Category: scultura

06
Giu

Storie in gioco

Dal latino iocus, scherzo, celia. Esercizio di forza e di destrezza, ma anche finzione , artificio.
Il mondo dell’infanzia come luogo delle infinite possibilità. Gli elementi iconici che lo compongono appaiono come rappresentazione di quella dimensione onirica, immaginifica propria della condizione umana. Una  selezione di opere comprese tra la fine degli anni ’60 e lo scadere del secolo scorso, è testimonianza di come artisti di varie generazioni  hanno declinato il tema del gioco e della narrazione immaginaria ( fantastica) secondo diverse articolazioni; in particolare nell’era contemporanea, a partire dalla rottura provocata da Duchamp, il carattere ludico proprio degli oggetti di tale narrazione,  nelle molteplici interpretazioni, si può invertire sino ad  alludere a condizioni di drammaticità. 

 English below

From the Latin iocus, joke. Exercise of strength and skill, but also fiction, artifice.
The world of childhood perceived as a place of infinite possibilities. The iconic elements of this world appear as a representation of that dreamlike, imaginative dimension proper to the human condition. A selection of works between the end of the 60s and the end of the last century, testify how artists of various generations have declined, according to different articulations, the theme of the game and the imaginary (fantastic) narration; particularly in the contemporary era, starting from the rupture provoked by Duchamp, the ludic character proper of the objects of this narration, in the multiple interpretations, can be inverted until alluding to conditions of drama.

Storie in gioco/Tales in play
Gianfranco Baruchello, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Gino Marotta, Aldo Mondino, Pino Pascali

Curated by Erica Ravenna

fino al 10 settembre 2018

Erica Ravenna Arte Contemporanea
Via Margutta 17 – 00187 Roma
t./f. +39 06 3219968  artecontemporanea@ericafiorentini.it
Mon-Fri 10:30 – 19:30 | Sat 10:30 – 13:30 (o su appuntamento)

Image: Emilio Isgrò, Libro cancellato (Cappuccetto Rosso), 1970

19
Mag

Alessandro Bernardini e Francesco Alpini. La Dolcezza può far perdere il senno

In occasione della ventiseiesima edizione di Cantine Aperte, Tenuta la Pineta ospita la mostra La Dolcezza può far perdere il senno, progetto speciale di Alessandro Bernardini e Francesco Alpini, curato da Tiziana Tommei. Da sabato 26 maggio, gli ambienti in e outdoor della tenuta vinicola di Luca Scortecci a Castiglion Fibocchi, ad Arezzo, saranno aperti all’arte contemporanea. Non è la prima volta che il vino e l’arte s’incontrano in questi spazi: per questo evento è stato ideato un concept espositivo che unisce un’eterogeneità di media e linguaggi, lasciando costantemente al centro il contesto. Le opere realizzate, tutte create in esclusiva per questa iniziativa, muovono infatti dal luogo che le accoglie, con il quale conducono un dialogo silenzioso e puntuale. In casi come il nostro, una mostra può rivelarsi tanto gravida di componenti, stimoli, sfumature, ma anche di ambiguità, ambivalenze e contraddizioni, che trovarsi a percorrerla può portare ad immergersi in una dimensione a sé stante, scissa, indipendente dal reale e tuttavia così incredibilmente autentica e indissolubilmente legata al vissuto. S’invita il visitatore a compiere un percorso, diviso in quattro capitoli, muovendosi dall’esterno verso l’interno. La teatralità di Meteorite, installazione site specific di Alessandro Bernardini, apre questa sorta di cammino, mettendo in scena una realtà allucinata e distorta, annichilita e devastata a seguito della collisione con una roccia ricoperta da una coltre di catrame: è l’incipit del racconto che ci si accinge a narrare. Questo scenario esorta a cercare rifugio all’interno, dove nell’immediato si avverte un senso d’incertezza: infatti, tutto appare frammentato (Vinum Senescens), incerto (Pause – play – forward) e intorbidito (A me – n). Il trittico fotografico di Francesco Alpini, Pause – play – forward, sebbene mostri come soggetto una natura morta omaggio a Bernardini (come rivelano il manichino, la superficie nera e lucida che rimanda al catrame, i volumi di cemento, il minimalismo e il rigore della composizione), in esso lo still life risulta essere un mero pretesto per ragionare su questioni formali, tecniche e di percezione. Inoltre, dalla scelta del titolo, egli non contempla dichiaratamente la possibilità di tornare indietro (come risulta del resto insanabile la cesura tra i due elementi, quello umano e quello meccanico, in Vinum Senescens), innestando dunque un ulteriore germe di realismo in immagini esteriormente stranianti e avulse da una qualsivoglia forma di logica tangibile. Improvvisamente, questo stato di sospensione viene interrotto da un episodio di violenta rottura: Fratture immanenti, installazione site specific realizzata dai due artisti, giunge all’osservatore come un’immagine destrutturata e ricomposta attraverso i frammenti di uno specchio ideale che riflette un intero perfettamente intellegibile. Alla crisi segue la ricostruzione: a partire dalle fondamenta (il filo rosso del cemento in blocchi), la forza fisica e in misura superiore la mente umana, sia come ratio (Ombra libera) che come forza immaginifica, (From darkness to light) riconducono a nuova vita (Innesto 2.0 – Equilibrio variabile). Le ultime due opere citate fissano la ricerca della stabilità a tema centrale in corrispondenza della chiusura della mostra: se Bernardini resta ben ancorato a terra, suggerendo che l’equilibrio sia di fatto indirettamente proporzionale alla distanza dal suolo, Alpini sceglie l’utopia e rappresenta innesti in sospensione nei quali è la componente umana a simboleggiare la vita, annullando ogni effetto di gravità, in forza delle infinite capacità della mente umana.Continue Reading..

