Category: video arte

10
Nov

Alejandro G. Iñárritu. CARNE y ARENA

Basato sul racconto di fatti realmente accaduti, il progetto confonde e rafforza le sottili linee di confine tra soggetto e spettatore, permettendo ai visitatori di camminare in un vasto spazio e rivivere intensamente un frammento del viaggio di un gruppo di rifugiati. “CARNE y ARENA” utilizza le più recenti e innovative tecnologie di realtà virtuale, mai usate prima, per creare un grande spazio multi-narrativo che include personaggi reali.

L’installazione visiva sperimentale “CARNE y ARENA” è un’esperienza individuale della durata di sei minuti e mezzo che ripropone la collaborazione tra Alejandro G. Iñárritu e il tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki con la produttrice Mary Parent e ILMxLAB.

“Nel corso degli ultimi quattro anni, mentre l’idea di questo progetto si formava nella mia mente, ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare molti rifugiati messicani e dell’America centrale. Le loro storie sono rimaste con me e per questo motivo ho invitato alcuni di loro a collaborare al progetto” afferma il quattro volte premio Oscar Iñárritu. “La mia intenzione era di sperimentare con la tecnologia VR per esplorare la condizione umana e superare la dittatura dell’inquadratura, attraverso la quale le cose possono essere solo osservate, e reclamare lo spazio necessario al visitatore per vivere un’esperienza diretta nei panni degli immigrati, sotto la loro pelle e dentro i loro cuori”.

Come afferma Germano Celant, Soprintendente Artistico e Scientifico della Fondazione Prada, “Con ‘CARNE y ARENA’, Iñárritu rende osmotico lo scambio tra visione ed esperienza, nel quale si dissolve la dualità tra corpo organico e corpo artificiale. Nasce una fusione d’identità: un’unità psicofisica dove, varcando la soglia del virtuale, l’umano sconfina nell’immaginario e viceversa. È una rivoluzione comunicativa in cui il vedere si trasforma in sentire e in condividere fisicamente il cinema: una transizione dallo schermo allo sguardo dell’essere umano, con un’immersione totale dei sensi. Il progetto di Iñárritu incarna alla perfezione la vocazione sperimentale di Fondazione Prada e la sua continua ricerca di possibili scambi tra cinema, tecnologia e arte”.

L’installazione è accessibile al pubblico solo tramite prenotazione online.
È possibile prenotare un solo biglietto alla volta.
I biglietti sono nominali e non cedibili.
Nuovi biglietti saranno resi disponibili da lunedì 13 novembre 2017.

Alejandro G. Iñárritu. CARNE y ARENA
7 Giu 2017 – 15 Gen 2018

Fondazione Prada
largo Isarco, 2. 20139 Milano
T +39 02 56 66 26 34
press@fondazioneprada.org

Image Courtesy 2017 Legendary

06
Nov

Chiharu Shiota. Direction

Chiharu Shiota is internationally renowned for her intricate and spectacular thread constructions. In her works Chiharu Shiota seeks to awaken feelings and memories in the public. In Bergen, her new work “Direction” will fill a large exhibition hall at KODE and completely encompass the visitors. Her complex thread constructions have been compared with “drawing in the air”, and frequently include everyday objects. Shiota has also employed photography and video in several of her installations. Her installation in Bergen is accompanied by selected drawings, sculpture, photography and film.

Boats from Western Norway
At KODE the artist will incorporate old boats from Western Norway in her work. These boats were once an everyday means of transportation along the coast outside of Bergen, and the title incorporates a reference to the act of travelling. At the same time Shiota touches upon navigating in a broader perspective: “I’ve been concentrating on the distance we cover in our lives, and the journey we take that has an unclear destination. We are heading in a certain direction but don’t know exactly where”, says the artist. With a background in painting and performance, Shiota has continued to develop her interest in the body and the bodily gesture in her installations. The visual impression is both fragile and massive, and the body’s response upon entering into the work is an important part of the artist’s objective.

