Category: installazione

11
Lug

Günter Umberg. De Pictura

La galleria A arte Invernizzi ha inaugurato la mostra Günter Umberg. De pictura. Come per le precedenti esposizioni tenutesi in galleria a partire dal 1997, anche in questa occasione l’artista tedesco ha ideato un percorso espositivo mirato e specifico, che mette in relazione diretta le opere e l’ambiente circostante.

Sin dagli anni Settanta Günter Umberg indaga ed interpreta il tema del monocromo creando opere che si definiscono come presenze pienamente corporee nello spazio, lavori che l’artista ottiene sovrapponendo pigmenti puri di colore fissati con resine. Umberg stende i pigmenti in modo verticale e orizzontale alternato, fino a che ciò che appare visibile a chi osserva il suo lavoro non è più un insieme di strati di pittura sovrapposti ma un corpo “altro”, completamente indipendente.
Come scrive Serge Lemoine: ”Questa pittura che sta a contatto diretto col muro, e che non ha nulla a che vedere con un quadro da cavalletto, è la caratteristica tipica del modo di fare arte di Günter Umberg: una struttura semplice, un colore, una superficie uniforme, un supporto molto sottile, privo di materialità. L’opera non lascia emergere alcuna composizione, non ha una struttura e non ha corpo. È una sola ed unica entità, al contempo superficie e profondità, generatrice di uno spazio immateriale”.
Le superfici dei diversi Ohne Titel esposti negli spazi della galleria, sia singolarmente che nei Plan, insiemi organizzati di più elementi, vibrano dell’eco di profondità insondabili e si mostrano cariche di materia, quasi emanassero un’energia sufficiente a mutare la percezione degli ambienti in cui sono installate.

In occasione della mostra è stato pubblicato un volume che ripercorre le diverse esposizioni che a partire dalla metà degli anni Novanta si sono tenute sia presso la galleria A arte Invernizzi che in musei e spazi pubblici, con un saggio introduttivo di Serge Lemoine, testi di Paolo Bolpagni, Massimo Donà, Carlo Invernizzi, Eva Schmidt e Giorgio Verzotti, la riproduzione delle opere esposte in mostra e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

GÜNTER UMBERG
DE PICTURA

fino al  17 luglio 2018

CATALOGO CON SAGGIO DI SERGE LEMOINE
TESTI DI PAOLO BOLPAGNI  MASSIMO DONÀ
CARLO INVERNIZZI  EVA SCHMIDT  GIORGIO VERZOTTI

A ARTE INVERNIZZI
VIA DOMENICO SCARLATTI 12  20124  MILANO  ITALY
TEL. FAX +39 02 29402855  info@aarteinvernizzi.it

29
Giu

James Turrell. The Substance of Light

Anyone who immerses themselves in James Turrell’s light spaces enjoys a magical experience: the colored, changing light makes the room seem endless. Born in 1943 in Los Angeles, Turrell took an avid interest in flying at an early age. Today, he describes the skies as his studio, his material, his canvas. In the 1960s, influenced by minimal art and land art, he employed a range of techniques to give the immaterial light a physical presence. The Substance of Light at the Museum Frieder Burda is an exhibition conceived in close cooperation with the artist himself. Over five decades, Turrell’s work has combined conceptual thinking, science, technology and spirituality to create a unique art form: the artwork takes shape through the perception of the observer, which becomes so focused that he, in Turrell’s words, “can see his own seeing.”

