Category: arte

22
Feb

Contemporary Experience

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la Galleria Emmeotto, è lieta di presentare la mostra Contemporary Experience, che celebra il decimo progetto espositivo all’interno di Spazio Arte, realtà che fa incontrare l’arte contemporanea e gli ospiti del boutique hotel, nella cornice del centro storico di Roma, a pochi passi da Piazza Navona, e il quarto anniversario dell’apertura della struttura. Gli eleganti ambienti e le raffinate camere del Relais Rione Ponte, al secondo piano di un palazzo del XVII secolo, sono il luogo ideale per ospitare le opere d’arte di artisti italiani e internazionali in un’atmosfera sofisticata dove le persone possono interagire con la creatività contemporanea. L’ospite diventa, nella propria camera e nelle aree comuni, interlocutore attivo delle opere, alcune ideate appositamente per gli spazi del relais, e protagonista della propria esperienza artistica.
In mostra, fino al 2 luglio 2018, una selezione di opere di quattro artisti che hanno allestito mostre personali nello Spazio Arte: Keziat nel 2015 e Marco Angelini, Verdiana Patacchini e Barbara Salvucci nel 2017 sotto la direzione artistica della Galleria Emmeotto. Pur nelle diversità stilistiche e formali, tutti hanno studiato progetti site specific per gli spazi portando le caratteristiche peculiari della propria ricerca artistica.

Marco Angelini (Roma, 1971; vive tra Roma e Varsavia) per l’occasione espone una serie di opere di diversa datazione per ripercorrere l’excursus espositivo già presentato nella personale Abstract Configurations lo scorso anno, ma con nuove proposte. Egli fa della superficie pittorica il luogo d’incontro di forme e materie, segni e significati. Una ricerca espressiva dominata dalle materie più diverse, per lo più di riciclo, base su cui va poi ad intervenire con pigmenti, polveri, colle, metalli e plastiche. Materia e colore si intrecciano nelle tele, lo spazio acquisisce, attraverso la modalità del prelievo oggettuale, una terza dimensione che è la continuità logica tra figurazione e astrazione. L’itinerario pittorico dell’artista è strettamente connesso allo studio della società e del reale che irrompe nelle tele attraverso gli oggetti della quotidianeità, la cui funzione originaria diviene di volta in volta trasformata stravolgendone il significato.Le opere di Marco Angelini sono state acquisite da diversi collezionisti a Roma, Milano, Londra, Varsavia, New York, Melbourne, Washington ed una di esse fa parte della prestigiosa collezione privata della Fondazione Roma (Palazzo Sciarra). Inoltre, espone in prestigiose sedi istituzionali e importanti gallerie in Italia e all’estero (Istituto Italiano di Cultura, Cracovia;  Banca Fideuram, Roma; Museo Carlo Bilotti, Roma; Museion, Bolzano; Novus Art Gallery, Abu Dabhi; Nowe Miejsce Gallery, Varsavia). Dal 15 marzo al 7 aprile 2018 sarà protagonista della personale Lo spazio del sacro al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma.

Il lavoro di Verdiana Patacchini (Orvieto, 1984; vive a New York) si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta l’utilizzo di differenti materiali, come metalli, carta, ceramica, polistirolo da cui le figure emergono con forza e carattere. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura in una dimensione poetica, mentre l’universo immaginifico si nutre di eterogenei elementi concettuali: letteratura, musica, poesia, sono le componenti essenziali della ricerca estetica di Verdiana, che investiga sulla qualità del segno e della materia, rivelatrice di immagini così come si è evinto dalla sua personale Muta Imago al Relais Rione Ponte, di cui, per l’occasione della mostra in corso, sono riproposte alcune opere fondamentali. Nel 2002, Verdiana si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Studia pittura tra Roma e la Spagna e nel 2007, con la cattedra di Giuseppe Modica, si diploma in pittura, con una tesi su Carlo Guarienti di cui diventerà allieva. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia. Da gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato d’Italia a Park Avenue. Negli ultimi anni ha vissuto viaggiando tra l’Italia e l’America e firma le suo opere con lo pseudonimo Virdi.

La ricerca di Barbara Salvucci (Roma, 1970) prende vita dalla sperimentazione sulla materia, realizzando le opere su diversi supporti come carta, stoffa damascata, zinco, bronzo e video, passando dal sofisticato tratto grafico dei disegni alle incisioni, fino alle opere con vernice fluorescente e le lightbox, pensate e realizzate appositamente per il Relais Rione Ponte per dare una maggiore connotazione site specific al progetto espositivo Skin, durante la personale appena conclusa. L’aspetto formale, composto dal segno meticoloso e attento e la padronanza della tecnica, è legato in maniera indissolubile alla componente emotiva che si riconosce in ogni opera, un viaggio inconscio all’interno del sé. La produzione di Barbara Salvucci è una personale e forte esperienza artistica, dove meditazione, concentrazione e gestione emozionale sono protagonisti dell’azione da svolgere sui materiali, in un insieme di creazioni legate tra loro da un’armonia dei segni, che viaggiano da una superficie all’altra. Barbara ha esposto in numerose mostre personali e collettive in importanti musei e gallerie in Italia e all’estero (Temple University, Roma; MACRO, Roma; MUSMA, Matera; Galleria Paola Verrengia, Salerno; Galleria L&C Tirelli, Vevey, Svizzera). Nel 2013 partecipa alla 55esima Biennale d’Arte di Venezia e nel 2016 due importanti mostre personali la vedono protagonista a Roma: INK al Museo Carlo Bilotti e SIGNS alla Galleria Emmeotto – Palazzo Taverna. Nel 2017, entra a far parte della collezione permanente del MOMA Hostel di Franco LoSvizzero, aderisce all’A-HEAD Project e partecipa alla mostra Limtless presso la Hybris Art Gallery a Roma e all’inizio del 2018  espone a Londra alla Gallery No20. Dal 2 al 4 marzo 2018 parteciperà alla prima edizione romana di ArtRooms Fair al The Church Palace Hotel.

