Category: fotografia

08
Ago

wo/MAN RAY. Le seduzioni della fotografia

“Solo da Man Ray potevamo attenderci la Ballata delle donne del tempo presente”, scriveva André Breton a proposito dei ritratti femminili del genio nato a Philadelphia nel 1890, sbarcato a Parigi nel 1921 e lì divenuto protagonista assoluto delle stagioni dadaista prima e surrealista poi.

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia rende omaggio al grande maestro con la mostra wo/MAN RAY. Le seduzioni della fotografia che racchiuderà circaduecento fotografie, realizzate a partire dagli anni Venti fino alla morte (avvenuta nel 1976), tutte dedicate a un preciso soggetto, la donna, fonte di ispirazione primaria dell’intera sua poetica, proprio nella sua declinazione fotografica. In mostra alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo e che sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di Man Ray di reinventare non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo e del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. Attraverso i suoi rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni, il corpo femminile è sottoposto a una continua metamorfosi di forme e significati, divenendo di volta in volta forma astratta, oggetto di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una straordinaria – giocosa e raffinatissima – riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.

Assistenti, muse ispiratrici, complici in diversi passi di questa avventura di vita e intellettuale sono state figure come quelle di Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, con la costante, ineludibile presenza diJuliet, la compagna di una vita a cui è dedicato lo strepitoso portfolio “The Fifty Faces of Juliet” (1943- 1944) dove si assiste alla sua straordinaria trasformazione in tante figure diverse, in un gioco di affetti e seduzioni, citazioni e provocazioni.

Ma queste donne sono state, a loro volta, grandi artiste, e la mostra si concentrerà anche su questo aspetto, presentando un corpus di opere, riferite in particolare agli anni Trenta e Quaranta, vale a dire quelli della loro più diretta frequentazione con Man Ray e con l’ambiente dell’avanguardia dada e surrealista parigina. Ecco allora gli splendidi ritratti dei protagonisti di quella stagione di Berenice Abbott, le stranianti visioni della quotidianità di Lee Miller e di Dora Maar: figure, tutte, che oggi ottengono i meritati riconoscimenti al loro lavoro artistico, all’interno di una generale revisione dei modi di narrazione della storia dell’arte del Novecento. A rappresentare l’opera di Berenice Abbott saranno in mostra i ritratti scattati tra il 1926 e il 1938 a Parigi e a New York, capitali dell’arte di avanguardia della prima metà del XX secolo, come quello iconico a Eugene Atget o James Joyce. Dora Maar – alla quale nello stesso periodo della mostra Centre Pompidou e TATE Modern dedicheranno la prima grande ricognizione mondiale – sarà presente con opere riconducibili ad un linguaggio di street photography e di paesaggio come in “Gamin aux Chaussures Dépareillés” (1933). L’indagine del corpo femminile sarà il fulcro del lavoro di Lee Miller, con numerosi autoritratti e nudi di modelle e modelli che lavoravano con lei sia in ambito di ricerca che di fotografia di moda.Continue Reading..

30
Lug

Marina Abramovic all’Ambrosiana

Dal 18 Ottobre al 31 Dicembre 2019, Marina Abramovic arriva nel complesso della Pinacoteca Ambrosiana, nell’area soterranea dell’antico foro romano di Milano, all’interno del percorso di visita della Cripta di San Sepolcro, con il ciclo di video The Kitchen. Homage to Saint Therese.

La Cripta di San Sepolcro, da poco riportata a pieno splendore grazie ai grandi lavori di restauro che la hanno interessata, continua a svelarsi nel connubio con la video arte e i grandi artisti contemporanei, iniziato nel 2017 con Bill Viola e proseguita poi con Michelangelo Antonioni e Andy Warhol.

The Kitchen. Homage to Saint Therese è un’opera molto significativa nella quale Marina Abramovic si relaziona con una delle più importanti figure del cattolicesimo, Santa Teresa d’Avila. L’opera si compone di tre video, che documentano altrettante performance tenute nel 2009 dall’artista nell’ex convento di La Laboral a Gijón, in Spagna.

Curata da Casa Testori e prodotta dal Gruppo MilanoCard, gestore della Cripta di San Sepolcro, in collaborazione con la Veneranda Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana, la mostra interesserà l’area sotterranea della Pinacoteca Ambrosiana dove sorgeva il Foro Romano (oggi Sala dell’area del Foro) e sarà parte del percorso di visita che porterà a rivedere la Cripta di San Sepolcro.