16
Mag

Daniel Buren & Anish Kapoor

Con la mostra Daniel Buren & Anish Kapoor Galleria Continua rende omaggio a due delle figure più significative del panorama artistico internazionale, artisti che con le loro opere hanno profondamente segnato l’arte tra il XX e il XXI secolo. La mostra vede per la prima volta Daniel Buren e Anish Kapoor impegnati nella realizzazione di un’opera a quattro mani. Il percorso espositivo, costruito attraverso un dialogo tra le opere dei due autori, ci accompagna fino in platea dove è allestita l’opera site specific appositamente realizzata dai due artisti per questa mostra.

L’esposizione si apre con una serie di dipinti di Daniel Buren datati 1964 e 1965, quadri che mescolano forme arrotondate e rigature di grandezza e colori diversi. L’artista sviluppa sin dall’inizio degli anni ’60, una pittura radicale che gioca, di volta in volta, sull’economia dei mezzi messi in opera e sui rapporti tra lo sfondo (il supporto) e la forma (la pittura). Nella seconda metà del 1965 sceglie di sostituire le strisce dipinte con un outil visuel, un tessuto industriale a bande verticali alternate, bianche e colorate, larghe 8,7 cm. Successivamente Buren impoverisce ulteriormente questo registro visivo ripetendolo sistematicamente e impedendosi ogni variazione formale, ad eccezione dell’uso del colore, variabile all’infinito, alternato al bianco, immutabile e conduce una riflessione sulla pittura, sui suoi metodi di presentazione e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui l’artista interviene. Risalgono agli esordi dell’attività artistica di Anish Kapoor una serie di instabili oggetti scultorei cosparsi di pigmenti colorati; sono i primi esiti di una ricerca che diventerà cifra distintiva del lavoro dell’artista. Si tratta di forme indefinite, a metà tra il mondo naturale e quello astratto, corpi in transizione che sembrano scaturire dalla materia spontaneamente e dove l’intensità del colore puro nasconde l’origine del manufatto e suggerisce l’idea di sconfinamento. L’uso di pigmenti è una caratteristica costante del lavoro di Kapoor dal 1970. Nel 1979 un viaggio in India lo riconnette alle sue radici, lasciandogli in dote la consapevolezza di essere artista di confine, in bilico tra Oriente e Occidente. Di ritorno in Inghilterra, traduce questo sentimento nella serie “1000 Names”.