This becomes clear right at the beginning of the exhibition, when visitors are led into the huge light space Apani, which already caused a sensation at the Venice Biennale in 2011. Turrell uses the German word “Ganzfeld” to describe these installations, in which visitors enter a room that seems to have no limits, with its own, especially composed light sequence. This triggers a paradox phenomenon: the visitor‘s attention turns from outside to inside, changing into a kind of meditative observing. “In a way,” explains the artist, “light unites the spiritual world with the ephemeral, physical world.” Turrell‘s affection for painting is demonstrated by his “Wedgework” installations. Projections form walls and barriers made of colored light. They suggest a spatial depth but also evoke the monochrome canvases of color field painting. The exhibition also presents Turrell’s most ambitious project, Roden Crater: During a flight in the 1970s, he noticed an extinct volcano in the Arizona desert. Since then, he has been converting it into a type of space observatory. This complex of subterranean chambers, shafts and tunnels is like a temple dedicated only to light. A selection of models, photographs and a film documentary provide impressions of the biggest artwork on our planet. Models and prints of Turrell‘s Skyspaces are on show on the mezzanine: this part of the show is dedicated to these walk-in light spaces whose architecture is especially designed to fit in with their surroundings. They comprise both solitary constructions and individual rooms in existing buildings, with apertures in their ceilings, through which one can gaze at the skies as if they were a living work of art.

Upstairs in the museum, a small selection of light works is on show. These include one of his Dual Shallow Space Constructions, which display light frames in front of a wall of light or a room of light, along with one of his astonishing Projection Pieces, his earliest series. Here, a projector shines a geometric body of light on the opposite corner of the room. In the cabinet, also upstairs, works never seen before from his two-dimensional “Hologram Series” are on display.

Finally, in the basement, the viewer can look forward to a new creation especially made for the Frieder Burda Collection: Accretion Disk is part of the “Curved Wide Glass Series,” whose objects slowly change color over a space of several hours. The cosmic aspect of James Turrell‘s art manifests itself here: in astrophysics, an accretion disk is the term used for a disk of gas or interstellar dust orbiting around a central body, often a new-born star.Continue Reading..

21
Giu

1977 2018. Mario Martone Museo Madre

Al Madre la prima retrospettiva dedicata al regista napoletano Mario Martone, concepita come un viaggio all’interno del suo percorso artistico.

Al Madre Martone presenta un film-flusso prodotto dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, installazione che entrerà a far parte della collezione permanente del museo, realizzata attraverso il montaggio dei materiali conservati nell’Archivio Mario Martone, in collaborazione con PAV e con il supporto dellaFondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival Italia. Attraverso documenti e filmati inediti, immagini di repertorio, brani di film e riprese di spettacoli teatrali che ne documentano la poliforme attività creativa, l’esperienza artistica di Martone viene presentata secondo un ordine non cronologico ma evocativo, in cui tutti i segni che raccontano la storia del regista convivono in un rapporto orizzontale di per sé contemporaneo. Proiettata simultaneamente su quattro schermi nella Sala Re_PUBBLICA MADRE, la presentazione del film-flusso rielabora musealmente la messa in scena di uno spettacolo teatrale di Martone del 1986, Ritorno ad Alphaville, ispirato all’omonimo film di Jean-Luc Godard, di cui sono riproposti l’andamento circolare e la visione simultanea da parte del pubblico.

Come in tutta la ricerca artistica di Martone, anche in questa mostra retrospettiva al Madre il ruolo attivo dello spettatore risulta determinante: al centro della sala sono posizionate, su una pedana, trentasei sedie girevoli, ciascuna collegata ad una cuffia con accesso diretto ai quattro canali audio corrispondenti a ognuno dei quattro schermi sui quali il film-flusso è proiettato. Lo spettatore potrà così orientare la propria attenzione girando la seduta per seguire alternativamente l’andamento delle proiezioni del film e cogliere, oltre che le singole immagini, anche le possibili connessioni visive o tematiche fra di esse. Il film stesso è stato montato secondo un flusso lineare che accoglie in sé sia la superficie bidimensionale dello schermo sia la spazialità tridimensionale dell’ambiente di proiezione, restituendo visivamente e sensorialmente le connessioni interne e quindi la circolarità propria dell’opera e della ricerca del regista napoletano.

