Category: video arte

07
Nov

Hito Steyerl. The City of Broken Windows

Hito Steyerl (Monaco, 1966) è una tra gli artisti e teorici più attivi del nostro tempo e le sue riflessioni sulla possibilità di pensiero critico nell’era digitale hanno influenzato il lavoro di numerosi artisti. Ha rappresentato la Germania alla 56. Biennale di Venezia nel 2015. La sua opera si concentra sul ruolo dei media, della tecnologia e della circolazione delle immagini nell’era della globalizzazione. Sconfinando dal cinema all’arte visiva e viceversa, l’artista realizza installazioni in cui la produzione filmica viene associata alla costruzione di ambienti immersivi ed estranianti. In occasione della mostra nella Manica Lunga del Castello di Rivoli, Steyerl crea una nuova installazione multimediale basata sul suono, sul video e sull’intervento architettonico. Steyerl presenta in anteprima The City of Broken Windows (La città delle finestre rotte, 2018), nata dalla sua ricerca attorno alle industrie di AI (artificial intelligence), sulle tecnologie di sorveglianza e attorno al ruolo che i musei d’arte contemporanea svolgono nella società oggi. L’artista indaga il modo in cui l’intelligenza artificiale influenza il nostro ambiente urbano e come possano emergere atti pittorici alternativi in spazi pubblici. Schermi, finestre, cristalli liquidi e non liquidi si legano tutti insieme in questa nuova installazione, la prima realizzata dall’artista dopo Hell Yeah We Fuck Die (Eh già cazzo moriamo, 2016), nella quale Steyerl esaminava la performatività e la precarietà dei robot. Creata per la Biennale di San Paolo, l’installazione Hell Yeah We Fuck Die è stata recentemente esposta a Skulptur Projekte a Münster (2017), è attualmente in mostra al Kunstmuseum di Basilea ed è stata acquisita per le Collezioni del Castello di Rivoli.

The City of Broken Windows ruota attorno a registrazioni alterate di suoni; come in una sinfonia atonale e disturbante, esse documentano il processo d’apprendimento dell’intelligenza artificiale alla quale viene insegnato come riconoscere il rumore di finestre che si rompono, una pratica comune all’industria e alla tecnologia della sicurezza nella nostra società. Il progetto di Steyerl offre un contributo cruciale e una prospettiva intrigante su come l’immaginario contemporaneo digitale plasmi le emozioni e l’esperienza del reale. Fra l’altro, Chris Toepfer, protagonista della nuova opera, occluderà il Castello di Rivoli con un dipinto trompe l’oeil. Le riflessioni di Steyerl sono contenute nei suoi numerosi scritti. Tra i suoi testi più importanti, ha pubblicato In Defense of the Poor Image (In difesa dell’immagine povera) nella rivista online e-flux nel 2009. Recentemente, i suoi scritti sono stati raccolti in volumi come The Wretched of the Screen (I dannati dello schermo), e-flux e Sternberg Press, 2012 e Duty Free Art. Art In the Age of Planetary Civil War, Verso Press, Londra e New York, 2017, pubblicato in Italia con il titolo Duty Free Art. L’arte nell’epoca della guerra civile planetaria, Johan & Levi, 2018.

La mostra sarà accompagnata da una nuova pubblicazione a cura del Castello di Rivoli per i tipi di Skira e da un simposio sull’intelligenza artificiale che si terrà il 12 dicembre 2018 al quale parteciperà tra gli altri Esther Leslie, Professore di Estetica Politica presso Birkbeck, University of London.

La mostra è realizzata con l’ulteriore sostegno di Graham Foundation for Advanced Studies in the Fine Arts, Andrew Kreps Gallery, Collezione E. Righi, Marco Rossi, Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT.

Hito Steyerl. The City of Broken Windows / La città delle finestre rotte
A cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marianna Vecellio
1 novembre 2018 – 30 giugno 2019
Inaugurazione: 31 ottobre 2018, ore 19

Castello di Rivoli. MUSEO D ’ A R T E CONTEMPORANEA
Piazza Mafalda di Savoia – 10098 Rivoli (Torino) – Italia
tel. +39/011.9565222 – 9565280 fax +39/011.9565231
e-mail: info@castellodirivoli.org

Ufficio Stampa Castello di Rivoli
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Consulenza Stampa
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30
Ott

Jan Fabre: The Castles in the Hour Blue

I Castelli nell’Ora Blu , è la prima mostra personale a Milano dell’artista, creatore teatrale e autore Jan Fabre, curata da Melania Rossi.
In mostra una selezione di lavori – in gran parte in anteprima assoluta perché provenienti dalla collezione dell’artista, e messi ora a disposizione del pubblico- realizzati da Jan Fabre dalla fine degli anni Ottanta, incentrati su due temi particolarmente significativi per l’artista: i castelli e l’Ora Blu. Disegni, collage, film e opere fotografiche compongono un percorso nell’immaginario più “romantico” e poetico, ma sempre radicale e simbolico, di uno degli artisti più interessanti della scena contemporanea.
Se il castello è il luogo della favola romantica per eccellenza, i castelli di Jan Fabre hanno qualcosa di diverso, sono infusi del personale romanticismo dell’artista, che si definisce “cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza”.
La tonalità dell’inchiostro Bic ricorda all’artista l’atmosfera di quell’ora speciale tra la notte e il giorno, tra il sonno e la veglia, tra la vita e la morte. L’Ora Blu, teorizzata da Jean Henri Fabre, considerato il padre dell’entomologia, è un momento di totale silenzio e perfetta simmetria in natura, quando gli animali notturni si stanno per addormentare e quelli diurni si stanno svegliando, in cui i processi di metamorfosi hanno atto.
Anche nei grandi formati in mostra, l’attenzione si concentra naturalmente su piccole porzioni di disegno per seguirne le linee ora più lievi, ora più marcate, oppure trova un immaginario punto di fuga negli insetti-foglia applicati sulla carta, che formano profili di torri castellane. Come di fronte al grande telo in seta di quasi diciassette metri (Un Castello nel Cielo per René, 1987) che è esposto all’interno della Basilica di Sant’Eustorgio, al cospetto della scultura nella Cappella Portinari o nell’opera site specific che l’artista ha realizzato sul lucernario di BUILDING, siamo dentro il disegno, che diviene spazio, casa, castello.