La parte progettuale del lavoro dei due artisti è ampiamente illustrata in una sezione della mostra. Qui una serie di disegni e di schizzi preparatori di Daniel Buren mettono in luce la propensione dell’artista ad esplorare le potenzialità del motivo a strisce alternate come segno e palesano il concetto di “lavoro in situ”, espressione con cui l’artista stesso indica la stringente interrelazione fra i suoi interventi e i luoghi espositivi in cui essi sono realizzati. Condividono gli stessi spazi alcune maquette di Anish Kapoor che danno voce alla dimensione più monumentale del linguaggio dell’artista; opere che sovvertono le dinamiche della percezione ed esaltano il potere della metafora, opposti che si intrecciano – presenza e assenza, solidità e intangibilità, realtà e illusione. Allo spettatore il compito di interpretare e ricomporre questa dicotomia. Nel 1975 Daniel Buren realizza la prima Cabane Eclatée che costituisce una vera svolta, accentuando l’interdipendenza tra l’opera e il luogo che la accoglie attraverso giochi sapienti di costruzione e decostruzione: l’opera stessa diventa il suo proprio sito oltre che il luogo del movimento e della deambulazione. La Cabane che Buren espone a San Gimignano intrattiene un dialogo con l’architettura esistente e con il volume in resina di Kapoor che accoglie al suo centro. Due opere dal carattere aperto che lasciano spazio a un gioco di materiali e di trasparenze. Scendendo al piano inferiore della galleria le opere dei due artisti dialogano serratamente: le strisce colorate verdi e bianche di Buren avvolgono idealmente la scultura in alabastro bianco di Kapoor. Il percorso prosegue nel confronto fra la luce policroma e proteiforme dei tessuti a fibre ottiche di Daniel Buren e gli oggetti in acciaio specchiante di Anish Kapoor. Lo studio del vuoto è uno degli elementi centrali della poetica di Kapoor: reso tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota, è metafora della creazione. Il vuoto come spazio della possibilità in cui oggetto e osservatore, nel loro incontro, possano espandere i limiti dello spazio disponibile permangono come filo conduttore nel retro del palcoscenico dove l’installazione in acciaio specchiante di Kapoor e il gioco di specchi e colori di Buren disorientano lo spettatore collocandolo in uno spazio indefinito.

L’opera che occupa la platea chiude il cerchio di un dialogo ideale che Buren e Kapoor intrattengono in questa mostra. Un’installazione di grandi dimensioni, frutto di una progettazione congiunta, che riconfigura completamente lo spazio e crea inaspettate interferenze visive. Una sfida ad esplorare l’inaccessibile.Continue Reading..

09
Apr

Marcello Morandini. Siamo forma, siamo colore

Non poteva esserci un momento migliore della Varese Design Week per tenere a battesimo questa personale di Marcello Morandini, nome internazionale (ma radicato a Varese) e personaggio unico nel panorama contemporaneo.

Per lui – artista, architetto, designer – la forma è un campo senza segreti. Nel suo lavoro il progetto e l’arte giocano di sponda, si fanno l’occhiolino, si sfiorano continuamente in opere che se appartengono a pieno titolo al campo dell’arte “grande” hanno comunque nel DNA la precisione del design; se invece fanno capo più direttamente al design, possiedono un respiro alto che le pone sempre molto vicino all’arte museale. Due i pezzi di design tra i protagonisti di questo evento: una Scacchiera in porcellana dove lo spirito geometrico di Morandini si stempera in derive fiabesche e un Alfabeto giocoso, vibrante, in bilico tra costruttivismo e un omaggio al Futurismo Italiano. Elegantissime, pulite, capaci di una bellezza chesolo l’ordine possiede, le sue sculture evidenziano un’astrazione addomesticata attraverso giochi di geometrie perfette. Sono formule matematiche rese in tre dimensioni per deliziare lo sguardo, impeccabili minuetti dominati dal contrasto tra bianco e nero che catturano la nostra percezione in trappole optical.

