Category: arte

04
Dic

Chen Zhen. Short-circuits

“Short-circuits” [cortocircuiti] è concepita come un’esplorazione immersiva nella complessa ricerca artistica di Chen Zhen (1955, Shanghai – 2000, Parigi) e riunisce per la prima volta oltre venti installazioni su larga scala realizzate tra il 1991 e il 2000 nelle Navate e nel Cubo di Pirelli HangarBicocca. Chen Zhen sviluppa la sua pratica artistica a partire dalla fine degli anni Settanta. Nato e cresciuto a Shanghai, in Cina, attraversa la Rivoluzione Culturale nella sua adolescenza, nel 1986 si trasferisce a Parigi. Inizialmente orientato verso la pittura, l’artista si avvicina progressivamente alla realizzazione di installazioni (la prima datata 1989), accostando oggetti della vita quotidiana come letti, sedie, tavoli, assemblati in composizioni che spostano questi elementi dalla loro funzione originaria per consegnarli a una dimensione metaforica. La produzione di Chen Zhen riflette in maniera paradigmatica il suo desiderio di trovare una sintesi visiva che integri le caratteristiche estetiche del suo paese di origine con quelle dei luoghi con cui entra in contatto, in uno scambio fluido e costante tra pensiero orientale e quello occidentale.

Il titolo della mostra in Pirelli HangarBicocca prende spunto dal metodo creativo sviluppato dall’artista, definito il “fenomeno del cortocircuito”: lo svelamento del significato recondito dell’opera d’arte nel momento in cui viene spostata dal contesto originale per cui era stata concepita in un luogo diverso. Un processo che conduce Chen Zhen a riflettere sul concetto di contaminazione simbolica e culturale come modalità di creazione artistica. La concezione della mostra riflette questa pratica, creando accostamenti inediti tra le opere esposte e mettendo in luce i numerosi rimandi e le connessioni presenti nel lavoro dell’artista in aperto dialogo con diversi temi: la globalizzazione e il consumismo, il superamento dell’egemonia dei valori occidentali e l’incontro tra differenti culture.

Tra le sue mostre personali di maggior rilievo, vi sono Rockbund Art Museum, Shanghai (2015); Musée Guimet, Parigi (2010); MART – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (2008); Kunsthalle Wien (2007); Palais de Tokyo, Parigi (2003–04); Pac – Padiglione d’arte contemporanea di Milano, Milano, MoMA PS1, New York (2003); Serpentine Gallery, Londra (2001); GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino (2000); Museum of Contemporary Art, Zagreb (2000); Cimaise & Portique, Albi (2000); Tel Aviv Museum of Art (1998); The New Museum of Contemporary Art, New York (1994); Le Magasin, Grenoble (1992).
Le sue opere sono state incluse in numerose collettive presso prestigiose istituzioni, tra cui Solomon R. Guggenheim, New York (2017-18); Ullens Center for Contemporary Art, Pechino (2007-08); Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi (2000-01); Witte de With Center for Contemporary Art, Rotterdam (1994); Grand Palais, Parigi (1988). Ha inoltre partecipato alla 4a Biennale di Lione, 2a Biennale di Gwangju (1997); diverse edizioni della Biennale di Venezia (2009, 2007, 1999); 3a Asia-Pacific Triennial of Contemporary Art, Brisbane (1999-2000).

Sulla base di quanto previsto dal Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, gli spazi di Pirelli HangarBicocca sono temporaneamente chiusi al pubblico fino a nuove disposizioni.

Chen Zhen. Short-circuits
A cura di Vicente Todolí / 15 Ottobre 2020 – 21 Febbraio 2021

Pirelli HangarBicocca
Via Chiese 2
20126 Milano
T (+39) 02 66 11 15 73
info@hangarbicocca.org

Immagine in evidenza: Chen Zhen, Jardin Lavoir, 2000. Courtesy Galleria Continua

25
Nov

Francesca Woodman: New York Works

Una mostra dedicata a una rara serie di fotografie a colori di Francesca Woodman allestita nel suo appartamento di New York nel 1979.

Nella sua breve carriera Francesca Woodman (1958-1981) ha creato uno straordinario corpus di opere acclamato per la sua singolarità di stile e di tecniche innovative. Fin dall’inizio, la sua attenzione si è concentrata sul rapporto con il suo corpo come oggetto dello sguardo e come soggetto attivo dietro la macchina fotografica.

A seguito dell’esposizione in galleria del 2018 riguardante opere realizzate in Italia nel 1977-1978, le opere di questo centro espositivo riguardano una rara serie di fotografie a colori che Woodman ha messo in scena nel suo appartamento a New York nel 1979. In queste immagini, e nelle fotografie in bianco e nero anch’esse realizzate a New York più o meno nello stesso periodo, Woodman contorce e inserisce il suo corpo nello spazio e nell’architettura, a volte anche “esibendosi” nella scultura classica attingendo a metodologie possibilmente incontrate nel corso del suo anno all’estero a Roma mentre era studentessa alla Rhode Island School of Design. Una delle principali influenze dell’arte italiana sul lavoro di Woodman è stata l’uso preciso della composizione, il quale è diventato sempre più sofisticato durante il suo soggiorno romano. Esplora la prospettiva e utilizza consapevolmente le strategie formali apprese dalla scultura classica e dallo studio di maestri fiorentini come Giotto e Piero della Francesca. Scrisse da New York nel 1980 a Edith Schloss, amica, pittrice e critica romana: “È buffo come mentre vivevo in Italia la cultura non mi abbia influenzato molto e ora ho tutto questo fascino per l’architettura, ecc.“