Chiharu Shiota (b. 1972) was educated in Japan and Germany. In Germany she studied under Marina Abramović and Rebecca Horn, among others. Shiota has lived and worked in Berlin since 1996. Shiota has exhibited in museums around the world, such as MoMA PS1, New York (2003), La Maison Rouge, Paris (2011) and Kunstsammlung Nordrheinwestfalen, K21, Düsseldorf (2015). In 2015 she represented  Japan in the Venice Biennale, and gained considerable acclaim for her installation “The Key in the Hand”.

KODE is one of the largest art museums in Scandinavia, situated in Bergen, Norway, with collections spanning from the Renaissance to Contemporary Art. KODE holds more than 43,000 works, including world class collections of Edvard Munch and Nikolai Astrup, as well as several composer homes including Edvard Grieg’s Troldhaugen.Chiharu Shiota. Direction

Chiharu Shiota. Direction
October 27, 2017–April 1, 2018
KODE Art Museums and Composer Homes
Rasmus Meyers allé 9
5015 Bergen
Norway
T +47 53 00 97 04
post@kodebergen.no

Image: Chiharu Shiota, Earth and Blood, 2014

23
Ott

Bill Viola alla Cripta del Santo Sepolcro

In uno dei luoghi più suggestivi della città, tre video installazioni del grande artista Americano esposte nella più antica Chiesa sotterranea di Milano. Questo spazio carico di spiritualità ospita tre video installazioni che descrivono i grandi temi della vita – la nascita, la morte, la rinascita e la coscienza umana.

Dal 18 Ottobre al 28 Gennaio 2018, la Cripta del Santo Sepolcro a Milano sarà teatro di un intervento  artistico di grande risonanza.

Gli ambienti di uno dei luoghi più ricchi di spiritualità della città si apriranno alle opere del rinomato artista Bill Viola (New York, 1951). La mostra, dal titolo Bill Viola alla Cripta di San Sepolcro, organizzata da MilanoCard in collaborazione con Bill Viola Studio, promossa dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana e che vede come Partner istituzionali Regione Lombardia e il Comune di Milano, presenta tre opere di Bill Viola capaci di creare una dialettica tra l’antica chiesa ipogea, sita nel cuore dell’antica Milano, con temi che Viola ha esplorato nei suoi lavori, come la nascita, la morte, la rinascita e la coscienza umana. Il percorso espositivo allestito nella Cripta del Santo Sepolcro – riaperta dopo 50 anni e diventata immediatamente tra le principali mete culturali a Milano, con oltre 40.000 visitatori, si apre con The Quintet of the Silent (2000), in cui un gruppo di cinque uomini in piedi, molto vicini tra loro, sono attraversati da un’ondata di emozioni intense che minaccia di sopraffarli. Quando la sequenza inizia, la loro espressione, inizialmente indifferente, si modifica fino a un livello estremo, dopo di che comincia a calare, lasciando ogni persona esangue ed esausta. La lentezza del video, che permette al visitatore di cogliere appieno il mutamento dell’espressione del volto e del corpo, è caratterizzato da un chiaroscuro di stampo caravaggesco.

Il secondo lavoro, The Return (2007), appartenente alla serie Trasfigurazioni, riflette sul passare del tempo e del processo attraverso il quale l’essere interiore di una persona viene trasformato. Bill Viola ha scritto: “Da uno spazio scuro e granuloso, una donna si avvicina lentamente a un limite invisibile. Il suo passaggio attraverso la soglia tra la vita e la morte è violento, e si muove con riluttanza verso la luce trasformandosi in un essere vivente.”