MARCELLO MORANDINI: nasce a Mantova il 15 maggio 1940. Si trasferisce a Varese nel 1947. Frequenta la Scuola d’Arte di Brera a Milano, città dove lavora anche come aiuto designer per un’industria e come grafico per uno studio professionale. Sono del 1962 i primi disegni legati alla sua ricerca artistica. Nel 1964 inizia le prime opere tridimensionali, esposte nella sua prima mostra personale a Genova nel 1965, curata da Germano Celant. Nel 1967 inizia le prime esposizioni più impegnative a Milano, Francoforte e Colonia. Nello stesso anno è invitato alla “IX Biennale” di San Paolo in Brasile . Nel 1968 è invitato con una sala personale nel padiglione italiano, alla “XXXIV Biennale Internazionale d’arte” di Venezia . Nel 1969  è  invitato a rappresentare l’arte italiana a Bruxelles, nell’ambito delle manifestazioni di“Europalia”. Nel 1970 inizia una collaborazione con il gallerista Carl Laszlo di Basilea; con lui nasce l’importante esposizione del 1972 alla Kestnergesellschaft di Hannover. Nel 1974 realizza il progetto di una piazza del diametro di 30 metri, per il centro commerciale INA di Varese. Nel 1977 è invitato a “Documenta 6” di Kassel . Organizza presso i Musei Civici di Varese il secondo “Simposio Internazionale di studi di arte costruttiva” con H. Heinz Holz. Nel 1978 allestisce altre sei sue esposizioni personali in musei in Italia, Austria, Svezia e Germania. Nel 1979 ha la prima delle tre esposizioni personali a lui dedicate dal Wilhelm-Hack- Museum di Ludwigshafen, le altre due seguiranno nel 1994 e nel2005. Continue Reading..

05
Apr

Tom Friedman. Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces

Con Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces, personale dell’artista Tom Friedman, ha aperto a Milano Vistamarestudio da un’idea di Benedetta Spalletti e Lodovica Busiri Vici. L’artista americano presenta una serie di lavori che segnano un nuovo inizio nella sua ricerca sulla smaterializzazione dell’oggetto tangibile in relazione a spazio e luce. In mostra tredici proiezioni video installate in uno spazio illuminato a giorno che svelano vuoto e pieno, micro e macro invitando lo spettatore ad un approccio sensoriale nuovo. Il progetto nasce dall’osservazione della luce del sole attraverso le finestre in momenti diversi della giornata. Ogni lavoro è in loop con una diversa durata: si passa dal silenzio statico, dall’immobilità all’apparizione di oggetti, colori e figure che, come allucinazioni, confondono chi osserva e si fondono con l’ambiente.
Tom Friedman espande così il suo vocabolario visivo e continua l’indagine sui fenomeni dell’esperienza che capovolge la consapevolezza del visibile.

Tom Friedman (nato nel 1965) è uno scultore concettuale americano. Friedman è nato a St. Louis , nel Missouri. Ha ricevuto il suo BFA in illustrazione grafica presso la Washington University di St. Louis nel 1988 e un MFA in scultura presso l’ Università dell’Illinois a Chicago nel 1990. Come artista concettuale, lavora in una varietà di mezzi tra cui, scultura, pittura , disegno , video e installazione. Per oltre vent’anni Friedman ha indagato sulla relazione tra visualizzatore / oggetto e “lo spazio intermedio”. Friedman ha tenuto mostre personali al Museum of Modern Art di New York, al Yerba Buena Museum of Art di San Francisco, al Magasin 3 di Stoccolma, in Svezia, al New Museum di New York, al Tel Aviv Art Museum e altri. Le sue opere si trovano nelle collezioni museali del MoMA, del Los Angeles Contemporary Art Museum, del Broad Art Museum, del Solomon Guggenheim Museum, del Metropolitan Museum of Art, del Museum of Contemporary Art di Chicago e del Museum of Contemporary Art di Tokyo. Attualmente è rappresentato da Luhring Augustine Gallery e Stephen Friedman Gallery. Vive e lavora a Northampton, nel Massachusetts.