Kezia Terracciano, in arte Keziat, (San Severo, 1973; vive a Roma). Nel corso della sua produzione artistica ha realizzato opere pittoriche su tela, disegni a penna su carta e tela, illustrazioni per importanti case editrici, fumetti, per poi sperimentare nel mondo delle animazioni video, installazioni e performance interdisciplinari di musica, danza, teatro e arti visive. Sempre evidente nella sua ricerca uno sguardo surreale sul mondo in cui gli elementi si muovono liberamente, all’interno di una dimensione onirica dove si intrecciano e fluttuano realtà e fantasia, immaginazione ed esperienza, emozioni e pensieri. Nonostante l’utilizzo di una tecnica complessa e articolata dal punto di vista estetico, Keziat non cede mai al decorativo, ma accoglie e coinvolge, nella propria narrazione, lo sguardo dello spettatore. I suoi progetti, dal 2009, assumono carattere internazionale e diventano itineranti come Visionaria  (San Severo, Roma, New York, Singapore e Amsterdam) e Hybrids (Miami, Bangkok). Inoltre, ha presentato i suoi lavori a Venezia, Parigi, Firenze, Hong Kong, Lussemburgo, San Francisco, Chicago, Los Angeles, Washington, Toronto, Stoccarda, Perth, Kuala Lumpur, Porto, Jakarta, Milano, Helsinki e Ljubljana Nel 2018 partirà il suo nuovo ciclo di mostre e performance Introspective.

Marco Angelini, Verdiana Patacchini, Barbara Salvucci e Keziat: quattro artisti diversi ma con in comune una profonda ricerca concettuale e un approccio performativo alla materia, che si diffondono per tutti gli ambienti del Relais Rione Ponte, proponendo in ogni spazio una diversa “esperienza contemporanea” che possa coinvolgere e ispirare l’ospite che la vive in un contesto di arte, design, e ospitalità sullo sfondo della città Eterna.

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20
Feb

Lorenzo Vitturi. Natural man-made, Oyinbo, and moving beats

Nato a Venezia nel 1980, Lorenzo Vitturi trasferisce l’eredità della laguna nel suo universo creativo, in cui un sapiente uso di luce e colore conferisce movimento e tridimensionalità a scatti fotografici che offrono anche evidente traccia, nelle caratteristiche allestitive e cromatiche delle composizioni, della sua precedente esperienza di pittore di scena e della sua passione per scultura e collage.

Il luogo di indagine prediletto di Lorenzo Vitturi è la strada, fonte inesauribile di idee, materiali e soggetti. In modo particolare il mercato, il primo luogo in cui l’artista generalmente si reca quando visita una città, rappresenta un perfetto microcosmo per osservare le dinamiche sociali, economiche e culturali di un territorio e, in generale, di un paese. E’ stato così nel caso del Ridley Road Market situato nel cuore di Dalston, distretto multiculturale dell’East London, e soggetto dell’acclamato progetto fotografico ‘Dalston Anatomy’ (2013). Attraverso surreali ritratti e funamboliche nature morte, Vitturi ci ha consegnato la testimonianza di una lenta trasformazione, resa ancor più evidente nel progetto successivo ‘Droste Effect, Debris and Other Problems’ presentato a Viasaterna, Milano nel 2016: la scomparsa della composizione multietnica di un quartiere in cui la convivenza di culture locali e provenienti dall’Africa, dalla Turchia, dalla Cina, dai Caraibi è costantemente minacciata da un’inarrestabile gentrificazione che costringe molti dei suoi abitanti ad abbandonare il quartiere.  Da qui l’interesse di Vitturi per la cultura dell’Africa occidentale, successivamente maturato durante la residenza in Lagos nel 2015 e concretizzatosi nel progetto ‘Money Must Be Made’ (2017), di cui viene presentata per la prima volta una selezione in occasione della mostra presso T293. Invitato dalla African Artists Foundation, l’artista non poteva non addentrarsi nel Balogun Market, smisurato e tentacolare mercato di strada, concentrandosi su una porzione in particolare: quella adiacente la Financial Trust House, palazzo di 27 piani ormai in completo disuso, una volta sede di multinazionali che nel tempo hanno dovuto trasferirsi altrove a causa dell’avanzare prepotente del mercato nel quartiere. Da un lato il caos travolgente del mercato, con le sue strade rumorose e banchi stracolmi allestiti con straordinaria creatività e arguzia; dall’altro i silenziosi interni abbandonati della Financial Trust House, distopica versione di un futuro scenario ipercapitalista in cui i loghi e grandi marchi giacciono ormai impotenti sotto una spessa coltre di sabbia sahariana.

Vitturi si è immerso nelle strade del mercato, osservando come le folle si fondevano in una massa indistinguibile di oggetti e persone. Dopo aver intervistato e ritratto i venditori e raccolto oggetti e prodotti di varia natura, Vitturi ha isolato questi materiali in studio: qui li ha assemblati, alterati con pigmenti e pitture, fotografati, stampati, riassemblati e infine rifotografati. Il suo intervento esclusivamente manuale, mai digitale, permette alle composizioni finali di non risultare artificiali ma di conservare quella materialità che accorcia le distanze con l’osservatore a cui sembra di poter toccare con mano i tessuti e gli oggetti che compongono le curiose e precarie installazioni che tentano di riprodurre i fantasiosi allestimenti osservati nel mercato. Nei ritratti dei venditori con le loro merci facciamo difficoltà a distinguere gli uni dagli altri, in un’apparente fusione tra umano e inorganico, simbolo di una invasione incontenibile di beni di consumo che travalica lo spazio circostante e si insinua nel profondo.

