Camera d’Arte

25
Mag

Alberto Zamboni. VISTA MARE

Il terzo evento previsto nel calendario delle mostre della galleria Orizzonti Arte Contemporanea di Ostuni per questo inizio estate è affidato all’artista bolognese Alberto Zamboni con la sua mostra “Vista Mare”.

Un omaggio ed un atto d’amore verso quel mondo sommerso che per noi umani risulta da sempre più remoto ed irraggiungibile; Zamboni, andando oltre le sue origini, imprime sulle sue tele il fascino di quei profondi abissi custodi di misteri mai svelati lasciati correre al vento nel ritorno di una eco appena udita da lontano.

Ecco come lo stesso artista descrive la mostra:
C’è un mondo immaginario da scoprire e svelare, la luce coglie e avvolge particolari che emergono e appaiono come visioni, sogni.Nella serie intitolata Deep-vista mare, si indagano pittoricamente fondali marini dove emergono meduse, pesci e forme non identificate. Sono sovrapposizioni di colori, che conferiscono un tono astratto omogeneo alla tela inizialmente grezza, che viene appoggiata parzialmente a un supporto, per dare maggiormente un’idea di leggerezza. Il tutto diviene testimonianza del passaggio dell’acqua marina, come sindone antica, come fossile di un mare remoto, tele imbevute e fatte asciugare al sole e al vento del mare.

Alberto Zamboni è nato nel 1971 a Bologna dove si è diplomato presso l’accademia di belle arti con una tesi sui viaggi di Magellano, realizzando una serie di tele immaginarie ispirate al diario di bordo di Antonio Pigafetta.Collabora con diverse gallerie d’arte in Italia e all’estero, ha inoltre realizzato diverse illustrazioni per libri e manifesti.

VISTA MARE
MOSTRA PERSONALE di ALBERTO ZAMBONI
a cura di Gabriella Damiani

INAUGURAZIONE IN GALLERIA VENERDI’ 1 GIUGNO 2018 ore 19,00

Dal 1 al 15 giugno 2018

GALLERIA ORIZZONTI ARTE CONTEMPORANEA
Piazzetta Cattedrale (centro storico)
72017 Ostuni (Br)
Tel. 0831.335373 – Cell. 348.8032506
info@orizzontiarte.it
www.orizzontiarte.it
F: Orizzontiartecontemporanea