Se nelle precedenti fotografie di Woodman sono certamente presenti influenze italiane e classiche, esse raggiungono una nuova articolazione nelle opere realizzate a New York, culminate nella sua monumentale opera-collage inscindibilmente legata alla forma della diazotipia: Blueprint for a Temple, nella collezione del Metropolitan Museum of Art di New York, e nelle sue Caryatids, anch’esse incluse in questa mostra. Come sottolinea la critica Isabella Pedicini: “Insieme al suo continuo lavoro con la statuaria antica, l’inquadratura ricorrente del torso acefalo ricorda le caratteristiche salienti di una scultura antica”. Ci giunge spesso in frammenti. In ogni caso, il suo interesse per la scultura si concentra in particolare sull’esemplare stesso, la forma frammentaria che sopravvive… Temple Project (1980), in cui vediamo modelli come cariatidi sul lato di un tempio greco, rivela anche influenze classiche dirette”.

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11
Nov

Leandro Erlich – Soprattutto

Galleria Continua è lieta di presentare per la prima volta nei suoi spazi romani, presso l’iconico hotel The St. Regis Rome, la mostra personale di una figura di spicco della scena artistica internazionale, Leandro Erlich. L’architettura del quotidiano è un tema ricorrente nel lavoro dell’artista argentino volto a creare un dialogo tra ciò in cui crediamo e ciò che vediamo, così come a ridurre la distanza tra lo spazio del museo o della galleria e l’esperienza quotidiana. Case sradicate e lasciate penzolare appese a una gru; ascensori che non portano da nessuna parte; scale mobili aggrovigliate come fossero fili di un gomitolo, sculture spiazzanti e surreali quelle di Erlich, frutto di una ricerca artistica di matrice concettuale e incline al paradosso.

Maura Pozzati, storica dell’arte, critica d’arte e docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ci introduce “Soprattutto”, il progetto che l’artista concepisce appositamente per questa occasione espositiva.

“Soprattutto è il bel titolo che Leandro Erlich ha scelto per questa esposizione. Letteralmente significa “sopra ogni altra cosa, prima e più di tutto”: un concetto caro all’artista quello di amplificare il significato di una cosa attraverso l’esperienza, l’immaginazione e la condivisione collettiva. Basta guardare le sue nuvole per rendersi conto che sono qualcosa di conosciuto, di archetipico ma nello stesso tempo -nell’osservarle nelle loro forme diverse immobilizzate e congelate in una teca di legno- qualcosa di nuovo che si posiziona al di sopra della conoscenza e ci porta in un altrove magico, che ha a che fare con il senso estetico e con la poesia. Avevo scritto qualche tempo fa che il lavoro di Leandro si situa in una zona di confine tra il possibile e l’impossibile, tra ciò che conosciamo e ciò che immaginiamo: una vera e propria soglia tra ciò che è reale, o crediamo che sia, e quello che non lo è. In questo spazio liminare una cosa può essere “prima e più di tutto”, può diventare “soprattutto”, perché per l’artista esiste sempre una realtà parallela, uno stadio intermedio tra ciò che conosciamo e vediamo e ciò che ricordiamo e condividiamo insieme agli altri. L’esperienza del viaggio in aereo la facciamo tutti, chi più chi meno, ma è diverso lo stato d’animo e quello che ognuno di noi investe emotivamente “sopra” il viaggio stesso. La medesima cosa vale per il paesaggio: quello visto dall’alto quando stiamo per atterrare in aereo (probabilmente sarà esposto in mostra un tappeto che si potrà calpestare) e quello romano, con i suoi edifici, vie, strade e giardini dialogano contemporaneamente con le nuvole in cielo. Perché quello che ci comunica l’artista è che esiste una relazione tra le nuvole e il territorio e che il luogo descritto è qualcosa di conosciuto, che riconosciamo come naturale e già visto, ma anche qualcosa di strano e artificiale. La stessa nuvola la ritroviamo inscatolata di fronte a noi ma anche fotografata nel cielo di Roma, libera di muoversi nello spazio “sopra ogni altra cosa”. Tutta l’opera di Leandro Erlich in fondo gioca con la mente e con la percezione dello spettatore per potere ridefinire gli spazi della sua quotidianità, per uscire dal mondo dell’ordinario ed entrare in quello dell’extra-ordinario. Prima e più di tutto”.

 

El Avion 2011, Metal structure, fiber glass, plasma screen, 100 x 100 x 14 cm. Photo: Giovanni De Angelis