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08
Feb

Carlo Ciussi. La pittura come fisicità del pensiero

La galleria A arte Invernizzi inaugura mercoledì 7 febbraio 2018 alle ore 18.30 una mostra personale di Carlo Ciussi in occasione della quale vengono presentate opere degli anni Sessanta e Settanta in dialogo con lavori degli anni Novanta. Il percorso epositivo comprende anche una selezione di opere realizzate nel 1965 recentemente esposte presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia nell’ambito di “Postwar Era. Una storia recente”.

Come scrive Francesca Pola: “Carlo Ciussi ha interpretato l’arte come visione attiva del mondo, e come fisicità di un pensiero che non accetta alcuna neutralità di contenuto o decorativismo di forma, ma si pone come visione positiva possibile della realtà, ricreando costantemente nuovi spazi di espressione umana. È di questo paradosso che vive la sua opera, volutamente pensata per non essere categorizzabile secondo schemi correnti o canoni precostituiti, quanto come inesorabile e inesausta trasformazione dell’universo: dare corpo al pensiero come azione che interpreta il mondo. Senza descriverlo, ma per ricrearlo, in un incessante divenire che procede, senza soluzione di continuità, dall’esistenza stessa. (…) È in questa densità dell’immagine, che visualizza il mentale dell’uomo non semplicemente come portato razionale, quanto come complessità biologico-evolutiva del nostro immaginare e costruire civiltà, che si ritrova la più evidente continuità del lavoro di Ciussi. Nella sua opera, il palpitare dei segni o le scansioni degli spazi sono la struttura stessa della realtà, in un intenzionale coincidere di microcosmo e macrocosmo per cui l’immagine è frammento e soglia dell’infinito divenire dell’universo”.

Nelle opere appartenenti alla seconda metà degli anni Sessanta esposte al primo piano della galleria l’artista, attraverso intrecci tra elementi geometrici primari, suggerisce le forme del cerchio e del quadrato seguendo traiettorie che occupano solo in parte lo spazio della tela. In altri lavori, realizzati negli anni immediatamente successivi, le stesse forme si sviluppano in profondità, si sovrappongono in diverse aree di colore sino a giungere ad inserirsi le une nelle altre. Nella visione d’insieme proprio l’utilizzo che Carlo Ciussi fa delle cromie diviene una chiave elementare di lettura ed esse costruiscono, ritmandolo, l’equilibrio della struttura stessa dell’immagine. Questa stessa geometria connaturata al colore, che muta pur rimanendo sempre fedele a se stessa, diviene negli anni Novanta segno lineare, che si staglia su tutta la superficie in un all over senza soluzione di continuità. Opere tridimensionali quali Colonne e Struttura a cinque elementi(210×700 cm), le cui superfici vengono attraversate da una pluralità di linee rette spezzate che si intrecciano e si sovrappongono, si ergono nello spazio al piano inferiore della galleria e si ridefiniscono alla luce di una fisicità più marcata, acuendo in modo più evidente il dialogo con l’ambiente architettonico circostante.

In occasione della mostra verrà pubblicato un volume contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Francesca Pola, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

Carlo Ciussi. La pittura come fisicità del pensiero
catalogo con saggio di Francesca Pola
7 febbraio – 29 marzo 2018

A Arte Studio Invernizzi 

via D. Scarlatti, 12 Milano
lun-ven 10-13 e 15-19, sab su appuntamento
ingresso libero

Immagine: Carlo Ciussi. Struttura a cinque elementi, 1996 Olio su tela, 210×700 cm Courtesy A arte Invernizzi, Milano. Foto Bruno Bani, Milano

29
Gen

Mustafa Sabbagh | Sislej Xhafa. Umanità

Nello scorso mese di novembre è stata formalizzata la costituzione dell’Associazione Culturale Umanità, fondata con il proposito di occuparsi del concetto di integrazione tra culture differenti e di promuovere i valori supremi del rispetto per l’umanità, dell’empatia, della solidarietà. Ferrara ospiterà, il 26 gennaio 2018, il primo evento promosso dall’Associazione.

Luogo prescelto è il Museo di Casa Romei, antica edificazione signorile costruita tra il Medioevo ed il Rinascimento, che nel corso degli ultimi decenni del XIX secolo venne adibita a ricovero di indigenti: già nel 1872, a seguito dell’alluvione del Reno, numerose famiglie sfollate dai territori devastati furono alloggiate all’interno delle sue sale. Casa Romei è oggi eletta nuovamente – in virtù del suo farsi simbolo di Casa, e attraverso l’importante gesto di incontro tra due noti artisti contemporanei invitati da Umanità – a sito di accoglienza, rivivendo nella consapevolezza sincronica dell’importanza rivestita dal Museo attraverso il suo ruolo sociale[1].

Susseguente ad una tavola rotonda presieduta, dalle 17:30 alle 19:00, dal Professor Paolo Magri [Direttore dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e docente di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi], il tema dell’integrazione verrà dunque riflesso, dalle 19:00 alle 21:00 e nei giorni a seguire fino al 18 febbraio 2018, nelle visioni artistiche di Mustafa Sabbagh e Sislej Xhafa.

Internazionalmente riconosciuti come due tra i massimi esponenti dell’arte contemporanea, essi stessi privi di una precisa appartenenza geografica – se non quella alla sola umanità – i due artisti intrecciano le loro poetiche per la prima volta in questa occasione, con la curatela di Paola Nicita e Andrea Sardo. La mostra, realizzata con l’appoggio della Galleria Continua [San Gimignano], ha altresì ottenuto il patrocinio del MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali come evento di profonda rilevanza artistica.