Jan Fabre: The Castles in the Hour Blue
a cura di Melania Rossi
22 Sep 201822 Dec 2018

BUILDING
Via Monte di Pietà 23, Milano
Mar – Sab, 10:00 – 19:00

Basilica di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari
P.zza Sant’Eustorgio 1, 20122 Milano
Lun – Dom, 10:00 – 17:30
Ingresso Capella Portinari: €6

English below

BUILDING is pleased to present The Castles in the Hour Blue, the first solo exhibition ever held in Milan of the visual artist and theatrical author Jan Fabre. The exhibition, curated by Melania Rossi, will open to the public on 22 September, with site specific installations at BUILDING; it will also feature ad hoc installations in two institutional places of the city of Milan, such as the Basilica of Sant’Eustorgio and the Portinari Chapel.

On view will be a “world premiere” selection of artworks – for the main part, never seen before since part of the artist’s collection, now available to the public for the very first time – made by Jan Fabre since the late Eighties, focused on two themes which are particularly important to the master: castles and the Hour Blue. Drawings, collages, videos and photographic works bring together a journey in the most “romantic” and poetic – but always radical and symbolic – imagery of one of the most important artists on the contemporary scene. The aesthetic and ethical fusion of the two themes in the conception of Jan Fabre, declared in the title of the show, is evident in the exhibited artworks, starting from Tivoli(1990), one of the works that consecrated the artistic career of Jan Fabre at an international level. In this case, Fabre had completely covered the Tivoli castle (Mechelen) in sheets all drawn in blue Bic, which had been left transforming under the sun light and bad weather. A real architectural performance that the artist had been recording during day and night, releasing a 35 mm short movie that will be on view at the gallery. “Sometimes the castle has a purple reflection, sometimes more towards the red, then a silvery glow, to then turn into intense blue bic again. (The sculpture-drawing trembles and lives with its enigmas)”, Fabre writes in his nocturnal diary during the realization of the work.
The tone of the Bic ink reminds the artist of the atmosphere of that special hour between night and day, between sleep and awakening, between life and death. The Hour Blue, a sublime moment of complete silence and perfect symmetry in nature, when nocturnal animals are about to fall asleep and the diurnal ones are waking up, in which the processes of metamorphosis take place. Theorized by Jean-Henri Fabre, considered the father of entomology, the Hour Blue has inspired Jan Fabre a production of Bic pen drawings of different sizes, but it is mostly in the large works that the eye is completely immersed in the dense blue lines, where it is difficult – if not impossible – to embrace the work in its entirety. The drawing, in this production by Fabre, acquires a dignity which is not only autonomous but also three- dimensional, becoming sculpture, architecture; it is not a mere preparation for a painting or a draft sketch for a sculpture, it is an immersive artwork that reveals the most intimate, true and instinctive feeling of the artist’s thought. On this idea Jan Fabre has been working since his beginnings, since the birth of his “bic art”. “I want my viewers to be able to abandon themselves to the physical experience of drowning in the apparently calm sea of my blue bic drawings”, the artist writes in 1988. Even in the large formats on display, the attention is naturally captured by small portions of drawing in order to follow the lines, now subtler, now more marked, or it finds an imaginary point of escape in the leaf-insects applied on the paper, which form profiles of castle towers. As in front of the large silk installation displayed inside the Basilica of Sant’Eustorgio, in presence of the sculptures in the Portinari Chapel or in front of the site specific work that the artist will make at BUILDING, we are inside the drawing, which becomes space, house, castle. If the castle is the place of the romantic fairytale par excellence, Jan Fabre’s castles have something different, they are infused with the personal romanticism of the artist, who defines himself “a knight of despair and a warrior of beauty”. The first aim, the only creed of the artist, is to defend the beauty and fragility of art. Jan Fabre is a contemporary knight who makes castles in the air, castles of cards, rests in his castle and dreams. Tivoli, Wolfskerke, Monopoli, are the castles on which the artist has taken action with his blue sign and which are represented in the artworks on display, covered in the typical light of that special moment in which we can dream of owning a castle, still being in a chivalrous era made of values for which to fight strenuously. The “way of the sword” is “the way of the art”, the true avant-garde of the artist who, while dreaming, draws, writes and invents a personal universe starting from the great tradition that precedes him. Fabre fights to the point of exhaustion in defense of the most authentic, tragic, mad and heroic spirit of the artist and of the man.