Marina Abramovic all’Ambrosiana
18 Ottobre – 31 Dicembre 2019
Martedi-venerdi 12-20 / sabato e domenica 10-20
www.criptasansepolcromilano.it

Image Up_Marina Abramović “The Kitchen V, Carrying the Milk”, from the series The Kitchen, Homage to Saint Therese. Video installation, color, 2009 (© Marina Abramović – Courtesy of the Marina Abramovic Archives)

05
Lug

Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano nella sede di Galleria Corsini a Roma, la mostra Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile, a cura di Flaminia Gennari Santori. L’esposizione prosegue il dialogo e l’intreccio tra passato e presente iniziato con l’esposizione di Parade di Picasso nel 2017 e la mostra Eco e Narciso nel 2018, tratto distintivo della strategia delineata dalla direzione del museo.

La mostra, che raccoglie quarantacinque opere, si concentra su alcuni temi che contraddistinguono l’opera di Robert Mapplethorpe (1946 — 1989), notissimo, rivoluzionario e controverso maestro del secondo Novecento: lo studio delle nature morte, dei paesaggi, della statuaria classica e della composizione rinascimentale. La scelta della curatrice di fare una mostra su Robert Mapplethorpe è ispirata alla pratica collezionistica dell’artista, avido raccoglitore di fotografie storiche, passione che condivideva con il compagno Sam Wagstaff, la cui collezione costituisce un fondo straordinario del dipartimento di fotografia del Getty Museum. La selezione delle opere e la loro collocazione nella Galleria rispondono a diverse intenzioni: mettere in luce aspetti del lavoro di Mapplethorpe che risuonano in modo particolare con la sede museale, intesa come spazio — fisico e concettuale — del collezionismo, per innescare una relazione inedita tra i visitatori, le opere e gli ambienti della Galleria. Il 2019 è il trentesimo anniversario della morte di Robert Mapplethorpe e questa iniziativa, organizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, si iscrive in una serie di mostre dedicate all’artista, tra le quali una grande retrospettiva al Guggenheim di New York e, in Italia, quella al Museo Madre di Napoli che si concentra in modo inedito sull’intima matrice performativa della pratica fotografica dell’artista.

La mostra è un evento unico poiché, come afferma la curatrice: “questa è la prima volta che le opere di Mapplethorpe vengono esposte nel contesto di una quadreria settecentesca”.
La selezione delle opere e la loro collocazione nella Galleria rispondono a diverse intenzioni: mettere in luce aspetti del lavoro di Mapplethorpe che risuonano in modo particolare con la Galleria Corsini, intesa come spazio — fisico e concettuale — del collezionismo, per innescare una relazione inedita tra i visitatori, le opere e gli ambienti della Galleria. A chiusura della mostra è in programma un finissage aperto al pubblico, occasione in cui verrà presentato il catalogo bilingue (italiano/inglese) edito da Allemandi, che contiene il testo della curatrice e un ricco repertorio fotografico dell’allestimento.

INFORMAZIONI:
MOSTRA: Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile
CURATORE: Flaminia Gennari Santori
SEDE: Roma, Galleria Corsini, via della Lungara, 10
APERTURA AL PUBBLICO: 15 marzo – 6 ottobre 2019
ORARI: mercoledì/lunedì 8.30- 19.00. La biglietteria chiude alle 18.30
GIORNI DI CHIUSURA: martedì

BIGLIETTO BARBERINI CORSINI: Intero 12 € – Ridotto 2 €
Il biglietto è valido dal momento della timbratura per 10 giorni in entrambe le sedi del Museo: Palazzo Barberini e Galleria Corsini. Gratuito: minori di 18 anni, scolaresche e insegnanti accompagnatori dell’Unione Europea (previa prenotazione), studenti e docenti di Architettura, Lettere (indirizzo archeologico o storico-artistico), Conservazione dei Beni Culturali e Scienze della Formazione, Accademie di Belle Arti, dipendenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, membri ICOM, guide ed interpreti turistici in servizio, giornalisti con tesserino dell’ordine, portatori di handicap con accompagnatore, personale docente della scuola, di ruolo o con contratto a termine, dietro esibizione di idonea attestazione sul modello predisposto dal Miur.

Informazioni: tel. 06-4824184 | email: comunicazione@barberinicorsini.org

UFFICIO STAMPA BARBERINI CORSINI GALLERIE NAZIONALI
Maria Bonmassar
ufficiostampa@mariabonmassar.com

Condividi con #MapplethorpeaCorsini

 

gallery a cura di amaliadilanno

03
Lug

Sally Mann – A Thousand Crossings

For more than 40 years, Sally Mann (born 1951) has been taking hauntingly beautiful experimental photographs that explore the essential themes of existence: memory, desire, mortality, family, and nature’s overwhelming indifference towards mankind. What gives unity to this vast corpus of portraits, still lifes, landscapes and miscellaneous studies is that it is the product of one place, the southern United States.