Leandro Erlich è nato in Argentina nel 1973. Vive e lavora a Buenos Aires e Montevideo. Negli ultimi due decenni, le sue opere sono state esposte a livello internazionale e sono entrate a far parte di collezioni permanenti di importanti musei e collezionisti privati. Erlich inizia la sua carriera professionale a 18 anni con una mostra personale presso il Centro Cultural Recoleta di Buenos Aires. Dopo aver ricevuto diverse borse di studio (El Fondo Nacional de las Artes, Fundación Antorchas), prosegue il suo percorso al Core Program, una residenza d’artista a Houston, Texas (Glassell School of Art, 1998) dove sviluppa due delle sue più note installazioni “Swimming Pool” e “Living Room”. Nel 2000, prende parte alla Biennale di Whitney e nel 2001 rappresenta l’Argentina alla 49° Biennale di Venezia. Le sue opere pubbliche includono: “La Democracia del Símbolo”, un intervento congiunto presso il monumento dell’Obelisco e il Museo MALBA che nel 2015 affascina la città di Buenos Aires; “Maison Fond” che celebra la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico a Parigi (Nuit Blanche, 2015), opera tutt’ora in mostra permanente alla Gare du Nord; “Bâtiment”, una delle sue più celebri installazioni, realizzata per Nuit Blanche (Parigi 2004) poi riprodotta nei paesi di tutto il mondo (Francia, Regno Unito, Australia, Giappone, Argentina, Ucraina, Austria); “Ball Game” commissionata nel 2018 dal CIO per commemorare le Olimpiadi estive della gioventù a Buenos Aires; “Port of Reflections” esposto al MMCA (Seoul, Corea, 2014), al MUNTREF (Buenos Aires, 2016) e al Neuberger Museum of Art (New York, 2017); “Palimpsest” in mostra permanente alla Triennale d’arte Echigo-Tsumari (Kinare, Giappone, 2018). Erlich ha ricevuto numerosi premi, tra cui: The Roy Neuberger Exhibition Award (New York, 2017), la Nomination per il Prix Marcel Duchamp (Parigi, 2006), l’UNESCO Award (Istanbul, 2001), El Premio Leonardo (Museo Nacional de Bellas Artes , Buenos Aires, 2000), el Fondo Nacional de las Artes (Buenos Aires, 1992).
Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali: El Museo del Barrio, New York (2001); MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma (2006); Centre D’art Saint Nazaire, Francia (2005); PS1 MoMA, NY (2008); MOLAA, Long Beach (2010); Barbican Centre, Londra (2013); 21st Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa, Giappone (2014); MMCA, Seoul, Corea (2014); MALBA, Buenos Aires (2015); ZKM, Germania (2015); Fundación Telefónica, Madrid, Spagna (2017); Neuberger Museum of Art, New York (2017); MORI Art Museum, Tokyo (2017/2018); HOW Art Museum, Shanghai (2018); MALBA, Buenos Aires, Argentina (2019); CAFAM, Pechino, Cina (2019); KAMU, Kanazawa, Giappone (2020); Voorlinden Museum, Olanda (2020). Solo per citarne alcune. Tra le mostre collettive ricordiamo: Nuit Blanche de Paris (2004); Palais de Tokyo, Parigi (2006); Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Spagna (2008); Fundación PROA, Buenos Aires (2009, 2013); Centre Georges Pompidou, Parigi (2011); Centquatre, Parigi (2011); MOT, Tokyo (2013); Shanghai Art Festival (2013); Spiral Garden, Tokyo (2017); Maison de l’Amérique Latine, Parigi (2018); Power Station of Art, Shanghai (2018). Tra le numerose biennali a cui ha preso parte: Biennale Mercosur (1997); 7° Biennale dell’Avana (2000); 7° Biennale di Istanbul (2001); 3° Biennale di Shanghai (2002); 1° Biennale di Busan, Corea (2002); 26° Biennale di San Paolo (2004); Biennale di Venezia (2001/2005); Triennale d’arte Echigo-Tsumari, Giappone (2006/2018); Palais de Tokyo, Parigi (2006); Biennale di Liverpool (2008); Biennale di Singapore (2008); 2° Biennale di Montevideo, Uruguay (2014); XIII° Bienal de Cuenca (2016); Bienal Sur, Buenos Aires (2017).

Il lavoro di Erlich è presente in molte collezioni private e pubbliche, tra cui: The Museum of Modern Art, Buenos Aires; Il Museum of Fine Arts, Houston; Tate Modern, Londra; Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi; 21st Century Museum of Art Kanazawa, Giappone; MACRO, Roma; Il Museo di Gerusalemme; FNAC, Francia; Ville de Paris et SCNF, Gare du Nord, Francia.

LEANDRO ERLICH
Soprattutto

GALLERIA CONTINUA
The St. Regis Rome, Via Vittorio E.Orlando 3 – Roma
La mostra sarà aperta al pubblico dal 6 novembre al 10 gennaio 2021
dal martedì al sabato 11.00 – 19.00 solo su appuntamento

 

Immagine in evidenza: Leandro Erlich – Cloud – White Bear 2014, Wenge wood, ultra clear glass, ceramic ink, led lights, 175 x 91 x 50 cm. Photo: Giovanni De Angelis

30
Ott

CHRISTIANE LÖHR

Il lavoro di Christiane Löhr nasce dal contatto diretto con la natura nella quale trova gli elementi e i segni del suo linguaggio espressivo: i semi di diverse piante, come cardi, edera, bardane, diventano i materiali per sculture di piccole dimensioni, oppure i crini di cavallo che utilizza per realizzare la trama dei suoi “disegni” tridimensionali, esili tessiture a tutto tondo, installazioni impalpabili che possono stare nel palmo di una mano o anche occupare grandi ambienti. L’artista è guidata dalla stessa geometria interna dei suoi materiali, così da realizzare architetture fluttuanti, sorprendentemente leggere e fragili, ma al tempo stesso forti e solide, che rivelano il suo interesse sperimentale per lo spazio e insieme un’attenzione costante al mondo intimo e segreto delle cose. Superficie e spazio sono i temi principali dei suoi disegni. Le sue strutture lineari “crescono” da un punto della parte inferiore della pagina al bordo superiore, e sviluppano quello che lei definisce un “flusso in uscita, dall’interno verso l’esterno”. Otticamente sembra che possano crescere all’infinito e conquistare la stanza.