Basilica of Sant’Eustorgio and Portinari Chapel
Mon – Sun, 10:00 AM – 5:30 PM
Entrance to Portinari Chapel: €6
P.zza Sant’Eustorgio 1, 20122 Milan

Jan Fabre: The Castles in the Hour Blue
Curated by Melania Rossi

Tue – Sat, 10 AM – 7 PM

Additional venues:
Basilica of Sant’Eustorgio
Portinari Chapel

22
Ott

Ryoji Ikeda

The exhibition Ryoji Ikeda, on show at ers an insightful perspective on the radical work of Japanese audiovisual artist Ryoji Ikeda. The selection ranges from sculptural pieces such as data.scan (2009) and grid.system (nº1-A)(2012) to newly adapted versions of large-scale projections like the radar [3 WUXGA version A] (2012-2018) and data.tron [3 SXGA + version] (2009-2018), and includes two new audiovisual installations made specially by Ikeda for Eye.

Sound artist, electronic composer and visual artist Ryoji Ikeda (born in Gifu in 1966) started in electronic music and now ranks as one of the pioneering artists who approach the fundamental elements of sound and image in a mathematical, physical and aesthetic manner. Ikeda’s career as an audiovisual artist transformed when he joined the multidisciplinary artist collective “dumb type” from Kyoto, which radically renewed theatre in the 1990s. By then, Ikeda had already defined the alphabet of his sonic language in the two fundamental elements of sound: the sine wave and white noise. Inspired by his experience with dumb type, Ikeda broadened his scope of work to encompass both sound and image. He applied a comparable reductionist approach in identifying the pixel as the elementary component of the image.

In his series “datamatics,” featuring data.tron [3 SXGA + version] (2009-2018) and data.scan(2009), both on show in the exhibition, Ikeda investigates how we can perceive and experience vast flows of data that go beyond our comprehension. Each pixel is determined by strict mathematical rules that are applied to the data sets that form the source material. The resulting works are not so much about the abstract data level but about representations of reality that we can generate with data. They are an ode to the scientific imagination and the enthralling exploration of uncharted worlds and aspects of reality that we can now access thanks to science. During his stay at CERN and Ars Electronica Futurelab in 2014-2015, Ikeda explored the world of particle physics and further refined his notion of (big) data. He examined dynamic data but defined his source material exclusively as static data: absolute facts, constant truths such as DNA code, galactic coordinates, or proteins, as in his spellbindingly immersive floor projection data.gram [n ° 1] (2018), which he developed specially for Eye. Here Ikeda also explores his interest in the micro-scale: identifying and isolating the smallest particle, the alphabet of all material. Also on show in the exhibition is 4’33” (2010), Ikeda’s celluloid homage to the iconic work of the American experimental composer John Cage. A framed and sliced strip of blank 16 mm film: the piece forms a conceptual introduction to Ikeda’s ongoing study of the contrast between the continuous and the discrete or discontinuous. In data.tron [3 SXGA + version], Ikeda explores his fascination for the concept of infinity and fundamental mathematical and philosophical questions. Is reality continuous or not? Is it continuous but can we do nothing but apply the modern scientific method of reducing it to elementary particles in order to understand it? The exhibition culminates with the second new piece specially made for the Eye exhibition: point of no return, which represents nothing but a black hole. A black circle is bordered by a clear white light. Shining from the other side is an extremely powerful lamp whose colour temperature approaches that of the sun on the projection screen. According to the general theory of relativity, a black hole in the universe swallows everything. Nothing can escape from it—no material, no information, not even light. There is no way back. In Ikeda’s own words: “This technically simple work is my most metaphysical to date.”

The exhibition is accompanied by films, talks and events in the cinemas at Eye.

On November 23, Ryoji Ikeda will perform a live audiovisual concert at Eye entitled datamatics [version 2.0]. In collaboration with Amsterdam Art Weekend and IDFA.

Ryoji Ikeda
Until December 2, 2018

EYE Filmmuseum
IJpromenade 1
1031 KT Amsterdam
The Netherlands

Image: Ryoji Ikeda photo by Ryuichi Maruo

15
Ott

Alfredo Jaar. Lament of the images

La Galleria Lia Rumma è lieta di annunciare la mostra personale dell’artista cileno Alfredo Jaar che inaugura giovedì 18 ottobre 2018, presso la sede di Milano. La mostra è preceduta, il 17 ottobre alle ore 18.00, da una lecture dell’artista alla Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli di Milano.
A 10 anni dall’intervento pubblico Domanda, Domanda per le strade di Milano e dalla personale all’Hangar Bicocca It Is Difficult, Alfredo Jaar torna a Milano con una personale rigorosa e poetica che si sviluppa sui tre piani della Galleria. Al piano terra, l’artista presenta una nuova installazione site-specific WHAT NEED IS THERE TO WEEP OVER PARTS OF LIFE? THE WHOLE OF IT CALLS FOR TEARS (Che bisogno c’è di piangere momenti della vita? La vita intera è degna di pianto), una citazione di Seneca tratta dal “De Consolatione ad Marciam”. L’opera, una scritta al neon rosso, le cui lettere sono disposte come una pioggia di lacrime a cui il testo allude, è l’unica fonte di luce nello spazio che si presenta completamente rosso. Il lavoro è un riferimento poetico al progetto pubblico che Jaar sta realizzando per la città di Milano curato da Roberto Pinto: un grande cubo di cemento, attraverso la cui vetrata rossa il visitatore può osservare la città “filtrata” dal colore rosso. Un gesto nostalgico e malinconico e insieme un omaggio, secondo l’artista, alla sinistra italiana che sta scomparendo.
Al primo piano, Lament of the Images, che dà il titolo alla mostra, è composta da due tavoli fotografici luminosi, di solito usati nei laboratori fotografici per guardare i negativi.  Il tavolo superiore, montato al contrario e sospeso al soffitto, lentamente si avvicina a quello inferiore, fino a lasciare solo una sottile linea di luce proveniente dalla fessura tra le due superfici che poi, come per dare inizio a un nuovo ciclo di visioni, si allontanano. Volutamente non è presente nessuna immagine. Dice infatti Jaar: “Credo che abbiamo perso la capacità di vedere ed essere scossi dalle immagini”. La mostra si completa al secondo piano con Shadows che fa parte della trilogia – iniziata con The Sound of Silence, esposta nel 2008 all’Hangar Bicocca di Milano – in cui Jaar indaga il potere e la politica delle immagini iconiche. Entrando in un corridoio buio si incontrano sei piccoli lightbox, una sequenza di immagini del fotoreporter olandese Koen Wessing scattate in Nicaragua nel 1978 che documentano gli eventi che seguono la morte di un contadino ucciso dalla Guardia Nazionale del regime di Somoza nei giorni della guerra civile. Si passa poi in una stanza più grande, anch’essa completamente oscurata, dove è presentata l’immagine di due donne, le figlie del contadino, nel momento in cui vengono a sapere dell’uccisione del padre. Le donne, devastate dal dolore, alzano le braccia al cielo. L’immagine lentamente diventa una luce accecante. Per Jaar quest’immagine è “la più potente espressione del dolore” che abbia mai visto.