Communication Manager
Amalia Di Lanno
info@amaliadilanno.com

19
Mag

Alessandro Bernardini e Francesco Alpini. La Dolcezza può far perdere il senno

In occasione della ventiseiesima edizione di Cantine Aperte, Tenuta la Pineta ospita la mostra La Dolcezza può far perdere il senno, progetto speciale di Alessandro Bernardini e Francesco Alpini, curato da Tiziana Tommei. Da sabato 26 maggio, gli ambienti in e outdoor della tenuta vinicola di Luca Scortecci a Castiglion Fibocchi, ad Arezzo, saranno aperti all’arte contemporanea. Non è la prima volta che il vino e l’arte s’incontrano in questi spazi: per questo evento è stato ideato un concept espositivo che unisce un’eterogeneità di media e linguaggi, lasciando costantemente al centro il contesto. Le opere realizzate, tutte create in esclusiva per questa iniziativa, muovono infatti dal luogo che le accoglie, con il quale conducono un dialogo silenzioso e puntuale. In casi come il nostro, una mostra può rivelarsi tanto gravida di componenti, stimoli, sfumature, ma anche di ambiguità, ambivalenze e contraddizioni, che trovarsi a percorrerla può portare ad immergersi in una dimensione a sé stante, scissa, indipendente dal reale e tuttavia così incredibilmente autentica e indissolubilmente legata al vissuto. S’invita il visitatore a compiere un percorso, diviso in quattro capitoli, muovendosi dall’esterno verso l’interno. La teatralità di Meteorite, installazione site specific di Alessandro Bernardini, apre questa sorta di cammino, mettendo in scena una realtà allucinata e distorta, annichilita e devastata a seguito della collisione con una roccia ricoperta da una coltre di catrame: è l’incipit del racconto che ci si accinge a narrare. Questo scenario esorta a cercare rifugio all’interno, dove nell’immediato si avverte un senso d’incertezza: infatti, tutto appare frammentato (Vinum Senescens), incerto (Pause – play – forward) e intorbidito (A me – n). Il trittico fotografico di Francesco Alpini, Pause – play – forward, sebbene mostri come soggetto una natura morta omaggio a Bernardini (come rivelano il manichino, la superficie nera e lucida che rimanda al catrame, i volumi di cemento, il minimalismo e il rigore della composizione), in esso lo still life risulta essere un mero pretesto per ragionare su questioni formali, tecniche e di percezione. Inoltre, dalla scelta del titolo, egli non contempla dichiaratamente la possibilità di tornare indietro (come risulta del resto insanabile la cesura tra i due elementi, quello umano e quello meccanico, in Vinum Senescens), innestando dunque un ulteriore germe di realismo in immagini esteriormente stranianti e avulse da una qualsivoglia forma di logica tangibile. Improvvisamente, questo stato di sospensione viene interrotto da un episodio di violenta rottura: Fratture immanenti, installazione site specific realizzata dai due artisti, giunge all’osservatore come un’immagine destrutturata e ricomposta attraverso i frammenti di uno specchio ideale che riflette un intero perfettamente intellegibile. Alla crisi segue la ricostruzione: a partire dalle fondamenta (il filo rosso del cemento in blocchi), la forza fisica e in misura superiore la mente umana, sia come ratio (Ombra libera) che come forza immaginifica, (From darkness to light) riconducono a nuova vita (Innesto 2.0 – Equilibrio variabile). Le ultime due opere citate fissano la ricerca della stabilità a tema centrale in corrispondenza della chiusura della mostra: se Bernardini resta ben ancorato a terra, suggerendo che l’equilibrio sia di fatto indirettamente proporzionale alla distanza dal suolo, Alpini sceglie l’utopia e rappresenta innesti in sospensione nei quali è la componente umana a simboleggiare la vita, annullando ogni effetto di gravità, in forza delle infinite capacità della mente umana.Continue Reading..

16
Mag

Daniel Buren & Anish Kapoor

Con la mostra Daniel Buren & Anish Kapoor Galleria Continua rende omaggio a due delle figure più significative del panorama artistico internazionale, artisti che con le loro opere hanno profondamente segnato l’arte tra il XX e il XXI secolo. La mostra vede per la prima volta Daniel Buren e Anish Kapoor impegnati nella realizzazione di un’opera a quattro mani. Il percorso espositivo, costruito attraverso un dialogo tra le opere dei due autori, ci accompagna fino in platea dove è allestita l’opera site specific appositamente realizzata dai due artisti per questa mostra.

L’esposizione si apre con una serie di dipinti di Daniel Buren datati 1964 e 1965, quadri che mescolano forme arrotondate e rigature di grandezza e colori diversi. L’artista sviluppa sin dall’inizio degli anni ’60, una pittura radicale che gioca, di volta in volta, sull’economia dei mezzi messi in opera e sui rapporti tra lo sfondo (il supporto) e la forma (la pittura). Nella seconda metà del 1965 sceglie di sostituire le strisce dipinte con un outil visuel, un tessuto industriale a bande verticali alternate, bianche e colorate, larghe 8,7 cm. Successivamente Buren impoverisce ulteriormente questo registro visivo ripetendolo sistematicamente e impedendosi ogni variazione formale, ad eccezione dell’uso del colore, variabile all’infinito, alternato al bianco, immutabile e conduce una riflessione sulla pittura, sui suoi metodi di presentazione e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui l’artista interviene. Risalgono agli esordi dell’attività artistica di Anish Kapoor una serie di instabili oggetti scultorei cosparsi di pigmenti colorati; sono i primi esiti di una ricerca che diventerà cifra distintiva del lavoro dell’artista. Si tratta di forme indefinite, a metà tra il mondo naturale e quello astratto, corpi in transizione che sembrano scaturire dalla materia spontaneamente e dove l’intensità del colore puro nasconde l’origine del manufatto e suggerisce l’idea di sconfinamento. L’uso di pigmenti è una caratteristica costante del lavoro di Kapoor dal 1970. Nel 1979 un viaggio in India lo riconnette alle sue radici, lasciandogli in dote la consapevolezza di essere artista di confine, in bilico tra Oriente e Occidente. Di ritorno in Inghilterra, traduce questo sentimento nella serie “1000 Names”.

