Camera d’Arte

24
Giu

AGNETTI. A cent’anni da adesso

Mostra antologica curata da Marco Meneguzzo con l’Archivio Vincenzo Agnetti, che racconta la vicenda creativa di uno dei maggiori esponenti dell’arte concettuale degli anni Settanta. Dal 4 luglio al 24 settembre 2017, Palazzo Reale di Milano ospiterà la rassegna antologica dedicata a Vincenzo Agnetti (1926 – 1981), l’artista concettuale italiano che ha trasformato la parola in immagini iconiche e l’immagine in poesia.

La mostra AGNETTI. A cent’anni da adesso, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Vincenzo Agnetti, curata da Marco Meneguzzo insieme all’Archivio Vincenzo Agnetti, ci invita, attraverso un’analisi critica e “sentimentale”, a riscoprire l’universo artistico di Vincenzo Agnetti cogliendone l’originalità, il rigore critico, la poetica e la straordinaria contemporaneità. Sono esposte più di cento opere, realizzate tra il 1967 e il 1981, che nel loro insieme restituiscono un’immagine chiara del percorso dell’artista: la sua tensione poetica e visionaria, lo spiccato interesse per l’analisi dei processi creativi e per l’arte come statuto, il suo ruolo di investigatore linguistico e di sovvertitore dei meccanismi del potere, inclusi quelli della parola scritta, detta, tradotta in immagini limpide ed evocative, perché per Agnetti tutto è linguaggio: “Immagini e parole fanno parte di un unico pensiero. A volte la pausa, la punteggiatura è realizzata dalle immagini a volte invece è la scrittura stessa”. 

La parola in tutte le sue opere non si limita dunque ai rapporti semiologici, come spesso accade nell’arte concettuale di quegli anni, piuttosto realizza immagini, suggerisce indagini, costruisce narrazioni. Agnetti utilizza il paradosso visivo e concettuale per creare cortocircuiti interpretativi pronti per essere elaborati e rivisitati dall’osservatore, affidando al pensiero di chi guarda lo sviluppo e il senso di quanto ha scritto e immaginato. Per lui è sempre stato importante che il visitatore continuasse a vedere la mostra, con gli occhi della mente, anche dopo essere uscito dalla galleria.

 “Con questo appuntamento riscopriremo uno dei più grandi artisti concettuali – afferma Marco Meneguzzo – Il suo concettualismo è diverso da quello anglosassone, americano, e anche da quello europeo; quello di Vincenzo Agnetti ha un risvolto metafisico e letterario, pieno della nostra cultura, vorrei dire mediterraneo, se oggi questo aggettivo non apparisse riduttivo”.Continue Reading..

23
Giu

Verdiana Patacchini. Muta Imago

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la galleria Emmeotto, è lieta di presentare il progetto espositivo dell’artista Verdiana Patacchini intitolato Muta Imago. La dialettica del visibile è, per antonomasia, il fulcro cardine di un’opera d’arte, dove la materia, nelle sue declinazione più svariate, conduce inevitabilmente all’immateriale. Nel periodo classico il concetto di Imago riassume in sé il senso atavico della figurazione, ovvero quel rapporto che intercorre tra lo sguardo dell’osservatore e l’immagine dipinta. L’Imago non è definita semplicemente all’interno di un reticolo ottico figurativo, essa è apparizione, parvenza, visione e sogno. Il lavoro di Verdiana Patacchini si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta, nell’utilizzo dei differenti materiali, le molteplici accezioni dell’immagine. Metalli, carta, ceramica, sono i medium di una riflessione che pone al centro del suo linguaggio l’antico topos che vede la fragile delimitazione tra visibile e invisibile. Le figure di Verdiana Patacchini emergono dalla materia, sono per l’appunto apparizioni, epifanie dell’intelletto, memorie sbiadite di una realtà lontana ed intellegibile. Scrive Yves Klein nel suo saggio intitolato Le dépassement de la problématique de l’art: “Il segreto del quadro è l’indefinibile. Non esistono mediazioni, ci si trova letteralmente impregnati dallo stato sensibile pittorico determinato a priori dallo spazio dato, è una percezione diretta ed immediata, senza più alcun effetto né trucco, né arbitrio”. Il corpus di lavori in ceramica riflettono incondizionatamente le qualità di un’opera espresse da Klein: Verdiana Patacchini si appropria della materia configurandola a seconda delle proprie necessità espressive. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura, il confine con l’invisibile è sempre più marcato, rendendo l’icona un’ombra sbiadita nel tempo. L’universo immaginifico dell’artista si nutre di differenti elementi concettuali: letteratura, musica, poesia sono componenti essenziali della sua ricerca estetica, come ad esempio nella serie di lavori tratti dalla Gerusalemme Liberata. Il labile confine tra visibile e invisibile si prefigura nell’opera di Verdiana Patacchini come una necessità primordiale nell’assidua e costante investigazione che semina il suo tracciato nei meandri della storia dell’arte, dove l’esplorazione di inedite soluzioni formali rappresentano il punto di partenza per rigenerare la forza dei materiali d’elezione utilizzati dall’artista. Nello splendido contesto del Relais Rione Ponte, il corpus di opere selezionate definiranno un nuovo assetto allestivo dove gli ospiti saranno i protagonisti di un itinerario artistico ed emozionale.