Alfredo Jaar è artista, architetto e regista. Vive e lavora a New York. Nato a Santiago del Cile (1956), il lavoro di Jaar è stato esposto in tutto il mondo. Ha partecipato alle Biennali di Venezia (1986, 2007, 2009, 2013), São Paulo (1987, 1989, 2000) e a Documenta a Kassel (1987, 2002). Sue importanti mostre personali includono il New Museum of Contemporary Art, New York; Whitechapel, Londra; il Museum of Contemporary Art, Chicago; il Museo di Arte Contemporanea (MACRO) di Roma e al Moderna Museet di Stoccolma. Un’ampia retrospettiva sul suo lavoro è stata ospitata nell’estate del 2012 in tre spazi istituzionali a Berlino: la Berlinische Galerie, la Neue Gesellschaft fur bildende Kunst e.V. e la Alte Nationalgalerie. Nel 2014 il Museum of Contemporary Art Kiasma di Helsinki gli ha dedicato la più completa restrospettiva della sua carriera. Jaar ha realizzato più di sessanta interventi pubblici nel mondo. Sono state pubblicate oltre cinquanta monografie sul suo lavoro. È diventato Guggenheim Fellow nel 1985 e MacArthur Fellow nel 2000. Il suo lavoro fa parte delle collezioni del MAXXI e del MACRO di Roma, del Museum of Modern Art e del Guggenheim Museum di New York, del MCA di Chicago, del MOCA e del LACMA di Los Angeles, della TATE di Londra, del Centre Georges Pompidou di Parigi, del Centro Reina Sofia di Madrid, del Moderna Museet di Stoccolma, del Louisiana Museum of Modern Art di Humlebaek e in molte altre collezioni pubbliche e private del mondo.

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03
Ott

SARAH SZE

In the age of the image, a painting is a sculpture. A sculpture is a marker in time.
—Sarah Sze

Gagosian is pleased to present new works by American artist Sarah Sze. This is Sze’s first gallery exhibition in Italy, following her participation in the Biennale di Venezia in 2013 (Triple Point, US Pavilion) and 2015.

Sze’s art utilizes genres as generative frameworks, uniting intricate networks of objects and images across multiple dimensions and mediums, from sculpture to painting, drawing, printmaking, and video installation. She has been credited with changing the very potential of sculpture. Working from an inexhaustible supply of quotidian materials, she assesses the texture and metabolism of everything she touches, then works to preserve, alter, or extend it. Likewise, images culled from countless primary and secondary sources migrate from the screen to manifest on all manner of physical supports—or as light itself. A video installation, the latest of Sze’s Timekeeper series begun in 2015, transforms the oval gallery of Gagosian Rome into a lanterna magica, an immersive environment that is part sculpture, part cinema. In these studies of the image in motion, at once expansive and intimate, time, place, distance, and the construction of memory are engaged through a mesmerizing flux of projected images, both personal and found. A sort of Plato’s Cave, the new work confronts the viewer from simultaneous points of view: moving pictures of people, animals, scenes, and abstractions unfold, flickering and orbiting randomly like thought, or life itself. In an in-situ gesture that links the darkened video gallery with the adjoining room of new panel paintings, Sze materializes light as a spill of paint applied directly to the stone floor. In the paintings, her nuanced sculptural language adapts to the conditions of the flat support. In delicate yet bold layers of paint, ink, paper, prints, and objects, the three dimensions of bricolage are parsed into the two dimensions of collage. Here, color draws its substantive energies as much from the innate content of found images as from paint and ink. Fields of static, blots, and cosmic vortices emerge out of archival material drawn from the studio and its daily workings in endless visual permutations that collide and overlap in an abundance of surface detail. In November, Sze will add her first outdoor stone sculpture to the exhibition, a natural boulder split open like a geode. Each of the two revealed cuts has a sunset sky embedded in its flat surface, alluding to both the images perceptible in gongshi (scholar’s rocks) and the heavenly subjects of Renaissance paintings. From November 19, Sze’s large-scale installation Seamless (1999) will be on view at Tate Modern, London.