«Lesposizione di Sislej Xhafa e Mustafa Sabbagh è loccasione particolare per assistere a un dialogo doppio: tra gli artisti contemporanei Xhafa e Sabbagh – entrambi, seppur con modalità differenti, legati ad una ricerca artistica indirizzata ad una riflessione sociale – e tra le opere degli artisti in dialogo con gli spazi di Casa Romei – abitazione ancor prima che museo, luogo di accoglienza, di ospitalità, d’arte e di cultura. Umanità è il fil rouge che lega l’indagine compiuta attraverso il lavoro artistico:  la ricerca di un valore da sottolineare come elemento di salvezza, inscindibile dalle ragioni più profonde dell’essere» [Paola Nicita].

Attraverso quattro interventi video ed installativi, selezionati specificamente all’interno del loro percorso artistico, Mustafa Sabbagh e Sislej Xhafa – entrambi presenti all’inaugurazione – aderiscono ad Umanità attraverso un gesto sapientemente artistico, ma innanzitutto profondamente, coscientemente Umano.

[1] In riferimento alla raccomandazione UNESCO 2015 «Museums as spaces for cultural transmission, intercultural dialogue, learning, discussion and training, also play an important role in education (formal, informal, and lifelong learning), social cohesion and sustainable development. Museums have great potential to raise public awareness of the value of cultural and natural heritage and of the responsibility of all citizens to contribute to their care and transmission. Museums also support economic development, notably through cultural and creative industries and tourism».Continue Reading..

22
Gen

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani

Inaugura sabato 27 gennaio alle ore 18.00 nel Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, in provincia di Venezia, la mostra collettiva Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani che riunisce le opere di Federica Landi (Rimini, 1986), Victor Leguy (San Paolo, 1979), Pedro Vaz (Maputo, 1977), Marco Maria Zanin (Padova, 1983).
I quattro artisti presentano in mostra lavori inediti realizzati nel corso di Humus Interdisciplinary Residence, piattaforma interdisciplinare che ha come scopo la contaminazione tra il mondo dell’arte contemporanea e quello di territori “al margine”, ancora estremamente legati al rapporto con l’agricoltura, le tradizioni del mondo contadino, il paesaggio, la terra intesa nel senso primario del termine.
Grazie a un periodo immersivo passato nella zona rurale del Veneto orientale compresa tra i comuni di Torre di Mosto, Eraclea e Caorle, in provincia di Venezia, a stretto contatto con la popolazione locale, gli artisti hanno potuto operare una rilettura delle identità locali attraverso l’arte in dialogo con diverse discipline. Un processo di narrazione che è anche strumento di creazione di consapevolezza e lo sviluppo della comunità stessa in futuro.
Se il lavoro di Pedro Vaz, paesaggista, si è centrato sulla rappresentazione di un tratto del fiume Livenza, Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin hanno deciso di focalizzarsi sulla rilettura e la narrazione in senso contemporaneo del patrimonio di oggetti appartenenti al Museo della Civiltà Contadina della piccola località di Sant’Anna di Boccafossa, che gli artisti hanno visto come una potenziale attrattiva per attività di educazione, turismo e ricerca.
In mostra saranno esposte una serie di fotografie di Federica Landi, una installazione di Victor Leguy, una video installazione e due grandi pitture di Pedro Vaz, fotografie e sculture di Marco Maria Zanin. Ci sarà inoltre una installazione collettiva realizzata dagli artisti Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin secondo il modello del deMuseo, dispositivo che mira a ripensare l’idea tradizionale di museo inteso come ente conservativo statico, divenendo al contrario un “organismo” dinamico dove le esperienze collettive sono il fondamento per raccogliere ed elaborare la storia e la memoria locale, che possa fungere da volano per fortificare l’identità e la coesione sociale di un territorio.
L’attività di rilettura dell’identità locale condotta da Humus Interdisciplinary Residence nel Veneto Orientale è stata individuata da VeGAL (Agenzia di sviluppo del Veneto Orientale) nell’ambito del Piano di comunicazione del Programma di Sviluppo Locale (PSL) Leader 2014/2020 “Punti, Superfici e Linee” che VeGAL gestisce nel territorio, con l’obiettivo di aumentare la qualità della vita e le opportunità di lavoro per la popolazione locale, in particolare i giovani, finanziando progetti che investono sul patrimonio ambientale, storico, culturale, agroalimentare del territorio.
Il progetto Humus Interdisciplinary Residence è nato nel 2015 su iniziativa dell’artista Marco Maria Zanin e coinvolge Carlo Sala, curatore e critico d’arte, e Michele Romanelli, psicologo e mediatore di conflitto. In occasione del seminario di conclusione dei lavori che avrà luogo il 25 febbraio 2018 alle ore 17.00 verrà presentata la pubblicazione contenente i testi critici, le immagini del processo artistico e delle opere.