Sally Mann was born in Lexington, Virginia. Many years ago she wrote about what it means to live in the South; drawing on a deep love for that area and a profound awareness of its complex historical heritage, she raised bold, thought-provoking questions—about history, identity, race and religion—that went beyond geographical and national boundaries.

This exhibition is the first major retrospective of the eminent artist’s work; it examines her relationship with her native region and how it has shaped her work. The retrospective is arranged in five parts and features many previously unknown or unpublished works. It is both an overview of four decades of the artist’s work and a thoughtful analysis of how the legacy of the South – at once, homeland and cemetery, refuge and battlefield – is reflected in her work as a powerful and disturbing force that continues to shape the identity and the reality of an entire country.

Curators: Sarah Greenough and Sarah Kennel

Exhibition organised by the National Gallery of Art, Washington and the Peabody Essex Museum, Salem, Massachussetts, in association with the Jeu de Paume.

The FOUNDATION NEUFLIZE OBC choses to bring its support to this exhibition.

Sally Mann
A Thousand Crossings
June 18–September 22, 2019

Jeu de Paume
1, place de la Concorde
75008 Paris
France

www.jeudepaume.org
lemagazine.jeudepaume.org

Images: Jessie #25 & Virginia #6 2004. Sally Mann, Gelatin silver print. National Gallery of Art, Washington, Promised Gift of Stephen G. Stein Employee Benefit Trust. © Sally Mann
17
Giu

DORA MAAR in Paris

The largest French retrospective ever devoted to Dora Maar (1907-1997) invites you to discover all the facets of her work, through more than five hundred works and documents. Initially a professional photographer and surrealist before becoming a painter, Dora Maar is an artist of undeniable renown. Far beyond the image, to which she is all too often limited, of her intimate relationship with Picasso, this exhibition retraces the life of an accomplished artist and a free and independent intellectual.

The exhibition is organized by the Centre Pompidou, Musée national d’art moderne, in coproduction with the J. Paul Getty Museum (Los Angeles) and in collaboration with the Tate Modern (London).

PRESENTATION BY THE CURATORS
“To Dora of the varied, always beautiful, faces”. Lise Deharme’s dedication to her friend Dora Maar in a copy of Cœur de Pic (1937) poetically sums up the various facets of her artistic career: between photographer and painter, between youthful Surrealist revolution and the existential introspection that marked her painting activity after World War II.

With the collaboration of the J. Paul Getty Museum and in partnership with the Tate Modern, the exhibition organized by the Centre Pompidou aims to highlight, for the first time in a French museum, Dora Maar’s work as an artist, and not only as the muse and mistress of the Spanish painter Pablo Picasso. Although for many she remains the model of La femme qui pleure, Dora Maar has nevertheless recently enjoyed critical reception and recognition in studies dedicated to Surrealism and photography. Several exhibitions organized by the Musée National d’Art Moderne, “Explosante fixe” and, more recently, “La Subversion des images” and “Voici Paris”, accorded a special place to Dora Maar’s Surrealist work, with enigmatic photographs such as Portrait d’Ubu and Le Simulateur, a photomontage that joined the museum’s collections in 1973.
The donation of Simulateur was the beginning of the Centre Pompidou’s continued interest in Dora Maar’s photographic work. The 1980s and 1990s were marked by various acquisitions, culminating in 2011 with the arrival of ten prints from the Bouqueret collection. In 2004 the purchase of her studio collection, consisting of some one thousand eight hundred and ninety negatives and two hundred and eighty contact prints, made the collection preserved in the Musée National d’Art Moderne one of the largest public collections of Dora Maar’s work. The recent digitization of negatives has now rendered her work accessible to a large audience of researchers and amateurs. Dora Maar is the only artist with a large portfolio of photographs preserved in the collections – Brancusi, Brassaï, Éli Lotar, Man Ray – who has not yet been the subject of a major exhibition project. Thanks to original archives and close scientific collaboration between the curatorship teams at the Centre Pompidou and the Getty Museum, the Dora Maar retrospective traces the development of this independent artist through more than four hundred works and documents: from her first commissions for fashion and advertising as a studio photographer, to her political commitments as witnessed by her street photographs, including her Surrealist activity and her meeting with Picasso. Lastly, the exhibition shines a special spotlight on her work as a painter, an activity to which she devoted herself for nearly forty years. Like her fellow female photographers, Laure Albin Guillot, Rogi André, Nora Dumas and Germaine Krull, who were active like her between the wars, Dora Maar belongs to the generation of women who liberated themselves professionally and socially through their work as photographers, a profession that was undergoing complete renewal with the development of the illustrated press and advertising. After studying graphic art in the Comité des Dames of the Union des Arts Décoratifs, Dora Maar trained in photography in the late 1920s. Like her mentor, Emmanuel Sougez, she preferred to work in a studio and collaborated with Pierre Kéfer, a set designer for films, from 1931 to 1935. “Kéfer-Dora Maar” became the name and the official credit for the studio, figuring in prints and publications at the time, even when Dora Maar or Pierre Kéfer worked alone on projects. Kéfer’s social flair enabled them to specialise in portraits, fashion and advertising illustrations for the cosmetics sector. This exhibition accords a central position to Dora Maar, a professional photographer endowed with an inventiveness that combined great technical mastery with a dreamlike universe that was much praised by her contemporaries.Continue Reading..