1977 2018. Mario Martone Museo Madre
a cura di Gianluca Riccio
fino al 3 settembre 2018
Re_PUBBLICA Madre

Orari: Lunedì / Sabato 10.00 – 19.30, Domenica 10.00 – 20.00, Martedì chiuso

Via Settembrini 79, 80139 Napoli
+39.081.197.37.254
info@madrenapoli.it
Immagine: 1977 2018. Mario Martone Museo Madre, courtesy Museo Madre
14
Giu

PRIVATE 57

PRIVATE 57 è un progetto speciale che unisce architettura, arte, fotografia e design. L’idea nasce dalla collaborazione di Maria Vittora Paggini Interior Design, Enrico Fico Digital Communication, Tuttaluce Design e Tiziana Tommei Contemporary Art, muovendo dal modello di Open House. Per l’occasione il meraviglioso appartamento neo ristrutturato da Maria Vittoria Paggini sarà aperto al pubblico e accoglierà al suo interno una mostra di design firmata da Tuttaluce e uno show di arte contemporanea e fotografia curato da Tiziana Tommei. La comunicazione dell’evento, grafica e fotografica, è realizzata da Enrico Fico.

Saranno esposte opere di Alessandro Bernardini (Arezzo 1970), Luca Cacioli (Arezzo 1991), Enrico Fico (Napoli 1985), Roberto Ghezzi (Cortona 1978), Donatella Izzo (Busto Arsizio 1979), Simone Lingua (Cuneo 1981) e Bernardo Tirabosco (Arezzo 1991).

Partner della serata è Tenuta la Pineta, che offrirà in degustazione un prodotto speciale: il vino Persimo.

La vernice è in programma dalle ore 19 alle ore 22 e la mostra resterà aperta e visitabile su appuntamento fino al 23 giugno 2018.

PRIVATE 57
House _ Art _ Design
13 / 23 giugno 2018
via Isonzo 57, 52100 Arezzo

Contact: Tiziana Tommei, contemporary art curator, +393984385565, info@tizianatommei.it

Imamgine in evidenza: ROBERTO GHEZZI, Naturografia di fiume I e II, 2018, elementi naturali su organza, 45×45 e 20×20 cm, ph. Enrico Fico

11
Giu

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi

La galleria Tiziana Di Caro ospita la mostra intitolata Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi che include opere di William Anastasi, Hanne Darboven, Gino De Dominicis, Sol LeWitt, Agnes Martin, Pino Pascali e Francesca Woodman.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi è un’appropriazione da David Foster Wallace, che più volte ha citato questa locuzione, in ultimo ne “Il re pallido”, e che nel 2013 è divenuta anche il titolo della biografia dedicatagli da D. T. Max.

L’idea della mostra consiste nella raccolta di opere di alcuni degli artisti che ho sempre considerato un riferimento. Coloro che hanno fatto confluire la mia attenzione in precise dinamiche artistiche e che rappresentano delle presenze costanti nelle mie scelte di gusto, sia per la natura poetica e al contempo sperimentale delle loro opere, sia per la condotta “militante” della loro ricerca.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, oltre ad essere una frase bellissima, è stata scelta in relazione ad una combinazione cronologica che lega l’apertura della mia galleria alla scomparsa di David Foster Wallace nel 2008. Attraverso la lettura di alcuni dei suoi testi, DFW mi ha indotto a una costante riflessione sull’arte, pur trattando uno spettro tematico altro, intriso di riferimenti eterogenei, comunque legati a una visione poliedrica del mondo, ai miei occhi estremamente vivida al punto da poter essere associata anche ad una nicchia complessa seppur esclusiva come quella delle arti visive.

Le opere del gruppo di artisti che include William Anastasi, Hanne Darboven, Gino De Dominicis, Sol LeWitt, Agnes Martin, Pino Pascali e Francesca Woodman ben si prestano all’idea che da sempre ho in mente di “astanza”, per dirla con le parole di Cesare Brandi, che conia questo termine per fare riferimento alle opere d’arte che attraversano la storia, assorbendone l’esperienza, senza mai smettere di essere attuali.
Ogni forma artistica ha un valore che va al di là del tempo e dello spazio. Non parlo solo delle arti visive, ma anche della letteratura, della musica come di qualsiasi altro ambito del sapere, per cui l’obsolescenza non è necessariamente contemplata. I fantasmi a cui si fa riferimento nel titolo sono quelle “idee” che ognuno di noi tende a elaborare in relazione a persone che si immagina di conoscere pur non avendole mai incontrate. In questa mostra quindi non si intende parlare di aldilà , tanto meno di figure ectoplasmiche, bensì di sentimenti che derivano dalla conseguenza del “guardare”, che trascendono qualsiasi aspetto fisico per divenire pura astrazione, un atto di amore nel momento in cui la tensione verso l’opera, o verso l’artista ha il sopravvento su qualsiasi altra considerazione oggettiva.

