Category: visionart

04
Dic

Chen Zhen. Short-circuits

“Short-circuits” [cortocircuiti] è concepita come un’esplorazione immersiva nella complessa ricerca artistica di Chen Zhen (1955, Shanghai – 2000, Parigi) e riunisce per la prima volta oltre venti installazioni su larga scala realizzate tra il 1991 e il 2000 nelle Navate e nel Cubo di Pirelli HangarBicocca. Chen Zhen sviluppa la sua pratica artistica a partire dalla fine degli anni Settanta. Nato e cresciuto a Shanghai, in Cina, attraversa la Rivoluzione Culturale nella sua adolescenza, nel 1986 si trasferisce a Parigi. Inizialmente orientato verso la pittura, l’artista si avvicina progressivamente alla realizzazione di installazioni (la prima datata 1989), accostando oggetti della vita quotidiana come letti, sedie, tavoli, assemblati in composizioni che spostano questi elementi dalla loro funzione originaria per consegnarli a una dimensione metaforica. La produzione di Chen Zhen riflette in maniera paradigmatica il suo desiderio di trovare una sintesi visiva che integri le caratteristiche estetiche del suo paese di origine con quelle dei luoghi con cui entra in contatto, in uno scambio fluido e costante tra pensiero orientale e quello occidentale.

Il titolo della mostra in Pirelli HangarBicocca prende spunto dal metodo creativo sviluppato dall’artista, definito il “fenomeno del cortocircuito”: lo svelamento del significato recondito dell’opera d’arte nel momento in cui viene spostata dal contesto originale per cui era stata concepita in un luogo diverso. Un processo che conduce Chen Zhen a riflettere sul concetto di contaminazione simbolica e culturale come modalità di creazione artistica. La concezione della mostra riflette questa pratica, creando accostamenti inediti tra le opere esposte e mettendo in luce i numerosi rimandi e le connessioni presenti nel lavoro dell’artista in aperto dialogo con diversi temi: la globalizzazione e il consumismo, il superamento dell’egemonia dei valori occidentali e l’incontro tra differenti culture.

Tra le sue mostre personali di maggior rilievo, vi sono Rockbund Art Museum, Shanghai (2015); Musée Guimet, Parigi (2010); MART – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (2008); Kunsthalle Wien (2007); Palais de Tokyo, Parigi (2003–04); Pac – Padiglione d’arte contemporanea di Milano, Milano, MoMA PS1, New York (2003); Serpentine Gallery, Londra (2001); GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino (2000); Museum of Contemporary Art, Zagreb (2000); Cimaise & Portique, Albi (2000); Tel Aviv Museum of Art (1998); The New Museum of Contemporary Art, New York (1994); Le Magasin, Grenoble (1992).
Le sue opere sono state incluse in numerose collettive presso prestigiose istituzioni, tra cui Solomon R. Guggenheim, New York (2017-18); Ullens Center for Contemporary Art, Pechino (2007-08); Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi (2000-01); Witte de With Center for Contemporary Art, Rotterdam (1994); Grand Palais, Parigi (1988). Ha inoltre partecipato alla 4a Biennale di Lione, 2a Biennale di Gwangju (1997); diverse edizioni della Biennale di Venezia (2009, 2007, 1999); 3a Asia-Pacific Triennial of Contemporary Art, Brisbane (1999-2000).

Sulla base di quanto previsto dal Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, gli spazi di Pirelli HangarBicocca sono temporaneamente chiusi al pubblico fino a nuove disposizioni.

Chen Zhen. Short-circuits
A cura di Vicente Todolí / 15 Ottobre 2020 – 21 Febbraio 2021

Pirelli HangarBicocca
Via Chiese 2
20126 Milano
T (+39) 02 66 11 15 73
info@hangarbicocca.org

Immagine in evidenza: Chen Zhen, Jardin Lavoir, 2000. Courtesy Galleria Continua

25
Nov

Francesca Woodman: New York Works

Una mostra dedicata a una rara serie di fotografie a colori di Francesca Woodman allestita nel suo appartamento di New York nel 1979.

Nella sua breve carriera Francesca Woodman (1958-1981) ha creato uno straordinario corpus di opere acclamato per la sua singolarità di stile e di tecniche innovative. Fin dall’inizio, la sua attenzione si è concentrata sul rapporto con il suo corpo come oggetto dello sguardo e come soggetto attivo dietro la macchina fotografica.

