Category: pittura

08
Apr

Jan Fabre. Oro Rosso

L’artista belga di fama mondiale Jan Fabre torna a Napoli con un nuovo progetto che coinvolge quattro luoghi di grande prestigio: il Museo e Real Bosco di Capodimonte, la chiesa del Pio Monte della Misericordia, il Museo Madre e la galleria Studio Trisorio.

Al Museo e Real Bosco di Capodimonte, l’artista esporrà un gruppo di lavori in dialogo con una selezione speciale di opere d’arte provenienti dalla collezione permanente del museo e da altre istituzioni museali napoletane.  La mostra, dal titolo Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue, curata da Stefano Causa insieme a Blandine Gwizdala, inaugurerà il 30 marzo e vedrà sculture in oro e disegni di sangue creati dall’artista dagli anni Settanta ad oggi, oltre a una serie inedita e sorprendente di sculture in corallo rosso, realizzata appositamente per Capodimonte.

Le opere di Fabre si porranno in dialogo con alcuni capolavori pittorici e splendidi oggetti d’arte decorativa di epoca rinascimentale, manierista e barocca selezionati Stefano Causa; come dice lo stesso curatore: “Fabre racconta, in una lingua non troppo diversa, una vicenda di metamorfosi incessanti; di materiali che mutano destinazione e funzione; una storia di sangue e umori corporali, inganni e trappole del senso; pietre preziose, coralli e scarabei, usciti a pioggia dai residuati di una tomba egizia, frammenti di armature, sequenze di numeri e citazioni dalle Scritture, dentro un universo centrifugo di segni…che, talvolta, diventa un sottobosco nel quale calarsi con i pennellini di uno specialista fiammingo di nature morte”.
In mostra, le sculture dorate di Jan Fabre danno corpo prezioso alle idee dell’artista sulla creazione, sull’arte e sul suo rapporto con i grandi maestri del passato. Nei disegni di sangue si ritrovano invece le più profonde motivazioni dell’artista, le sue sperimentazioni, il suo manifesto poetico, fisico, intimo.
“Il sangue oggi è oro” – dice Jan Fabre – e nell’esposizione al Museo di Capodimonte l’artista mette in scena un intero universo di simboli che parlano d’arte e di bellezza, di forza e fragilità del genere umano, del ciclo continuo di vita-morte-rinascita.
Il corallo è stato chiamato “oro rosso”, per la sua preziosità e per la sua valenza apotropaica. Come scrive la critica d’arte Melania Rossi sul catalogo della mostra edito da Electa: “Le dieci nuove sculture di corallo rosso che il maestro belga ha creato per la sua mostra personale al museo di Capodimonte sembrano un tesoro proveniente dagli abissi della mente dell’artista. Concrezioni che fanno pensare a fantasiose barriere coralline assumono alcune tra le forme più care a Fabre: teschi, cuori anatomici, croci, spade e pugnali. A loro volta, poi, costellati d’immagini e segni che alludono ad altri significati e ad altre storie, in un ciclo continuo di connessioni fino a creare antichi ibridi tra natura e simbolo, nuovi idoli tra passato e futuro”.
Sempre dal 30 marzo, a cura di Melania Rossi, la scultura di Jan Fabre The man who bears the cross (L’uomo che sorregge la croce)(2015), sarà visibile nella chiesa del Pio Monte della Misericordia, in dialogo diretto con il capolavoro di Caravaggio Sette opere di Misericordia (1606-1607).
La scultura, realizzata completamente in cera, è un autoritratto dell’artista, basato sui tratti somatici dello zio Jaak Fabre, che tiene in bilico una croce di oltre due metri sul palmo della mano. Nel rituale auto-rappresentativo l’artista esce da sé stesso e diviene qualunque uomo, lo specchio di ognuno di noi. Scrive la curatrice: “L’uomo che sorregge la croce (2015) è la rappresentazione dell’interrogarsi, è la celebrazione del dubbio, e con la sua collocazione all’interno del Pio Monte della Misericordia sembra aggiungere un’ottava Opera di Misericordia: confortare chi dubita. Nel dipinto di Caravaggio, il bello e il vero coincidono mirabilmente e la sua opera è un incredibile intreccio di luce e buio in cui la volontà di rappresentare la verità dell’essere umano del 1600 trova piena soddisfazione. Tutta la ricerca di Jan Fabre, artista del nostro tempo, va nella stessa direzione; il ciclo vita-morte-rinascita è centrale nel suo pensiero in cui religione e scienza, simbolo e corpo si compenetrano in un vortice geniale di immagini e azioni”. Il confronto tra il linguaggio seicentesco di Caravaggio e quello contemporaneo fiammingo di Fabre accenderà nuove riflessioni, segnando un ideale e virtuoso passaggio di testimone tra passato e presente artistici.

Dal 30 marzo, inoltre, il Museo Madre, a cura di Andrea VilianiMelania Rossi e Laura Trisorio, ospiterà in anteprima l’iconica sculturaL’uomo che misura le nuvole (2018), in un’inedita versione in marmo di Carrara allestita nel Cortile d’onore del museo regionale d’arte contemporanea.
Dopo la presentazione nel 2008 e nel 2017 della versione in bronzo della stessa scultura in Piazza del Plebiscito e sul terrazzo del museo, Jan Fabre torna a celebrare al Madre la capacità di immaginare, sognare e conoscere, elevandosi oltre il nostro destino di esseri umani. L’uomo che misura le nuvole si ispira dall’affermazione che l’ornitologo Robert Stroud pronunciò nel momento della liberazione dalla prigione di Alcatraz, quando dichiarò che si sarebbe d’ora in poi dedicato appunto a “misurare le nuvole”. Come artista e ricercatore, Fabre tenta costantemente, in effetti, di misurare le nuvole, ovvero di dichiarare con la sua opera che se la tensione verso il sapere ha limiti invalicabili è però possibile esprimere l’inesprimibile attraverso la ricerca artistica, e dare quindi rappresentazione all’intrinseca e fondativa bellezza umana e universale.

