Category: scultura

15
Set

Lesley Foxcroft. New Works in m.d.f. and Rubber

La galleria A arte Invernizzi inaugura giovedì 21 settembre 2017 alle ore 18.30 una mostra personale di Lesley Foxcroft, in occasione della quale saranno esposte opere realizzate appositamente per gli spazi della galleria.

Nella prima sala del piano superiore si trovano lavori in gomma industriale, quali Folds e Knotted, materiale relativamente nuovo per l’artista inglese, che tuttavia lavora da sempre con materie prime semplici e basilari dall’uso fondamentalmente quotidiano – quali carta, cartoncino e MDF. In queste opere come anche nell’installazione Eye level, presente nel secondo ambiente del piano superiore, Foxcroft utilizza un linguaggio essenziale e rigoroso per manipolare la materia e creare forme non comunemente ad essa associate. La capacità di evidenziare delle caratteristiche del materiale meno note rispetto alle qualità che ne risultano evidenti dall’utilizzo quotidiano, appare evidente anche in Stacked o Milan corner e negli altri lavori esposti al piano inferiore della galleria e realizzati in MDF. Foxcroft riesce a combinare la flessibilità della materia prima in un equilibrio perfetto con la semplicità degli elementi funzionali – quali uncini, asole, morsetti o viti – tanto da creare una nuova entità, un nuovo insieme, che guida la percezione in modo nuovo, chiaro e logico-razionale.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

Lesley Foxcroft. New Works in m.d.f. and Rubber
21 settembre – 8 novembre 2017
da lunedì a venerdì 10-13, 15-19
sabato su appuntamento
Inaugurazione: giovedì 21 settembre 2017 ore 18.30

A Arte Studio Invernizzi
via D. Scarlatti, 12 Milano
ingresso libero

Immagine: Lesley Foxcroft, Standpoint, 2015, MDF nero, 280×35 cm © A arte Invernizzi, Milano. Foto Bruno Bani, Milano

07
Set

Jan Fabre. Maskers

Mi disegno sempre meglio. Comincio a conoscere il mio muso, la mia maschera. Ma che cos’è un autoritratto? Qualcuno che nega di essere morto.
Jan Fabre, Anversa, 3 febbraio 1980

Magazzino è lieta di annunciare Maskers, la sesta mostra personale in galleria dell’artista belga Jan Fabre, a cura di Melania Rossi. Il progetto raccoglie parte della produzione scultorea di Fabre che affronta il tema dell’autoritratto, sia come forma di indagine sulla natura umana, sia come tentativo di rappresentare e liberare le diverse personalità che compongono la propria identità. Quando siamo davanti allo specchio riusciamo davvero a vederci? Pensiamo di riuscire ad afferrare la nostra immagine, ma non possiamo mai farlo davvero. Il corpo umano è in uno stato di costante trasformazione e i già tanti volti che possediamo mutano inesorabilmente nel corso del tempo. Jan Fabre racconta l’inafferrabilità del “sé” attraverso una serie di sculture in bronzo dorato e cera dal titolo Chapters I-XVIII (2010), busti in cui l’artista si rappresenta con l’aggiunta di attributi animali. La metamorfosi dall’uomo all’animale e dall’animale all’uomo è centrale in tutto il lavoro di Fabre e qui, tra corna e orecchie multispecie, l’artista compone una sorta di bestiario antropomorfo, in cui la perfezione del dettaglio anatomico e alcuni elementi colorati nascondono significati ora autobiografici, ora simbolici. Fabre ci appare come un impunito satiro insidiatore, come uno spietato e diabolico dittatore, uno sfrontato ribelle, un saggio fiero e serafico o un vinto costretto allo scherno delle orecchie d’asino. Il risultato è di una teatralità che tocca tutti i generi della narrazione surreale, talvolta grottesca, ironica, oppure drammatica e perfino spaventosa.