A seguito dell’esposizione in galleria del 2018 riguardante opere realizzate in Italia nel 1977-1978, le opere di questo centro espositivo riguardano una rara serie di fotografie a colori che Woodman ha messo in scena nel suo appartamento a New York nel 1979. In queste immagini, e nelle fotografie in bianco e nero anch’esse realizzate a New York più o meno nello stesso periodo, Woodman contorce e inserisce il suo corpo nello spazio e nell’architettura, a volte anche “esibendosi” nella scultura classica attingendo a metodologie possibilmente incontrate nel corso del suo anno all’estero a Roma mentre era studentessa alla Rhode Island School of Design. Una delle principali influenze dell’arte italiana sul lavoro di Woodman è stata l’uso preciso della composizione, il quale è diventato sempre più sofisticato durante il suo soggiorno romano. Esplora la prospettiva e utilizza consapevolmente le strategie formali apprese dalla scultura classica e dallo studio di maestri fiorentini come Giotto e Piero della Francesca. Scrisse da New York nel 1980 a Edith Schloss, amica, pittrice e critica romana: “È buffo come mentre vivevo in Italia la cultura non mi abbia influenzato molto e ora ho tutto questo fascino per l’architettura, ecc.“

Se nelle precedenti fotografie di Woodman sono certamente presenti influenze italiane e classiche, esse raggiungono una nuova articolazione nelle opere realizzate a New York, culminate nella sua monumentale opera-collage inscindibilmente legata alla forma della diazotipia: Blueprint for a Temple, nella collezione del Metropolitan Museum of Art di New York, e nelle sue Caryatids, anch’esse incluse in questa mostra. Come sottolinea la critica Isabella Pedicini: “Insieme al suo continuo lavoro con la statuaria antica, l’inquadratura ricorrente del torso acefalo ricorda le caratteristiche salienti di una scultura antica”. Ci giunge spesso in frammenti. In ogni caso, il suo interesse per la scultura si concentra in particolare sull’esemplare stesso, la forma frammentaria che sopravvive… Temple Project (1980), in cui vediamo modelli come cariatidi sul lato di un tempio greco, rivela anche influenze classiche dirette”.

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11
Nov

Leandro Erlich – Soprattutto

Galleria Continua è lieta di presentare per la prima volta nei suoi spazi romani, presso l’iconico hotel The St. Regis Rome, la mostra personale di una figura di spicco della scena artistica internazionale, Leandro Erlich. L’architettura del quotidiano è un tema ricorrente nel lavoro dell’artista argentino volto a creare un dialogo tra ciò in cui crediamo e ciò che vediamo, così come a ridurre la distanza tra lo spazio del museo o della galleria e l’esperienza quotidiana. Case sradicate e lasciate penzolare appese a una gru; ascensori che non portano da nessuna parte; scale mobili aggrovigliate come fossero fili di un gomitolo, sculture spiazzanti e surreali quelle di Erlich, frutto di una ricerca artistica di matrice concettuale e incline al paradosso.

Maura Pozzati, storica dell’arte, critica d’arte e docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ci introduce “Soprattutto”, il progetto che l’artista concepisce appositamente per questa occasione espositiva.

“Soprattutto è il bel titolo che Leandro Erlich ha scelto per questa esposizione. Letteralmente significa “sopra ogni altra cosa, prima e più di tutto”: un concetto caro all’artista quello di amplificare il significato di una cosa attraverso l’esperienza, l’immaginazione e la condivisione collettiva. Basta guardare le sue nuvole per rendersi conto che sono qualcosa di conosciuto, di archetipico ma nello stesso tempo -nell’osservarle nelle loro forme diverse immobilizzate e congelate in una teca di legno- qualcosa di nuovo che si posiziona al di sopra della conoscenza e ci porta in un altrove magico, che ha a che fare con il senso estetico e con la poesia. Avevo scritto qualche tempo fa che il lavoro di Leandro si situa in una zona di confine tra il possibile e l’impossibile, tra ciò che conosciamo e ciò che immaginiamo: una vera e propria soglia tra ciò che è reale, o crediamo che sia, e quello che non lo è. In questo spazio liminare una cosa può essere “prima e più di tutto”, può diventare “soprattutto”, perché per l’artista esiste sempre una realtà parallela, uno stadio intermedio tra ciò che conosciamo e vediamo e ciò che ricordiamo e condividiamo insieme agli altri. L’esperienza del viaggio in aereo la facciamo tutti, chi più chi meno, ma è diverso lo stato d’animo e quello che ognuno di noi investe emotivamente “sopra” il viaggio stesso. La medesima cosa vale per il paesaggio: quello visto dall’alto quando stiamo per atterrare in aereo (probabilmente sarà esposto in mostra un tappeto che si potrà calpestare) e quello romano, con i suoi edifici, vie, strade e giardini dialogano contemporaneamente con le nuvole in cielo. Perché quello che ci comunica l’artista è che esiste una relazione tra le nuvole e il territorio e che il luogo descritto è qualcosa di conosciuto, che riconosciamo come naturale e già visto, ma anche qualcosa di strano e artificiale. La stessa nuvola la ritroviamo inscatolata di fronte a noi ma anche fotografata nel cielo di Roma, libera di muoversi nello spazio “sopra ogni altra cosa”. Tutta l’opera di Leandro Erlich in fondo gioca con la mente e con la percezione dello spettatore per potere ridefinire gli spazi della sua quotidianità, per uscire dal mondo dell’ordinario ed entrare in quello dell’extra-ordinario. Prima e più di tutto”.