Presso la storica galleria Studio Trisorio, sarà esposta una selezione di opere di Jan Fabre realizzate completamente con di gusci di scarabei iridescenti.
La mostra, dal titolo Tribute to Hieronymus Bosch in Congo (Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo), a cura di Melania Rossi e Laura Trisorio, inaugurerà il 29 marzo e vedrà dei grandi pannelli e delle sculture a mosaico di scarabei ispirati alla triste e violenta storia della colonizzazione del Congo belga. In queste opere, l’ispirazione storica si unisce alla simbologia medioevale tratta da uno dei più grandi maestri fiamminghi, uno dei maestri putativi di Jan Fabre, Hieronymus Bosch, e in particolare dal suo capolavoro Il Giardino delle Delizie (1480-1490).
L’inferno di Bosch, ammirato per la sua spiccata inventiva, per molti aspetti divenne una realtà raccapricciante nel Congo Belga. L’opera d’arte è proprio questa combinazione unica di forma e contenuto. L’artista ci porta in una zona indefinita, tra il Paradiso e il Congo Belga, in un’illusione di libertà, in un luogo lontano, sia mitico che concreto, attraverso una polisemia di immagini dell’esistenza umana.

Jan Fabre. Oro Rosso
Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue.
Museo e Real Bosco di Capodimonte
Via Miano 2, Napoli
30 marzo – 15 settembre 2019

Jan Fabre. L’uomo che sorregge la croce.
Pio Monte della Misericordia
Via dei Tribunali 253, Napoli
30 marzo – 30 settembre 2019

Jan Fabre. Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo.

Studio Trisorio
Riviera di Chiaia 215, Napoli
29 marzo – 30 settembre 2019

Jan Fabre. L’uomo che misura le nuvole
Museo Madre
Via Luigi Settembrini 79, Napoli
30 marzo – 30 settembre 2019

NAPOLI: Museo e Real Bosco di Capodimonte e altre sedi
Dal 29 Marzo 2019 al 30 Settembre 2019
Ente promotore: MiBAC – Museo e Real Bosco di Capodimonte
T.+39 081 7499111
mu-cap@beniculturali.it

Immagine: Jan Fabre, Golden Human Brain with Angel Wings, 2011. Nero Assoluto / bronzo silicato, oro 24 carati, granito Nero Assoluto, 28×30,5×26 cm

26
Mar

La ferita della bellezza. Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina

Alberto Burri, chiamato a realizzare un intervento per la ricostruzione del paese distrutto dal terremoto nella Valle del Belice del 1968, decide di intervenire sulle macerie della città di Gibellina, creando l’opera di Land Art più grande al mondo. Le ricopre di un sudario bianco, di un’enorme gettata di cemento che ingloba i resti e riveste, in parte ricalcandola, la planimetria della vecchia Gibellina. Culmine del percorso interpretativo sono le fotografie in bianco e nero di Aurelio Amendola sul Grande Cretto. Fotografo che per eccellenza ha raccolto le immagini di Burri, dei suoi lavori e dei processi creativi, Amendola ha realizzato gli scatti in due riprese, nel 2011 e nel 2018, a completamento avvenuto dell’opera (2015).

Nel percorso inoltre, il video di Petra Noordkamp – prodotto e presentato nel 2015 dal Guggenheim Museum di New York, in occasione della grande retrospettiva The Trauma of Painting –  filma in un racconto poetico e di grande sapienza tecnica l’opera di Burri e il paesaggio circostante.

Alcune opere uniche dell’artista, veri e propri capolavori, inoltre, estendono non solo ai Cretti ma anche ai Sacchi, ai Legni, ai Catrami, alle Plastiche e a una selezione di opere grafiche la lettura proposta dal celebre psicanalista.
È una ferita che è dappertutto, che trema ovunque. Una scossa, un tormento, un precipitare di fessurazioni infinite ed ingovernabili.

Come scrive Recalcati in Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina, nei Legni la ferita è generata dal fuoco e dalla carbonizzazione del materiale ma, soprattutto, dal resto che sopravvive alla bruciatura. Nelle Combustioni, lo sgretolamento della materia, la manifestazione della sua umanissima friabilità, della sua più radicale vulnerabilità, viene restituita con grande equilibrio poetico e formale. È ciò che avviene anche con le Plastiche dove, ancora una volta, è sempre l’uso del fuoco a infliggere su di una materia debole ed inconsistente come la plastica, l’ustione della vita e della morte.

In occasione della mostra, realizzato dalla casa editrice Magonza un importante volume stampato su carta di pregio e di grande formato con testimonianze e ricerche inedite su Alberto Burri, la sua opera e Il Grande Cretto di Gibellina. Un nuovo testo di Massimo Recalcati raccoglie gli sviluppi ulteriori della sua ricerca, insieme a interventi di storici dell’arte quali Gianfranco Maraniello e Aldo Iori.

Organizzata una conferenza ad hoc tenuta da Massimo Recalcati, un’occasione di una riflessione ampia sull’opera di Alberto Burri e sulla mostra.

La ferita della bellezza. Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina
Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese
dal 23 marzo al 9 giugno 2019

nei seguenti orari: dal 23 marzo al 31 maggio 2019
da martedì a venerdì e festivi (lunedì di Pasqua) ore 10.00 – 16.00 (ingresso consentito fino alle 15.30)
sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30).
Giorni di chiusura: lunedì e 1 maggio

dal 1 al 9 giugno 2019
da martedì a venerdì e festivi ore 13.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
sabato e domenica ore 10.00 – 19.00 (ingresso consentito fino alle 18.30)
Giorni di chiusura: lunedì

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Progetto espositivo itinerante. Dopo la tappa romana l’esposizione riallestita da giugno 2019 ad ottobre 2019 al MAG Museo Alto Garda a Riva del Garda in collaborazione con il MART Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Ingresso gratuito

Tel 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
con un prestito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma
A cura di Massimo Recalcati con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi
Servizi museali Zètema Progetto Cultura
Prodotta da Magonza editore (www.magonzaeditore.it)
Con il patrocinio di Regione Lazio, Regione Sicilia, Comune di Gibellina, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Fondazione Orestiadi con un  prestito della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma
Con il sostegno di Broker ufficiale; PL Ferrari; A Member of the Lockton Group of Companies
20
Mar

Miart 2019

A Milano dal 5 al 7 aprile 2019 torna miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano e diretta per il terzo anno da Alessandro Rabottini. 186 gallerie provenienti da 19 paesi esporranno opere di maestri moderni, artisti contemporanei affermati ed emergenti e designer storicizzati e sperimentali. In occasione di miart 2019, fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano, una nuova edizione della Milano Art Week coinvolgerà visitatori, collezionisti e professionisti.