Il viaggio attraverso la Cripta si conclude con Earth Martyr (2014) una delle quattro opere che costituiscono la serie Martyrs, dedicata ai quattro elementi naturali (aria, acqua, terra, fuoco), inaugurata nella cattedrale di San Paolo a Londra nel Maggio del 2014. Il video mostra una persona sepolta in un cono di terra che inizia a salire, dando colpi al suo corpo, che inizia anch’esso a salire, essendo stato intrappolato dal peso della terra. Durante questo viaggio, lo spettatore si troverà in sintonia emotiva con le opere di Bill Viola. Queste infatti agiranno come degli specchi, riflettendo le nostre stesse emozioni, che l’architettura e l’antica storia della Cripta amplificherà. “Io e Kira siamo onorati dal fatto che queste tre opere d’arte in movimento saranno esposte nella bella Cripta del Santo Sepolcro. Le tematiche atemporali affrontate dalle opere sono fortemente connesse a questo spazio sacro, dove sono conservati i pensieri e le parole delle innumerevoli persone che abitarono queste stanze a volta nei secoli.” Particolari anche gli orari di apertura, tutti i giorni dalle 17 alle 22 (ultimo ingresso alle 21), che rispondono sempre più alle esigenze di un pubblico giovane e dinamico che trova tempo per visitare mostre e monumenti soprattutto nelle fasce serali contribuendo quindi anche a tenere viva la città. Sarà inoltre offerta, tutti i sabati, in collaborazione con Neiade, l’opportunità di una visita in notturna (alle 23.00) con un’esperienza carica di emozioni date anche dalla suggestione di questo luogo vissuto a tarda sera. “La Cripta di San Sepolcro, da quando è tornata alla luce un anno e mezzo fa, non smette di brillare e di sorprendere le decine di migliaia di visitatori grazie anche ad un’offerta di contenuti in continuo aggiornamento e capaci di rispondere alle esigenze di diverse tipologie di visitatori – dichiara Edoardo Filippo Scarpellini Amministratore Unico del Gruppo MilanoCard – e siamo davvero felici di poter contribuire concretamente e continuativamente per riportare ad antico splendore questo straordinario luogo che ha visto passare la storia e la ha custodita”Continue Reading..

04
Ott

Alessandro Bernardini. Fragile

Domenica 8 ottobre 2017 dalle ore 16.00, presso la Cannoniera della Fortezza del Girifalco a Cortona, inaugura la mostra dal titolo Fragile, personale di Alessandro Bernardini a cura di Tiziana Tommei. L’evento, patrocinato dal Comune di Cortona, si inserisce nell’ambito della programmazione 2017 relativa all’arte contemporanea in Fortezza, è organizzato da Art Adoption, associazione attiva nella promozione e diffusione dell’arte contemporanea, e presentato dall’associazione OnTheMove. La mostra è stata realizzata grazie al supporto tecnico di Self Fioa.

Fragile è il titolo del progetto site-specific ideato da Alessandro Bernardini per lo spazio che lo ospita, la Cannoniera della Fortezza del Girifalco. Il concept è già dichiarato attraverso la scelta dell’immagine simbolo, Strike. Una sfera lucida e specchiata che, rievocando l’arma-emblema della cannoniera, viene liberata di qualsivoglia valenza e rimando allo status bellico per divenire oggetto ludico e strumento di scena. L’intera mostra ha come apparente tema la guerra, ma come soggetto reale il gioco. Specificatamente, si mette in scena questo secondo elemento, facendo appello alla negazione del primo. La palla di cannone viene letteralmente svuotata di massa, quindi di significato: da proiettile diviene palla da bowling, assumendo parvenza e leggerezza di un decoro natalizia. In linea con la sfera, le armi non sono presenti, ma rievocate mediante surrogati, fino al paradosso: se un’asse di legno verniciata di bianco mima il profilo sinuoso di un fucile – Arma bianca –  uova intere e non svuotate “diventano” Mine. Il titolo della mostra cita invece l’omonima installazione, Fragile. Essa, al pari di Protezione – opera realizzata a quattro mani con Monica Nofri – prende spunto da un episodio storico: durante la seconda guerra mondiale la fortezza cortonese divenne rifugio di 250 donne, figlie di italiani all’estero. A tale memoria riporta l’assemblage di manichini femminili, mentre la componente umana, introiettata nella composizione mediante performance, definisce il senso della mise en scène. Il progetto sebbene muova dallo spazio, in ultima istanza riduce quest’ultimo a pretesto per avviare una riflessione sul concetto di speranza: ad essa, secondo l’artista, si può giungere solo attraverso il disincanto e la lucida consapevolezza del presente. Il filo spinato si disfa e distendendosi perde gli aculei, liberando da qualsivoglia trincea. Il generale, privo di corpo, abbandona il campo: il suo abito è vuoto e appeso ad una gruccia, mentre le sue scarpe sono divise a metà e dalla spaccatura fuoriesce catrame. Si ricostruisce, impilando i blocchi di cemento l’uno sull’altro – Componili –  e non lasciandosi abbattere dallo spettacolo di macerie, mentre sul versante spirituale, si rende manifesta con le opere C. R. e Imma-colata la presenza del divino, sofferente e segnato, ma perennemente forte e potente.Continue Reading..