 

El Avion 2011, Metal structure, fiber glass, plasma screen, 100 x 100 x 14 cm. Photo: Giovanni De Angelis

Leandro Erlich è nato in Argentina nel 1973. Vive e lavora a Buenos Aires e Montevideo. Negli ultimi due decenni, le sue opere sono state esposte a livello internazionale e sono entrate a far parte di collezioni permanenti di importanti musei e collezionisti privati. Erlich inizia la sua carriera professionale a 18 anni con una mostra personale presso il Centro Cultural Recoleta di Buenos Aires. Dopo aver ricevuto diverse borse di studio (El Fondo Nacional de las Artes, Fundación Antorchas), prosegue il suo percorso al Core Program, una residenza d’artista a Houston, Texas (Glassell School of Art, 1998) dove sviluppa due delle sue più note installazioni “Swimming Pool” e “Living Room”. Nel 2000, prende parte alla Biennale di Whitney e nel 2001 rappresenta l’Argentina alla 49° Biennale di Venezia. Le sue opere pubbliche includono: “La Democracia del Símbolo”, un intervento congiunto presso il monumento dell’Obelisco e il Museo MALBA che nel 2015 affascina la città di Buenos Aires; “Maison Fond” che celebra la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico a Parigi (Nuit Blanche, 2015), opera tutt’ora in mostra permanente alla Gare du Nord; “Bâtiment”, una delle sue più celebri installazioni, realizzata per Nuit Blanche (Parigi 2004) poi riprodotta nei paesi di tutto il mondo (Francia, Regno Unito, Australia, Giappone, Argentina, Ucraina, Austria); “Ball Game” commissionata nel 2018 dal CIO per commemorare le Olimpiadi estive della gioventù a Buenos Aires; “Port of Reflections” esposto al MMCA (Seoul, Corea, 2014), al MUNTREF (Buenos Aires, 2016) e al Neuberger Museum of Art (New York, 2017); “Palimpsest” in mostra permanente alla Triennale d’arte Echigo-Tsumari (Kinare, Giappone, 2018). Erlich ha ricevuto numerosi premi, tra cui: The Roy Neuberger Exhibition Award (New York, 2017), la Nomination per il Prix Marcel Duchamp (Parigi, 2006), l’UNESCO Award (Istanbul, 2001), El Premio Leonardo (Museo Nacional de Bellas Artes , Buenos Aires, 2000), el Fondo Nacional de las Artes (Buenos Aires, 1992).
Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali: El Museo del Barrio, New York (2001); MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma (2006); Centre D’art Saint Nazaire, Francia (2005); PS1 MoMA, NY (2008); MOLAA, Long Beach (2010); Barbican Centre, Londra (2013); 21st Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa, Giappone (2014); MMCA, Seoul, Corea (2014); MALBA, Buenos Aires (2015); ZKM, Germania (2015); Fundación Telefónica, Madrid, Spagna (2017); Neuberger Museum of Art, New York (2017); MORI Art Museum, Tokyo (2017/2018); HOW Art Museum, Shanghai (2018); MALBA, Buenos Aires, Argentina (2019); CAFAM, Pechino, Cina (2019); KAMU, Kanazawa, Giappone (2020); Voorlinden Museum, Olanda (2020). Solo per citarne alcune. Tra le mostre collettive ricordiamo: Nuit Blanche de Paris (2004); Palais de Tokyo, Parigi (2006); Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Spagna (2008); Fundación PROA, Buenos Aires (2009, 2013); Centre Georges Pompidou, Parigi (2011); Centquatre, Parigi (2011); MOT, Tokyo (2013); Shanghai Art Festival (2013); Spiral Garden, Tokyo (2017); Maison de l’Amérique Latine, Parigi (2018); Power Station of Art, Shanghai (2018). Tra le numerose biennali a cui ha preso parte: Biennale Mercosur (1997); 7° Biennale dell’Avana (2000); 7° Biennale di Istanbul (2001); 3° Biennale di Shanghai (2002); 1° Biennale di Busan, Corea (2002); 26° Biennale di San Paolo (2004); Biennale di Venezia (2001/2005); Triennale d’arte Echigo-Tsumari, Giappone (2006/2018); Palais de Tokyo, Parigi (2006); Biennale di Liverpool (2008); Biennale di Singapore (2008); 2° Biennale di Montevideo, Uruguay (2014); XIII° Bienal de Cuenca (2016); Bienal Sur, Buenos Aires (2017).