Concepita da miart in collaborazione con il Comune di Milano, la Milano Art Week conferma lo status di capitale culturale e creativa di Milano mettendo in scena una gamma incredibilmente diversificata di posizioni artistiche – sia storiche sia contemporanee – attraverso nuove commissioni artistiche, mostre monografiche e collettive tematiche. A partire dal 1 aprile, ogni giornata della Milano Art Week ospiterà opening e visite straordinarie presso mostre e progetti artistici tra cui, fra gli altri:

– Sheela Gowda, a cura di Nuria Enguita e Lucia Aspesi; Giorgio Andreotta Calò, a cura di Roberta Tenconi presso Pirelli HangarBicocca
– Lizzie Fitch / Ryan Trecartin presso Fondazione Prada
– Ibrahim Mahama alla Fondazione Nicola Trussardi, a cura di Massimiliano Gioni
– Anna Maria Maiolino presso PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, a cura di Diego Sileo
– XXII Triennale di Milano. Broken Nature: Design Takes on Human Survival a cura di Paola Antonelli presso La Triennale di Milano
– Lygia Pape alla Fondazione Carriero, a cura di Francesco Stocchi
The Unexpected Subject. 1978 Art and Feminism in Italy presso FM – Centro per l’Arte Contemporanea, a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna
– Renata Boero, a cura di Anna Daneri e Iolanda Ratti; Marinella Pirelli, a cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti al Museo del Novecento
– Antonello da Messina, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa; Jean-Auguste-Dominique Ingres, a cura di Florence Viguier a Palazzo Reale
– Carlos Amorales alla Fondazione Adolfo Pini, a cura di Gabi Scardi
– Sophia Al-Maria presso Fondazione Arnaldo Pomodoro, a cura di Cloé Perrone
– Jamie Diamond presso Osservatorio Fondazione Prada, a cura di Melissa Harris
– Morbelli (1853-1919) alla GAM – Galleria d’Arte Moderna, a cura di Paola Zatti
Hyper Visuality. Film & Video Art from the Wemhöner Collection a Palazzo Dugnani e curata da Philipp Bollmann
– Hans Josephsohn presso ICA, a cura di Alberto Salvadori
– Anj Smith presso il Museo Poldi Pezzoli
The Last Supper After Leonardo alla Fondazione Stelline e curata da Demetrio Paparoni

La Milano Art Week porterà in scena anche la performance attraverso alcune prestigiose commissioni, fra cui mk e Linda Fregni Nagler presso Triennale Teatro dell’Arte e Anna Maria Maiolino al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea.

La Milano Art Week 2019 culminerà con la Art Night di sabato 6 aprile – una serata di inaugurazioni e performance diffuse nei numerosi spazi non profit e di sperimentazione della città – e con l’ apertura straordinaria delle gallerie milanesi prevista per domenica 7.

miart vi aspetta a Milano dal 5 al 7 aprile 2019 (con anteprima VIP il 4 aprile)!

Main Partner : Intesa Sanpaolo – Intesa Sanpaolo Private Banking
Partner : Herno, Fidenza Village, Snaporazverein, LCA Studio Legale
miartalks powered by : In Between Art Film
Sponsor : Ruinart, Flos, Nava press
Media Partner : Elle Decor
International Media Partner: The New York Times
Official Guide : My Art Guides
Online exclusively on : Artsy

La campagna visiva Horizon è un racconto per immagini dal sapore cinematografico che celebra il tema dell’arte come luogo di esplorazione, scoperta e mutamento.

Horizon è stata realizzata da:
fotografo Jonathan Frantini
Art Direction di Francesco Valtolina per Mousse
Assistente Art Direction: Anita Poltronieri (Mousse)
Assistente fotografo: Francesca Gardini, Giacomo Lepori
Casting: Semina Casting
Modelli: Amelie, Lorenzo, Clara, Federico, Alessandro, Mohamed, Sara, Angela, Martina, Alessandro, Nicolo’, Davide, Loreley, Mehdi
11
Mar

Helen Frankenthaler. Sea Change: A Decade of Paintings, 1974–1983

Disegna sull’intera superficie ed al suo interno, colorane alcune parti e trasformala in una specie di mare.
—Helen Frankenthaler

Gagosian è lieta di presentare a Roma una mostra di dipinti di Helen Frankenthaler, in concomitanza con l’esposizione dell’artista a Palazzo Grimani durante la Biennale di Venezia 2019.