26
Set

Silvia Celeste Calcagno. Il pasto bianco (mosaico di me)

In un rincorrersi di rimandi e citazioni, da The Naked Lunch (il pasto nudo), capolavoro letterario di William Burroughs alla libera e omonima versione cinematografica firmata da David Cronenberg, Silvia Celeste Calcagno mette a punto un nuovo importante progetto realizzato per la personale a cura di Davide Caroli negli spazi della Biblioteca Classense di Ravenna, nell’ambito della Biennale di mosaico. La mostra nasce in collaborazione con il MIC Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza.

L’artista utilizza ancora una volta la ceramica, linguaggio con il quale ha da tempo trovato la sua cifra distintiva e originale ponendolo in dialogo con performance, installazione e fotografia. In questo caso l’indagine si arricchisce di un ulteriore elemento che chiama in causa il mosaico. Silvia Celeste Calcagno, che nel 2015 ha vinto il 59 Premio Faenza con Interno 8 La fleur coupée, composta da infinite tessere, aveva già intuito la potenzialità di questa espressione frammentaria, quasi un cut and up per riprendere ancora il riferimento a Burroughs e al suo modo sperimentale di utilizzare la scrittura. Mosaico come frammento, particolare infinitesimo, dove unendo le tessere si ricompone alla fine l’immagine, ma non la narrazione e neppure l’identità. E SCC lavora, da una parte con il consueto atteggiamento introspettivo, dall’altra con visceralità talora dura e spietata, sulla sua identità di donna, alle prese con l’eterna contraddizione tra corpo, oggetto costringente, limitato, e l’aspirazione a liberarsi dal peso, evadere dal limite, farsi altro. Corpo che è innanzitutto materia, e come tale viene trattato, eppure sfugge dalla tentazione descrittiva, a cominciare dalla rinuncia al colore. L’universo del “mosaico di me” è bianco, acromatico, inessenziale e sfuggente. Ogni volta che tenta l’ascesa verso l’alto, qualcosa di fisico lo riporta a terra. Ne intravvediamo solo i frammenti, altro non è dato. Da qui, dunque, il pasto bianco, installazione che ricompone tessere di corpo, un corpo che si pone innanzitutto come cibo, un banchetto cui chiunque potrà sedersi e mangiare, come nelle tavole imbandite dal maestro del cinema surreale Luis Bunuel. Dice SCC, “bianco come il colore della mia carne, privo del peso specifico di un corpo senza volto -che dunque perde l’identità dell’io per trasformarsi in archetipo- a pezzi, senza un luogo, perso nel vuoto, a volte protetto a volte sporcato dalla manipolazione e dal lavoro sul materiale”. Il pasto bianco, installazione site specific, copre come una pelle parte dello spazio attraverso lastre in gres di vari formati che sviluppano una tecnica che vede la fusione tra fotografia e materia. Altra installazione in mostra Una storia privata, ulteriore riflessione sul rapporto tra noi e gli altri, con segni ancor più sfuggenti e minimi, di un corpo destinato a lasciare la propria fisicità.Continue Reading..

22
Set

Nan Goldin.The Ballad of Sexual Dependency

Un diario visivo autobiografico e universale sulla fragilità degli esseri umani, che racconta di vita, sesso, trasgressione, droga, amicizia, solitudine. Un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta, riconosciuto tra i capolavori della storia della fotografia.
Il Museo di Fotografia Contemporanea, per la prima volta in Italia, presenta The Ballad of Sexual Dependency della fotografa statunitense Nan Goldin (Washington, 1953), a cura di François Hébel.