Il lavoro di Erlich è presente in molte collezioni private e pubbliche, tra cui: The Museum of Modern Art, Buenos Aires; Il Museum of Fine Arts, Houston; Tate Modern, Londra; Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi; 21st Century Museum of Art Kanazawa, Giappone; MACRO, Roma; Il Museo di Gerusalemme; FNAC, Francia; Ville de Paris et SCNF, Gare du Nord, Francia.

LEANDRO ERLICH
Soprattutto

GALLERIA CONTINUA
The St. Regis Rome, Via Vittorio E.Orlando 3 – Roma
La mostra sarà aperta al pubblico dal 6 novembre al 10 gennaio 2021
dal martedì al sabato 11.00 – 19.00 solo su appuntamento

 

Immagine in evidenza: Leandro Erlich – Cloud – White Bear 2014, Wenge wood, ultra clear glass, ceramic ink, led lights, 175 x 91 x 50 cm. Photo: Giovanni De Angelis

08
Ott

Giulio Paolini – Qui dove sono

La Galleria Christian Stein presenta un’esposizione personale di Giulio Paolini (Genova, 1940) dal titolo Qui dove sono, riferimento a un’opera in mostra e omaggio alla Galleria Christian Stein, dove Paolini espose per la prima volta oltre cinquant’anni fa, nel 1967, presso la sede di Torino e poi, regolarmente, per tutta la sua carriera, fino all’ultima esposizione nel 2016.

La mostra alla Galleria di Corso Monforte si articola in cinque opere di cui tre realizzate espressamente per l’occasione.

Scultura e fotografia, opportunamente elaborate secondo il linguaggio paoliniano, svolgono un racconto intorno al mito, alla classicità e alla storia; le immagini in mostra sono avvolte in una dimensione temporale assoluta, distante dai dati della realtà corrente.

Nell’opera, collocata a centro sala, In volo (Icaro e Ganimede) (2019-2020), il calco in gesso di Ganimede, copia di una scultura in marmo di Benvenuto Cellini (1500-71), è collocato su una alta base. Il giovane trattiene due ali di cartoncino dorato ad evocare il suo volo verso l’Olimpo, il mito di Ganimede si fonda infatti sulla bellezza del giovane di cui Zeus, il re degli dèi, si invaghì, questi lo rapì camuffandosi da aquila e lo condusse sull’Olimpo dove ne fece il suo amato. Al suolo una lastra quadrata trasparente lascia intravedere frammenti di un’immagine fotografica del cielo unitamente alla riproduzione della figura di Icaro tratta dal dipinto Dedalus et Icarus (1799) del pittore francese Charles Paul Landon (1761-1826), inoltre un antico mappamondo è posato sulla lastra di plexiglas a ridosso della base. Sia Ganimede che Icaro sono figure mitologiche legate all’atto del volo, Ganimede ascende verso l’Olimpo, mentre Icaro precipita in mare per essersi troppo avvicinato al sole che ne fonde la cera delle ali. Paolini dichiara a proposito delle due figure: “Due corpi nudi, l’uno precipitato al suolo, l’altro proteso verso l’alto, sono entrambi sospesi nella vertigine del volo (del vuoto). Sono attori volti a impersonare i destini paralleli di due personaggi: Icaro e Ganimede, fine e principio di una idea di Bellezza, di una stessa figura senza nome”.

Sulla parete di fondo Vis-à-vis (Kore), 2020 è composta da due metà del medesimo calco in gesso di una testa ellenistica femminile, una Kore, collocate una di fronte all’altra su due basi addossate ad una tela di grandi dimensioni che reca un disegno in prospettiva tracciato a matita. La tela funge dunque da “quinta teatrale”, da spazio scenico che ospita lo sguardo muto dei due volti. Eco di un modello assente e di un’immagine distante, mitica, il calco in gesso costituisce per Paolini uno strumento privilegiato, afferma infatti l’artista: “lo sguardo fissato in un quadro o in una scultura non si rivolge né all’autore né ad altri, non ammette né uno né molti punti di vista, riflette in sé la domanda sulla sua stessa presenza”.