03
Giu

Rebecca Horn. Body Fantasies & Theatre of Metamorphoses

Museum Tinguely in Basel and Centre Pompidou-Metz present two parallel exhibitions devoted to the artist Rebecca Horn, offering complementary insights into the work of an artist who is among the most extraordinary of her generation. In the Body Fantasies show in Basel, which combines early performative works and later kinetic sculpture to highlight lines of development within her oeuvre, the focus is on transformation processes of body and machine. The exhibition Theatre of Metamorphoses explores in Metz the diverse theme of transformation from animist, surrealist and mechanistic perspectives, placing special emphasis on the role of film as a matrix within Horn’s work.

Rebecca Horn. Body Fantasies at Museum Tinguely, Basel
Horn’s work is always inspired by the human body and its movement. In her early performative pieces of the 1960s and ’70s, this is expressed via the use of objects that serve as both extensions and constrictions of the body. Since the 1980s, her work has consisted primarily of kinetic machines and, increasingly, large-scale installations that “come alive” thanks to movement, the performing body being replaced by a mechanical actor. These processes of transformation between expanded bodies and animated machines in Horn’s oeuvre, which now spans five decades, are the focus of the Basel show.

Although in terms of materiality the mechanical constructions with their cold metal contrast starkly with Horn’s earlier body extensions made using fabric and feathers, they do pursue and develop their specific movements. The Body Fantasies exhibition juxtaposes performative works and later machine sculptures in order to follow the unfolding development of such motifs of movement. Divided up into four themes (Flapping Wings, Circulating, Inscribing, Touching) the Basel show traces the development of her works as “stations in a process of transformation” (Rebecca Horn), emphasizing this continuity in her work.

This major solo exhibition of her work—that includes body instruments and actions, films, kinetic sculptures and installations—is the first of its kind in Switzerland for more than 30 years, taking place at Museum Tinguely from June 5 to September 22, 2019.

The exhibition Body Fantasies in Basel is curated by Sandra Beate Reimann.

Rebecca Horn. Theatre of Metamorphoses at Centre Pompidou-Metz
First major exhibition in France, after the one at the Musée des Beaux-arts de Grenoble in 1995, the show Rebecca Horn. Theatre of Metamorphoses at Centre Pompidou-Metz follows the processes at work in Rebecca Horn’s research, from her preparatory drawings to her sculptures and installations.

The exhibition reveals in watermarks the affinities they maintain with certain figures of surrealism and their repetition and their transformation during the course of five decades of creation. Rebecca Horn perpetuates in a unique manner, the themes bequeathed to us by mythology and fairytales, such as metamorphosis into a hybrid or mythical creature, the secret life of the world of objects, the secrets of alchemy, or the fantasies of body-robots. These founding themes, which have been present in numerous currents of art history such as Mannerism or Surrealism, resonate in the exhibition. It highlights artists who have nourished her imagination, like Man Ray, Meret Oppenheim, Marcel Duchamp, or Jean Cocteau and whose works are matched with those of Rebecca Horn. This show is an invitation to share this discernible stage so that it becomes for the visitor-spectator “the free space of his own imagination.”

This exhibition will be taking place at Centre Pompidou-Metz from June 8 to January 13, 2020.
The exhibition Theatre of Metamorphoses in Metz is curated by Emma Lavigne and Alexandra Müller.