Si ringraziano: Fondazione Paul Thorel, Galleria Alfonso Artiaco, Serena Basso, Chiara Tiberio, Maurizio Morra Greco, Alessia Volpe, Valentina Bonomo, Ines Musumeci Greco, Galleria P420, Galerie Jocelyn Wolff

English below

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06
Giu

Storie in gioco

Dal latino iocus, scherzo, celia. Esercizio di forza e di destrezza, ma anche finzione , artificio.
Il mondo dell’infanzia come luogo delle infinite possibilità. Gli elementi iconici che lo compongono appaiono come rappresentazione di quella dimensione onirica, immaginifica propria della condizione umana. Una  selezione di opere comprese tra la fine degli anni ’60 e lo scadere del secolo scorso, è testimonianza di come artisti di varie generazioni  hanno declinato il tema del gioco e della narrazione immaginaria ( fantastica) secondo diverse articolazioni; in particolare nell’era contemporanea, a partire dalla rottura provocata da Duchamp, il carattere ludico proprio degli oggetti di tale narrazione,  nelle molteplici interpretazioni, si può invertire sino ad  alludere a condizioni di drammaticità. 

 English below

From the Latin iocus, joke. Exercise of strength and skill, but also fiction, artifice.
The world of childhood perceived as a place of infinite possibilities. The iconic elements of this world appear as a representation of that dreamlike, imaginative dimension proper to the human condition. A selection of works between the end of the 60s and the end of the last century, testify how artists of various generations have declined, according to different articulations, the theme of the game and the imaginary (fantastic) narration; particularly in the contemporary era, starting from the rupture provoked by Duchamp, the ludic character proper of the objects of this narration, in the multiple interpretations, can be inverted until alluding to conditions of drama.

Storie in gioco/Tales in play
Gianfranco Baruchello, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Gino Marotta, Aldo Mondino, Pino Pascali

Curated by Erica Ravenna

fino al 10 settembre 2018

Erica Ravenna Arte Contemporanea
Via Margutta 17 – 00187 Roma
t./f. +39 06 3219968  artecontemporanea@ericafiorentini.it
Mon-Fri 10:30 – 19:30 | Sat 10:30 – 13:30 (o su appuntamento)