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani
artisti: Federica Landi, Victor Leguy, Pedro Vaz, Marco Maria Zanin

a cura di Carlo Sala

Museo del Paesaggio di Torre di Mosto
Torre di Mosto, Località Boccafossa (Venezia)
28 gennaio – 25 febbraio 2018
opening: 27 gennaio 2018, ore 18.00
orari: sabato: 15.00-18.00 e domenica: 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Dal lunedì al venerdì su appuntamento.
visite guidate: domenica 28 gennaio, 4, 11 e 18 febbraio dalle 15.00 alle 18.00

Immagine: Federica Landi, Shell, 2017, stampa fine art su carta cotone, 70×100 cm

17
Gen

Poesia Interrotta. Enrico Fico e Simone Lingua

Poesia Interrotta è il titolo del progetto curatoriale presentato da Tiziana Tommei per la sesta edizione SetUp Contemporary Art Fair 2018 e incentrato su due artisti, Enrico Fico (Napoli, 1985) e Simone Lingua (Cuneo, 1981). In accordo con la mission di SetUp, fiera indipendente focalizzata sulla scena internazionale emergente, Tiziana Tommei propone l’opera di due artisti giovani, uniti in uno special project ideato sul tema dell’attesa, da essa intesa in chiave di antinomia. In particolare, la curatrice pone al centro una riflessione e scrive: «insita nell’attesa stessa è la logica della contraddizione: uno stato di apparente pax e stasi in cui in verità tutto scorre e che, in potenza, reca già in sé l’oggetto o evento in procinto di manifestarsi». Da questo punto muove la scelta di affiancare in mostra due artisti e insieme «due linguaggi artistici – e insieme due modi di vedere e concepire l’arte – molto distanti tra loro, se non addirittura assolutamente antitetici […] Da un lato il tono introspettivo e silenzioso, riservato ed emotivo, autobiografico ed ermetico del lavoro di Fico; dall’altro il carattere dinamico e programmato, estetico e scientifico, cinetico e ipnotico delle opere di Simone Lingua». Non per ultimo, il titolo del testo, Poesia interrotta, si rivela allineato con l’aspetto dell’antinomia e rafforzato in un ossimoro dalla dichiarazione aperta e diretta che apre lo scritto: «Ho sempre amato le attese». In linea con la scorsa edizione della fiera, a cui aveva preso parte come Galleria 33, Tiziana Tommei torna quest’anno a partecipare alla fiera sostenendo il lavoro di Enrico Fico, artista candidato con l’opera WAX sia al premio SetUp che al premio Tiziano Campolmi. Accanto a questa conferma, una nuova proposta: Simone Lingua, nome emergente dell’arte cinetica e optical.

Enrico Fico presenta tre progetti inediti: WAX, Sótto pèlle e Selected Objects. Opere di piccolo formato, nelle quali la cera è assoluta protagonista. Anche in queste nuovi lavori, egli mantiene al centro della sua ricerca il rapporto tra immagine e testo: un nodo che egli non vuole sciogliere, ma indagare in ordine alla sua entità ed essenza. Selected Objects rappresenta la proiezione in formato di sculto-installazione di Ghiandole, collezione presentata lo scorso anno a SetUp. Se in queste opere sono (ancora) gli oggetti inanimati il vocabolo di espressione scelto, WAX e Sótto pèlle segnano nel percorso di Fico l’inizio di un’indagine rivolta alla figura umana. Con l’apertura di WAX l’artista sceglie per la prima volta come soggetto il corpo umano (e il ritratto) e in Sótto pélle si spinge oltre. Tiziana Tommei descrive come segue quest’ultimo progetto: «Immagini mentali di un corpo fisico. Frammenti astratti di nudo, scomposto, indagato e catturato, eppure non deducibile persino nella sua entità immanente. Ombre, profili e dettagli nella quali non viene restituito nulla di epidermico e dove tutto è sublimato. Ogni scatto trascende la realtà sensibile, la pelle e le membra, per divenire un fatto intimo e personale, volutamente non intellegibile».

Simone Lingua espone in forma di installazione una delle sue ultime sperimentazioni in ambito cinetico: la cupola. Plexiglass cromato e verniciato, 60 cm di diametro e 30 di profondità: attraverso questa nuova dimensione, l’artista studia i riflessi di grafiche geometriche diverse su di una superficie convessa, creando nuovi cinetismi, che vengono perfezionati con effetti optical. Come scrive Tiziana Tommei «Per capire veramente l’arte cinetica di Simone Lingua occorrerebbe seguirne tutte le fasi di creazione: dall’ideazione, alla progettazione fino alla realizzazione dell’opera. Noi vediamo il risultato di un processo molto complesso: esso muove da un’idea puramente astratta, che immediatamente dopo si traduce in segno grafico – disegno a mano libera – per poi prendere forma attraverso i materiali. […] Il fulcro di tutto è il riguardante, o meglio il suo sguardo. L’artista, nel corso dell’iter creativo, è chiamato continuamente a misurarsi con il punto di vista dello spettatore. Potremmo definirla un’empatia di sguardi, una relazione a tre, tra soggetto che osserva, autore e oggetto osservato […]. Si cerca, attraverso la sperimentazione, di sorprendere e catturare l’altro, di mantenere la sua attenzione, invitandolo a lasciarsi trasportare».

Biografie
Enrico Fico è nato nel 1985 a Napoli. Vive e lavora ad Arezzo. Dal 2013 avvia l’attività espositiva, partecipando a mostre, festival e progetti site specific. Tra i progetti espositivi realizzati si citano: Albero, installazione site specific ideata e realizzata in collaborazione con Luca de Pasquale (Galleria 33, Arezzo, dicembre 2014); Dedicato a Sir J, Herschel, doppia personale a cura di Tiziana Tommei (Galleria 33, Arezzo, dicembre 2015 – gennaio 2016); Nyctophilia, doppia personale a cura di Tiziana Tommei (Galleria 33, Arezzo, novembre – dicembre 2016). Partecipa a Setup Contemporary Art Fair 2017 con Galleria 33, che lo presenta come artista under 35, candidando il lavoro À chacun son enfer al premio Setup artista under 35 con testo critico dedicato pubblicato su catalogo. Nel giugno del 2017 espone presso la Fortezza del Girifalco a Cortona nella mostra Take care, my love a cura di Tiziana Tommei. Partecipa inoltre alla seconda edizione di Art Adoption New Generation, esponendo a Palazzo Magini, a Cortona, dal 17 dicembre 2017 al 10 gennaio 2018. Dal 2014 il suo lavoro è seguito da Tiziana Tommei.