Christiane Löhr è nata nel 1965 a Wiesbaden e vive e lavora tra Colonia e Prato. Ha studiato con Jannis Kounellis alla Kunstakademie di Düsseldorf. Nel 2016 è stata insignita del XIX Premio Pino Pascali e la Kunsthaus Baselland di Basel le ha dedicato un’importante mostra personale. Ha esposto in numerosi spazi pubblici e privati: Jason MacCoy Gallery, New York; Villa e Collezione Panza, Varese; MART Rovereto; Museum of Arts and Design, New York; Museum Wiesbaden; Fundació Pilar i Joan Miró, Palma de Mallorca; Kunsthalle Bern; Kunstmuseum Bonn; Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, Torre Pellice; Vangi Sculpture Garden Museum, Shizuoka; Fattoria di Celle, Collezione Gori, Pistoia. Ha partecipato a mostre collettive in importanti gallerie e musei in Italia e all’estero: 49ª Biennale di Venezia (2001); Terre vulnerabili, HangarBicocca, Milano (2010); Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea, MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna (2013); The Human Condition, National Centre for Contemporary Arts NCCA, Mosca (2015). Nel 2018, lo scultore Tony Cragg l’ha invitata a realizzare una mostra presso lo Skulpturenpark Waldfrieden da lui fondato a Wuppertal. Nell’estate 2020 la casa editrice Hatje Cantz di Berlino ha pubblicato un’ampia monografia su Christiane Löhr e in ottobre un suo lavoro permanente sarà installato nella chiesa di San Fedele a Milano.

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29
Ott

Katharina Grosse | Separatrix

Il filosofo Leibniz aveva una teoria riguardo la cosiddetta “separatrix”, la struttura intermedia tra due cose che sono in contraddizione tra loro. C’è sempre una linea. Da un lato c’è il blu, dall’altro il rosso. Però nella realtà il rosso coesiste nel blu, e il blu coesiste nel rosso. Leibniz sostiene che il cinquanta per cento di questa linea, di questa struttura intermedia, è ordine, e il restante cinquanta per cento è anarchia.
—Alexander Kluge

Gagosian è lieta di presentare Separatrix, una mostra di nuovi dipinti ed opere su carta di Katharina Grosse. Separatrix, prima personale dell’artista a Roma, coincide con la sua importante installazione It Wasn’t Us, attualmente in mostra all’Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart di Berlino.

Grosse recepisce gli eventi che accadono mentre dipinge, affidando gli spazi e le superfici al caso. L’artista caratterizza il gesto come un segno propulsivo della propria tecnica personale sia negli imponenti dipinti site-specific – dove usa un aerografo per spruzzare colore puro su oggetti, stanze, edifici e perfino su interi paesaggi – che nelle opere su tela, su carta e nelle sculture.

Grosse trascorre diversi mesi l’anno in una remota zona costiera della Nuova Zelanda settentrionale dove ha costruito, nel luglio 2020, un nuovo studio ad hoc. Lì, isolata nella natura, ha iniziato un nuovo corpus di lavori, applicando la spontaneità e l’immediatezza dei suoi “spray paintings” alla tecnica dell’acquerello.

Immaginando il foglio bianco come un rilievo topografico, l’artista ha sperimentato la tecnica del wet-on-wet (bagnato-su-bagnato) permettendo a pigmenti vivaci di galleggiare e di mescolarsi sulla superficie, lasciando dietro di sé pozze di colore e fioriture iridescenti. Tornata poi a Berlino, ha trasferito quelli che lei chiama gli “effetti” di questi acquerelli in una serie di dipinti di grandi dimensioni, impostando la tela in orizzontale, aggiungendo acrilici diluiti con il pennello e inclinando poi il supporto per produrre gocciolamenti e correnti multidirezionali come gesto secondario.

Prendendo spunto dalla teoria della “separatrix” di Leibniz, Grosse si diletta nell’alternanza di ordine e caos che nasce dai confini visivi – momenti di collisione e di propagazione nel medium, nella materia e nelle tonalità. Il suo approccio è scientifico oltre che pittorico: l’artista analizza in anticipo le proprietà tecniche della pittura, dell’acqua e della tela, utilizzando le loro interazioni alchemiche per realizzare specifici effetti ottici. Campi di colore si osmotizzano l’uno con l’altro e si scontrano come le colture su un vetrino; un’ampia pennellata si trasforma in una matrice di neuroni. Nelle mani di Grosse i dettagli microscopici del suo lavoro emergono con vigore, dando luogo ad eminenti composizioni formali che testimoniano momenti di flusso e di improvvisa chiarezza nel suo processo creativo.

La mostra Is it You?, che comprende un’imponente installazione e un gruppo di dipinti su tela, ha aperto l’1 marzo 2020 al Baltimore Museum of Art e prosegue fino al 3 gennaio 2021. It Wasn’t Us è in mostra alla Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart, a Berlino, dal 14 giugno 2020 fino al 10 gennaio 2021.