TOM FRIEDMAN
Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces

Opening 24 marzo 2018 ore 19.00
24 marzo – 26 maggio 2018

Vistamarestudio 
Viale Vittorio Veneto 30, Milano

Image: Tom Friedman, Ghosts and UFOs; Projections for Well-Lit Spaces

23
Gen

Giulio Paolini. Teoria delle apparenze. Opere 1969-2015

Galleria Fumagalli presenta la mostra “Giulio Paolini. Teoria delle apparenze”, una selezione di opere realizzate dal 1969 al 2015. Abbracciando l’intero arco di produzione dell’artista, iscritto in un ambito di ricerca di matrice concettuale, l’esposizione si propone di restituire una visione complessiva dell’operare di Giulio Paolini: dalle tele prospettiche degli anni ’70, alla dimensione teatrale e letteraria degli anni ’80 fino ai più recenti studi sull’identità dell’autore e la sua condizione di spettatore.L’atto di nascita della ricerca artistica di Giulio Paolini risale al “Disegno geometrico del 1960, una piccola tela (40×60 cm) sulla quale l’artista ha riportato la squadratura della superficie. Da questo momento, l’artista definisce come suo campo d’analisi la struttura base della visione e i metodi dell’operare artistico che, negli anni successivi, lo portano a sviluppare un processo di decodificazione lontano dall’elaborazione di immagini evicino al segno, alla geometria visiva, alla matematica.

Con la mostra “Giulio Paolini. Teoria delle apparenze”, Galleria Fumagalli rende omaggio a una delle figure artistiche più rappresentative della ricerca italiana d’avanguardia. Attraverso installazione, disegno, collage, calco in gesso e fotografia, dagli anni ’60 a oggi, Giulio Paolini esplora la natura tautologica e metafisica dell’operare artistico mettendo in discussione le sue sovrastrutture di metodo e rigenerando il lavoro in prospettive sempre nuove. “Il mio modo di agire è in rapporto, staffetta continua, tra il quadro prima e quello dopo. Ogni mio quadro in definitiva è la replica del precedente (vorrei dire che nasce già come replica del precedente)”. (Giulio Paolini in “Dipingere la pittura”, intervista di Nico Orengo in “Fuoricampo”, Torino 1973).

Giulio Paolini è nato a Genova nel 1940, vive e lavora a Torino. Nel corso degli anni ha esposto in prestigiose istituzioni pubbliche internazionali, tra le recenti mostre personali: Center for Italian Modern Art, New York e Museo Poldi Pezzoli, Milano (2016), Macro, Roma (2013), Palazzo delle Esposizioni, Roma (2010), Kunstmuseum, Winterthur (2005), Mart, Rovereto (2004), Fondazione Prada, Milano (2003), CEAAC, Strasburgo e GAM, Torino (2001). Dal 1970 a oggi ha partecipato a rassegne internazionali come Biennale di Venezia, Quadriennale di Roma, Biennale di Sydney, Sculpture Biennial Münster, Documenta, Biennale di San Paolo. Sue opere sono esposte in modo permanente in istituzioni pubbliche e private di tutto il mondo.

Galleria Fumagalli
Giulio Paolini
Teoria delle apparenze. Opere 1969-2015
A cura di Angela Madesani e Annamaria Maggi
fino al 14 aprile 2018

Durante la mostra sarà presentato un libro con un testo inedito tratto da un incontro con GIULIO PAOLINI a cura di Angela Madesani