Image: Emilio Isgrò, Libro cancellato (Cappuccetto Rosso), 1970

19
Mag

Alessandro Bernardini e Francesco Alpini. La Dolcezza può far perdere il senno

In occasione della ventiseiesima edizione di Cantine Aperte, Tenuta la Pineta ospita la mostra La Dolcezza può far perdere il senno, progetto speciale di Alessandro Bernardini e Francesco Alpini, curato da Tiziana Tommei. Da sabato 26 maggio, gli ambienti in e outdoor della tenuta vinicola di Luca Scortecci a Castiglion Fibocchi, ad Arezzo, saranno aperti all’arte contemporanea. Non è la prima volta che il vino e l’arte s’incontrano in questi spazi: per questo evento è stato ideato un concept espositivo che unisce un’eterogeneità di media e linguaggi, lasciando costantemente al centro il contesto. Le opere realizzate, tutte create in esclusiva per questa iniziativa, muovono infatti dal luogo che le accoglie, con il quale conducono un dialogo silenzioso e puntuale. In casi come il nostro, una mostra può rivelarsi tanto gravida di componenti, stimoli, sfumature, ma anche di ambiguità, ambivalenze e contraddizioni, che trovarsi a percorrerla può portare ad immergersi in una dimensione a sé stante, scissa, indipendente dal reale e tuttavia così incredibilmente autentica e indissolubilmente legata al vissuto. S’invita il visitatore a compiere un percorso, diviso in quattro capitoli, muovendosi dall’esterno verso l’interno. La teatralità di Meteorite, installazione site specific di Alessandro Bernardini, apre questa sorta di cammino, mettendo in scena una realtà allucinata e distorta, annichilita e devastata a seguito della collisione con una roccia ricoperta da una coltre di catrame: è l’incipit del racconto che ci si accinge a narrare. Questo scenario esorta a cercare rifugio all’interno, dove nell’immediato si avverte un senso d’incertezza: infatti, tutto appare frammentato (Vinum Senescens), incerto (Pause – play – forward) e intorbidito (A me – n). Il trittico fotografico di Francesco Alpini, Pause – play – forward, sebbene mostri come soggetto una natura morta omaggio a Bernardini (come rivelano il manichino, la superficie nera e lucida che rimanda al catrame, i volumi di cemento, il minimalismo e il rigore della composizione), in esso lo still life risulta essere un mero pretesto per ragionare su questioni formali, tecniche e di percezione. Inoltre, dalla scelta del titolo, egli non contempla dichiaratamente la possibilità di tornare indietro (come risulta del resto insanabile la cesura tra i due elementi, quello umano e quello meccanico, in Vinum Senescens), innestando dunque un ulteriore germe di realismo in immagini esteriormente stranianti e avulse da una qualsivoglia forma di logica tangibile. Improvvisamente, questo stato di sospensione viene interrotto da un episodio di violenta rottura: Fratture immanenti, installazione site specific realizzata dai due artisti, giunge all’osservatore come un’immagine destrutturata e ricomposta attraverso i frammenti di uno specchio ideale che riflette un intero perfettamente intellegibile. Alla crisi segue la ricostruzione: a partire dalle fondamenta (il filo rosso del cemento in blocchi), la forza fisica e in misura superiore la mente umana, sia come ratio (Ombra libera) che come forza immaginifica, (From darkness to light) riconducono a nuova vita (Innesto 2.0 – Equilibrio variabile). Le ultime due opere citate fissano la ricerca della stabilità a tema centrale in corrispondenza della chiusura della mostra: se Bernardini resta ben ancorato a terra, suggerendo che l’equilibrio sia di fatto indirettamente proporzionale alla distanza dal suolo, Alpini sceglie l’utopia e rappresenta innesti in sospensione nei quali è la componente umana a simboleggiare la vita, annullando ogni effetto di gravità, in forza delle infinite capacità della mente umana.Continue Reading..

16
Mag

Daniel Buren & Anish Kapoor

Con la mostra Daniel Buren & Anish Kapoor Galleria Continua rende omaggio a due delle figure più significative del panorama artistico internazionale, artisti che con le loro opere hanno profondamente segnato l’arte tra il XX e il XXI secolo. La mostra vede per la prima volta Daniel Buren e Anish Kapoor impegnati nella realizzazione di un’opera a quattro mani. Il percorso espositivo, costruito attraverso un dialogo tra le opere dei due autori, ci accompagna fino in platea dove è allestita l’opera site specific appositamente realizzata dai due artisti per questa mostra.