La parete di sinistra ospita La casa brucia (1987-2004), l’opera si compone di quarantatre collage divisi in un compatto gruppo centrale di quindici e in un’ampia cornice perimetrale di ventotto elementi. In quelli del primo nucleo, la fotografia di un edificio in fiamme è combinata di volta in volta con particolari lacerati di riproduzioni fotografiche di opere o esposizioni precedenti dell’artista. Negli elementi perimetrali, invece, all’immagine dell’incendio si sovrappongono dei frammenti lacerati di fogli di carta usati abitualmente da Paolini (carta bianca, nera, millimetrata, da lucido ecc.). Nell’insieme, la cornice di “materiali” o strumenti preliminari – che annunciano un’opera ancora a venire – racchiude gli echi delle opere compiute e “già viste”.

Le pareti di destra ospitano una serie di collage dal titolo Qui dove sono (2019) che rimanda al luogo di residenza dell’artista, Piazza Vittorio Veneto a Torino, storica piazza porticata di forma rettangolare. La serie presenta varie prospettive tracciate a matita, sovrapposizioni e mise en abyme di immagini di diversa origine quali una riproduzione fotografica dell’atrio di ingresso dell’abitazione dell’artista, di un’antica stampa della Piazza o ancora una foto notturna dello stesso luogo. Alcuni collage presentano una figura di spalle intenta a osservare la Piazza (controfigura dell’artista stesso?), altre esibiscono una finestra prospettica nel punto di fuga. La Piazza diviene dunque il teatro ideale per inscenare rimandi di sguardi, inganni percettivi non privi di un’aura metafisica debitrice delle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico, non a caso evocato da figure presenti in due dei collage esposti.

Infine, tra la parete e la finestra, è collocata l’opera Passatempo (1992-98): su una base sono disposti innumerevoli frammenti di vetro, un ritratto fotografico dell’artista e alcuni frammenti di riproduzioni a colori di motivi astrali; in corrispondenza degli occhiali nel ritratto è posata una clessidra. In Passatempo l’autore guarda attraverso il tempo nel tentativo di cogliere ciò che il suo sguardo e la sua mano non possono rinunciare a inseguire. Frammenti di tempo (il ritratto del 1971), indizi di una dimensione assoluta (l’iconografia astrale), uniti alla clessidra (immobile), suggeriscono il desiderio dell’artista di trattenere l’istante ideale in cui potrebbe affiorare una visione compiuta.

Il progetto rappresenta uno dei due episodi espositivi che vedono Paolini impegnato a Milano nel corso del 2020; infatti la mostra di Giulio Paolini, Qui dove sono, alla galleria Christian Stein era inizialmente prevista ad aprile 2020, in concomitanza con Giulio Paolini. Il mondo nuovo, ospitata negli spazi milanesi di Palazzo Belgioioso alla galleria Massimo De Carlo. Inoltre, a partire dal 15 ottobre 2020 e fino al 31 gennaio 2021 il Castello di Rivoli ospita mostra di Giulio Paolini, Le chef-d’oeuvre inconnu, in occasione del suo ottantesimo anniversario.

Giulio Paolini, Qui dove sono

fino al 16 gennaio 2021

Tel. +39 0276393301

LUN-VEN | MON-FRI 10-19   SAB | SAT 10-13 | 15-19

Galleria Christian Stein, Corso Monforte 23, Milano

23
Set

Tomás Saraceno – Songs for the Air

With the Block Beuys, the Hessische Landesmuseum Darmstadt is one of the most important forums for contemporary spatial installations, therefore the museum plans to regularly invite contemporary performance and installation artists to present current positions on the 450 square meters of the museum’s Great Hall following Joseph Beuys’ example. The Block Beuys will thus be put in a new context and re-enters discussion.

For its 200th anniversary the museum invites the internationally acclaimed, born in Argentinia, in Berlin based artist Tomás Saraceno, for whom the connection between art and science is central. The Hessische Landesmuseum Darmstadt is one of the largest universal museums in the world and therefore offers the ideal space for Saraceno’s interdisciplinary work.

The solo exhibition Tomás Saraceno: Songs for the Air is composed of new encounters. It is an exhibition that both challenges and utilises technology to build new connections between us and the world, championing modes of participation that expand our awareness and work towards societal change. In this, Saraceno actualizes Beuys’ famous line “everyone is an artist,” illuminating who and what it is we share this planet with and presenting a catalyst for individual and collective action. The exhibition will furthermore expand upon one of Saraceno’s most pressing interests—to create an exhibition that is neither site nor time specific, and whose intention reverberates beyond the museum’s walls.