La parte progettuale del lavoro dei due artisti è ampiamente illustrata in una sezione della mostra. Qui una serie di disegni e di schizzi preparatori di Daniel Buren mettono in luce la propensione dell’artista ad esplorare le potenzialità del motivo a strisce alternate come segno e palesano il concetto di “lavoro in situ”, espressione con cui l’artista stesso indica la stringente interrelazione fra i suoi interventi e i luoghi espositivi in cui essi sono realizzati. Condividono gli stessi spazi alcune maquette di Anish Kapoor che danno voce alla dimensione più monumentale del linguaggio dell’artista; opere che sovvertono le dinamiche della percezione ed esaltano il potere della metafora, opposti che si intrecciano – presenza e assenza, solidità e intangibilità, realtà e illusione. Allo spettatore il compito di interpretare e ricomporre questa dicotomia. Nel 1975 Daniel Buren realizza la prima Cabane Eclatée che costituisce una vera svolta, accentuando l’interdipendenza tra l’opera e il luogo che la accoglie attraverso giochi sapienti di costruzione e decostruzione: l’opera stessa diventa il suo proprio sito oltre che il luogo del movimento e della deambulazione. La Cabane che Buren espone a San Gimignano intrattiene un dialogo con l’architettura esistente e con il volume in resina di Kapoor che accoglie al suo centro. Due opere dal carattere aperto che lasciano spazio a un gioco di materiali e di trasparenze. Scendendo al piano inferiore della galleria le opere dei due artisti dialogano serratamente: le strisce colorate verdi e bianche di Buren avvolgono idealmente la scultura in alabastro bianco di Kapoor. Il percorso prosegue nel confronto fra la luce policroma e proteiforme dei tessuti a fibre ottiche di Daniel Buren e gli oggetti in acciaio specchiante di Anish Kapoor. Lo studio del vuoto è uno degli elementi centrali della poetica di Kapoor: reso tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota, è metafora della creazione. Il vuoto come spazio della possibilità in cui oggetto e osservatore, nel loro incontro, possano espandere i limiti dello spazio disponibile permangono come filo conduttore nel retro del palcoscenico dove l’installazione in acciaio specchiante di Kapoor e il gioco di specchi e colori di Buren disorientano lo spettatore collocandolo in uno spazio indefinito.

L’opera che occupa la platea chiude il cerchio di un dialogo ideale che Buren e Kapoor intrattengono in questa mostra. Un’installazione di grandi dimensioni, frutto di una progettazione congiunta, che riconfigura completamente lo spazio e crea inaspettate interferenze visive. Una sfida ad esplorare l’inaccessibile.Continue Reading..

11
Mag

Rebecca Horn. Passing the Moon of Evidence

Allo STUDIO TRISORIO si inaugura, venerdì 11 maggio 2018 alle ore 19.00, la mostra personale di Rebecca Horn dal titolo Passing the Moon of Evidence.