Verdiana Patacchini nasce a Orvieto nel 1984. Dopo il diploma presso il Liceo Artistico di Viterbo si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Via di Ripetta, dopo una stagione in Spagna tramite la borsa di studio Erasmus, si diploma in Pittura nel 2007 e nel 2009 conclude la laurea in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico Contemporaneo. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia e nel 2012 è tra i vincitori del Premio Catel Roma con l’opera “La Veronica”. Da Gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato Italiano di Park Avenue di New York, a cura della galleria romana Emmeotto. Attualmente vive e lavora a New York e firma le sue opere con lo pseudonimo Virdi.Continue Reading..

19
Giu

Roberta Busato, Enrico Fico. Take care, my love

In corso presso la Fortezza del Girifalco a Cortona la mostra dal titolo “Take care, my love”, doppia personale di Roberta Busato ed Enrico Fico a cura di Tiziana Tommei. L’evento, patrocinato dal Comune di Cortona, si inserisce nell’ambito della programmazione 2017 relativa all’arte contemporanea in Fortezza, è organizzato da Art Adoption, associazione attiva nella promozione e diffusione dell’arte contemporanea, e presentato dall’associazione OnTheMove.

Il progetto espositivo muove dalla materia verso il concetto, non volendo per questo negare, ma anzi all’opposto rafforzare, la coesistenza di questi due poli in ciascuno dei momenti del percorso. Si presentano scultura e tecnica mista: muovendo dalla figura umana, smembrata e ricomposta nei frammenti di terra cruda di Busato, si passa a riflettere su Dio, la religione e il potere della parola con la poesia visiva di Fico. Leggerla come un moto verso l’alto può ingannare, perché il contatto con quello che è personificazione del divino si rivela fallace. La terra si fa lentamente polvere; la parola unita all’immagine implode. I tagli degli arti, le cancellature di significati, le perdite di valori sono alcuni degli elementi che costituiscono parte integrante delle opere scelte ed esposte, come di un iter simbolico. In senso lato si tratta di una riflessione sul contemporaneo, sull’uomo e sul rapporto con il tempo e, più nello specifico, con il suo scorrere. Non c’è nulla di “buono” in questi lavori: tutti affermano la stessa cosa, ossia che non esiste luce se non attraverso la sofferenza, la distruzione e l’accettazione dell’impotenza umana. La costruzione di una forma di vita parte dalla coscienza di questa condizione di precarietà e dolore, ma non toglie speranza nella capacità umana di crescere e migliorare il mondo. Il venir meno della stabilità intesa come sicurezza, e con questi l’incompletezza e l’assenza di risposte, lastricano la strada della salvezza, perché ti costringono ad andare in profondità. Significativo è il fatto che il percorso espositivo, da Busato a Fico, all’interno delle sale, possa avvenire anche all’inverso, per tornare dunque alla terra, alla materia, che in ultima istanza si polverizza, come le ossa.Continue Reading..