Katharina Grosse | Separatrix
October 31–December 12, 2020
Rome

Ufficio ​stampa

PCM Studio
Federica Farci
federica@paolamanfredi.com
+39 342 05 15 787

Gagosian
pressrome@gagosian.com
+39 06 4208 6498

Image: Katharina Grosse, Untitled, 2019. Ph. Jens Ziehe

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21
Ott

Bruno Querci. Attraverso

La galleria A arte Invernizzi inaugura giovedì 5 novembre 2020 dalle ore 16.30 alle 20.30 la mostra Bruno Querci. Attraverso, secondo appuntamento del ciclo In Divenire. Idea e immagine nella contemporaneità.

Con queste esposizioni si vuole indagare il rapporto tra progetto e opera in chiave inedita e attualizzante mostrando sia la specificità individuale, storica, contestuale delle scelte dei singoli artisti, sia l’attualità che il loro procedere creativo oggi rappresenta. In divenire appunto, tra ciò che è stato e ciò che sarà: in divenire, tra idea e immagine.

“Il mio lavoro – scrive Bruno Querci – è ed è sempre stato, fin dal suo inizio, caratterizzato dalla ricerca della naturalità dell’immagine, dalla involontarietà del risultato, dalla corrispondenza di modelli formativi a me consoni al di là dei fatti contingenti storico-culturali. Non è che l’artista non debba essere nel suo tempo cronologico, ma penso che abbia proprie necessità-visioni, elementi atemporali che devono essere espressi. Fin da subito ho lavorato con mezzi minimi, azzerando cromaticamente l’immagine, perseguendo la mia necessità e approdando alla bicromia bianco/nero, che io considero elemento formativo e non cromatico. Il nero per me è materia, soggettività, vissuto. Il bianco è luce, utensile stesso per formare l’immagine. Questo incontro/scontro con gli elementi minimi, basici della pittura crea un dinamismo sulla superficie. Da primo erano apparse forme archetipe, primordiali, come ad azzerare il conosciuto, a far germinare elementi nuovi, nuove possibilità. Successivamente questi elementi si sono fusi, creando una dialettica sulla superficie dove le possibilità espressive, rese libere, sono diventate infinite e caratterizzano il mio lavoro anche nel presente. Nella sala al piano superiore della galleria, ho voluto esporre Attraverso (1986) opera che rappresenta significativamente il passaggio della prima fase archetipo/germinale del mio ‘fare’ ad una apertura globale, ad una articolazione dell’immagine stessa. Questo lavoro mi ha permesso di capire l’alternanza tra forma finita e forma infinita, ad innescare la dialettica pieno/vuoto sulla superficie stessa. Altro elemento importante del mio lavoro è stato ed è il disegno, il progetto, che è per me elemento fondamentale, dove l’opera può formarsi e rendersi possibile evidenziandone la possibilità futura.”

Durante l’inaugurazione alle ore 19.15 verrà presentato il catalogo “Bruno Querci”, con testi di Hans Günter Golinski, Paolo Bolpagni e Francesca Pola, pubblicato in occasione della mostra A Darker Shade of Black che si terrà dal 24 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 presso il Kunstmuseum di Bochum.

Per partecipare alla presentazione del catalogo è necessario prenotarsi scrivendo a info@aarteinvernizzi.it entro mercoledì 4 novembre 2020.

A ARTE INVERNIZZI
VIA DOMENICO SCARLATTI 12  20124  MILANO  ITALY
TEL. FAX +39 02 29402855  info@aarteinvernizzi.it

In Divenire. Idea e immagine nella contemporaneità 2
Bruno Querci. Attraverso

inaugurazione giovedì 5 novembre 2020  dalle 16.30 alle 20.30

INGRESSO CONTINGENTATO NEL RISPETTO DEI PROTOCOLLI DI SICUREZZA PER IL CONTRASTO E CONTENIMENTO DEL VIRUS COVID-19

fino al 17 novembre 2020
ORARI: DA LUNEDÌ A VENERDÌ 10-13  15-19 SABATO SU APPUNTAMENTO

08
Ott

Giulio Paolini – Qui dove sono

La Galleria Christian Stein presenta un’esposizione personale di Giulio Paolini (Genova, 1940) dal titolo Qui dove sono, riferimento a un’opera in mostra e omaggio alla Galleria Christian Stein, dove Paolini espose per la prima volta oltre cinquant’anni fa, nel 1967, presso la sede di Torino e poi, regolarmente, per tutta la sua carriera, fino all’ultima esposizione nel 2016.

La mostra alla Galleria di Corso Monforte si articola in cinque opere di cui tre realizzate espressamente per l’occasione.

Scultura e fotografia, opportunamente elaborate secondo il linguaggio paoliniano, svolgono un racconto intorno al mito, alla classicità e alla storia; le immagini in mostra sono avvolte in una dimensione temporale assoluta, distante dai dati della realtà corrente.