Lo sguardo di Nan Goldin abbraccia ogni momento della propria quotidianità e del proprio vissuto. L’artista fotografa se stessa e le travagliate vicende dei suoi compagni, nella downtown di Boston, New York, Londra, Berlino, tra gli anni ’70 e ’80. La sua è una fotografia istintiva, incurante della bella forma, che va oltre l’apparenza, verso la profonda intensità delle situazioni, senza mediazione alcuna. Nella totale coincidenza del percorso artistico con le vicende di una biografia sofferta e affascinante, Nan Goldin ha indubbiamente creato un genere: studiate, utilizzate e imitate in tutto il mondo, le sue immagini sono un modello rimasto intatto fino a oggi.

L’installazione è costituita da una scenografia ad anfiteatro che accoglie il pubblico e consente la visione dell’opera, un video che viene proiettato ogni ora. Completano l’esposizione materiali grafici e alcuni manifesti originali, utilizzati per le prime performance di Nan Goldin nei pub newyorkesi.

Il video, della durata di 42 minuti, viene proiettato nei seguenti orari:
10.40 / 11.25 / 12.10 / 12.55 /
13.40 /14.25 / 15.10 / 15.55 /
16.40 / 17.25 /18.10 /18.55 / 19.40

La Triennale di Milano
Nan Goldin.The Ballad of Sexual Dependency
A cura di François Hébel
19 settembre – 26 novembre 2017

Foto© Nan Goldin, Trixie on the cot, New York City 1979

13
Set

Davide Balula. Iron levels

Sono affascinato dalla strumentazione e dalla tecnologia in generale…Credo nell’idea di un corpo “prolungato”. Sappiamo così poco, percepiamo così tanto.
—Davide Balula

Gagosian è lieta di presentare “Iron Levels”, una mostra di nuove opere dell’artista francese Davide Balula. Surreale, spiritoso e impegnato, il lavoro di Balula esamina l’interrelazione tra filosofia, fenomenologia e fisica.

Per la galleria di Roma, l’artista ha creato un percorso esperienzale direttamente collegato all’architettura dello spazio. All’ingresso, i visitatori sono invitati ad attraversare un metal detector, strumento di indagine e controllo ormai onnipresente che tramuta gli oggetti personali in materiale sospetto e potenzialmente minaccioso. Il suo fine è rivelare  il metallo e il materiale non-corporeo che portiamo con noi ogni giorno—chiavi, monete, cellulare—e che consideriamo abitualmente come un’estensione di noi stessi, fungendo quindi da portale che separa lo spazio idealizzato della galleria dal mondo esterno.

Nella prima sala il visitatore è invitato a prendere in mano una sfera di acciaio. Il suo contenitore, scolpito da artigiani locali in pietra calcarea, rievoca la morbidezza e le curve della pelle e la resa anatomica dei Maestri scultori italiani.

La sfera e il suo supporto esplorano l’equilibrio gravitazionale tra il corpo e la Terra, invitando a riflettere sul peso, la massa e la densità.

La sala ovale ospita una nuova serie dei noti Burnt Paintings di Balula, realizzati appositamente per l’ampia curva della parete principale. Queste opere presentano due elementi binari: uno contiene il residuo di carbone che resta dal legno bruciato, e l’altro l’impronta su tela lasciata dallo stesso carbone. In gruppi di due, tre o quattro elementi per opera, questi “dipinti” vivono in una stretta relazione di positivo e negativo, come nella fotografia o nel processo di stampa. Il processo di creazione del carbone è lento e continuo con un graduale aumento e diminuzione della temperatura, in modo che il legno non diventi cenere ma possa essere bruciato ancora. I Burnt Paintings esaminano la ciclica, quasi alchemica, trasformazione di energia in natura, fenomeno fondamentale nel lavoro di Balula.