SARAH SZE
Inaugurazione: sabato 13 ottobre, 18:00 – 20:00
13 ottobre 2018–12 gennaio 2019

Gagosian
Via Francesco Crispi 16
00187 Rome
T. 39.06.4208.6498
roma@gagosian.com
Hours: Tue–Sat 10:30-7

Ufficio Stampa PCM Studio
Federica Farci | federica@paolamanfredi.com | +39 342 05 15 787

Karla Otto
Lissy Von Schwarzkopf | lissy.vonschwarzkopf@karlaotto.com| +44 20 7287 9890

Ottavia Palomba | ottavia.palomba@karlaotto.com | +33 6 67 88 32 29
Michel Hakimian | michel.hakimian@karlaotto.com | +33 6 12 59 41 93

Gagosian
Matilde Marozzi | pressrome@gagosian.com | +39 06 4208 6498

Image: Sarah Sze, Untitled, 2018(dettaglio), olio,acrilico, cartad’archivio, stabilizzatori UV, adesivo, scotch, inchiostro e polimeri acrilici, gommalacca, e vernice ad acqua su legno, 213.4×266.7×8.9cm©SarahSze

01
Ott

Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile

Dal 4 ottobre 2018 al 6 gennaio 2019 la GAMeC presenta Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile, prima mostra di un ambizioso ciclo espositivo triennale dedicato al tema della materia, ideato da Lorenzo Giusti e sviluppato insieme a Sara Fumagalli, con la consulenza scientifica del fisico Diederik Sybolt Wiersma e la partecipazione di BergamoScienza.
Attivando un dialogo con la storia delle scoperte scientifiche e tecnologiche e un confronto con lo sviluppo delle teorie estetiche, Black Hole rivolge lo sguardo al lavoro di quegli artisti che hanno indagato l’elemento materiale nella sua più intrinseca valenza, laddove il concetto stesso di “materiale” si infrange per aprirsi a un’idea più profonda di “materia” come elemento originario, come sostanza primordiale costituente il tutto.
In particolare, l’esposizione intende raccontare questa dimensione attraverso tre diverse restituzioni: quella di chi ha guardato all’elemento materiale, concreto, come a un’entità originaria, precedente o alternativa alla forma; quella di chi ha interpretato la natura umana come parte di un più ampio discorso materiale e quella di chi, nel processo di penetrazione della materia, si è spinto nel profondo, ai confini della materialità stessa, cogliendone la dimensione infinitesimale ed energetica.

Attraverso una ricca selezione di opere realizzate tra la fine dell’Ottocento e i giorni nostri, il percorso espositivo illustra, all’interno di un’unica visione integrata, questa preziosa dialettica, oscillante tra la materialità dell’Informe e la materialità dell’Invisibile, poli soltanto apparentemente antitetici e in realtà coesistenti e complementari.

Sezione 1 – Informe
Le acquisizioni della scienza – dal principio di indeterminazione di Heisenberg alla metodologia quantistica – e la loro circolazione culturale, che le ha rese a noi familiari, hanno profondamente influenzato la visione degli artisti, al punto da condizionarne non soltanto la percezione delle cose e del mondo, ma anche la più profonda sostanza del loro operare.
In dialogo con lo sviluppo di queste scoperte, le opere presenti all’interno della prima sezione rifuggono dunque dal rappresentare il mondo e utilizzano materiali, sia tradizionali sia inusuali, non come elementi da plasmare con l’intento di creare nuove forme, ma in virtù della loro valenza intrinseca, del loro presentarsi come “elementi in sé”.
Configurazioni materiche che, per la loro indeterminatezza, restituiscono un’idea della realtà come sostanza in continuo mutamento.
Si collocano all’origine di questo percorso le ricerche di Jean Fautrier, con le sue concrezioni di colore stratificato, e di Lucio Fontana, con le sue Nature di materia incisa, la quale, penetrata e lacerata, animandosi si fa opera.
Una linea di ricerca che prosegue – tra gli altri – con le superfici grumose intessute di fenditure e lacerazioni di Antoni Tàpies, la densità bituminosa delle Combustioni e dei Cretti di Alberto Burri, presente anche nei primi lavori di Piero Manzoni, e, decenni più tardi, i Big Clay “senza forma” di Urs Fischer, le statue “colanti” di Cameron Jamie, le eteree astrazioni screpolate di Ryan Sullivan.

Sezione 2 – Uomo-Materia
La materia che permea l’universo e che tutto crea e compone definisce anche la natura umana. Questo lasciano intendere i lavori degli artisti presenti nella seconda sezione della mostra, dove, all’interno di un percorso articolato e trasversale, sono messe a confronto le opere di autori di generazioni diverse contraddistinte da una forte componente materica e allo stesso tempo da una presenza, più o meno manifesta, dell’elemento antropomorfo. Lavori in cui il corpo umano è dunque in primis un “corpo materico” e in cui la figura, accennata o scomposta, si fa veicolo di una visione integrata del mondo, tenuta assieme dal principio stesso della materia.
Le sintesi plastiche di Auguste Rodin e Medardo Rosso, con le loro immagini di volti e corpi affioranti da blocchi indistinti, costituiscono un significativo precedente storico per la ricerca di una serie di artisti che, in forme diverse, hanno fatto convergere dentro un’unica visione creativa il discorso sulla materia e l’indagine sull’uomo. Ne è un esempio Alberto Giacometti, con le sue figure “intrappolate”, “sempre a mezza via fra l’essere e il non essere”, per citare Jean-Paul Sartre, così come lo scultore svizzero Hans Josephsohn, con le sue caratteristiche teste monolitiche, imprigionate dentro blocchi di materia compatta.