22
Gen

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani

Inaugura sabato 27 gennaio alle ore 18.00 nel Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, in provincia di Venezia, la mostra collettiva Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani che riunisce le opere di Federica Landi (Rimini, 1986), Victor Leguy (San Paolo, 1979), Pedro Vaz (Maputo, 1977), Marco Maria Zanin (Padova, 1983).
I quattro artisti presentano in mostra lavori inediti realizzati nel corso di Humus Interdisciplinary Residence, piattaforma interdisciplinare che ha come scopo la contaminazione tra il mondo dell’arte contemporanea e quello di territori “al margine”, ancora estremamente legati al rapporto con l’agricoltura, le tradizioni del mondo contadino, il paesaggio, la terra intesa nel senso primario del termine.
Grazie a un periodo immersivo passato nella zona rurale del Veneto orientale compresa tra i comuni di Torre di Mosto, Eraclea e Caorle, in provincia di Venezia, a stretto contatto con la popolazione locale, gli artisti hanno potuto operare una rilettura delle identità locali attraverso l’arte in dialogo con diverse discipline. Un processo di narrazione che è anche strumento di creazione di consapevolezza e lo sviluppo della comunità stessa in futuro.
Se il lavoro di Pedro Vaz, paesaggista, si è centrato sulla rappresentazione di un tratto del fiume Livenza, Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin hanno deciso di focalizzarsi sulla rilettura e la narrazione in senso contemporaneo del patrimonio di oggetti appartenenti al Museo della Civiltà Contadina della piccola località di Sant’Anna di Boccafossa, che gli artisti hanno visto come una potenziale attrattiva per attività di educazione, turismo e ricerca.
In mostra saranno esposte una serie di fotografie di Federica Landi, una installazione di Victor Leguy, una video installazione e due grandi pitture di Pedro Vaz, fotografie e sculture di Marco Maria Zanin. Ci sarà inoltre una installazione collettiva realizzata dagli artisti Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin secondo il modello del deMuseo, dispositivo che mira a ripensare l’idea tradizionale di museo inteso come ente conservativo statico, divenendo al contrario un “organismo” dinamico dove le esperienze collettive sono il fondamento per raccogliere ed elaborare la storia e la memoria locale, che possa fungere da volano per fortificare l’identità e la coesione sociale di un territorio.
L’attività di rilettura dell’identità locale condotta da Humus Interdisciplinary Residence nel Veneto Orientale è stata individuata da VeGAL (Agenzia di sviluppo del Veneto Orientale) nell’ambito del Piano di comunicazione del Programma di Sviluppo Locale (PSL) Leader 2014/2020 “Punti, Superfici e Linee” che VeGAL gestisce nel territorio, con l’obiettivo di aumentare la qualità della vita e le opportunità di lavoro per la popolazione locale, in particolare i giovani, finanziando progetti che investono sul patrimonio ambientale, storico, culturale, agroalimentare del territorio.
Il progetto Humus Interdisciplinary Residence è nato nel 2015 su iniziativa dell’artista Marco Maria Zanin e coinvolge Carlo Sala, curatore e critico d’arte, e Michele Romanelli, psicologo e mediatore di conflitto. In occasione del seminario di conclusione dei lavori che avrà luogo il 25 febbraio 2018 alle ore 17.00 verrà presentata la pubblicazione contenente i testi critici, le immagini del processo artistico e delle opere.

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani
artisti: Federica Landi, Victor Leguy, Pedro Vaz, Marco Maria Zanin

a cura di Carlo Sala

Museo del Paesaggio di Torre di Mosto
Torre di Mosto, Località Boccafossa (Venezia)
28 gennaio – 25 febbraio 2018
opening: 27 gennaio 2018, ore 18.00
orari: sabato: 15.00-18.00 e domenica: 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Dal lunedì al venerdì su appuntamento.
visite guidate: domenica 28 gennaio, 4, 11 e 18 febbraio dalle 15.00 alle 18.00

Immagine: Federica Landi, Shell, 2017, stampa fine art su carta cotone, 70×100 cm