L’esposizione si apre con una serie di dipinti di Daniel Buren datati 1964 e 1965, quadri che mescolano forme arrotondate e rigature di grandezza e colori diversi. L’artista sviluppa sin dall’inizio degli anni ’60, una pittura radicale che gioca, di volta in volta, sull’economia dei mezzi messi in opera e sui rapporti tra lo sfondo (il supporto) e la forma (la pittura). Nella seconda metà del 1965 sceglie di sostituire le strisce dipinte con un outil visuel, un tessuto industriale a bande verticali alternate, bianche e colorate, larghe 8,7 cm. Successivamente Buren impoverisce ulteriormente questo registro visivo ripetendolo sistematicamente e impedendosi ogni variazione formale, ad eccezione dell’uso del colore, variabile all’infinito, alternato al bianco, immutabile e conduce una riflessione sulla pittura, sui suoi metodi di presentazione e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui l’artista interviene. Risalgono agli esordi dell’attività artistica di Anish Kapoor una serie di instabili oggetti scultorei cosparsi di pigmenti colorati; sono i primi esiti di una ricerca che diventerà cifra distintiva del lavoro dell’artista. Si tratta di forme indefinite, a metà tra il mondo naturale e quello astratto, corpi in transizione che sembrano scaturire dalla materia spontaneamente e dove l’intensità del colore puro nasconde l’origine del manufatto e suggerisce l’idea di sconfinamento. L’uso di pigmenti è una caratteristica costante del lavoro di Kapoor dal 1970. Nel 1979 un viaggio in India lo riconnette alle sue radici, lasciandogli in dote la consapevolezza di essere artista di confine, in bilico tra Oriente e Occidente. Di ritorno in Inghilterra, traduce questo sentimento nella serie “1000 Names”.

La parte progettuale del lavoro dei due artisti è ampiamente illustrata in una sezione della mostra. Qui una serie di disegni e di schizzi preparatori di Daniel Buren mettono in luce la propensione dell’artista ad esplorare le potenzialità del motivo a strisce alternate come segno e palesano il concetto di “lavoro in situ”, espressione con cui l’artista stesso indica la stringente interrelazione fra i suoi interventi e i luoghi espositivi in cui essi sono realizzati. Condividono gli stessi spazi alcune maquette di Anish Kapoor che danno voce alla dimensione più monumentale del linguaggio dell’artista; opere che sovvertono le dinamiche della percezione ed esaltano il potere della metafora, opposti che si intrecciano – presenza e assenza, solidità e intangibilità, realtà e illusione. Allo spettatore il compito di interpretare e ricomporre questa dicotomia. Nel 1975 Daniel Buren realizza la prima Cabane Eclatée che costituisce una vera svolta, accentuando l’interdipendenza tra l’opera e il luogo che la accoglie attraverso giochi sapienti di costruzione e decostruzione: l’opera stessa diventa il suo proprio sito oltre che il luogo del movimento e della deambulazione. La Cabane che Buren espone a San Gimignano intrattiene un dialogo con l’architettura esistente e con il volume in resina di Kapoor che accoglie al suo centro. Due opere dal carattere aperto che lasciano spazio a un gioco di materiali e di trasparenze. Scendendo al piano inferiore della galleria le opere dei due artisti dialogano serratamente: le strisce colorate verdi e bianche di Buren avvolgono idealmente la scultura in alabastro bianco di Kapoor. Il percorso prosegue nel confronto fra la luce policroma e proteiforme dei tessuti a fibre ottiche di Daniel Buren e gli oggetti in acciaio specchiante di Anish Kapoor. Lo studio del vuoto è uno degli elementi centrali della poetica di Kapoor: reso tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota, è metafora della creazione. Il vuoto come spazio della possibilità in cui oggetto e osservatore, nel loro incontro, possano espandere i limiti dello spazio disponibile permangono come filo conduttore nel retro del palcoscenico dove l’installazione in acciaio specchiante di Kapoor e il gioco di specchi e colori di Buren disorientano lo spettatore collocandolo in uno spazio indefinito.

L’opera che occupa la platea chiude il cerchio di un dialogo ideale che Buren e Kapoor intrattengono in questa mostra. Un’installazione di grandi dimensioni, frutto di una progettazione congiunta, che riconfigura completamente lo spazio e crea inaspettate interferenze visive. Una sfida ad esplorare l’inaccessibile.Continue Reading..

11
Mag

Rebecca Horn. Passing the Moon of Evidence

Allo STUDIO TRISORIO si inaugura, venerdì 11 maggio 2018 alle ore 19.00, la mostra personale di Rebecca Horn dal titolo Passing the Moon of Evidence.