Rebecca Horn
Body Fantasies
June 5–September 22, 2019

Rebecca Horn
Theatre of Metamorphoses
June 8, 2019–January 13, 2020

Vernissage: June 4, 6:30pm
Museum Tinguely, Basel
Vernissage: June 7, 7pm
Centre Pompidou-Metz, Metz

www.tinguely.ch
www.centrepompidou-metz.fr

Image: Rebecca Horn, White Body Fan, 1972. Photograph. Rebecca Horn Collection. © 2019 Rebecca Horn/ProLitteris, Zürich

16
Mag

Gina Pane. Action Psyché

“If I open my ‘body’ so that you can see your blood therein, it is for the love of you: the Other.” 
– Gina PANE, 1973

Gina Pane was instrumental to the development of the international Body Art movement, establishing a unique and corporeal language marked by ritual, symbolism and catharsis. The body, most often the artist’s own physical form, remained at the heart of her artistic practice as a tool of expression and communication until her death in 1990. Coming from the archives of the Galerie Rodolphe Stadler, the Parisian gallery of Pane who were themselves revolutionary in their presentation of avant-garde performance art, her exhibition at Richard Saltoun Gallery celebrates the artist’s pioneering career with a focus on the actions for which she is best known. It provides the most comprehensive display of the artist’s work in London since the Tate’s presentation in 2002.
Exploring universal themes such as love, pain, death, spirituality and the metaphorical power of art, Pane sought to reveal and transform the way we have been taught to experience our body in relation to the self and others. She defined the body as “a place of the pain and suffering, of cunning and hope, of despair and illusion.” Her actions strived to reconnect the forces of the subconscious with the collective memory of the human psyche, and the sacred or spiritual. In these highly choreographed events, Pane subjected herself to intense physical and mental trials, which ranged from desperately seeking to drink from a glass of milk whilst tied, breaking the glass and lapping at the shards with her mouth (Action Transfert, 1973); piercing her arm with a neat line of rose thorns (Action Sentimentale, 1973); to methodically cutting her eyelids and stomach with razor blades (Action Psyché, 1974);and boxing with herself in front of a mirror (Action Il Caso no. 2 sul ring, 1976) – all performed silently in front of gathered audiences. She interpreted the sacrifice and aestheticised risk of such actions as an expression of love for the ‘other’.
Actions were photographed by Francoise Masson, to whom Pane provided detailed diagrams and sketches to indicate the intense moments she wished to be captured on camera. By creating such pre-determined scenarios, which she referred to as constat d’action [event proof], Pane elevated the status of the photographic object beyond mere documentation. With the resulting constat, one can examine the undulating rhythm of images and the subtle shifts in narrative but also Pane’s long-lasting desire to ignite within us a curiosity as to the meaning of our existence.
At the heart of the exhibition is Pane’s 1974 work, Action Psyché, perhaps the most visionary and intense of all of her actions. The consant presented here is considered to be the most definitive manifestation of the work in terms of both its size and scale, incorporating 25 unique colour photographs, preparatory drawings and ephemera preserved in a metal case. Further highlights include Pane’s landscape actions, which reference her earlier career as a painter of colourful, hard-edge abstractions that eventually morphed into outdoor sculptures. From the late 1960s Pane began documenting her activities in natural settings, which generally involved gestures to mark and imprint the land with her body, stones or blocks of wood. Pane combined the images into storyboard-like montages that charted temporal progress but also more importantly implied the presence (and absence) of the human hand. Whilst formally quite simple, the works incorporate sophisticated elements of scale, space and repetition.

Continue Reading..

09
Mag

Jannis Kounellis

Jannis Kounellis, curated by Germano Celant, is the major retrospective dedicated to the artist following his death in 2017. Developed in collaboration with Archivio Kounellis, the project brings together more 70 works from 1958 to 2016, from both Italian and international museums, as well as from important private collections both in Italy and abroad. The show explores the artistic and exhibition history of Jannis Kounellis (Piraeus 1936–Rome 2017), establishing a dialogue between his works and the eighteenth-century spaces of Ca’ Corner della Regina.

The artist’s early works, originally exhibited between 1960 and 1966, deal with urban language. These paintings reproduce actual writings and signs from the streets of Rome. Later on, the artist transferred black letters, arrows and numbers onto white canvases, paper or other surfaces, in a language deconstruction that expresses a fragmentation of the real. From 1964 onward, Kounellis addressed subjects taken from nature, from sunsets to roses. In 1967 Kounellis’ investigation turned more radical, embracing concrete and natural elements including birds, soil, cacti, wool, coal, cotton, and fire.