Frankenthaler è da tempo riconosciuta come una delle più grandi artiste americane del Ventesimo secolo. Figura di punta della seconda generazione di pittori astratti americani del Dopoguerra, è famosa per il suo ruolo fondamentale nella transizione dall’Espressionismo Astratto al movimento Color Field. Con la sua invenzione della tecnica soak-stain, ha ampliato le possibilità della pittura astratta, rifacendosi a volte anche al figurativo e al paesaggio in modo unico. Nell’estate del 1974 Frankenthaler affitta una casa a Shippan Point vicino a Stamford, nel Connecticut, affacciata sulle acque del Long Island Sound, segnando l’inizio di un importante periodo di cambiamento nel suo lavoro. La mostra, intitolata Sea Change, comprende dodici tele dipinte tra il 1974 e il 1983 fortemente influenzate dagli ampi panorami e dal movimento delle maree di questi nuovi paesaggi. Una delle prime tele di quegli anni, Ocean Drive West #1 (1974), si riferisce esplicitamente all’oceano con le sue bande orizzontali fluttuanti, che sembrano arretrare di fronte a una distesa blu trasparente. In Jupiter (1976) e Reflection (1977), le pennellate sono dense e verticali, e sembrano essere sul punto di dissolversi. In entrambi questi dipinti, i colori caldi della terra sono in contrasto con il blu-verde acqueo, evocando l’incontro tra terra e acqua. Le tele di grande formato Tunis II e Dream Walk Red (entrambe del 1978), esprimono un forte senso di calore, con densi strati di rosso scuro, rosa, cremisi, terra di Siena e rosso scarlatto. In questo periodo Frankenthaler lavora sul concetto di “fare di più per ogni immagine,” per creare opere allo stesso tempo più complesse e complete. In Feather (1979), Omen (1980) e Shippan Point: Twilight (1980) i colori si mescolano, si sovrappongono e si ripiegano l’uno nell’altro producendo sfumature morbide ed originali. I tocchi, i segni e i tratti di pigmento giallo di Omen preannunciano le successive tele orizzontali di dimensioni ambiziose: densi grumi e tracce di colore scuro su un fondo più chiaro in Sacrifice Decision (1981), o di colore chiaro su un fondo più scuro in Eastern Light (1982). Con Tumbleweed (1982), Frankenthaler inquadra questo approccio pittorico su un campo verde luminoso e compatto, allontanandolo dal riferimento ai valori atmosferici – di aria e acqua – per portarlo su un terreno più solido, come espresso dal titolo e dalla superficie verdeggiante. La tela più recente in mostra, Silver Express (1983), testimonia il momento in cui Frankenthaler inizia a non pensare più all’acqua e immagina invece di spostarsi su una superficie piatta e resistente, in questo caso ai margini di uno spazio più urbano come la piazza. Il solido monocromo rosso è al contempo l’opposto e il risultato del processo iniziato con il fluido monocromo blu di Ocean Drive West #1. Una “specie di mare” torna sulla terraferma. Helen Frankenthaler: Sea Change, quinta mostra di Frankenthaler presentata alla Gagosian dal 2013, è curata da John Elderfield, curatore senior presso Gagosian. La mostra sarà accompagnata da un catalogo illustrato con un saggio di Elderfield. Pittura/Panorama: Paintings by Helen Frankenthaler, 1952–1992 aprirà a Palazzo Grimani, Venezia, il 7 maggio e sarà visitabile fino al 17 novembre.

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11
Feb

Surrealismo Svizzera

Il MASI, in collaborazione con l’Aargauer Kunsthaus di Aarau, si confronta per la prima volta in modo approfondito con il tema del Surrealismo, indagando sia l’influenza che questa corrente fondamentale del XX secolo ha avuto sulla produzione artistica in Svizzera, sia il contributo degli artisti elvetici nel definire la stessa. Il percorso espositivo proposto al MASI si compone di un centinaio di opere e si apre con uno sguardo generale al contesto e allo sviluppo del movimento surrealista attraverso una significativa scelta di documenti e disegni. L’esposizione presenta al pubblico i più importanti rappresentanti svizzeri del Surrealismo, cominciando dai due imprescindibili precursori, Hans Arp e Paul Klee; ospita poi tutti i principali artisti svizzeri che hanno influenzato il Surrealismo, sia come membri effettivi del movimento parigino – Alberto Giacometti, Serge Brignoni, Gérard Vulliamy, Kurt Seligmann e Meret Oppenheim – sia come portavoce della nuova arte in Svizzera, come ad esempio Otto Abt, Max von Moos, Walter Johannes Moeschlin, Werner Schaad, Otto Tschumi, Walter Kurt Wiemken.

La pubblicazione scientifica
Una pubblicazione riccamente illustrata accompagna il progetto espositivo, oltre a fungere da catalogo, rivendica a ragione il diritto di essere considerato il manuale del Surrealismo svizzero per eccellenza. Il volume, edito da Snoeck in italiano e in tedesco, comprende infatti importanti contributi degli storici dell’arte Peter Fischer, Stephan E. Hauser, Julia Schallberger e Hans-Peter Wittwer e raccoglie le biografie di tutti gli artisti in mostra.

Artisti in mostra
Abt, Otto Hans (1903–1982)/ Arp, Hans (1886–1966)/ Ballmer, Karl (1891–1958)/ Bodmer, Walter (1903–1973)/ Brignoni, Serge (1903–2002)/ Erni, Hans (1909–2015)/ Giacometti, Alberto (1901–1966)/ Grindat, Henriette (1923–1986)/ Klee, Paul (1879–1940)/ Le Corbusier (1887–1965)/ Leuppi, Leo (1893–1972)/ Maass, Ernst (1904–1971)/ Moeschlin, Walter Johann (1902–1961)/ Moos, Max von (1903–1979)/ Oppenheim, Meret Elisabeth (1913–1985)/ Ricco (Erich Wassmer) (1915–1972)/ Schaad, Werner (1905–1979)/ Schiess, Hans Rudolf (1904–1978)/ Sekula, Sonja (1918–1963)/ Seligmann, Kurt (1900–1962)/ Spinelli, Anita (1908–2010)/ Thomkins, André (1930–1985)/ Tschumi, Otto (1904–1985)/ Viollier, Jean-Pierre (1896–1985)/ Vulliamy, Gérard (1909–2005)/ Wiemken, Walter Kurt (1907–1941).