Saranno esposte sei nuove sculture meccaniche di grandi e medie dimensioni e disegni di vario formato in cui la Horn continua a indagare i temi profondi dell’esistenza umana, l’agire del tempo, l’energia del cosmo. Nelle vetrine che danno il titolo alla mostra, Passing the Moon of Evidence, farfalle meccaniche aprono e chiudono le ali in un’atmosfera onirica, sospese sopra rocce vulcaniche o tra rami dalle estremità d’oro; due specchi di forma circolare, simbolo del dualismo ricorrente nella poetica dell’artista, evocano il movimento del sole e della luna e la relazione tra il principio maschile e quello femminile nell’equilibrio cosmico. Nell’opera Aus dem Mittelalter entwurzelt due aste in ottone di diverse altezze, fissate in un paio di scarpe di bronzo di foggia medievale, ondeggiano avanti e indietro, avvicinandosi senza mai toccarsi, come metafore del passaggio cadenzato del tempo. Uno specchio rotante e un vetro di forma circolare affiancano una pietra lavica e animano, con riflessi di luce, l’opera Im Kreis sich drehen: movimenti ritmici che si trasmettono nello spazio da una scultura all’altra, sviluppando tra di esse un dialogo continuo e incessante. Artista versatile e poliedrica, Rebecca Horn ha sperimentato, nel corso della sua lunga carriera, i molteplici linguaggi dell’arte. La scultura, la pittura, il disegno, l’installazione, la fotografia, il cinema, la performance sono i mezzi espressivi con cui conduce da sempre le sue ricerche in modo innovativo.

Rebecca Horn è nata a Michelstadt, Germania, nel 1944. Ha esposto nei principali musei internazionali e ha preso parte ad alcune delle più importanti esposizioni dell’ultimo decennio, da Documenta a Kassel (1972, 1977, 1982 e 1992) alla Biennale di Venezia (1980, 1986 e 1997). I suoi lavori sono nelle collezioni dei maggiori musei quali il Solomon R. Guggenheim di New York, la Tate Gallery di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la Nationalgalerie di Berlino. Una sua installazione site specific fa parte della collezione permanente del Museo Madre di Napoli. Nel settembre 2016 Rebecca Horn è diventata membro dell’“Orden pour le Mérite für Wissenschaften und Künste” che costituisce la più alta onorificenza conferita ad artisti e scienziati dalla Repubblica Federale della Germania. Nel giugno 2017 è stata la prima donna a ricevere il prestigioso Wilhelm Lehmbruck Prize, come riconoscimento per il suo lavoro e la sua poetica che hanno profondamente influenzato le arti scultoree fra XX e XXI secolo. In Italia è rappresentata dallo Studio Trisorio dal 2003.

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18
Apr

Simone Lingua. Ninfea

A partire dal 29 aprile 2018, Bagno Vignoni, storico borgo termale della Val d’Orcia, ospiterà per due mesi un’installazione site specific, intitolata Ninfea, creata in esclusiva dall’artista Simone Lingua, nome emergente dell’arte cinetica e optical, per la vasca della Piazza delle sorgenti. Il progetto, curato da Tiziana Tommei, presenta collateralmente una mostra diffusa, estesa al territorio attraverso un percorso che coinvolge una triade di strutture ricettive. L’evento è parte dell’iniziativa Paesaggi del benessere 2018, promosso dal Comune di San Quirico d’Orcia in collaborazione con la Proloco di Bagno Vignoni. L’opera Ninfea èrealizzata grazie al contributo di Centro Medico Bartoleschi.