Kounellis moved from a written and pictorial language to a physical and environmental one. Thus the use of organic and inorganic entities transformed his practice into corporeal experience, conceived as a sensorial transmission. In particular, the artist explored the sound dimension through which a painting is translated into sheet music to play or dance to. Already in 1960, Kounellis began chanting his letters on canvas, and in 1970 the artist included the presence of a musician or a dancer. An investigation into the olfactory, which began in 1969 with coffee, continued through the 1980s with elements like grappa, in order to escape the illusory limits of the painting and join with the virtual chaos of reality.In the installations realized toward the end of the 1960s, the artist sets up a dialectic battle between the lightness, instability and temporal nature connected with the fragility of the organic element and the heaviness, permanence, artificiality and rigidity of industrial structures, represented by modular surfaces in gray-painted metal. In the same period Kounellis participated in exhibitions that paved the way to Arte Povera, which in turn translated into an authentic form of visual expression. An approach that recalls ancient culture, interpreted according to a contemporary spirit, in contrast with the loss of historical and social identity that took place during the postwar period. Beginning in 1967, the year of the so-called “fire daisy,” the phenomenon of combustion began to appear frequently in the artist’s work: a “fire writing” that enlights the transformative and regenerative potential of flames. At the height of the mutation, according to alchemical tradition, we find gold, employed by the artist in multiple ways. In the installation Untitled (Tragedia civile) (1975), the contrast between the gold leaf that covers a bare wall and the black clothing hanging on a coat hanger underlines the dramatic nature of a scene that alludes to a personal and historical crisis. In Kounellis’ work smoke, naturally connected with fire, functions both as a residual of a pictorial process, and as proof of the passage of time. The traces of soot on stones, canvases and walls that characterize some of his works from 1979 and 1980 indicate a personal “return to painting,” in opposition to the anti-ideological and hedonistic approach employed in a large part of the painting production in the 1980s. Throughout his artistic research Kounellis develops a tragic and personal relationship with culture and history, avoiding a refined and reverential attitude. He would eventually represent the past with an incomplete collection of fragments of classical statues, as in the work from 1974. Meanwhile, in other works the Greco-Roman heritage is explored through the mask, as in the 1973 installation made up of a wooden frame on which plaster casts of faces are placed. The door is another symbol of the artist’s intolerance for the dynamics of his present. The passageways between rooms are closed up with stones, wood, sewing machines and iron reinforcing bars, making several spaces inaccessible in order to emphasize their unknown, metaphysical and surreal dimension.Continue Reading..

08
Apr

ROMAMOR di Anne et Patrick Poirier

A Villa Medici fino al 5 maggio 2019 è possibile visitare la prima mostra monografica di Anne e Patrick Poirier in Italia, ROMAMOR. A cura di Chiara Parisi, la mostra chiude l’ambizioso programma espositivo ideata da Muriel Mayette-Holtz – direttrice dal 2015 al 2018 – che ha visto alternarsi grandi nomi dal 2017, tra cui Annette Messager, Yoko Ono e Claire Tabouret, Elizabeth Peyton e Camille Claudel, Tatiana Trouvé e Katharina Grosse, senza dimenticare i numerosi artisti internazionali che hanno partecipato alla mostra nei giardini, Ouvert la Nuit. A questi progetti si sono affiancate le due grandi mostre dedicate ai pensionnaires, al crocevia tra ricerca e produzione, Swimming is Saving e Take Me (I’m yours).

Anne e Patrick Poirier sono tra le coppie francesi più celebri della scena artistica internazionale: una simbiosi creativa che ha preso corpo proprio a Villa Medici, cinquanta anni fa. Il trascorrere del tempo, le tracce e le cicatrici del suo passaggio, la fragilità delle costruzioni umane e la potenza delle rovine, antiche come contemporanee, sono la fonte cui attinge la loro creatività, assumendo le sembianze d’una archeologia permeata di malinconia e di gioco. Anne è nata nel 1941 a Marsiglia; Patrick nel 1942 a Nantes. Il loro lavoro è caratterizzato dall’impronta di violenza lasciata dall’epoca che hanno vissuto – loro che, sin dalla più tenera infanzia, si sono confrontati con la guerra e con i suoi paesaggi devastati. Nel 1943, Anne assiste ai bombardamenti del porto di Marsiglia, e Patrick perde suo padre durante la distruzione del centro storico di Nantes.