Nell’opera, collocata a centro sala, In volo (Icaro e Ganimede) (2019-2020), il calco in gesso di Ganimede, copia di una scultura in marmo di Benvenuto Cellini (1500-71), è collocato su una alta base. Il giovane trattiene due ali di cartoncino dorato ad evocare il suo volo verso l’Olimpo, il mito di Ganimede si fonda infatti sulla bellezza del giovane di cui Zeus, il re degli dèi, si invaghì, questi lo rapì camuffandosi da aquila e lo condusse sull’Olimpo dove ne fece il suo amato. Al suolo una lastra quadrata trasparente lascia intravedere frammenti di un’immagine fotografica del cielo unitamente alla riproduzione della figura di Icaro tratta dal dipinto Dedalus et Icarus (1799) del pittore francese Charles Paul Landon (1761-1826), inoltre un antico mappamondo è posato sulla lastra di plexiglas a ridosso della base. Sia Ganimede che Icaro sono figure mitologiche legate all’atto del volo, Ganimede ascende verso l’Olimpo, mentre Icaro precipita in mare per essersi troppo avvicinato al sole che ne fonde la cera delle ali. Paolini dichiara a proposito delle due figure: “Due corpi nudi, l’uno precipitato al suolo, l’altro proteso verso l’alto, sono entrambi sospesi nella vertigine del volo (del vuoto). Sono attori volti a impersonare i destini paralleli di due personaggi: Icaro e Ganimede, fine e principio di una idea di Bellezza, di una stessa figura senza nome”.

Sulla parete di fondo Vis-à-vis (Kore), 2020 è composta da due metà del medesimo calco in gesso di una testa ellenistica femminile, una Kore, collocate una di fronte all’altra su due basi addossate ad una tela di grandi dimensioni che reca un disegno in prospettiva tracciato a matita. La tela funge dunque da “quinta teatrale”, da spazio scenico che ospita lo sguardo muto dei due volti. Eco di un modello assente e di un’immagine distante, mitica, il calco in gesso costituisce per Paolini uno strumento privilegiato, afferma infatti l’artista: “lo sguardo fissato in un quadro o in una scultura non si rivolge né all’autore né ad altri, non ammette né uno né molti punti di vista, riflette in sé la domanda sulla sua stessa presenza”.

La parete di sinistra ospita La casa brucia (1987-2004), l’opera si compone di quarantatre collage divisi in un compatto gruppo centrale di quindici e in un’ampia cornice perimetrale di ventotto elementi. In quelli del primo nucleo, la fotografia di un edificio in fiamme è combinata di volta in volta con particolari lacerati di riproduzioni fotografiche di opere o esposizioni precedenti dell’artista. Negli elementi perimetrali, invece, all’immagine dell’incendio si sovrappongono dei frammenti lacerati di fogli di carta usati abitualmente da Paolini (carta bianca, nera, millimetrata, da lucido ecc.). Nell’insieme, la cornice di “materiali” o strumenti preliminari – che annunciano un’opera ancora a venire – racchiude gli echi delle opere compiute e “già viste”.

Le pareti di destra ospitano una serie di collage dal titolo Qui dove sono (2019) che rimanda al luogo di residenza dell’artista, Piazza Vittorio Veneto a Torino, storica piazza porticata di forma rettangolare. La serie presenta varie prospettive tracciate a matita, sovrapposizioni e mise en abyme di immagini di diversa origine quali una riproduzione fotografica dell’atrio di ingresso dell’abitazione dell’artista, di un’antica stampa della Piazza o ancora una foto notturna dello stesso luogo. Alcuni collage presentano una figura di spalle intenta a osservare la Piazza (controfigura dell’artista stesso?), altre esibiscono una finestra prospettica nel punto di fuga. La Piazza diviene dunque il teatro ideale per inscenare rimandi di sguardi, inganni percettivi non privi di un’aura metafisica debitrice delle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico, non a caso evocato da figure presenti in due dei collage esposti.

Infine, tra la parete e la finestra, è collocata l’opera Passatempo (1992-98): su una base sono disposti innumerevoli frammenti di vetro, un ritratto fotografico dell’artista e alcuni frammenti di riproduzioni a colori di motivi astrali; in corrispondenza degli occhiali nel ritratto è posata una clessidra. In Passatempo l’autore guarda attraverso il tempo nel tentativo di cogliere ciò che il suo sguardo e la sua mano non possono rinunciare a inseguire. Frammenti di tempo (il ritratto del 1971), indizi di una dimensione assoluta (l’iconografia astrale), uniti alla clessidra (immobile), suggeriscono il desiderio dell’artista di trattenere l’istante ideale in cui potrebbe affiorare una visione compiuta.

Il progetto rappresenta uno dei due episodi espositivi che vedono Paolini impegnato a Milano nel corso del 2020; infatti la mostra di Giulio Paolini, Qui dove sono, alla galleria Christian Stein era inizialmente prevista ad aprile 2020, in concomitanza con Giulio Paolini. Il mondo nuovo, ospitata negli spazi milanesi di Palazzo Belgioioso alla galleria Massimo De Carlo. Inoltre, a partire dal 15 ottobre 2020 e fino al 31 gennaio 2021 il Castello di Rivoli ospita mostra di Giulio Paolini, Le chef-d’oeuvre inconnu, in occasione del suo ottantesimo anniversario.

Giulio Paolini, Qui dove sono

fino al 16 gennaio 2021

Tel. +39 0276393301

LUN-VEN | MON-FRI 10-19   SAB | SAT 10-13 | 15-19

Galleria Christian Stein, Corso Monforte 23, Milano

23
Set

Tomás Saraceno – Songs for the Air

With the Block Beuys, the Hessische Landesmuseum Darmstadt is one of the most important forums for contemporary spatial installations, therefore the museum plans to regularly invite contemporary performance and installation artists to present current positions on the 450 square meters of the museum’s Great Hall following Joseph Beuys’ example. The Block Beuys will thus be put in a new context and re-enters discussion.