Il Museo d’arte della Svizzera italiana
Il Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI Lugano), diretto dal Dr. Tobia Bezzola, appartiene al ristretto gruppo di musei d’arte in Svizzera capaci di attrarre oltre 100’000 visitatori annui e si posiziona, fin dalla sua creazione, come crocevia culturale tra il Nord e il Sud delle Alpi.
Grazie ad una ricca offerta espositiva di mostre temporanee e allestimenti della Collezione, rinnovati ciclicamente, il Museo offre un vasto programma di attività dedicate ai visitatori di ogni età nelle sue due sedi espositive: quella più recente, cuore pulsante del centro culturale LAC Lugano Arte e Cultura, e quella storica di Palazzo Reali, che riaprirà nell’autunno 2019 a seguito di un’importante ristrutturazione. Alle due sedi del MASI si aggiunge la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, aperta al pubblico gratuitamente in due periodi dell’anno.
Incluso tra i 13 musei svizzeri sostenuti dall’Ufficio federale della cultura per il quinquennio 2018-2022, il MASI è parte di “Art Museums of Switzerland”, il gruppo di musei d’arte selezionato da Svizzera Turismo come veicolo di promozione turistica nel mondo.

Surrealismo Svizzera
dal 10 febbraio al 16 giugno 2019

Curated by Tobia Bezzola, director and Francesca Benini, MASI, assistant curator

Exhibition project at Aargauer Kunsthaus curated by Peter Fischer, art historian and Julia Schallberger, Aargauer Kunsthaus, assistant curator

Image: Alberto Giacometti, Femme couchée qui rêve, 1929, bronzo dipinto di bianco. Kunsthaus Zürich, Alberto Giacometti-Stiftung © Succession Alberto Giacometti / 2019, ProLitteris, Zurich
06
Nov

Alberto Giacometti. A retrospective

This exhibition surveys four decades of production by Alberto Giacometti (b. 1901; d. 1966), one of the most influential artists of the 20th century. More than 200 sculptures, paintings, and drawings make up a show that offers a unique perspective on the artist’s work, highlighting the extraordinary holdings of artworks and archive material gathered by Giacometti’s wife, Annette, now in the Fondation Giacometti in Paris.  Giacometti was born in Switzerland to a family of artists. He was introduced to painting and sculpture by his father, the renowned Neo-Impressionist painter Giovanni Giacometti. Three heads done of him by the young Giacometti are seen on display here. In 1922 Alberto Giacometti moved to Paris to continue his artistic training, and four years later he set up what was to remain his studio until the end of his life, a rented space of just 23 square meters on the Rue Hippolyte-Maindron, close to Montparnasse. In that tiny narrow room, Giacometti created a very personal vision of the world about him. The human figure is a fundamental theme in this artist’s oeuvre. Over the years, he produced works inspired by the people around him, especially his brother Diego, his wife Annette, and his friends and lovers. The artist said: “For me, sculpture, painting, and drawing have always been means of understanding my own vision of the outside world, and above all the face and the whole of the human being. Or to put it more simply, of my fellow creatures, and especially of those who for one reason or another are closest to me.” Giacometti’s ideas on how to approach the human figure were to become crucial questions of contemporary art for the following generations of artists.

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30
Ott

Jan Fabre: The Castles in the Hour Blue

I Castelli nell’Ora Blu , è la prima mostra personale a Milano dell’artista, creatore teatrale e autore Jan Fabre, curata da Melania Rossi.
In mostra una selezione di lavori – in gran parte in anteprima assoluta perché provenienti dalla collezione dell’artista, e messi ora a disposizione del pubblico- realizzati da Jan Fabre dalla fine degli anni Ottanta, incentrati su due temi particolarmente significativi per l’artista: i castelli e l’Ora Blu. Disegni, collage, film e opere fotografiche compongono un percorso nell’immaginario più “romantico” e poetico, ma sempre radicale e simbolico, di uno degli artisti più interessanti della scena contemporanea.
Se il castello è il luogo della favola romantica per eccellenza, i castelli di Jan Fabre hanno qualcosa di diverso, sono infusi del personale romanticismo dell’artista, che si definisce “cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza”.
La tonalità dell’inchiostro Bic ricorda all’artista l’atmosfera di quell’ora speciale tra la notte e il giorno, tra il sonno e la veglia, tra la vita e la morte. L’Ora Blu, teorizzata da Jean Henri Fabre, considerato il padre dell’entomologia, è un momento di totale silenzio e perfetta simmetria in natura, quando gli animali notturni si stanno per addormentare e quelli diurni si stanno svegliando, in cui i processi di metamorfosi hanno atto.
Anche nei grandi formati in mostra, l’attenzione si concentra naturalmente su piccole porzioni di disegno per seguirne le linee ora più lievi, ora più marcate, oppure trova un immaginario punto di fuga negli insetti-foglia applicati sulla carta, che formano profili di torri castellane. Come di fronte al grande telo in seta di quasi diciassette metri (Un Castello nel Cielo per René, 1987) che è esposto all’interno della Basilica di Sant’Eustorgio, al cospetto della scultura nella Cappella Portinari o nell’opera site specific che l’artista ha realizzato sul lucernario di BUILDING, siamo dentro il disegno, che diviene spazio, casa, castello.

Jan Fabre: The Castles in the Hour Blue
a cura di Melania Rossi
22 Sep 201822 Dec 2018

BUILDING
Via Monte di Pietà 23, Milano
Mar – Sab, 10:00 – 19:00

Basilica di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari
P.zza Sant’Eustorgio 1, 20122 Milano
Lun – Dom, 10:00 – 17:30
Ingresso Capella Portinari: €6

English below

BUILDING is pleased to present The Castles in the Hour Blue, the first solo exhibition ever held in Milan of the visual artist and theatrical author Jan Fabre. The exhibition, curated by Melania Rossi, will open to the public on 22 September, with site specific installations at BUILDING; it will also feature ad hoc installations in two institutional places of the city of Milan, such as the Basilica of Sant’Eustorgio and the Portinari Chapel.