Simone Lingua è nato Cuneo nel 1981. Vive e lavora ad Arezzo. Gli esordi della sua carriera artistica sono legati alla pittura. I primi studi inerenti l’arte cinetica risalgono al 2010 e sono applicati alla progettazione in ambito architettonico per le facciate di Prada. Ha esposto in gallerie e spazi istituzionali, in Italia e all’estero. Tra il 2016 e il 2017 ha esposto al Pan di Napoli, al Louvre, al Castello Estense a Ferrara, alla Galleria Mirabilia a Reggio Emilia, a Palazzo Bentivoglio Gualtieri a Reggio Emilia, alla Galleria Accorsi a Torino, al Museo di Villa Mazzucchelli a Brescia, al Castello di Bratislava, alla Fondazione De Nittis a Barletta, al Castello di Sarzana, alla Galleria Idearte a Ferrara, al Museo Fondazione Sorrento e alla galleria TAG a Lugano. Nel luglio del 2016, Palazzo Gagliardi a Vibo Valentia, ha ricevuto il Premio come miglior opera concettuale. Di recente ha partecipato alla seconda edizione di Art Adoption New Generation, a Cortona. Tra i prossimi eventi espositivi si citano la personale presso la Galleria Idearte a Ferrara e la mostra Feel the Future ad Éléphant Paname a Parigi, entrambe in programma ad aprile 2018.

Poesia Interrotta
Enrico Fico e Simone Lingua

A special project curated by Tiziana Tommei
For SetUp Contemporary Art Fair 2018

1 – 4 febbraio 2018
Palazzo Pallavicini – Bologna
Spazio/Stand A6: Tiziana Tommei

Communication Manager: Amalia Di Lanno

Preview
giovedì 1 febbraio, ore 20.00 > 24.00

Apertura al pubblico
giovedì, ore 21.00 > 24.00
venerdì e sabato, ore 16.00 > 24.00
domenica, ore 11.30 > 22.00

Ingresso € 7,00
Ingresso gratuito per i bambini di età inferiore a 7 anni

12
Gen

Sol LeWitt. Between the lines

La Fondazione Carriero è lieta di presentare Sol LeWitt. Between the Lines, una mostra a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas organizzata in stretta collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt.
Nel decennale della scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), “Between the Lines” intende offrire un punto di vista nuovo sulla pratica dell’artista statunitense, esplorandone i confini – nel rispetto di quelle norme e di quei principi alla base del suo pensiero – e isolando i momenti fondanti del suo metodo di indagine e dei processi che ne derivano.
Attraverso un nutrito corpus di opere che ripercorrono l’intero arco della sua carriera – da 7 celeberrimi Wall Drawings a 15 sculture – e partendo dalla peculiarità degli spazi della Fondazione, il progetto espositivo esplora la relazione del lavoro di LeWitt con l’architettura. “Between the Lines” si basa su una chiave di lettura forte e innovativa, tesa innanzitutto a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino ad arrivare a sovvertire il concetto stesso di site- specific.
Con la collaborazione dell’architetto Rem Koolhaas – per la prima volta nella veste di curatore – in dialogo con il curatore Francesco Stocchi, “Between the Lines” affronta ampi aspetti dell’opera di LeWitt, con l’obiettivo ambizioso di superare quella frattura che tradizionalmente separa l’architettura dalla storia dell’arte e che caratterizza l’intera pratica dell’artista, rivolta più al processo che al prodotto finale, e scevra di qualsiasi giudizio estetico o idealista.

Sol LeWitt. Between the lines
fino al 23 giugno 2018

Orari di apertura
da martedì a domenica, 11.00 – 18.00
entrata libera
Chiuso il lunedì

Informazioni e prenotazioni
info@fondazionecarriero.org
Tel. +39 02 3674 7039

Fondazione Carriero
via Cino del Duca, 4 – 20122 Milano

Immagine: Sol LeWitt, complex form#34, 1990, ph. amaliadilanno  
gallery a cura di amaliadilanno

29
Dic

Corporale.Tomaso Binga e Donatella Spaziani

Il progetto espositivo approfondisce la tematica del corpo come soggetto, mettendo in relazione il lavoro di Tomaso Binga e Donatella Spaziani, due artiste appartenenti a  diverse generazioni.
Tomaso Binga trasforma i segni alfabetici in una scrittura vivente dove il corpo diviene esso stesso segno di un linguaggio altro. La sua scrittura sembra delineare per il corpo femminile molteplici possibilità per nuove interpretazioni, proprio come la poesia, al di fuori dalle strutture e dalle semantiche precostituite. L’arte di Donatella Spaziani, invece, indaga la dimensione dello spazio e del tempo in relazione al corpo, in questo caso sottoposto a una tensione emotiva che lo vede diviso tra ambienti spesso anonimi, provvisori ed opprimenti tipici del vivere contemporaneo, e un impulso alla fuga che anima, declinando in nuove forme, sagome scure nello spazio. Le loro opere presentano analogie nell’uso dei materiali, come la carta da parati, seppure con un’accezione personale e differente. In Tomaso Binga la carta da parati è superficie che rimanda alla passività a cui è associato il corpo femminile, incluso com’è tra pareti domestiche e ruoli imposti dalla tradizione, una passività che l’artista attraverso il suo segno riesce a sabotare, con arguzia e ironia; in Donatella Spaziani, la carta da parati è sintesi dello spazio circostante e sfondo emotivo in cui le sue sagome nere, silhouettes di corpi, si muovono e con cui si rapportano.