The COVID-19 crisis has laid bare the fact that, when it comes to public emergencies, be they due to a virus, pollution, or war, we must act together. This includes not only people from different nations but also animals from different species and forces, both living and nonliving. Our increased attention to the air and what it carries furthermore brings to the forefront the issue of environmental racism with its numerous casualties and countless battlegrounds. The continuous sonic ensemble Songs for the Air, specially developed for the Hessische Landesmuseum Darmstadt, will give voice to particles floating in the air – among them the harmful substances of PM2.5 and PM10. According to the World Health Organization 4.2 million deaths occur each year as a result of exposure to outdoor air pollution, with low and middle-income countries experiencing the highest burden. As Achille Mbembe wrote, “the long reign of capitalism, has constrained entire segments of the world population, entire races, to a difficult, panting breath and life of oppression.” In attunement to bodies and forces on air Saraceno draws specific attention to inequalities of the air that are often unforgivingly site-specific.

The exhibition also makes visible the many others, living and nonliving, with which we share our planet. Through his work with the community groups Aerocene and Arachnophilia, Saraceno sees a future for all things—free from borders, free from fossil fuels, free from the extractive, colonialist, capitalist ambitions that divide us. Through a series of digital artworks, including Saraceno’s Arachnomancy App and Aerocene App, he challenges technology to connect us to the world, bringing the exhibition into your phone and your home. Each App begins with the story of doing it together. “Right now,” he states, “we have our priorities backwards: capital flows freely, propelled by the fossil fuel economy, while people, empathy, and cooperation are stopped at borders.” Saraceno reminds us that following the patterns and forces of the wind, the sun, and weather the air has no borders. It belongs to no one yet gives itself freely to all. He also draws attention to the massacre of insects worldwide, which make up part of the Sixth Mass Extinction, due to the promulgation of glyphosate and other pesticides, loss of habitat and climate change.

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03
Ago

Andrea Galvani – La sottigliezza delle cose elevate

La sottigliezza delle cose elevate is an immersive interdisciplinary project by Andrea Galvani, designed especially for the monumental space of Pavilion 9B at the Mattatoio in Rome.

Constructed in 1888-1891 by the celebrated architect Gioacchino Ersoch, the Mattatoio is considered one of the most important industrial landmarks in Rome. From 2002-2018, it was the second seat of the MACRO Museum of Contemporary Art, first known as MACRO Future and then MACRO Testaccio, with an expansive exhibition space of 6,000 sqm stretching across two pavilions. Today, under the direction of Azienda Speciale Palaexpo, the Mattatoio juxtaposes its iconic historical structure with some of the most ambitious, foreword-thinking and experimental exhibitions in the international contemporary art world.

What happens when magnetic fields migrate? When time loses unity, direction, and objectivity? What would happen if space suddenly folded in on itself, inverting its structure?
The rigorous research of Andrea Galvani (Verona 1973, lives and work in New York and Mexico City) coalesces around history’s biggest questions—investigations nurtured by social, educational, political, ideological, technological, and scientific transformations that continue to change the conditions of our daily lives, inescapably and oftentimes invisibly. La sottigliezza delle cose elevate [The Subtleties of Elevated Things] is an interdisciplinary project conceived as an open laboratory, an experiential environment in constant and continuous evolution. Through a series of architectural installations, actions, and performance specifically developed for Pavilion 9B of the Mattatoio, Galvani focuses our attention on the human need to measure, decipher, and understand the unknown, to give shape and direction to the abstract.

The title of this exhibition is adapted from the grimoire Shams al-Ma’arif wa Lata’if al-‘Awarif (كتاب شمس المعارف ولطائف العوارف), The Book of the Sun of Gnosis and the Subtleties of Elevated Things, written by Ahmad ibn ‘Ali al-Buni (أحمد البوني‎) before his death in 1225 CE. Shams al-Ma’arif is generally understood as the most influential text of its kind in the Arab world, opening with a series of complex magic squares that demonstrate hidden relationships between numbers and geometrical forms. It was written at a time when science, mathematics, and magic were intricately intertwined. For over 10,000 years, humans have looked out on the visible and intelligible world, constructing our intellectual inheritance through observation, calculation, and analyses of phenomena often described with equal parts logic and mysticism. Many of the greatest minds in the history of Western science were part of this legacy: Galileo Galilei and Johannes Kepler were avid astrologists; Isaac Newton and Robert Boyle were alchemists. In his groundbreaking Systema Naturae (first published 1735)Carl Linnaeus devoted a whole chapter to the taxonomic order of mythical creatures, like the hydra and the phoenix. For the great physician Paracelsus, mastering chemical as well as magical cures was crucial to understanding illness and wellness.