Saranno esposte sei nuove sculture meccaniche di grandi e medie dimensioni e disegni di vario formato in cui la Horn continua a indagare i temi profondi dell’esistenza umana, l’agire del tempo, l’energia del cosmo. Nelle vetrine che danno il titolo alla mostra, Passing the Moon of Evidence, farfalle meccaniche aprono e chiudono le ali in un’atmosfera onirica, sospese sopra rocce vulcaniche o tra rami dalle estremità d’oro; due specchi di forma circolare, simbolo del dualismo ricorrente nella poetica dell’artista, evocano il movimento del sole e della luna e la relazione tra il principio maschile e quello femminile nell’equilibrio cosmico. Nell’opera Aus dem Mittelalter entwurzelt due aste in ottone di diverse altezze, fissate in un paio di scarpe di bronzo di foggia medievale, ondeggiano avanti e indietro, avvicinandosi senza mai toccarsi, come metafore del passaggio cadenzato del tempo. Uno specchio rotante e un vetro di forma circolare affiancano una pietra lavica e animano, con riflessi di luce, l’opera Im Kreis sich drehen: movimenti ritmici che si trasmettono nello spazio da una scultura all’altra, sviluppando tra di esse un dialogo continuo e incessante. Artista versatile e poliedrica, Rebecca Horn ha sperimentato, nel corso della sua lunga carriera, i molteplici linguaggi dell’arte. La scultura, la pittura, il disegno, l’installazione, la fotografia, il cinema, la performance sono i mezzi espressivi con cui conduce da sempre le sue ricerche in modo innovativo.

Rebecca Horn è nata a Michelstadt, Germania, nel 1944. Ha esposto nei principali musei internazionali e ha preso parte ad alcune delle più importanti esposizioni dell’ultimo decennio, da Documenta a Kassel (1972, 1977, 1982 e 1992) alla Biennale di Venezia (1980, 1986 e 1997). I suoi lavori sono nelle collezioni dei maggiori musei quali il Solomon R. Guggenheim di New York, la Tate Gallery di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la Nationalgalerie di Berlino. Una sua installazione site specific fa parte della collezione permanente del Museo Madre di Napoli. Nel settembre 2016 Rebecca Horn è diventata membro dell’“Orden pour le Mérite für Wissenschaften und Künste” che costituisce la più alta onorificenza conferita ad artisti e scienziati dalla Repubblica Federale della Germania. Nel giugno 2017 è stata la prima donna a ricevere il prestigioso Wilhelm Lehmbruck Prize, come riconoscimento per il suo lavoro e la sua poetica che hanno profondamente influenzato le arti scultoree fra XX e XXI secolo. In Italia è rappresentata dallo Studio Trisorio dal 2003.

Continue Reading..

11
Mag

Pietro Mari. Oggetti non trovati

La tecnica duchampiana del rinominare l’oggetto industriale icastico e dell’associazione aporetica che crea uno spiazzamento nella percezione dell’oggetto-opera è esattamente opposta al metodo di Pietro Mari, un fotografo che a dirla come Antonella Sica ‘tanto è rigoroso e compatto nelle sue opere fotografiche quanto leggero e ribelle come un sasso lanciato contro le convenzioni nelle opere di creazione esposte in questa mostra’. Dopo la sua serie Oggetti Pensanti, oggetti di uso comune che esprimono pensieri spaesanti sul loro destino e sulla realtà (nel piano bidimensionale della fotografia), si applica a definire attraverso la costruzione e la manipolazione di nuovi oggetti il senso di propri pensieri sporadici o ossessivi. Un lavoro tridimensionale ‘costruttivo’ che nasce prima come parola, come idea linguistica e che successivamente diventa Oggetto. Le opere hanno nomi come Blind Trust o Hyperreaktion, Sei Volti Antibiotici o Pissing Match, didascalie nate prima dell’oggetto ed emanatrici dell’oggetto stesso. Come in fotografia Pietro Mari non concede nulla alla bellezza conforme o all’estetizzazione, superfici metalliche sabbiate, punti di sutura, grigi antracite e rari colori di emergenza; una stringatezza ironica dove non compare mai la decorazione o il piacere retinico. Oggetti che stavolta lascia ad altri per la fotografia, come un set che possa liberarlo dalla planarità dell’immagine. 

Vernissage venerdì 11 maggio 2018 ore 18.00

Studio Tiepolo 38-Arte Contemporanea
Via Giovanni Battista Tiepolo, 3B, Roma

La mostra è visitabile fino all’ 8 giugno 2018
Orari visita: dal martedì al giovedì: dalle 16.00 alle 22.00, venerdi e sabato: dalle 16.00 alle 24.00, domenica dalle 16.00 alle 22.00. Chiusa: lunedì