16
Giu

Abitare il Minerale

“Mineral is something of our bodies, because bones are made of calcium that belongs to the world surrounding us; mineral is the part of our bodies that is most stable and which can last over time. Bone remains can be found, while our flesh and fluids disappear sooner. In minerals, in marble, there is a stability, and it is not a coincidence that this stone has been used for centuries in sculpture; its whiteness is something that belongs to us, to our bodies, like our bones. The interest we have for things that surround us is always related to wanting to understand reality, and it is an understanding that is filtered through our bodies. We breathe minerals, we breathe dust, we breathe sand. It is something that is part of our lives, and each of our breaths are sculpture because their forms have the physical and chemical composition of air and when we inhale we create a volume.”
–Giuseppe Penone in conversation with Carolyn Christov-Bakargiev, Abitare il Minerale, Castello di Rivoli, May 17, 2017

“Intra-actions are practices of making a difference, of cutting together-apart, entangling-differentiating (one move) in the making of phenomena. Phenomena—entanglements of matter/ing across spacetimes—are not in the world, but of the world.”

“Ontological indeterminacy, a radical openness, an infinity of possibilities, is at the core of mattering. How strange that indeterminacy, in its infinite openness, is the condition for the possibility of all structures in their dynamically reconfiguring in/stabilities. Matter in its iterative materialization is a dynamic play of in/determinacy. Matter is never a settled matter. It is always already radically open. Closure cannot be secured when the conditions of im/possibilities and lived indeterminacies are integral, not supplementary, to what matter is. Nothingness is not absence, but the infinite plentitude of openness.”
–Karen Barad, What Is the Measure of Nothingness? Infinity, Virtuality, Justice. 100 Notes – 100 Thoughts | N°099. dOCUMENTA (13), Hatje Cantz Publishing, 2012Continue Reading..

11
Giu

Sophie Calle. Missing

Fort Mason Center for Arts & Culture (FMCAC) is pleased to present Sophie Calle’s Missing, a large-scale exhibition curated by Ars Citizen of the internationally acclaimed French artist. Featuring five of Calle’s most prominent projects, the exhibition is her most extensive to date in the United States. Conceived as a journey, Missing gathers five of Sophie Calle’s major projects – itinerant since their creation – into a site-responsive presentation across the historic and scenic FMCAC campus on the San Francisco waterfront. The corpus offers an overview of Calle’s art since the 1980s, and includes her iconic projects spanning the last decade: Take Care of Yourself, Rachel Monique and Voir la mer. Unveiling through a narrative of intimate stories, both personal and collective, Missing emphasizes the analogy of mother and sea (“mère” and “mer” in French), while proposing a reflection on the universal concepts of disappearance, loss and absence, central in the artist’s work and exploration.

Rachel Monique (2007)—Installed in the former U.S. Army Chapel, the poignant and poetic multimedia installation features the personality and final moments of Sophie Calle’s mother.

True Stories (1988)—In the vintage General’s Residence, True Stories presents a selection from Calle’s growing collection of personal belongings and autobiographical anecdotes crystallizing key moments in her life.

Take Care of Yourself (2007)—Located in Gallery 308, Take Care of Yourself documents 107 women interpreting a break-up letter Calle received from an ex-lover. This body of work was originally created for the French Pavilion of the 2007 Venice Biennale.

Voir la mer (2011)—In the Firehouse, which offers a stunning view of the San Francisco Bay, viewers will experience the film installation featuring residents of Istanbul, Turkey, seeing the ocean for the first time.

Also displayed in the Firehouse, The Last Image (2010) is a series of photographs and texts that portrays the last visual memory of blind people.

“Sophie Calle Missing” will be open and free to the public from June 29, 2017 through August 20, 2017.

Ars Citizen is curating parallel programs in partnership with leading San Francisco Bay Area cultural and educational institutions. They will include a conversation with Calle at FMCAC; a screening of Calle’s film and video works at UC Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive (BAMPFA) with a conversation between the artist and Lawrence Rinder, Director of BAMPFA; a presentation and book signing with Calle at City Lights Bookstore; and a Sophie Calle film anthology at San Francisco’s Roxie Theater. On the occasion of the event, Fraenkel Gallery will also present a special exhibition by Sophie Calle at FraenkelLAB. Additional events and details to come.Continue Reading..