La sottigliezza delle cose elevate embodies this visionary, pioneering, transdisciplinary approach to scientific research and processes, while also embracing the emotional, spiritual, and metaphysical environment of the exhibition. In this show, the Mattatoio does not only contain an articulation and extension of scientific and mathematical languages that transform, expand, and illuminate architectural space, but also the physical, intellectual, and psychological effort behind the mathematical calculations that form the architecture of our collective knowledge.

Galvani’s La sottigliezza delle cose elevate [The Subtleties of Elevated Things] is conceived as an open laboratory, an experiential environment in constant and continuous evolution. The exhibition comes to life through a series of intensive on-site interventions and three-month performance that will gradually unfold over the entire duration of the show. Collaborating with the Departments of Physics, Mathematics, Neuroscience, Astrobiology, Molecular Medicine, Biochemical Science, and Electrical Engineering at the Sapienza University of Rome, as well as researchers at CERN and Virgo data analysis group, the artist brings the raw processes of scientific research, computation, and analysis to the center, exposing what is normally invisible to us. La sottigliezza delle cose elevate manifests Galvani’s ongoing commitment to honoring the power of human knowledge while simultaneously emphasizing its limits, circumscribing a perimeter of action that moves forward—able to appear and generate itself from its own impossibility.

La sottigliezza delle cose elevate by Andrea Galvani is the inaugural exhibition in Dispositivi sensibili [Sensitive Devices], a three-year program conceived by Angel Moya Garcia for Pavilion 9B of the Mattatoio, advancing projects by some of the most important international artists engaging performance in their work today.

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27
Lug

HYPERMAREMMA: Massimo Uberti – Spazio Amato

Spazio Amato, installazione permanente di Massimo Uberti apre la seconda edizione di Hypermaremma, la nuova galassia di arte contemporanea concepita per attivare il territorio della Maremma, nel sud della Toscana, attraverso mostre, dibattiti, esperienze sonore e interventi site specific elaborati da artisti invitati a relazionarsi con la storia dei luoghi.

L’edizione 2020 ha subìto una completa trasformazione per assecondare le linee guida della “nuova realtà”.  Per sostenere il territorio abbiamo lavorato per presentare un solo intervento site-specific in grado di entrare in pieno dialogo con il paesaggio della Maremma. Il progetto sarà visibile in uno spazio aperto accessibile dalla strada litoranea che costeggia il Lago di Burano dal 26 Luglio fino al 15 Settembre, tutti i giorni dalle 18 a mezzanotte passando in bicicletta, a piedi o in treno e in macchina per i più pigri. Cliccando a queste coordinate potrete individuare il punto esatto dove osservare l’installazione.

Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con Terre di Sacra, oltre a Oasi WWF Lago di Burano, Regione Toscana e con il patrocinio del Comune di Capalbio. Un ringraziamento speciale allo sponsor tecnico RRUNA.

ENG below

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06
Lug

Marina Apollonio – Dinamiche Virtuali

Online una mostra retrospettiva dedicata a Marina Apollonio, figura di rilievo internazionale tra le più rappresentative dell’arte Ottico-Cinetica Italiana. Le opere in mostra ricostruiscono il percorso artistico dell’Apollonio, raccogliendo diversi cicli di lavori significativi da lei sviluppati dal 1964 ad oggi; le opere in alluminio, le Gradazioni su tela, le Dinamiche Circolari, i Rilievi a Diffusione Cromatica e le recenti Dinamiche Ellittiche e Fusioni Circolari. La poliedrica ricerca dell’artista sintetizza in modo semplice uno studio complesso, in bilico tra arte e scienza,rendendo lo spettatore protagonista di una visione spazio–temporale da lei minuziosamente programmata. Il segno deciso e l’equilibrio tra gli opposti, soprattutto tra il bianco e nero, determinano un’iconicità tale da delineare il tratto distintivo dei suoi lavori e la loro assoluta riconoscibilità.

In mostra sarà esposta anche l’installazione a pavimento che Marina Apollonio presentò in The Illusive Eye presso El Museo Del Barrio di New York nel 2016.