Volto e materia, prettamente pittorica, ritornano nei primi dipinti informali di Enrico Baj, nelle Dame di Jean Dubuffet degli inizi degli anni Cinquanta così come nei lavori di Karel Appel e Asger Jorn, storici membri del gruppo Cobra, caratterizzati dall’utilizzo di colori brillanti, violente pennellate e figure umane distorte.
A questi maestri della modernità sono affiancati lavori di artisti contemporanei, da William Tucker, con i suoi agglomerati di materia a metà tra la roccia e il corpo umano, a Florence Peake, con le sue sculture informali, esito di performance collettive in cui corpo e materia sembrano cercare una sintesi dinamica.

Sezione 3 – Invisibile
Diversamente da quelle della prima e della seconda sezione, testimoni di una relazione fisica con la materia – incisa, spatolata, graffiata, bruciata, colata, e pur sempre materia “in sé” – le opere presenti nella terza sezione guardano agli aspetti più nascosti della materia, invisibili ai nostri occhi, in dialogo con la dimensione atomistica e subatomica.
Punto di partenza di un discorso in evoluzione che trova ampio sviluppo nei linguaggi della contemporaneità sono le celebri Tessiturologie di Jean Dubuffet, visioni ravvicinate, microscopiche, di un generico “elemento materiale”, di cui si restituisce
visivamente l’idea dell’incessante brulichio interno. Una ricerca che trova eco nelle esplosioni di “materia-luce” di Tancredi Parmeggiani, o ancora nelle composizioni degli artisti del Movimento Arte Nucleare – fondato nel 1951 da Enrico Baj e Sergio Dangelo, con l’aggiunta, un anno dopo, di Joe Colombo – che rielaborano in forma visiva le suggestioni provocate dall’esplosione della bomba atomica alla fine del secondo conflitto mondiale.
Dal dopoguerra alla contemporaneità, gli artisti creano nuove immagini di ciò che le teorie scientifiche suggeriscono, ma che parole e illustrazioni non riescono descrivere. La nozione classica di “materia”, valida dal familiare livello degli oggetti visibili fino al livello molecolare e atomico, sfuma ai livelli subatomici, abbracciando il concetto di energia.
Così, lavorando a stretto contatto con i Laboratori Nazionali del Gran Sasso – tra i più importanti istituti di ricerca a livello mondiale per lo studio dei neutrini – Jol Thomson crea un dialogo fra scienza e arte, indagando i territori dell’ignoto materiale, dell’intangibile e del non-ottico. Su questa linea di ricerca si muovono anche le performance di Hicham Berrada, che invita lo spettatore a fare esperienza diretta delle energie e delle forze che emergono dalla materia, e i Photograms di Thomas Ruff, le cui composizioni astratte nascono dalla consapevolezza dell’esistenza di un universo microscopico, oltre la dimensione tangibile delle cose.
Nella loro diversità di approcci, i lavori presentati in questa sezione testimoniano la medesima urgenza di interrogarsi sulle implicazioni filosofiche, percettive e conoscitive delle rivoluzionarie scoperte scientifiche della nostra epoca.

MERU ART*SCIENCE RESEARCH PROGRAM
La mostra si avvarrà del contributo della Fondazione Meru – Medolago Ruggeri per la ricerca biomedica, che nell’ambito della “Trilogia della materia”, e quale parte del programma del festival BergamoScienza, ha dato vita a un nuovo progetto di ricerca – Meru Art*Science Research Program – finalizzato alla realizzazione di interventi “site specific” dedicati al rapporto arte-scienza.
Coordinato da Anna Daneri, insieme ad Alessandro Bettonagli e Lorenzo Giusti, il programma vede, per questa prima edizione, la partecipazione degli artisti Evelina Domnitch & Dmitry Gelfand, che per lo Spazio Zero della GAMeC hanno progettato un’installazione ambientale capace di declinare sul piano visivo l’interazione di due buchi neri attraverso un cunicolo spazio-temporale (wormhole), laddove cioè la materia dell’universo collassa su se stessa per rigenerarsi.Continue Reading..

26
Set

Carte Blanche to Tomás Saraceno. On Air

The exhibition On Air  is an emerging ecosystem that hosts a choreography of multiple voices belonging to human and non-human universes and in which works reveal common, fragile and ephemeral rhythms and trajectories linking these worlds. On Air is comprised of the myriad presences, animate and inanimate, that meet and cohabit within it.

The exhibition functions as an ensemble, revealing the strength of the various entities floating in the air and the ways in which they interact with us: from CO2 to cosmic dust, from radio waves to reimagined corridors of movement. Thus, when breath becomes air, the invisible histories that compose the nature of which we are part invite us to poetically reimagine our ways of inhabiting the world—and of being human.

As industrial extraction mines the Earth for resources, threatening entire ecologies, On Air celebrates new ways of thinking and new modes of knowledge production that point the way to a planet free of borders and fossil fuels. In so doing, the exhibition responds to the debate and global challenges posed by the Anthropocene, a word coined to define an epoch in which human activity leaves an impact so great that it profoundly modifies terrestrial ecosystems.

On Air gathers numerous collaborators and collaborations, bringing together scientific institutions, research groups, activists, local communities, visitors, musicians, philosophers, non-human animals, and celestial phenomena, all of whom collectively take part in the evolution of the exhibition. Workshops, concerts, and public talks will regularly transform the exhibition into a “cosmic jam session,” animating On Air with new encounters and assemblies that appear out of this togetherness as part of nascent rhythms of interspecies solidarity.