12
Gen

Sol LeWitt. Between the lines

La Fondazione Carriero è lieta di presentare Sol LeWitt. Between the Lines, una mostra a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas organizzata in stretta collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt.
Nel decennale della scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), “Between the Lines” intende offrire un punto di vista nuovo sulla pratica dell’artista statunitense, esplorandone i confini – nel rispetto di quelle norme e di quei principi alla base del suo pensiero – e isolando i momenti fondanti del suo metodo di indagine e dei processi che ne derivano.
Attraverso un nutrito corpus di opere che ripercorrono l’intero arco della sua carriera – da 7 celeberrimi Wall Drawings a 15 sculture – e partendo dalla peculiarità degli spazi della Fondazione, il progetto espositivo esplora la relazione del lavoro di LeWitt con l’architettura. “Between the Lines” si basa su una chiave di lettura forte e innovativa, tesa innanzitutto a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino ad arrivare a sovvertire il concetto stesso di site- specific.
Con la collaborazione dell’architetto Rem Koolhaas – per la prima volta nella veste di curatore – in dialogo con il curatore Francesco Stocchi, “Between the Lines” affronta ampi aspetti dell’opera di LeWitt, con l’obiettivo ambizioso di superare quella frattura che tradizionalmente separa l’architettura dalla storia dell’arte e che caratterizza l’intera pratica dell’artista, rivolta più al processo che al prodotto finale, e scevra di qualsiasi giudizio estetico o idealista.

Sol LeWitt. Between the lines
fino al 23 giugno 2018

Orari di apertura
da martedì a domenica, 11.00 – 18.00
entrata libera
Chiuso il lunedì

Informazioni e prenotazioni
info@fondazionecarriero.org
Tel. +39 02 3674 7039

Fondazione Carriero
via Cino del Duca, 4 – 20122 Milano

Immagine: Sol LeWitt, complex form#34, 1990, ph. amaliadilanno  
gallery a cura di amaliadilanno

11
Dic

A Cortona il progetto artistico #newgeneration by Art Adoption

L’Associazione culturale Art Adoption, sotto la direzione di Massimo Magurano, presenta e inaugura a Cortona domenica 17 dicembre 2017 il progetto artistico New Generation a cura di Tiziana Tommei.
L’evento, patrocinato dal Comune di Cortona, avrà luogo nel centro storico della città e vedrà il coinvolgimento di 27 luoghi espositivi, spazi pubblici e privati e attività commerciali, con i quali 29 artisti, nazionali e internazionali, si relazioneranno ad hoc.

In calendario, con qualche giorno in anticipo dalla data di inaugurazione, sono previsti importanti interventi artistici che arricchiranno il palinsesto di questa edizione New Generation. La prima anticipazione è prevista l’8 dicembre 2017, in arrivo direttamente dal Padiglione Bolivia della Biennale di Venezia, 57esima Esposizione d’Arte Internazionale, la maestosa installazione di Jannis Markopoulos. L’opera sarà allestita nell’Auditorium di Sant’Agostino, complesso del XIII secolo situato nel centro storico di Cortona. Seconda sorpresa di respiro internazionale è la partecipazione dell’artista Alfredo Rapetti Mogol, poeta, compositore e personalità poliedrica del mondo dell’arte, che il 9 dicembre 2017 per New Generation presenterà una proiezione visiva sulla facciata del Comune. L’opera visiva di Mogol vede il contributo artistico di Mirko Pagliacci, altro maestro protagonista di questa edizione che esporrà un importante corpus di opere della sua produzione artistica in una personale unica. Last but not least l’opera simbolo scelta per rappresentare questa edizione New Generation by Art Adoption è firmata Qwerty. Lo street artist con la sua ‘rivoluzione’ visiva e poetica sicuramente a Cortona ‘lascerà il segno’.
Una edizione davvero speciale che intende valorizzare l’Arte attraverso un percorso espositivo lineare, diversificato e stimolante che possa in una modalità alternativa e non ordinaria avvicinare il pubblico ai nuovi linguaggi espressivi.