For its 200th anniversary the museum invites the internationally acclaimed, born in Argentinia, in Berlin based artist Tomás Saraceno, for whom the connection between art and science is central. The Hessische Landesmuseum Darmstadt is one of the largest universal museums in the world and therefore offers the ideal space for Saraceno’s interdisciplinary work.

The solo exhibition Tomás Saraceno: Songs for the Air is composed of new encounters. It is an exhibition that both challenges and utilises technology to build new connections between us and the world, championing modes of participation that expand our awareness and work towards societal change. In this, Saraceno actualizes Beuys’ famous line “everyone is an artist,” illuminating who and what it is we share this planet with and presenting a catalyst for individual and collective action. The exhibition will furthermore expand upon one of Saraceno’s most pressing interests—to create an exhibition that is neither site nor time specific, and whose intention reverberates beyond the museum’s walls.

The COVID-19 crisis has laid bare the fact that, when it comes to public emergencies, be they due to a virus, pollution, or war, we must act together. This includes not only people from different nations but also animals from different species and forces, both living and nonliving. Our increased attention to the air and what it carries furthermore brings to the forefront the issue of environmental racism with its numerous casualties and countless battlegrounds. The continuous sonic ensemble Songs for the Air, specially developed for the Hessische Landesmuseum Darmstadt, will give voice to particles floating in the air – among them the harmful substances of PM2.5 and PM10. According to the World Health Organization 4.2 million deaths occur each year as a result of exposure to outdoor air pollution, with low and middle-income countries experiencing the highest burden. As Achille Mbembe wrote, “the long reign of capitalism, has constrained entire segments of the world population, entire races, to a difficult, panting breath and life of oppression.” In attunement to bodies and forces on air Saraceno draws specific attention to inequalities of the air that are often unforgivingly site-specific.

The exhibition also makes visible the many others, living and nonliving, with which we share our planet. Through his work with the community groups Aerocene and Arachnophilia, Saraceno sees a future for all things—free from borders, free from fossil fuels, free from the extractive, colonialist, capitalist ambitions that divide us. Through a series of digital artworks, including Saraceno’s Arachnomancy App and Aerocene App, he challenges technology to connect us to the world, bringing the exhibition into your phone and your home. Each App begins with the story of doing it together. “Right now,” he states, “we have our priorities backwards: capital flows freely, propelled by the fossil fuel economy, while people, empathy, and cooperation are stopped at borders.” Saraceno reminds us that following the patterns and forces of the wind, the sun, and weather the air has no borders. It belongs to no one yet gives itself freely to all. He also draws attention to the massacre of insects worldwide, which make up part of the Sixth Mass Extinction, due to the promulgation of glyphosate and other pesticides, loss of habitat and climate change.

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04
Set

Paolo Ventura. Carousel

Dal 17 settembre al 8 dicembre CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia ospita «Carousel», un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere Ventura unisce alla grande capacità manuale una particolare visione poetica del mondo, costruendo delle scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica. Con «War Souvenir» (2005), rielaborazione delle atmosfere della Prima Guerra Mondiale attraverso piccoli set teatrali e burattini, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC «The Genius of Photography» nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio del 2017.

In quest’occasione le sale del museo ospitano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi ricorrenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. Le prime sale dello spazio espositivo torinese diventano quindi un’autentica full immersion nella poetica di Ventura, un vero e proprio ingresso all’officina dove nascono e si compongono le storie elaborate dall’artista. Un viaggio e un racconto, dunque, secondo quelli che sono i temi e le modalità espressive predilette da Ventura, rappresentante di una fotografia volutamente narrativa: non a caso, i testi che accompagneranno questo percorso saranno stesi e scritti direttamente dall’artista, che diviene la voce narrante della mostra.

La seconda metà dell’esposizione sarà invece dedicata interamente a due nuovi e inediti progetti: il primo è “Grazia Ricevuta”, rivisitazione affettuosamente ironica del tema dell’ex voto, che Ventura naturalmente rielabora a partire dalla manipolazione dell’immagine e dalla presenza costante della sua figura e di quella delle persone a lui vicine. Un ulteriore affondo nella cultura popolare, così amata e ben conosciuta da Ventura, una cultura che da sempre fornisce icone e tematiche al multiforme artista milanese. Il secondo lavoro inedito è l’esito della partecipazione di Ventura al programma “ICCD/Artisti in residenza”, avviato a partire dal 2017 dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, ed esposto per la prima volta grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’Istituto del MiBACT. Sulla scorta della riflessione sulla rappresentazione delle vicende risorgimentali, Ventura indaga il tema della guerra e della sua rappresentazione in fotografia, influenzata dalla difficile accettazione della modernità del mezzo fotografico in un paese fortemente legato alla tradizione come l’Italia del XIX secolo. Tutto questo attraverso il romanzesco rinvenimento di una serie di rare carte salate risalenti al periodo risorgimentale, nel corso della residenza romana dell’artista. ​

Conclude la mostra una grande e spettacolare installazione, che trasforma l’intero lungo corridoio di CAMERA nel palcoscenico sul quale appare e si sviluppa una città immaginaria, composta dalle tante architetture realizzate da Ventura nel corso degli anni, riassemblate e reinventate per questa occasione in un allestimento di grande suggestione.

Curata da Walter Guadagnini la mostra sarà accompagnata da un volume monografico, pubblicato da Silvana Editoriale, che ripercorre per la prima volta in modo esaustivo e organico tutte le tappe salienti della ricerca dell’artista.

