratura, musica, poesia sono componenti essenziali della sua ricerca estetica, come ad esempio nella serie di lavori tratti dalla Gerusalemme Liberata. Il labile confine tra visibile e invisibile si prefigura nell’opera di Verdiana Patacchini come una necessità primordiale nell’assidua e costante investigazione che semina il suo tracciato nei meandri della storia dell’arte, dove l’esplorazione di inedite soluzioni formali rappresentano il punto di partenza per rigenerare la forza dei materiali d’elezione utilizzati dall’artista. Nello splendido contesto del Relais Rione Ponte, il corpus di opere selezionate definiranno un nuovo assetto allestivo dove gli ospiti saranno i protagonisti di un itinerario artistico ed emozionale.

Verdiana Patacchini nasce a Orvieto nel 1984. Dopo il diploma presso il Liceo Artistico di Viterbo si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Via di Ripetta, dopo una stagione in Spagna tramite la borsa di studio Erasmus, si diploma in Pittura nel 2007 e nel 2009 conclude la laurea in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico Contemporaneo. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia e nel 2012 è tra i vincitori del Premio Catel Roma con l’opera “La Veronica”. Da Gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato Italiano di Park Avenue di New York, a cura della galleria romana Emmeotto. Attualmente vive e lavora a New York e firma le sue opere con lo pseudonimo Virdi.Continue Reading..

26
Mar

Mia E Göransson. Solo show

Officine Saffi è lieta di invitarvi all’inaugurazione
martedì 28 marzo, 18.30 – 21.00

Rocce, piante grasse, piccoli pianeti, architetture metafisiche dai colori curiosi. L’artista, designer, ceramista Mia E Göransson crea opere che sono raffinati e affascinanti ecosistemi. Gli organismi che popolano i suoi paesaggi possono ricordare le forme della natura frammentata e ricomposta, una New Nature che svela e nasconde allo stesso tempo le strutture geometriche sottese alle leggi naturali, quelle linee, vortici, traiettorie che le piante seguono nel loro sviluppo, nelle fasi della crescita, secondo rapporti armonici invisibili ed eterni. Uno scontro tra la morbida organicità della vita e il rigore della geometria. Le leggi della fisica sono sorpassate, la forza di gravità non ha potere sulle architetture che Mia costruisce. In bilico, in una azzardata sospensione, angoli appoggiano su curve lisce, cubi o cilindri si sporgono troppo in là, eppure non crollano. E allora interviene il colore, lo stesso su tutte le superfici, oppure i toni più accesi e giocosi che una tavolozza possa ospitare. Nelle composizioni monocrome emergono i riflessi, le rotondità e gli spigoli, creando scenari misteriosi, irreali. Compiendo un lavoro di astrazione della natura circostante, l’artista arriva a realizzare una nuova natura decostruita, concreta, solida, oggettuale, come diceva Ettore Sottsass: “Nous avons réalisé des objets concrets pour exprimer des idées abstraites … et ils ont tous fini dans des galeries d’art”. Rami che diventano archi sorretti da piedistalli, mele bucate, meteore o frutti proibiti, vasi capovolti, nuvole dure e increspate fissate a terra attraverso solidi geometrici. Dai toni più scuri al rosa candito, dalle tinte piene alle sfumature. Il campionario sembra essere infinito. Quindi lo stesso stimolo per qualcosa di inaspettato può guidarci nel viaggio o nello spettacolo a cui l’artista ci invita, nel “processo” di osservazione ci lasciamo stupire da una geografia bizzarra, da rarefazione e concentrazione insolite, da profili mai visti oppure ogni tanto sognati.

Testo critico di Antonio Grulli

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