On view will be a “world premiere” selection of artworks – for the main part, never seen before since part of the artist’s collection, now available to the public for the very first time – made by Jan Fabre since the late Eighties, focused on two themes which are particularly important to the master: castles and the Hour Blue. Drawings, collages, videos and photographic works bring together a journey in the most “romantic” and poetic – but always radical and symbolic – imagery of one of the most important artists on the contemporary scene. The aesthetic and ethical fusion of the two themes in the conception of Jan Fabre, declared in the title of the show, is evident in the exhibited artworks, starting from Tivoli(1990), one of the works that consecrated the artistic career of Jan Fabre at an international level. In this case, Fabre had completely covered the Tivoli castle (Mechelen) in sheets all drawn in blue Bic, which had been left transforming under the sun light and bad weather. A real architectural performance that the artist had been recording during day and night, releasing a 35 mm short movie that will be on view at the gallery. “Sometimes the castle has a purple reflection, sometimes more towards the red, then a silvery glow, to then turn into intense blue bic again. (The sculpture-drawing trembles and lives with its enigmas)”, Fabre writes in his nocturnal diary during the realization of the work.
The tone of the Bic ink reminds the artist of the atmosphere of that special hour between night and day, between sleep and awakening, between life and death. The Hour Blue, a sublime moment of complete silence and perfect symmetry in nature, when nocturnal animals are about to fall asleep and the diurnal ones are waking up, in which the processes of metamorphosis take place. Theorized by Jean-Henri Fabre, considered the father of entomology, the Hour Blue has inspired Jan Fabre a production of Bic pen drawings of different sizes, but it is mostly in the large works that the eye is completely immersed in the dense blue lines, where it is difficult – if not impossible – to embrace the work in its entirety. The drawing, in this production by Fabre, acquires a dignity which is not only autonomous but also three- dimensional, becoming sculpture, architecture; it is not a mere preparation for a painting or a draft sketch for a sculpture, it is an immersive artwork that reveals the most intimate, true and instinctive feeling of the artist’s thought. On this idea Jan Fabre has been working since his beginnings, since the birth of his “bic art”. “I want my viewers to be able to abandon themselves to the physical experience of drowning in the apparently calm sea of my blue bic drawings”, the artist writes in 1988. Even in the large formats on display, the attention is naturally captured by small portions of drawing in order to follow the lines, now subtler, now more marked, or it finds an imaginary point of escape in the leaf-insects applied on the paper, which form profiles of castle towers. As in front of the large silk installation displayed inside the Basilica of Sant’Eustorgio, in presence of the sculptures in the Portinari Chapel or in front of the site specific work that the artist will make at BUILDING, we are inside the drawing, which becomes space, house, castle. If the castle is the place of the romantic fairytale par excellence, Jan Fabre’s castles have something different, they are infused with the personal romanticism of the artist, who defines himself “a knight of despair and a warrior of beauty”. The first aim, the only creed of the artist, is to defend the beauty and fragility of art. Jan Fabre is a contemporary knight who makes castles in the air, castles of cards, rests in his castle and dreams. Tivoli, Wolfskerke, Monopoli, are the castles on which the artist has taken action with his blue sign and which are represented in the artworks on display, covered in the typical light of that special moment in which we can dream of owning a castle, still being in a chivalrous era made of values for which to fight strenuously. The “way of the sword” is “the way of the art”, the true avant-garde of the artist who, while dreaming, draws, writes and invents a personal universe starting from the great tradition that precedes him. Fabre fights to the point of exhaustion in defense of the most authentic, tragic, mad and heroic spirit of the artist and of the man.

Basilica of Sant’Eustorgio and Portinari Chapel
Mon – Sun, 10:00 AM – 5:30 PM
Entrance to Portinari Chapel: €6
P.zza Sant’Eustorgio 1, 20122 Milan

Jan Fabre: The Castles in the Hour Blue
Curated by Melania Rossi

Tue – Sat, 10 AM – 7 PM

Additional venues:
Basilica of Sant’Eustorgio
Portinari Chapel

29
Ott

Giulio Paolini. Del bello ideale

La Fondazione Carriero è lieta di presentare “Giulio Paolini. Del bello ideale”, a cura di Francesco Stocchi, mostra dedicata a uno dei massimi esponenti dell’arte concettuale, con interventi della scenografa Margherita Palli, organizzata in stretta collaborazione con l’artista. Attraverso una nutrita selezione di lavori, scelti e allestiti dal curatore insieme all’artista torinese, Del bello ideale ripercorre l’intero arco dei suoi 57 anni di carriera, esponendo capisaldi della sua produzione, alcuni dei suoi celebri autoritratti, fino a tre nuove opere appositamente concepite per l’occasione. Paolini ha risposto all’invito della Fondazione Carriero facendosi coinvolgere in prima persona nella realizzazione della mostra e accettando di cimentarsi in un esercizio introspettivo, in un processo di lettura dall’interno, e in alcuni casi di rilettura, della sua produzione. Il dialogo con il curatore Francesco Stocchi ha dato vita a un percorso espositivo non cronologico, scandito da nuclei tematici che si articolano nello spazio entrando in relazione con l’architettura dell’edificio, consentendo al visitatore di mettere a fuoco la poetica di Paolini e di semplificarne la comprensione. Attraverso questo esercizio, la mostra “scompone” l’opera di Paolini in tre nuclei tematici, la seziona adottando lo stesso approccio teorico e formale utilizzato dall’artista nei suoi lavori e nel suo modo di affrontare l’arte.
La scenografa Margherita Palli è stata invitata a entrare in dialogo con il corpus di opere dell’artista, creando degli interventi che “mettano in scena” i nuclei tematici della mostra e che, attingendo alle stesse fonti di Paolini e ad alcune opere della sua collezione privata, offrano ai visitatori la possibilità di entrare nel suo mondo e di partecipare dall’interno a questo viaggio introspettivo.

La mostra è resa possibile grazie alla stretta collaborazione con Giulio Paolini e la Fondazione Giulio e Anna Paolini e a prestiti provenienti da prestigiose istituzioni pubbliche e importanti collezioni private.

Giulio Paolini. Del bello ideale
fino al 10 febbraio 2019

Fondazione Carriero
via Cino del Duca 4 | 20122 Milano
+39 02 36747039 | info@fondazionecarriero.org
Aperto tutti i giorni con ingresso libero dalle 11:00 alle 18:00 (chiuso lunedì)

Immagine: Giulio Paolini, Mimesi, 1975 Calchi in gesso. © Giulio Paolini, Foto courtesy Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino

report gallery by amaliadilanno

03
Ott

SARAH SZE

In the age of the image, a painting is a sculpture. A sculpture is a marker in time.
—Sarah Sze

Gagosian is pleased to present new works by American artist Sarah Sze. This is Sze’s first gallery exhibition in Italy, following her participation in the Biennale di Venezia in 2013 (Triple Point, US Pavilion) and 2015.