Curator: Rebecca Lamarche-Vadel

Jamming with spiders concerts program:
October 26: Alvin Lucier
November 23: Evan Ziporyn
December 14: Éliane Radigue

On Air, carte blanche to Tomás Saraceno, with:
Holocnemus pluchei, Éliane Radigue, Psechrus jaegeri, Bruno Latour, Bise, Argiope lobata, PM 2.5, Mitchell Akiyama, Air, Caesium-137, Peter Jäger, Mark Wigley, 1.62 m/s², Yannick Guedon, Tegenaria domestica, Christina Dunbar-Hester, Dermatophagoides pteronyssinus, Anselm Franke, Sagittarius A*, Yasmil Raymond, Vinciane Despret, GW170817, Milovan Farronato, CO, Maximiliano Laina, Andrea Belfi, Isabelle Su, (C8H8)n, Estelle Zhong Mengual, Cyanobacteria, Michael Marder, Nephila senegalensis, Turritopsis dohrnii, Nephila edulis, Philip Ursprung, Sasha Engelmann, Theridiidae sp, Christine Southworth, Linyphia triangularis, Nick Shapiro, Alberto-László Barabási, Markus J. Buehler, Peggy S. M. Hill, Larinioides sclopetarius, Sam Hertz, Linyphiidae sp, Cyclosa conica, 51 Pegasi b, Bertrand Gauguet, Emidio Giorgio, Nephila inaurata, Anna-Sophie Springer, Zygiella x-notata, Lodovica Illari, Fecenia sp, Pm3n (223), Gabriele Uhl, Steatoda triangulosa, Freifunk Antenna, 9.789 m/s2, Jonathan Ledgard, Eben Kirksey, Robert Barry, Porous Chondrite, Argyroneta aquatica, Jo Grys, Débora Switsun, Glenn Flierl, Badumna longinqua, pm, Parasteatoda tepidariorum, Eratigena atrica, Primavera de Filippi, <10 Hz, Ingo Allekotte, Christian Spiering, Yellow dwarf star, Veronica Fiorito, CO2, Stavros Katsanevas, Mistral, Anna Lena Vaney, Marie Thébaud-Sorger, Ozone, Jol Thomson, Nicolas Arnaud, Soot, Caroline A. Jones, Alberto de Campo, Panda algorithm, Hannes Hoelzl, Brandon LaBelle, U, Etienne Turpin, Alex Jordan, Megan Prelinger, VOC, PM10, Carol Robinson, Jens Hauser, Valerio Boschi, Julia Eckhardt, Christine Rollard, 6.62607004 × 10-34 m2 kg/s, João Ribas, Whales, David Haskell, Leila W. Kinney, CHO, Giorgio Riccobene, Bill McKenna, Cyrtophora citricola, Claudie Haigneré, Neriene peltata, Steatoda grossa, Hg, Philoponella alata, d’bi.young anitafrika, Frédérique Ait-Touati, Anelosimus studiosus, Fernando Ferroni, Bronislaw Szerszynski, Sofia Lemos, Aerocene Explorer, Argiope bruennichi, Neriene clathrata, Luca Cerizza, Derek McCormack, Manuel Platino, Chondrite, Alvin Lucier, Paschal Coyle, Salvatore Viola, Filipa Ramos, (C2H4)n, Timothy Choy, HD 209458 b, Andrea Familari, Li, Steve Torchinsky, 20 Hz, Jussi Parikka, Cumulonimbus, Sarodia Vydelingum, Alberto Etchegoyen, Enoplognatha ovata, Latrodectus geometricus, Vincenzo Napolano, siberian tiger, Claude Vallee, OGLE-2005-BLG-390, Agelena labyrinthica, Benjamin Bratton, Beatriz Garcia, 1 Hz, Heinrich Jaeger, Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos, Museo Aerosolar, Evan Ziporyn…

Tomás Saraceno thanks: Aerocene Foundation, Airparif, BIENALSUR / Universidad Nacional Tres de Febrero, CCK / Sistema Federal de Medios y Contenidos Públicos / Argentina, European Gravitational Observatory, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Massachusetts Institute of Technology, Museum für Naturkunde Berlin, Muséum national d’Histoire naturelleContinue Reading..

11
Set

Sarah Moon. Time at Work

Milano rende omaggio a Sarah Moon, artista e fotografa che abita i territori dell’arte e della fotografia, con due mostre che avranno luogo presso la Fondazione Sozzani e Armani/Silos.

La Fondazione Sozzani con la mostra “Sarah Moon. Time at Work” mette in evidenza il percorso artistico dell’artista, dal 1995 al 2018. Circa novanta opere, accompagnate da uno storico film documentario di Sarah Moon su Lillian Bassman (“There is something about Lillian”, 2001) e dal cortometraggio “Contacts” (1995), saranno esposte negli spazi della Galleria Carla Sozzani. In parallelo, Armani/Silos espone “From one season to another”, una raccolta di oltre 170 opere – a colori e in bianco e nero – che offre uno sguardo trasversale sul lavoro di Sarah Moon, accostando opere inedite e meno conosciute alle sue evocative immagini di moda.
Artista francese tra le maggiori fotografe contemporanee, Sarah Moon da molti anni indaga la bellezza e lo scorrere del tempo con un linguaggio proprio e inconfondibile, con cui ha saputo leggere un mondo onirico, in equilibrio tra fiaba e fantasia.
Scrive Sarah Moon: “Time at Work. Questa è la storia del tempo che passa e cancella. Qui e ora, la storia che racconto non è completamente mia, è la storia di queste fotografie prima che scompaiano. È il tempo al lavoro. Per caso ho ritrovato queste immagini in positivo da polaroid che non ho terminato alcune erano inaspettate, altre solo rovinate, molte sbiadite poco a poco. Le ho raccolte e unite con alcuni lavori recenti.”
Con le sue visioni, in una forma volutamente evanescente, l’artista evoca momenti, sensazioni e coincidenze provenienti da una realtà immaginaria, filtrata dal ricordo e dall’inconscio.
Le sue fotografie sono così misteriose, così cariche di tensione drammatica e tuttavia riservate, rappresentano un intero mondo visto attraverso uno spiraglio luminoso.
Come dice lei stessa, le sue immagini parlano di lei.