“Il mio corpo è un serbatoio che contiene tutti gli elementi umani: ricordi, avvenimenti e identità”, scrive nel 1986 il giovane Fabre nel suo “Giornale notturno”. L’aspetto, il carattere, l’educazione e l’esperienza ci rendono ciò che siamo; potenzialmente, però, possiamo essere tutto e la nostra identità è un carnevale di personaggi che appaiono, scompaiono e convivono. Questa serie di autoritratti diventa così l’esposizione di una personalità complessa, in lotta tra volontà di attacco e necessità di difesa, tra furia e vulnerabilità. Una sorta di fantasma dai mille volti, in cui la fissità dei tratti è in realtà sempre diversa. Nella forma, il naturalismo di Fabre è quello della tradizione fiamminga, quello dei suoi ideali maestri belgi, di Pieter Paul Rubens, che realizzò molti autoritratti nel corso della sua vita, di James Ensor, il pittore delle maschere e della morte, a cui sembra fare riferimento il teschio bronzeo Vanitas Compass (2011), vitalistico “memento mori” fabresco. In mostra sono presentate anche delle vere e proprie maschere-elmi, alcune delle quali sono la versione in bronzo dei copricapi usati da Jan Fabre durante le sue performance, come Sanguis/Mantis (Helmet) (2006), che insieme alle maschere-volti della serie Chapters svelano e nascondono le ramificazioni dell’io dell’artista e dell’animo umano.Continue Reading..

04
Set

IF (but I can explain), project room di Silvia Celeste Calcagno a Milano

La Nuova Galleria Morone presenta, nello spazio della project room “IF (but I can explain)”, mostra personale di Silvia Celeste Calcagno, che ripropone in forma leggermente ridotta il progetto site-specific curato da Alessandra Gagliano Candela, esposto fra gennaio e marzo 2017 nella Project Room del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova.

“If (but I can explain)” è la formula finale, non definitiva, di una ricerca che Silvia Celeste Calcagno ha condotto nell’ultimo anno, registrando gradualmente il variare della sua condizione esistenziale e reificandola in una stanza, interiore ancor prima che esteriore, alla cui composizione hanno contribuito media diversi in dialogo continuo tra loro. E’ una situazione di sospensione,  evocata dall’installazione “Just lily”, in origine composta da oltre mille lastre in grès disposte sulle pareti della Project Room del Museo, in un continuum che unisce foto, oggetti d’uso, frammenti della quotidianità, tracce di un passato anche recente, brani di pareti, ritratti precisamente o solo evocati, dai contorni nitidi o sfumati. Un catalogo minuzioso di situazioni che ripropongono la sua vita in un luogo che presto dovrà abbandonare, momenti consueti che diventano unici. In sottofondo, l’installazione sonora “Could you please stop talking?” ispirata ad un libro di Raymond Carver, come in un mantra enumera brani di quotidianità e invita al silenzio l’altra persona che condivide lo spazio della vita. Il video, “Air fermé” registra lo scorrere impercettibile del tempo in un paesaggio urbano, segnato dal variare delle luci. La trama della tenda attraverso la quale avviene la ripresa offusca come un velo i contorni del mondo, agendo come un filtro sulla percezione.

Accompagnata dal catalogo edito da Silvana Editoriale che documenta il progetto realizzato a Villa Croce, con un’intervista di Ilaria Bonacossa all’artista, testi critici di Alessandra Gagliano Candela ed Angela Madesani, la mostra rimarrà aperta fino al 10 Novembre.

Silvia Celeste Calcagno è nata a Genova nel 1974, vive e lavora ad Albissola.Si diploma all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Nel 2015 vince, prima donna italiana, la 59° edizione del Premio Faenza. Nel 2017 al Museo d’arte contemporanea Villa Croce, Genova, presenta IF (but I can explain) a cura di Alessandra Gagliano Candela. Nel mese di Aprile dello stesso anno, espone in Corea, In the Earth Time Italian Guest Pavilion Gyeonggi Ceramic Biennale Yeoju Dojasesang . La sua ricerca si basa spesso sul mappare determinate condizioni del vivere: la reiterazione è lo sviluppo primo che  permette di “fotografare” ogni sezione di esistenza, scansionarne ogni frammento. Nascono storie a “basso voltaggio”, situazioni in cui non accade nulla di eclatante, ma nelle quali si percepisce ,tuttavia, una sottile anomalia. Questo processo quasi alchemico distilla la realtà e dunque le emozioni ad essa legate, sublimandosi in un puzzle e rendendo finalmente completa la campionatura di un pezzo di “tessuto vita”.