Vincitori del Grand Prix de Rome nel 1967, dopo aver frequentato l’École des arts décoratifs di Parigi, Anne e Patrick soggiornano a Villa Medici dal 1968 al 1972 – invitati da Balthus. Ed è proprio a Villa Medici che decidono di unire la loro visione artistica, firmando congiuntamente i lavori. Anne e Patrick Poirier appartengono a quella generazione di artisti che, viaggiando e aprendosi al mondo fin dagli anni Sessanta, sviluppa una fascinazione per le città e le civiltà antiche e, in particolare, i processi della loro scomparsa. In linea con questa sensibilità: città misteriose, ricostruzioni archeologiche immaginarie, fascino delle rovine, indagine di giardini, unione di opere storiche e produzioni in situ, sono gli elementi che danno vita alla mostra ROMAMOR a Villa Medici. La loro prima grande opera comune (1969), un plastico in terracotta di Ostia Antica, nasce dal ricordo delle varie peregrinazioni nell’antico porto romano, eletta dagli artisti terreno di scavi per eccellenza. Da allora, il proposito di ritrovare le tracce di una storia remota, li condurrà spesso a esperire l’assenza, la perdita delle architetture, dei segni e dell’eredità delle civiltà.

“Passiamo dall’ombra alla luce, alternativamente, dal nero al bianco, dall’ordine al caos, dalla rovina alla costruzione utopica, dal passato al futuro, e dalla introspezione alla proiezione. La duplice identità del nostro binomio di architetti-archeologi è ciò che consente questa erranza tra universi apparentemente lontani tra loro, dei quali cerchiamo le relazioni nascoste”, secondo le parole degli artisti. A Villa Medici, la mostra si apre con una La Palissade/Scavi in corso (2019) che conduce lo spettatore nello spazio della Cisterna offrendogli la visione di una monumentale maquette di rovine, Finis Terrae (2019) illuminate da una scritta Un monde qui se fait sauter lui-même ne permet plus qu’on lui fasse le portrait (2001). Permeato da queste prime visioni, lo spettatore entra nella prima sala con la presenza magica di una scultura luminosa, Le monde à l’envers (2019), costruita a partire di un globo terrestre e costellazioni, che confluisce in un autoritratto degli artisti sotto forma di Giano Bifronte, dio dell’inizio e della fine, rivolto al futuro sempre con un occhio al passato. Un’opera ambivalente, manifesto della mostra, da leggere come contrappunto all’arazzo Palmyre (2018), sulla devastazione del sito siriano da parte dell’Isis nel 2015. Lo spettatore prosegue trovando, al centro della sala successiva, L’incendie de la grande bibliothèque (1976), opera fondamentale degli artisti, realizzata a carbone, metafora architettonica della memoria, della mente umana e del suo funzionamento. A metà tra catastrofe e utopia, tra storia e mito, quest’opera pone lo spettatore di fronte al senso di fragilità caratteristico delle opere di Anne e Patrick Poirier. Ouranopolis (1995), ovvero la “città celeste”, occupa la sala successiva. “Dall’esterno, quasi nulla si vede”: sospesa al soffitto, la scultura consente di intravedere attraverso minuscoli fori, uno spazio interno che conta quaranta sale. Anne e Patrick parlano dell’amore che nutrono per le biblioteche, intese come metafore della memoria; un’attrazione che li conduce a creare dei musei-biblioteche ideali, in questo caso un edificio ellittico che sembra poter volare verso nuovi mondi, trasportando lontano il suo carico di immagini di fronte a una possibile catastrofe imminente. Lo spazio onirico che lo spettatore intravede dagli oblò si sviluppa, lungo la grande scalinata delle antiche scuderie di Villa Medici, catapultandolo all’interno di una “irrealtà inquietante”. Uno spazio luminoso, Le songe de Jacob (2019), composto da nomi di costellazioni, scale fosforescenti, forme serpentine sospese, piume bianche sparse sulla scalinata accompagnano il passo dello spettatore, gradino dopo gradino, sino a raggiungere lo spazio successivo, di immacolato candore, dove appare Rétrovisions(2018), autoritratto tridimensionale della coppia che si riflette in uno specchio, circondata da parole al neon che parlando di utopia, illuminano lo spazio, abbagliandoci. Poco lontano, Surprise Party (1996): un mappamondo sgonfio e sbiadito poggiato su un vecchio giradischi crepitante, a sua volta posato su una vecchia valigia – altro elemento chiave del vocabolario dei Poirier – che evoca una geografia nomade, “un mondo che gira al contrario. Una terra che stride”. Tra vertigini e vestigia, lo spettatore si trova di fronte a Dépôt de mémoire et d’oubli(1989): una croce che svetta, fatta di impronte lasciate sulla carta di maschere di dei antichi. Con l’opera Lost Archetypes (1979), lo sguardo si trova davanti alla ricostruzione in scala umana di grandi opere architettoniche: una serie di quattro plastici bianchi di siti in rovina. Tra passato, presente e futuro, caduta, costruzione ed elevazione, Anne e Patrick Poirier fanno vacillare i punti di riferimento storici del pubblico romano. Nella sala successiva, i collages: disegni vegetali fissati nella cera, Journal d’Ouranopolis (1995), un tentativo di lottare contro la privazione della memoria e dell’oblio. La sensazione di vulnerabilità, che presiede alla distruzione del nostro mondo, si ritrova nelle immagini di Fragility e Ruins (1996). La mostra si estende al giardino di Villa Medici: nel Piazzale, gli artisti disegnano con delle pietre di marmo di Carrara, la forma di un cervello umano, Le Labyrinthe du Cerveau (2019), con i suoi due emisferi. Un “manifesto autobiografico bicefalo”, che raffigura la congiunzione delle loro menti, metafora di una pratica di coppia che rievoca la tematica da loro esplorata negli ultimi cinquant’anni: i meccanismi legati al passare del tempo. Le loro costruzioni sono come grandi cervelli, paesaggio che bisogna percorrere. Amano dire, a questo proposito: “L’immagine del cervello, fatto di due emisferi, è ciò che meglio può rappresentarci; rappresentare contemporaneamente l’unità e la diversità della simbiosi che siamo”. Il visitatore continua la sua passeggiata immaginando di prendere una pausa nella monumentale sedia in granito, Siège Mesopotamia (2012-15) che troneggia nel giardino. Poco lontano, nella Fontana dell’obelisco, si intravede Regard des Statues (2019): anonimi occhi in gesso ci appaiono deformati dall’acqua in cui sono immersi. L’occhio che guarda il cielo, il tempo, l’occhio del ricordo e dell’oblio, l’occhio della storia e della violenza, conduce lo spettatore all’Atelier Balthus, dove emerge un’opera mitica, realizzata proprio a Villa Medici nel 1971: stele di carta, costruite a partire dai calchi delle Erme – le figure in marmo che costellano i viali del giardino della Villa – accompagnate da libri-erbari, “quaderni che recano annotazioni personali e disegni”, e medaglioni di porcellana su cui sono raffigurate le stesse immagini funebri. La parola che dà nome alla mostra, ROMAMOR (2019), appare in neon nel portico dell’Atelier Balthus in omaggio a questa città così importante da un punto di vista artistico e umano per i due artisti.Continue Reading..