Tutti gli eventi in programma sono a INGRESSO LIBERO

Artisti
Manuel Mampaso (Spagna), Giuseppe Chiari (Italia), Daniel Argimon (Spagna), Massimiliano Luchetti (Italia), Mario Consiglio (Italia), Clara Turchi (Italia/Inghilterra), Fabio Savoldi (Italia), Vittore Baroni (Italia), MBU (Italia), Caruso Pezzal (Italia), Flavia Bucci (Italia), Qwerty Street Art (Italia), Sam Francis (USA), Mirko Pagliacci (Italia), Massimiliano Roncatti (Italia), Pierre Fernandez Arman (Francia), Simone Lingua (Italia), Giulia Ronchetti (Italia), Alessandro Bernardini (Italia), Andrea Barbagallo (Italia), Enrico Fico (Italia), Sandro del Pistoia (Italia), Luigi Merola (Italia), Alice Paltrinieri (Italia), Giuseppe Negro (Italia), Cesare Vignato (Italia), Alfredo Rapetti Mogol (Italia), Jannis Markopoulos (Grecia), Fernanda Marangoni (Italia).

Spazi pubblici e attività commerciali
Palazzo Magini, Auditorium Sant’Agostino, Enoteca Enotria, Dolce Vita, Bam Boutique, Beerbone, Touscher, Castellani Antiquari, La Nicchia, Eliana Boutique, Giolielli Caneschi, Pasticceria Banchelli, Ristorante il Cacciatore, Caffè Signorelli, Il Papiro, Nais Profumeria, Il Pozzo Galleria, Caffè Degli Artisti, La Saletta, Nocentini Libri, Terra Bruga, Karma, Jacente Store, Galleria Nazionale, Agenzia Alunno, Antonio Massarutto, Hotel San Luca
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21
Nov

Alessandro Bernardini. NON SOLO TE[LE]

Venerdì 24 novembre presso l’enoteca Donà dei Monti ad Arezzo sarà presentato il catalogo dal titolo Non solo te[le] dell’artista Alessandro Bernardini. Per l’occasione sarà creata un’installazione site-specific e andrà in scena una performance; saranno inoltre esposte opere mai viste e realizzate dall’artista dal 2011 ad oggi. La costruzione di questo catalogo ha significato ripercorrere la produzione artistica di Bernardini. Si tratta, infatti, di una summa della suo percorso: dagli assemblage alle ultime opere installative, passando per i lavori con cemento e catrame.

Il testo critico d’introduzione è firmato da Tiziana Tommei, che ha curato anche la ricerca e selezione delle opere riprodotte.  Il concept e design grafico, al pari delle immagini fotografiche, sono invece a cura di Enrico Fico. Si tratta infine di un’edizione limitata, almeno nella versione attuale: infatti, quando sarà nuovamente dato alle stampe avrà al suo interno anche i prossimi lavori dell’artista.

Riportiamo a seguire l’incipit dal testo critico:
«Questo catalogo è in verità un’autobiografia per immagini. Alessandro Bernardini è un artista capace di assemblare sulla tela pensieri e stati d’animo. Il processo creativo che lo contraddistingue è principalmente di natura concettuale. Tuttavia, nel percorso che egli sta svolgendo, e il cui carattere emerge con chiarezza tra le pagine a seguire, la materia assume assoluta presenza. Ho seguito in modo diretto e costante la produzione di Bernardini dal 2013 e oggi, osservandola à rebours, posso coglierne con chiarezza il carattere affatto lineare dell’evoluzione. Siffatte asimmetrie, insite nello svolgimento del suo percorso artistico, sono da ascrivere a due aspetti principali: spazio e materia».

L’evento avrà luogo al n. 47/49 di via Niccolò Aretino, all’enoteca Donà dei Monti, il giorno 24 novembre dalle ore 19.30 alle 22.30. I lavori inediti dell’artista e l’installazione site-specific resteranno in mostra fino al 7 dicembre 2017.

ALESSANDRO BERNARDINI. NON SOLO TE[LE]
24 novembre 2017 ore 19.30 22.30

Enoteca Donà dei Monti, via Niccolò Aretino 47/49 Arezzo
+39 (0)575477911/ info@donadeimonti.it