Davide Balula è nato nel 1978 a Vila Dum Santo, Portogallo e vive e lavora tra New York e Parigi. Il suo lavoro è incluso nelle collezioni del Centre Georges Pompidou, Parigi; Fonds National d’Art Contemporain, Parigi; Musée d’Art Contemporain du Val–de–Marne, Vitry–sur–Seine, Francia; Fonds Régional d’Art Contemporain Poitou–Charentes, Francia; e Fonds Régional d’Art Contemporain Provence–Alpes Côte d’Azur, Francia. Tra le personali recenti si annoverano :  “Sirène du Mississipi”, Musée de l’Objet, Blois & Ecole des Beaux Arts de Châteauroux & Bourges, Francia (2007); “Endless Pace”, Museums Quartier Vienna, Austria (2007); e “La main dans le texte”, Prix Marcel Duchamp, FIAC, Parigi (2015). Balula parteciperà alla prossima Biennale de Lyon nel settembre di quest’anno.

*English below

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11
Set

Corpo a corpo | Body To Body

La mostra analizza quel preciso momento in cui il lavoro degli artisti è caratterizzato dall’appropriazione di nuovi linguaggi che spaziano dalla danza all’evento, dall’happening al teatro, dalla pittura alla musica, dalla teoria alla scultura, dal cinema al video. All’interno di queste complesse vicende culturali, la mostra vuole ritagliare soltanto l’ambito in cui l’artista, lasciate le tradizionali forme dell’arte, utilizza il corpo come mezzo espressivo.

Un momento cruciale che copre i due decenni ’60 e ’70, anni di presa di coscienza e di autodeterminazione in cui si collocano le ricerche sperimentali che hanno declinato in vario modo le istanze femministe di alcune artiste come Marina Abramović, Tomaso Binga, Sanja Iveković, Ketty la Rocca, Gina Pane, Suzanne Santoro e Francesca Woodman e pioniere nella danza come Trisha Brown, Simone Forti e Yvonne Rainer negli scatti di Claudio Abate.

Negli ultimi anni il linguaggio del corpo è stato ripreso da artiste italiane dell’ultima generazione come la coppia formata da Eleonora Chiari e Sara Goldschmied, Chiara Fumai, Silvia Giambrone, Valentina Miorandi e Alice Schivardi – e del collettivo artistico con base a Parigi Claire Fontaine. Tutte hanno riattualizzato l’eredità ricevuta da chi le ha precedute, realizzando una serie di opere che compenetrano le ragioni dell’estetica con quelle della politica. Il loro lavoro ravviva quei caratteri che la critica americana Lucy Lippard riconosceva come contributo del femminismo all’interno della vicenda artistica degli anni ’70: un’arte che fosse “esteticamente e socialmente efficace allo stesso tempo” caratterizzata “da un elemento di divulgazione e da un bisogno di connessione di là dal procedimento e del prodotto”.

Ancora oggi la fotografia, il gesto e l’azione performativa sono gli strumenti ideali usati all’inizio degli anni ’60 dalle artiste per continuare lo scardinamento del linguaggio e dei mezzi espressivi classici e sottolinearne l’inadeguatezza. Il linguaggio verbale, infatti, spesso si è rivelato insufficiente per definire stati d’animo complessi. Per questo motivo la sua destrutturazione visiva, attraverso il collage e il video, è ancora fondamentale per esprimere sentimenti e punti di vista difficili da indagare con altri mezzi espressivi.Continue Reading..

06
Set

Mustafa Sabbagh. Mytho-maniac

E l’immagine divenne Mito, la carnalità di corpi ipercontemporanei contrappunta un gesto artistico atavico. CreArte Studio  è  orgogliosa di presentare mytho-maniac, progetto espositivo di Mustafa Sabbagh a cura di Carlo Sala.