29
Mar

Jenny Holzer: Thing Indescribable

The Guggenheim Museum Bilbao presents Jenny Holzer: Thing Indescribable, a survey of work by one of the most outstanding artists of our time. Sponsored by the Fundación BBVA, this exhibition features new works, including a series of light projections on the facade of the museum, which can be viewed each night from March 21 to March 30. Holzer’s work has been part of the museum’s fabric since its beginnings, in the form of the imposing Installation for Bilbao (1997). Installed in the atrium, the work—commissioned for the museum’s opening—is made up of nine luminous columns, each more than 12 meters high. Since last year, this site-specific work has been complemented by Arno Pair (2010), a set of engraved stone benches gifted to the museum by the artist.

The reflections, ideas, arguments, and sorrows that Holzer has articulated over a career of more than 40 years will be presented in a variety of distinct installations, each with an evocative social dimension. Her medium—whether emblazoned on a T-shirt, a plaque, a painting, or an LED sign—is language. Distributing text in public space is an integral aspect of her work, starting in the 1970s with posters covertly pasted throughout New York City and continuing in her more recent light projections onto landscape and architecture.

Visitors to this exhibition will experience the evolving scope of the artist’s practice, which addresses the fundamental themes of human existence—including power, violence, belief, memory, love, sex, and killing. Her art speaks to a broad and ever-changing public through unflinching, concise, and incisive language. Holzer’s aim is to engage the viewer by creating evocative spaces that invite a reaction, a thought, or the taking of a stand, leaving the sometimes anonymous artist in the background.

Jenny Holzer
Thing Indescribable
March 22–September 9, 2019

Guggenheim Bilbao
Abandoibarra et.2
48001 Bilbao
Spain

jennyholzer.guggenheim-bilbao.eus

Curated by: Petra Joos, curator of the Guggenheim Museum Bilbao

Image: Jenny Holzer, Survival, 1989