Fondazione Sozzani
Sarah Moon. Time at Work.
Dal 19 settembre 2018 al 6 gennaio 2019

Armani/Silos
Sarah Moon. From one season to another. Dal 19 settembre al 6 gennaio 2019Continue Reading..

06
Set

Enrico Fico. In virtù di una improbabile quanto aleatoria empatia

Il titolo In virtù di una improbabile quanto aleatoria empatia reca in sé l’elemento più intimo ed identificativo del percorso creativo di Enrico Fico: il confronto con l’altro, tema che trova un inedito svolgimento in questa mostra, la sua prima personale. I lavori esposti, con un allestimento che vuole suggerire le tappe di un iter portato avanti con progettualità e continuità, coprono gli anni 2014-2018. Tiziana Tommei, curatrice dell’artista, ha scelto di proporre opere in cui la parola compenetra l’immagine e l’immagine si fonde con la parola, generando una dimensione ibrida all’interno della quale l’equilibrio tra le parti si svela utopia. La fotografia, la cera e gli oggetti: tutti elementi diversi, ma anche vocaboli di un discorso univoco, che al pari di un flusso di poesia, emozioni e vissuto si riverbera in espressioni nuove, fisicamente eterogenee perché di matrice profondamente mentale. Il mezzo concreto è puro veicolo d’espressione interiore, intellettuale e percettiva. Il messaggio che egli vuole inviare resta sempre fortemente ancorato ai contenuti, alla sostanza delle cose, al noumeno.
In mostra saranno presentati lavori diversi, con un approccio curatoriale diacronico, inteso a sciorinare lo svolgimento in atto di una ricerca che non muove mai dalla materia, ma sempre dall’intangibile, quale corpo emotivo, spirituale e intellettuale d’interesse fondamentale. L’esposizione apre con una selezione di opere dal progetto À chacun son enfer (2014-2016), compenetrazione di fotografia analogica e testo poetico, presentato in forma d’installazione site specific su leggii da orchestra, presentato per la prima volta presso Galleria 33 ad Arezzo e già esposto Set Up Contemporary Art Fair, Bologna 2017 e a Palazzo Magini, Cortona nel 2018, nonché pubblicato su Juliet Art magazine 180 (dicembre 2016 – gennaio 2017). WAX e Sòtto pèlle rappresentano invece l’evoluzione di un connubio, già avviato con il progetto Ghiandole e che mette al centro, sul piano formale, la cera. In questo caso la materia si fa concetto: dissimula e vanifica pesi, misure e margini di oggetti e corpi rappresentati o evocati. Se la parola, e più in particolare il testo poetico, costituisce il filo rosso dei lavori proposti, la cera unisce le più recenti sperimentazioni, tra cui alcuni inediti. In essi sono gli oggetti – libri antichi e piccole scatole di antiquariato – ad accogliere il messaggio rispetto al quale essi si fanno veicoli segnici e semantici: per la parola, più vicina all’immagine in Monadi, e per l’oggetto (vertebra), da intendere come logos, in sostienimi. La cera protegge, nutre, impermeabilizza suggerisce e mostra una realtà velata, intima e segreta, esortando ad una visione oltre la realtà fenomenica.
La curatrice Tiziana TommeiContinue Reading..

04
Set

A Firenze la grande mostra dedicata a Marina Abramović

Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 Palazzo Strozzi ospita una grande mostra dedicata a Marina Abramović, una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea, che con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità di espressione.

L’evento si pone come una straordinaria retrospettiva che riunirà oltre 100 opere offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra.

L’esposizione nasce dalla collaborazione diretta con l’artista nella volontà di proseguire – dopo Ai Weiwei e Bill Viola – la serie di mostre che hanno portato a esporre a Palazzo Strozzi i maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea. Il palazzo verrà nuovamente utilizzato come luogo espositivo unitario, permettendo a Marina Abramović di confrontarsi per la prima volta con un’architettura rinascimentale e in cui verrà sottolineato lo stretto rapporto che ha avuto e continua ad avere con l’Italia.

Sabato 22 settembre alle ore 15.30 l’artista sarà protagonista dello speciale appuntamento già SOLD OUT organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. In conversazione con Arturo Galansino, curatore della mostra e direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’artista affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn.
A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle Bonn.

Marina Abramović. The Cleaner
Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

ORGANIZZATA DA: Fondazione Palazzo Strozzi
A CURA DI: Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle Bonn.
Fondazione Palazzo Strozzi
p.zza Strozzi 50123 Firenze
tel +39 055 2645155
Orario mostra
Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00
Giovedì: 10.00-23.00

Info Tel +39 055 2645155
info@palazzostrozzi.org