L’attività di CAMERA è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Lavazza, Eni, Reda, in particolare la programmazione espositiva e culturale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.

Paolo Ventura. Carousel

Torino, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

17 settembre – 8 dicembre 2020

Mostra a cura di Walter Guadagnini

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, 10123 – Torino
www.camera.to |camera@camera.to

Contatti
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Ufficio stampa e Comunicazione
Via delle Rosine 18, 10123 – Torino

Giulia Gaiato
www.camera.to | camera@camera.to
pressoffice@camera.to
tel. 011 0881151

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049 663 499
gestione3@studioesseci.net
www.studioesseci.net

Image: Behind the Walls#05 (da Behind the Walls), 2011

31
Ago

Olafur Eliasson – Sometimes the river is the bridge

Originally scheduled to begin on March 20, Olafur Eliasson’s exhibition at the Museum of Contemporary Art Tokyo opened on June 19. As neither the artist nor the staff of Studio Olafur Eliasson were able to come to Japan due to Covid-19, the exhibition, which involved the installation of 12 rooms of works including six rooms of new ones, was realized by communicating remotely.

The title of the exhibition, Sometimes the river is the bridge, suggests the possibility of bestowing form and function onto formless things—like invisible rivers that may appear to be bridges with a particular form and function, when viewed from a different, alternative perspective. Inspired by the theme of sustainability, this exhibition takes its point of departure from Eliasson’s interest in the environment, as reflected in how he has voiced his opinions at the United Nations as well as through projects like Little Sun (2012–) and Ice Watch (2014–). It is the result of a two-year dialogue with curator Yuko Hasegawa, partially in relation to the tsunami that occurred in the Tohoku region of Japan in 2011.

Eliasson, who is known for his work with water, fog, light, and other natural phenomena, deploys a unique artistic language that gives form to intangible and richly varied materials. In this exhibition, his specific intention was to shift the focus to the viewer’s ecological awareness: in other words, to imbue the perceptual experience with a different meaning or realization. What is unique here is not just the theme of the exhibition: the sustainability theme is also reflected in how it was produced. Consciousness of the carbon footprint associated with the act of staging the exhibition was manifested in how transportation was minimized by increasing the number of components that were locally produced, the choice of the means of transportation, and the use of renewable energy in the exhibition itself. Works were transported from Berlin to Tokyo not by air, but by train and boat via the Trans-Siberian Railway. 12 new drawings from a series called Memories from the critical zone (Germany–Poland–Russia–China–Japan, nos. 1–12) were automatically executed by a drawing machine as a result of the vibrations during the journey.

In addition, the light sculptures are powered by solar panels, while Sustainability Research Lab showcases the products of materials and designs that the studio has experimented with and developed, sometimes in collaboration with outside experts. The ecological and aesthetic ingenuity of the studio’s waste-based recycling processes are examined from multiple angles, becoming a statement about how the future should not just be waited for, but actively embraced and welcomed. As Eliasson himself says, “for me, all of these works articulate and express the future.”

The highlight of this exhibition is a new large-scale installation in the 20-meter long atrium space, called Sometimes the river is the bridge. A basin of water is placed in the center of the darkened space, while the reflections of twelve lights illuminating the surface of the water create various shadows on the circular screen wall above. The ripples caused by the gentle stirrings of the water surface take on a variety of forms, inviting the viewer to partake in a state of deep contemplation that resonates with these water ripples. This is not just an individual sensory experience, but also a medium for empathy with others who share the same space. Eliasson’s work takes into account the neo-materialist discursive nature of things: through the material structure of his work, he explores ways of creating a space of empathy that is accompanied by thought. In a certain sense, this particular work might be said to have achieved this goal.

In other works, such as photographs that capture the changes in Iceland’s glaciers over a period of 20 years, or documents of an intervention that causes a river to appear within a city, Eliasson deploys methods that promote awareness and knowledge production through form and space by understanding the structures external to our living spaces, such as architecture and landscapes, as elements of nature and climate. These methods are integrated into the theme of sustainability, welcoming many visitors as an exhibition that entails “feeling and thinking.”

Bilingual catalogue in Japanese and English, including photographs documenting new works, with a dialogue between Eliasson and Timothy Morton, a discussion by the Studio staff on sustainability, and an essay by Yuko Hasegawa on “Eliasson: The Artist who Listens to the Future.” (Film Art, Inc.)

Curator: Yuko Hasegawa

Organized by Museum of Contemporary Art Tokyo operated by Tokyo Metropolitan Foundation for History and Culture / The Sankei Shimbun
Supported by Embassy of Iceland, Japan / Royal Danish Embassy
Sponsored by Kvadrat, Bloomberg L.P., JINS HOLDINGS Inc.
Grant from The Scandinavia-Japan Sasakawa Foundation, Obayashi Foundation

Olafur Eliasson
Sometimes the river is the bridge
June 9–September 27, 2020

Museum of Contemporary Art Tokyo (MOT)
4-1-1 Miyoshi, Koto-ku
Tokyo 135-0022
Japan

www.mot-art-museum.jp

Image: View of Olafur Eliasson, Sometimes the river is the bridge, Museum of Contemporary Art Tokyo, 2020. Photo: Kazuo Fukunaga. Courtesy of the artist; neugerriemschneider, Berlin; Tanya Bonakdar Gallery, New York / Los Angeles. © 2020 Olafur Eliasson

source: e-flux