*testo del curatore
“Ciò che sempre parla in silenzio è il corpo” diceva Alighiero Boetti. E Jacques Lacan: “Chi non parla con la lingua parla con la punta delle dita”… Dalla Body Art in avanti il corpo è diventato uno dei materiali dell’arte: il corpo è linguaggio e può essere letto come un sistema di segni. Ma è in particolare quando il tema del corpo viene coniugato al femminile che viene legato al tema dell’abitare, della casa e della dimensione domestica. La pelle del corpo è il primo confine tra la persona e il mondo, il secondo confine è l’abito, il terzo l’abitazione. La casa è l’estensione, l’espansione del corpo. Ora questi due elementi si ritrovano accostati in due artiste del tutto differenti per generazione e percorso di lavoro, ma di cui questa mostra coglie alcune sorprendenti affinità relativamente alle opere esposte: Tomaso Binga (alias Bianca Menna) e Donatella Spaziani. Tomaso Binga, fra i più noti esponenti della poesia fonetico-sonora-performativa italiana contemporanea, “come forma di protesta di fronte ai privilegi maschili, decide di adottare un nome da uomo” scrive Paola Ugolini “Le scritture viventi di Binga nascono dunque con l’obiettivo di creare un’alternativa radicale al linguaggio maschile”. Scrittura Vivente è un alfabeto scritto direttamente dal corpo che si trasforma in segno. Il corpo è nudo, perché oppone maggiore resilienza al dominio maschile. Così avviene, sotto gli occhi del pubblico, la metamorfosi del corpo femminile in parola. Immagini fotografiche, come una mano da scrittore, vengono inscatolate “nelle forme cave e candide del polistirolo” (Giulio Carlo Argan), un materiale che interessa Binga perché è uno scarto, ma che viene riscattato dal suo candore fino a diventare un teatrino che mette in cornice l’immagine. Il contesto è quello “casalingo” (Dorfles) delle “quattro mura” (Cortenova) vestite a festa dalla carta da parati. La carta da parati è solcata da sottile grafia e il corpo stesso dell’artista si farà carta da parati. La carta da parati è protagonista anche dell’opera di Donatella Spaziani: si tratta di un lavoro che nasce in Russia, a San Pietroburgo, dove Spaziani ha fissato in una serie di autoscatti la propria silhouette e dove ha potuto prendere frammenti di pareti che possono ricostruire uno spazio. Le figurette nere si muovono sul motivo decorativo indicativo del contesto da cui provengono. La carta da parati è dunque contenitore e le decorazioni un elemento su cui far riposare le silhouette. “Tornata a casa ho ridisegnato la planimetria della casa così come la ricordo” dice Spaziani “Si tratta di una pianta emotiva”. Come la carta da parati anche il perimetro del corpo della stessa artista diviene un contenitore all’interno del quale disegnare. C’è poi il progetto intitolato Fuga con le maquette a forma di guscio di noce con materassi all’interno. Allude a un letto con forma concava e convessa e reca la memoria della fiaba di Pollicina, la minuscola bimba nata in un fiore che aveva per letto un guscio di noce con materasso di foglie di viola e per coperta un petalo di rosa… Fuga è anche termine musicale e anche nel disegno conta il suono della matita…
Laura Cherubini

Corporale. Tomaso Binga e Donatella Spaziani
A cura di Laura Cherubini ed Erica Ravenna
fino al 3 marzo 2018

Erica Ravenna Arte Contemporanea
E.R.A. Srl
Via Margutta 17 – 00187 Roma
t./f. +39 06 3219968   artecontemporanea@ericafiorentini.it
Lun-ven 10:30 – 19:30 | Sab 10:30 – 13:30 (o su appuntamento)

Immagine di apertura: Donatella Spaziani, senza titolo, 2008, disegno matita su carta, cm 100×70

19
Dic

Andreas Gursky. Bangkok

Con l’introduzione del digitale non si può più dare una definizione univoca del termine “fotografia”. Quando ho iniziato il mio lavoro, sentivo che sarei stato sempre dipendente dal mondo materiale. Sembrava più interessante essere un pittore nel proprio studio, libero di decidere cosa fare, come sviluppare la composizione. Non sono un pittore, ma ora ho la stessa libertà.
—Andreas Gursky