Sze’s art utilizes genres as generative frameworks, uniting intricate networks of objects and images across multiple dimensions and mediums, from sculpture to painting, drawing, printmaking, and video installation. She has been credited with changing the very potential of sculpture. Working from an inexhaustible supply of quotidian materials, she assesses the texture and metabolism of everything she touches, then works to preserve, alter, or extend it. Likewise, images culled from countless primary and secondary sources migrate from the screen to manifest on all manner of physical supports—or as light itself. A video installation, the latest of Sze’s Timekeeper series begun in 2015, transforms the oval gallery of Gagosian Rome into a lanterna magica, an immersive environment that is part sculpture, part cinema. In these studies of the image in motion, at once expansive and intimate, time, place, distance, and the construction of memory are engaged through a mesmerizing flux of projected images, both personal and found. A sort of Plato’s Cave, the new work confronts the viewer from simultaneous points of view: moving pictures of people, animals, scenes, and abstractions unfold, flickering and orbiting randomly like thought, or life itself. In an in-situ gesture that links the darkened video gallery with the adjoining room of new panel paintings, Sze materializes light as a spill of paint applied directly to the stone floor. In the paintings, her nuanced sculptural language adapts to the conditions of the flat support. In delicate yet bold layers of paint, ink, paper, prints, and objects, the three dimensions of bricolage are parsed into the two dimensions of collage. Here, color draws its substantive energies as much from the innate content of found images as from paint and ink. Fields of static, blots, and cosmic vortices emerge out of archival material drawn from the studio and its daily workings in endless visual permutations that collide and overlap in an abundance of surface detail. In November, Sze will add her first outdoor stone sculpture to the exhibition, a natural boulder split open like a geode. Each of the two revealed cuts has a sunset sky embedded in its flat surface, alluding to both the images perceptible in gongshi (scholar’s rocks) and the heavenly subjects of Renaissance paintings. From November 19, Sze’s large-scale installation Seamless (1999) will be on view at Tate Modern, London.

SARAH SZE
Inaugurazione: sabato 13 ottobre, 18:00 – 20:00
13 ottobre 2018–12 gennaio 2019

Gagosian
Via Francesco Crispi 16
00187 Rome
T. 39.06.4208.6498
roma@gagosian.com
Hours: Tue–Sat 10:30-7

Ufficio Stampa PCM Studio
Federica Farci | federica@paolamanfredi.com | +39 342 05 15 787

Karla Otto
Lissy Von Schwarzkopf | lissy.vonschwarzkopf@karlaotto.com| +44 20 7287 9890

Ottavia Palomba | ottavia.palomba@karlaotto.com | +33 6 67 88 32 29
Michel Hakimian | michel.hakimian@karlaotto.com | +33 6 12 59 41 93

Gagosian
Matilde Marozzi | pressrome@gagosian.com | +39 06 4208 6498

Image: Sarah Sze, Untitled, 2018(dettaglio), olio,acrilico, cartad’archivio, stabilizzatori UV, adesivo, scotch, inchiostro e polimeri acrilici, gommalacca, e vernice ad acqua su legno, 213.4×266.7×8.9cm©SarahSze

01
Ott

Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile

Dal 4 ottobre 2018 al 6 gennaio 2019 la GAMeC presenta Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile, prima mostra di un ambizioso ciclo espositivo triennale dedicato al tema della materia, ideato da Lorenzo Giusti e sviluppato insieme a Sara Fumagalli, con la consulenza scientifica del fisico Diederik Sybolt Wiersma e la partecipazione di BergamoScienza.
Attivando un dialogo con la storia delle scoperte scientifiche e tecnologiche e un confronto con lo sviluppo delle teorie estetiche, Black Hole rivolge lo sguardo al lavoro di quegli artisti che hanno indagato l’elemento materiale nella sua più intrinseca valenza, laddove il concetto stesso di “materiale” si infrange per aprirsi a un’idea più profonda di “materia” come elemento originario, come sostanza primordiale costituente il tutto.
In particolare, l’esposizione intende raccontare questa dimensione attraverso tre diverse restituzioni: quella di chi ha guardato all’elemento materiale, concreto, come a un’entità originaria, precedente o alternativa alla forma; quella di chi ha interpretato la natura umana come parte di un più ampio discorso materiale e quella di chi, nel processo di penetrazione della materia, si è spinto nel profondo, ai confini della materialità stessa, cogliendone la dimensione infinitesimale ed energetica.

Attraverso una ricca selezione di opere realizzate tra la fine dell’Ottocento e i giorni nostri, il percorso espositivo illustra, all’interno di un’unica visione integrata, questa preziosa dialettica, oscillante tra la materialità dell’Informe e la materialità dell’Invisibile, poli soltanto apparentemente antitetici e in realtà coesistenti e complementari.

Sezione 1 – Informe
Le acquisizioni della scienza – dal principio di indeterminazione di Heisenberg alla metodologia quantistica – e la loro circolazione culturale, che le ha rese a noi familiari, hanno profondamente influenzato la visione degli artisti, al punto da condizionarne non soltanto la percezione delle cose e del mondo, ma anche la più profonda sostanza del loro operare.
In dialogo con lo sviluppo di queste scoperte, le opere presenti all’interno della prima sezione rifuggono dunque dal rappresentare il mondo e utilizzano materiali, sia tradizionali sia inusuali, non come elementi da plasmare con l’intento di creare nuove forme, ma in virtù della loro valenza intrinseca, del loro presentarsi come “elementi in sé”.
Configurazioni materiche che, per la loro indeterminatezza, restituiscono un’idea della realtà come sostanza in continuo mutamento.
Si collocano all’origine di questo percorso le ricerche di Jean Fautrier, con le sue concrezioni di colore stratificato, e di Lucio Fontana, con le sue Nature di materia incisa, la quale, penetrata e lacerata, animandosi si fa opera.
Una linea di ricerca che prosegue – tra gli altri – con le superfici grumose intessute di fenditure e lacerazioni di Antoni Tàpies, la densità bituminosa delle Combustioni e dei Cretti di Alberto Burri, presente anche nei primi lavori di Piero Manzoni, e, decenni più tardi, i Big Clay “senza forma” di Urs Fischer, le statue “colanti” di Cameron Jamie, le eteree astrazioni screpolate di Ryan Sullivan.