Il campo di indagine entro cui agisce Sabbagh possiede la stessa plasticità liquida di una composizione (anti)musicale di John Cage, di una performance (anti)artistica di Hermann Nitsch, di un (anti)romanzo di Jean Genet, di un’opera (anti)teatrale di Carmelo Bene. Nutrito di simbologie antiche e di distorsioni elettroniche, il campo di indagine di Mustafa Sabbagh è l’habitat di un funambolo che avanza sapiente, potente, tra l’iconoclastia di un falso mito omologato e l’iconolatria di un contemporaneo Olimpo languido – nero, carnale, crudo, ieratico, lascivo, crocifisso, imbavagliato. Patologico. Mitologico. Tra l’ossessione emblematica del loop e il lirismo di uno sguardo in piano-sequenza, mytho-maniac è un pantheon post-umano che Sabbagh erige ponendo in un dialogo impossibile – come in ogni narrazione mitica, e in ogni autentico atto artistico – una selezione di opere tratte dalla sua serie “Onore al Nero” – un’Artemide assorta, un fauno adescatore, un Giano inquieto, sigarette come effimere Vanitas – unitamente ad un’opera inedita dal ciclo “Voyeurismo”, notturno orfico, con due tra le sue video-installazioni più celebri: “Chat Room”, connessione/confessione via chat di una complicità offline tra Cristo e Giuda, e “Anthro-pop-gonia”, dittici cinetici di vizi appartenenti tanto agli uomini, quanto a semidei nevrotici. Come le più grandi rese artistiche del mito – dall’epopea allucinata di Matthew Barney all’epica estenuante di Jan Fabre, dall’Alcesti in viraggio blu di Robert Wilson all’Orfeo sambista, nero, di Marcel Camus – Mustafa Sabbagh infetta miti e archetipi atemporali con la cultura virale di un social network, e con quella antivirale di una mente raffinatamente indipendente. Il Mito del Buon Selvaggio di Rousseau e il Mito della Caverna di Platone si scontrano e fanno l’amore, come nel Crash di Cronenberg, con gli anti-miti di China Blue, di Birdman, di Querelle; le magnifiche creature che ne scaturiscono, come semidei, sono inevitabilmente infette, come dei1.

Alla vastità di contenuti che affolla l’abisso mitopoietico di Mustafa Sabbagh – dialoghi di Platone e chat room notturne, grandi parate militari e storiche sfilate di Alexander McQueen, il Prometeo mal incatenato di André Gide e l’Ercole culturista di Werner Herzog, campionati, mixati e rieditati attraverso l’unico filtro del suo gesto artistico, anarchicamente punk – fa da contrappunto una sintassi compositiva riconoscibilissima. Il lessico artistico di Mustafa Sabbagh è costituito, nella fotografia come nel video, da un uso rarefatto del tempo, da ottiche che indulgono nei primi piani, da gestualità plastiche mai enfatiche, da una padronanza architettonica degli spazi e delle tecnologie nell’atto installativo, da suoni composti dall’artista, distorti a partire dalla conoscenza delle partiture: bombardamenti campionati e respiro fuori-sincro per Chat Room, singole sonorità elettroniche per ognuno dei dittici di Anthro-pop-gonia che, composte in scala di mi, producono un’allucinata sinfonia corale. Miti come emblemi e come esseri umani, che chiedono e trovano asilo indipendentemente da quale olimpo, larario, vangelo o xanteria provengano. Quella di Mustafa Sabbagh è un’arte pensante, che nasce sempre da profonde riflessioni e che nelle sue effigi – dinamiche nella sua fotografia, cristallizzate nella sua videoarte – congela urgenze etiche sotto le spoglie della più raffinata forma estetica. Muovendosi tra le cyber-vestigia di un microcosmo sempre al confine tra il distopico e l’utopico (dunque, nel più autentico umano), Mustafa Sabbagh affida infine all’osservatore, libero di attribuire alla sua arte un senso innescato ma mai fatto deflagrare, il potere supremo della dissolvenza, compendiata in mytho-maniac in una installazione a muro dei libri d’arte dedicati alla mostra: un lucido fade-out di una sua immagine che lentamente, dallo spettro cromatico, tornerà al nero assoluto, come dichiarazione simbolica «che ogni mutilazione dell’uomo non può che essere provvisoria, e che non si serve in nulla l’uomo, se non lo si serve tutto intero2». Come rileva Carlo Sala nel testo critico a suggello della sua curatela, «le figure de-mitizzate che popolano le installazioni di Sabbagh escono dai canoni delle narrazioni fondative e vogliono essere lo strumento per problematizzare e comprendere alcuni mutamenti che toccano l’uomo e la società del presente». Ecco il senso ultimo della parabola del Mito nell’arte di Mustafa Sabbagh. Le sue icone, come Narciso, invitano allo sguardo; attraverso esse Mustafa Sabbagh, come Prometeo, ci dona il Fuoco.