Non è la prima volta che la frazione di Bagno Vignoni si apre all’arte contemporanea. Per l’occasione è stato chiamato il cuneese Simone Lingua a misurarsi con un contesto storicizzato, fortemente strutturato, nonché incentrato su di una realtà densa di memoria e significato: il celebre “vascone”, vasca termale dall’aura sacrale, cuore dell’abitatoLunga 49 metri, larga 24 metri e profonda 95 cm, essa domina la piazza del piccolo centro, raccogliendo al suo interno le acque della sorgente termale, le cui esalazioni generano una dimensione sospesa e allucinata, quasi metafisica. Tale scenografia naturale ha ispirato l’artista, che, immaginando una realtà parallela ed emersa dal fondo della vasca, ha concepito una zolla idealmente restituita in sospensione dalle acque. Egli, per dare forma a questa sorta di isola, ha preso a modello un concept già applicato nei suoi quadri cinetici: una teoria di elementi circolari, trattati da un lato a vernice e dall’altro a specchio, quindi ordinati entro un perimetro definito. L’installazione così ideata risulta composta da 50 elementi, ciascuno dei quali assembla base e sostegni in acciaio con dischi in plexiglass cromato e verniciato. Ad una visione complessiva l’opera mostra una doppia anima: quella dominata dal colore, che veste di un manto rosso la superficie dell’acqua; l’altra specchiata, che permea e riflette il contesto, e con esso il riguardante. Quest’ultimo, muovendosi e circumnavigando la vasca, assiste alla metamorfosi graduale dell’insieme: ne percepisce il moto endogeno, i giochi di luce creati dall’acqua, la dissimulazione delle forme indotta dai vapori sulla superfici specchiate, fino alla fusione in una sola entità delle sue due parti. Un organismo vivente e mutante in forza del suo cinetismo che, echeggiando un fiore acquatico, si ancora al terreno sul fondo della vasca, mostrando fiori e infiorescenze sopra il livello dell’acqua. A latere, in corrispondenza di tre poli selezionati, Adler Thermae, Albergo Le Terme, Albergo Posta Marcucci, saranno esposte opere della produzione recente dell’artista: dal Cilindro cinetico in acciaio Super Mirror, già esposto al Carrousel du Louvre (Parigi, 2016), al Cubo cinetico, presentato di recente alla Galleria Tag (Lugano, 2017), fino alle opere a parete, i Quadri cinetici in plexiglass e, infine, le Cupole cinetiche, realizzate alla fine del 2017 e già presentate in mostra a Bologna, Parigi e Ferrara. Inoltre, presso la libreria Librorcia sarà disposto un infopoint.

Simone Lingua è nato Cuneo nel 1981. Gli esordi della sua carriera artistica sono legati alla pittura. I primi studi inerenti l’arte cinetica risalgono al 2010 e sono applicati alla progettazione in ambito architettonico per le facciate di Prada. Ha esposto in gallerie e spazi istituzionali, in Italia e all’estero. Tra il 2016 e il 2017 ha esposto al Pan di Napoli, al Louvre, al Castello Estense a Ferrara, alla Galleria Mirabilia a Reggio Emilia, a Palazzo Bentivoglio Gualtieri a Reggio Emilia, alla Galleria Accorsi a Torino, al Museo di Villa Mazzucchelli a Brescia, al Castello di Bratislava, alla Fondazione De Nittis a Barletta, al Castello di Sarzana, alla Galleria Idearte a Ferrara, al Museo Fondazione Sorrento e alla galleria TAG a Lugano. Nel luglio del 2016, Palazzo Gagliardi a Vibo Valentia, ha ricevuto il Premio come miglior opera concettuale. Di recente ha partecipato alla seconda edizione di Art Adoption New Generation a Cortona e a SetUp Contemporary Art Fair 2018 a Bologna. Dal 5 al 29 aprile 2018 è in mostra a Parigi, presso Dôme di Éléphant Paname, nell’ambito del progetto Condizione, curato da Roberto Baciocchi; dal 2 al 29 maggio esporrà con una personale alla Galleria Idearte a Ferrara. Il suo lavoro è seguito dal 2017 da Tiziana Tommei. Vive e lavora ad Arezzo.

L’installazione Ninfea sarà realizzata e visibile in loco già dal 20 aprile. L’inaugurazione della medesima, unita alla mostra diffusa, avrà luogo domenica 29 aprile alle ore 17.00. Le opere resteranno fruibili fino al 24 giugno 2018.

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