Online a retrospective exhibition dedicated to Marina Apollonio, a figure of international importance, among the most representative ones of the Italian Optical-Kinetic art. The works in the exhibition reconstructs the artistic path of Marina Apollonio, collecting several cycles of significant works she has developed since 1964; works in aluminum, the Gradazioni on canvas, the Dinamiche Circolari, the Rilievi a Diffusione Cromatica and the recent Dinamiche Ellittiche and the Fusioni Circolari. The multifaceted research of this artist summarizes a complex study in a simple way, in a balance between art and science, making the viewer protagonist of a space-time vision she has meticulously planned. The strong mark and the balance between opposites, especially between white and black, determine an iconicity that delineates the hallmark of her worksand their absolute recognizability. Included in the online exhibition, the pavement installation Marina Apollonio presented during the exhibition The Illusive Eye, at El Museo Del Barrio, New York in 2016.

10 A.M. ART
Marina Apollonio. Dinamiche Virtuali
visitabile sul sito della Galleria fino al 30 luglio 2020

Immagine in evidenza: Marina Apollonio, Dinamica Circolare 6S+S II, 1966, tecnica mista su tavola, meccanismo rotante motorizzato, Ø 102 cm

23
Mag

Ren Hang – Prima mostra italiana al Centro Pecci di Prato

A partire dal 4 giugno, inoltre, fino al 23 agosto 2020 l’offerta espositiva del Centro Pecci sarà arricchita dalla prima mostra italiana dedicata all’ acclamato fotografo e poeta cinese Ren Hang (Changchun 1987- Pechino 2017), tragicamente scomparso a neppure trent’anni. L’artista, che non ha mai voluto essere considerato un artista politico – nonostante le sue fotografie fossero ritenute in Cina pornografiche e sovversive – è noto soprattutto per la sua ricerca su corpo, identità, sessualità e rapporto uomo-natura, che ha per protagonista una gioventù cinese nuova, libera e ribelle. Nella mostra al Centro Pecci verrà esposta una selezione di scatti provenienti da collezioni internazionali, capace di restituire tutta l’intensità della sua poetica.

Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
Viale della Repubblica, 277, Prato

REN HANG
a cura di Cristiana Perrella
4 giugno—30 agosto 2020

02
Mar

ZERO IS INFINITY

Yayoi Kusama Museum is delighted to announce its first major group exhibition, ZERO IS INFINITY, ZERO and Yayoi Kusama, featuring Kusama’s activity in Europe during the 1960s, introducing ZERO’s art practices and also exploring their relationship with Kusama.

“ZERO” indicated in a narrow sense the name of the group formed by Mack and Piene in 1958 in Düsseldorf, Germany, with Günther Uecker later joining in 1961. However, by publishing the magazine ZERO and holding many exhibitions, ZERO’s activity began to involve many active artists, groups and movements from various places in Europe: Yves Klein from France, Piero Manzoni and Enrico Castellani from Italy, and Henk Peeters and Jan Schoonhoven, founding members of Dutch avant-garde group Nul from the Netherlands. Like the resetting of the European continent separated under World War II, ZERO has been a powerful motivation for transnational collaboration between avant-garde artists.

At the time, Yayoi Kusama was based in New York and participated in many exhibitions along with other leading artists of Pop art and Minimalism. While she received high acclaim from the New York art world, she regularly presented her art across Europe, in particular at exhibitions led by ZERO, attracting attention in the European art scene in the 1960s. Kusama’s first invitation to the European exhibitions was for Monochrome Painting (Monochrome Malerei), curated by Udo Kultermann, and held at Morsbroich Museum, Leverkusen in 1960. After participating in this international exhibition, Kusama started correspondence with ZERO artists such as Peeters. Kusama’s pursuit of “Infinity” through her art finds various similarities with artistic expressions in the works of ZERO artists: in their experiments with new materials such as mirror, repetitions of single motifs, pursuit of monochrome and their orientations towards environment art and performance.

In this context, ZERO IS INFINITY explores the transnational developments in Kusama’s and ZERO’s activities during the 1960s, by showcasing their works and documentation materials. The group show displays a work from Infinity Nets, Kusama’s monochrome painting series, a series shown in Europe for the first time at the above-mentioned exhibition in 1960. The newest work in her Infinity Mirror Rooms series, Longing for Infinite Heaven, as well as a reproduction of Christian Megert’s Mirror Wall (Spiegelwand) installation are also presented. Other highlights of the exhibition include another Kusama installation, Narcissus Garden,which was first presented in the 33rd Venice Biennale in 1966 with financial support from Lucio Fontana, who also exhibits an artwork from his signature series Spatial Concept (Concetto Spaziale) at this show.Continue Reading..