[comunicato stampa a cura di  Fabiola Triolo]

1 «Quelli che ci siamo lasciati alle spalle sono solo spettri verbali, e non i fatti psichici che furono responsabili della nascita degli dèi. Noi continuiamo a essere posseduti da contenuti psichici autonomi come se essi fossero davvero dèi dell’Olimpo. Solo che oggi si chiamano fobìe, ossessioni, e così via. Insomma, sintomi nevrotici. Gli dèi sono diventati malattie» [Carl Gustav Jung, Opere, ed. Bollati Boringhieri, 1970-1979]

2 [Albert Camus, Prometeo agl’Inferi – in L’Estate e altri saggi solari, ed. Bompiani, 1959]Continue Reading..

31
Lug

La Terra inquieta

La Triennale di Milano e Fondazione Nicola Trussardi presentano La Terra Inquieta, una mostra ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, parte del programma del Settore Arti Visive della Triennale diretto da Edoardo Bonaspetti.

Una mostra per raccontare le trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale e la storia contemporanea, affrontando in particolare il problema della migrazione e la crisi dei rifugiati.

La Terra Inquieta prende a prestito il titolo da una raccolta di poesie dello scrittore caraibico Édouard Glissant, autore che ha dedicato la sua intera opera all’analisi e alla celebrazione della coesistenza di culture diverse. L’esposizione racconta il presente come un territorio instabile e in fibrillazione: una polifonia di narrazioni e tensioni. Attraverso le opere di più di sessanta artisti provenienti da oltre quaranta paesi del mondo – tra cui Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia – e con l’inclusione di documenti storici e oggetti di cultura materiale, la mostra parla delle trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale e la storia contemporanea, focalizzandosi in particolare sulla rappresentazione della migrazione e della crisi dei rifugiati.

La Terra Inquieta esplora geografie reali e immaginarie, ricostruendo l’odissea dei migranti e le storie individuali e collettive dei viaggi disperati dei nuovi dannati della terra. Il percorso dell’esposizione si snoda attraverso una serie di nuclei geografici e tematici – il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide, la migrazione italiana all’inizio del Novecento – a cui si intersecano complesse metafore visive di questo breve e instabile scorcio di secolo.

Ponendo l’accento sulla produzione artistica e culturale più che sulla cronaca, La Terra Inquieta si concentra in particolare sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici. Mentre i media e la cronaca ufficiale raccontano di guerre e rivoluzioni viste a distanza, molti artisti conoscono e descrivono in prima persona il mondo da cui provengono i migranti. Le opere in mostra rivelano una rinnovata fiducia nella responsabilità dell’arte e degli artisti di raccontare e trasformare il mondo: non solo immagini di conflitti, ma anche immagini come terreno di incontro, scontro e scambio di punti di vista. Da questi racconti – sospesi tra l’affresco storico e il diario in presa diretta – emerge una concezione dell’arte come reportage lirico, documentario sentimentale e come testimonianza viva, urgente e necessaria.

La Triennale di Milano
Una mostra ideata e curata da Massimiliano Gioni
dal 28 aprile al 20 agosto 2017

Promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano
Direzione Artistica Settore Arti Visive Triennale Edoardo Bonaspetti

Immagine: Runo Lagomarsino, “Mare Nostrum” (2016) COURTESY FRANCESCA MININI, MILAN AND COLLECTION AGOVINO, NAPLES