Gagosian è lieta di presentare una selezione di opere di Andreas Gursky dalla serie Bangkok (2011) e la monumentale Ocean VI(2010), esposte per la prima volta in Italia. La mostra coincide con il decimo anniversario dell’apertura di Gagosian a Roma. Gursky ha dimostrato che un fotografo può ideare e costruire—piuttosto che semplicemente “scattare”—foto del mondo contemporaneo, e realizzarle con la stessa scala della pittura monumentale. Così come i pittori di storia del passato trovavano i loro soggetti nella vita quotidiana, anche Gursky trae ispirazione dalla sua esperienza visiva personale e dai fenomeni globali comunicati dai media. Avendo utilizzato inizialmente il computer come semplice strumento di ritocco, ha poi esplorato le sue potenzialità per modificare le immagini: a volte combinando elementi dello stesso soggetto tratti da foto differenti, unendoli in un insieme intricato ma omogeneo, a volte decidendo di ritoccare pochissimo l’immagine. Le opere di Gursky hanno una coerenza formale che nasce dal dialogo audace e tagliente tra fotografia e pittura, rappresentazione e astrazione. Nel corso del tempo, l’artista ha ampliato i suoi soggetti inquadrando e distillando gli schemi e le simmetrie del mondo globalizzato, con i suoi flussi e reticolati di dati e persone, architettura e spettacolarizzazione di massa. Inseguendo l’obiettivo di creare “un’enciclopedia della vita”, il mondo di Gursky fonde il moto perpetuo dell’esistenza con la stasi della riflessione metafisica. Nella primavera del 2011 Gursky visita Bangkok e osserva il fiume Chao Phraya che scorre attraverso la città sfociando nel Golfo del Siam. Nelle fotografie di questa serie, l’artista immortala da vicino la superficie tremolante del fiume con le sue luminose increspature catturate in un’estesa struttura verticale a suggerire gli effetti cromatici dell’Impressionismo, o le intense composizioni dei modernisti americani del dopoguerra. Il fiume, nella sua costante trasformazione, mostra un mutevole e cangiante disegno; una simmetria come nelle immagini di Rorschach; o, come in Bangkok VI, una luminosa fascia turchese, riflesso della rete di plastica di un ponteggio per costruzioni. Tuttavia, questa bellezza formale suggerisce una realtà tossica e scientifica. Come i corsi d’acqua urbani in tutto il mondo, tra i quali anche il Tevere a Roma, il Chao Phraya attraverso l’obiettivo di Gursky rivela le sue diverse nature: discarica per ogni tipo di rifiuto (preservativi usati, materassi, copertoni d’auto); crogiolo di squilibri naturali (pesci morti e la bella ma devastante alga conosciuta come giacinto d’acqua); riflesso della città moderna in uno stato di flusso costante.

Ocean VI (2010) è un’immagine satellitare nella quale l’acqua diventa un sublime e imperscrutabile vuoto. Incantato dalle immagini della rotta di un lungo viaggio aereo, Gursky ne interpreta la rappresentazione grafica—i margini e le vette delle masse terrestri nitidamente delineate intervallate dalle vaste distese blu dell’oceano—come fosse una fotografia. Per la serie Oceans ha reperito foto satellitari in alta definizione, da cui ha generato la sua personale interpretazione di mare e terra, consultando mappe dei fondali per ottenere la giusta densità visuale. Dominata dall’Atlantico, con le isole caraibiche e parti della costa del nord e sud America visibili ai confini più estremi,Ocean VI sottolinea la vulnerabilità dei continenti della Terra, mentre i livelli degli oceani aumentano ad un ritmo crescente. Le opere di Gursky toccano così un tema fondamentale della vita contemporanea, rivelando le minacce ambientali su scala locale e globale.Continue Reading..

18
Dic

Franco Grignani: Subperception

Dal 10 febbraio al 24 marzo 2018, la Galleria 10 A.M. Art di Milano rende omaggio, a 110 anni dalla sua nascita, a Franco Grignani (1908-1999), artista tra i più profondi innovatori del Novecento.

Nell’ambito del costante lavoro di riscoperta e di presentazione del lavoro di Franco Grignani, figura poliedrica che si è mossa sul sottile confine che lega arte, design e grafica e che è stata celebrata la scorsa estate con una importante antologica alla Estorick Collection di Londra, la Galleria 10 A.M. Art si concentra ora sull’uso della fotografia che il grande artista e grafico lombardo ha praticato costantemente nel corso di tutta la sua attività, con particolare fervore negli anni cinquanta.

La mostra, curata da Marco Meneguzzo, in collaborazione con l’Archivio Manuela Grignani Sirtoli, presenta 20 opere tra sperimentali ottici su tela emulsionata e tavola e fotografie ai sali di bromuro d’argento.

La generazione artistica di Grignani è proprio quella che “scopre” le possibilità linguistiche della fotografia, spingendosi nel territorio, apparentemente estraneo a quella disciplina, che è l’astrazione. Come altri suoi coetanei, pionieri di questa “esplorazione” – primo fra tutti Luigi Veronesi -, Grignani vede schiudersi un mondo davanti a sé e lo approfondisce, non come se fosse avulso da altre pratiche artistiche, ma come connaturato a esse, quasi che la sperimentazione fotografica potesse essere propedeutica al lavoro di grafica “optical” che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Di fatto, fotografia, grafica e pittura si intersecano indissolubilmente nel lavoro di Grignani, che alla fotografia chiede di poter sperimentare le infinite varianti di pattern e textures simili, sia che intenda riportarle in pittura, sia che preferisca utilizzarle nella loro veste iniziale di carta emulsionata. In questo senso, la “Subpercezione”, è una delle categorie entro cui l’artista fa ricadere la visione delle sue opere. Come scrive Marco Meneguzzo, la “Subpercezione” è “una visione subliminale che sfrutta capacità “laterali” della mente nella visione dell’opera. La fotografia, utilizzata secondo empirismi segreti e gelosamente custoditi, e sempre per la produzione di superfici astratte regolari o distorte, anamorfiche o ripetitive, diventa così l’equivalente del bozzetto, dello schizzo iniziale dell’opera, ma al contempo ne costituisce anche l’essenza. Per questo, in mostra saranno esposte superfici pittoriche derivate da sperimentazioni fotografiche, tele emulsionate di estrema rarità e grandezza, oltre a un numero davvero cospicuo di carte fotografiche, firmate dall’artista, che testimoniano della puntigliosa ricerca della “variante” più interessante in un mondo in bianco e nero”. Accompagna la mostra un corposo volume bilingue (italiano-inglese), edizioni 10 A.M. Art, curato da Marco Meneguzzo, il cui saggio si accentra sulla pratica fotografica di Grignani. Il volume aggiunge un ulteriore tassello nell’analisi della sua figura d’artista, dopo le pubblicazioni “generaliste” di due anni fa (personale alla 10 A.M. Art) e dell’anno scorso (mostra all’Estorick Collection di Londra).Continue Reading..