Sezione 2 – Uomo-Materia
La materia che permea l’universo e che tutto crea e compone definisce anche la natura umana. Questo lasciano intendere i lavori degli artisti presenti nella seconda sezione della mostra, dove, all’interno di un percorso articolato e trasversale, sono messe a confronto le opere di autori di generazioni diverse contraddistinte da una forte componente materica e allo stesso tempo da una presenza, più o meno manifesta, dell’elemento antropomorfo. Lavori in cui il corpo umano è dunque in primis un “corpo materico” e in cui la figura, accennata o scomposta, si fa veicolo di una visione integrata del mondo, tenuta assieme dal principio stesso della materia.
Le sintesi plastiche di Auguste Rodin e Medardo Rosso, con le loro immagini di volti e corpi affioranti da blocchi indistinti, costituiscono un significativo precedente storico per la ricerca di una serie di artisti che, in forme diverse, hanno fatto convergere dentro un’unica visione creativa il discorso sulla materia e l’indagine sull’uomo. Ne è un esempio Alberto Giacometti, con le sue figure “intrappolate”, “sempre a mezza via fra l’essere e il non essere”, per citare Jean-Paul Sartre, così come lo scultore svizzero Hans Josephsohn, con le sue caratteristiche teste monolitiche, imprigionate dentro blocchi di materia compatta.

Volto e materia, prettamente pittorica, ritornano nei primi dipinti informali di Enrico Baj, nelle Dame di Jean Dubuffet degli inizi degli anni Cinquanta così come nei lavori di Karel Appel e Asger Jorn, storici membri del gruppo Cobra, caratterizzati dall’utilizzo di colori brillanti, violente pennellate e figure umane distorte.
A questi maestri della modernità sono affiancati lavori di artisti contemporanei, da William Tucker, con i suoi agglomerati di materia a metà tra la roccia e il corpo umano, a Florence Peake, con le sue sculture informali, esito di performance collettive in cui corpo e materia sembrano cercare una sintesi dinamica.

Sezione 3 – Invisibile
Diversamente da quelle della prima e della seconda sezione, testimoni di una relazione fisica con la materia – incisa, spatolata, graffiata, bruciata, colata, e pur sempre materia “in sé” – le opere presenti nella terza sezione guardano agli aspetti più nascosti della materia, invisibili ai nostri occhi, in dialogo con la dimensione atomistica e subatomica.
Punto di partenza di un discorso in evoluzione che trova ampio sviluppo nei linguaggi della contemporaneità sono le celebri Tessiturologie di Jean Dubuffet, visioni ravvicinate, microscopiche, di un generico “elemento materiale”, di cui si restituisce
visivamente l’idea dell’incessante brulichio interno. Una ricerca che trova eco nelle esplosioni di “materia-luce” di Tancredi Parmeggiani, o ancora nelle composizioni degli artisti del Movimento Arte Nucleare – fondato nel 1951 da Enrico Baj e Sergio Dangelo, con l’aggiunta, un anno dopo, di Joe Colombo – che rielaborano in forma visiva le suggestioni provocate dall’esplosione della bomba atomica alla fine del secondo conflitto mondiale.
Dal dopoguerra alla contemporaneità, gli artisti creano nuove immagini di ciò che le teorie scientifiche suggeriscono, ma che parole e illustrazioni non riescono descrivere. La nozione classica di “materia”, valida dal familiare livello degli oggetti visibili fino al livello molecolare e atomico, sfuma ai livelli subatomici, abbracciando il concetto di energia.
Così, lavorando a stretto contatto con i Laboratori Nazionali del Gran Sasso – tra i più importanti istituti di ricerca a livello mondiale per lo studio dei neutrini – Jol Thomson crea un dialogo fra scienza e arte, indagando i territori dell’ignoto materiale, dell’intangibile e del non-ottico. Su questa linea di ricerca si muovono anche le performance di Hicham Berrada, che invita lo spettatore a fare esperienza diretta delle energie e delle forze che emergono dalla materia, e i Photograms di Thomas Ruff, le cui composizioni astratte nascono dalla consapevolezza dell’esistenza di un universo microscopico, oltre la dimensione tangibile delle cose.
Nella loro diversità di approcci, i lavori presentati in questa sezione testimoniano la medesima urgenza di interrogarsi sulle implicazioni filosofiche, percettive e conoscitive delle rivoluzionarie scoperte scientifiche della nostra epoca.

MERU ART*SCIENCE RESEARCH PROGRAM
La mostra si avvarrà del contributo della Fondazione Meru – Medolago Ruggeri per la ricerca biomedica, che nell’ambito della “Trilogia della materia”, e quale parte del programma del festival BergamoScienza, ha dato vita a un nuovo progetto di ricerca – Meru Art*Science Research Program – finalizzato alla realizzazione di interventi “site specific” dedicati al rapporto arte-scienza.
Coordinato da Anna Daneri, insieme ad Alessandro Bettonagli e Lorenzo Giusti, il programma vede, per questa prima edizione, la partecipazione degli artisti Evelina Domnitch & Dmitry Gelfand, che per lo Spazio Zero della GAMeC hanno progettato un’installazione ambientale capace di declinare sul piano visivo l’interazione di due buchi neri attraverso un cunicolo spazio-temporale (wormhole), laddove cioè la materia dell’universo collassa su se stessa per rigenerarsi.Continue Reading..