IF (but I can explain) Silvia Celeste Calcagno
Nuova Galleria Morone, Via Nerino 3, Milano
21 Settembre | 10 Novembre 2017
Inaugurazione:21 Settembre 2017, ore 18
Orari: lun – ven: ore 11 – 19 | sabato: 15 – 19

Amalia Di Lanno, responsabile comunicazione per SCC

Immagine: Silvia Celeste Calcagno, IF, Installazione Fireprinting, 2017

30
Ago

Memorie vive

Apre ufficialmente i battenti a Roma un nuovo spazio dalla vocazione interdisciplinare: L29.  Il nome fa riferimento al luogo, Via Labicana 29, a due passi dal Colosseo, dove le artiste Flavia Bigi, Francesca Romana Pinzari e Gaia Scaramella hanno insediato i loro studi e uno spazio galleria no-profit.  L29 si distingue nell’area romana nell’intento di dar voce a un confronto tra gli artisti residenti e gli ospiti del mondo della cultura che saranno invitati di volta in volta per esporre i loro lavori, organizzare presentazioni, workshop e micro residenze. In occasione dell’inaugurazione le tre artiste residenti hanno deciso di ospitare dalla Francia la curatrice Madeleine Filippi, che curerà la prima mostra inaugurale Memorie Vive, invitando due artisti internazionali, Odie Chaavkaa e Mounir Fatmi, a dialogare con i lavori di Flavia Bigi, Francesca Romana Pinzari e Gaia Scaramella.

Memorie Vive è una riflessione sulla nozione e il legame tra la memoria individuale e quella collettiva nel processo di costruzione del concetto d’identità.

Le installazioni, i disegni e il video presentati si offrono come delle reminiscenze – e non come risultato di un percorso- per esporre altrettante diverse visioni e tragitti di riflessione. Come indica il titolo della mostra, l’interesse verte sulle vestigia, su quello che resta e che respira ancora, anche e soprattutto nel ricordo. La questione del tempo riveste quindi un senso particolare all’interno della mostra.  Non si tratta di mettere in scena un tempo della commemorazione ma piuttosto di giocare con le ellissi temporali e con la nozione scientifica di tempo alla ricerca della porosità della memoria. La memoria è viva, in continua evoluzione. Essa si nutre giorno dopo giorno di elementi sociali, politici e scientifici, dello spirito stesso del tempo che passa e di tutto ciò che può stravolgere i nostri ideali. Questo fenomeno è affrontato dagli artisti attraverso diverse procedure: Nel video di Mounir Fatmi esplicita è la citazione e il riferimento alla storia dell’arte. La tela di fondo del suo video è un affresco del Beato Angelico intitolato La guarigione del diacono Giustiniano sul quale l’artista fonde numerose fotografie e video di un’operazione chirurgica dei nostri tempi. Flavia Bigi rivisita la teoria delle idee  di Platone in chiave metaforica, con riferimento al nostro fragile momento storico. Odie Chaavka richiama le credenze animiste della cultura mongola. L’evocazione della temporalità e del suo legame con la natura è resa evidente dagli intrecci di rami spinosi e il processo di cristallizzazione di Francesca Romana Pinzari mentre negli orologi silenziosi di Gaia Scaramella l’umano sentire si decanta nelle gocce di cristallo come fossero lacrime stigmatizzate. Si investiga il dialogo tra la natura e l’uomo, l’intervento e l’interazione dell’uno sull’altro.Il sistema naturale rende ogni cosa perpetua, ciclica e perciò vocata all’immortalità. Qualunque sia la forma che la memoria assume, o qualunque sia il suo scopo, essa è destinata ontologicamente a resistere e a restare in vita. Questo bisogno di trasmissione del ricordo attraverso le nozioni di radici e di memoria collettiva non è altro che un ultimo tentativo di addomesticare il tempo. La memoria permette di definire l’appartenenza a un gruppo, e può essere anche imposta. La memoria individuale e collettiva si alternano cosi all’interno dell’esposizione. Gli artisti presenti in mostra hanno deciso di mostrarne la sua natura liberatrice e il potere individuale e sociale della memoria stessa.
L’esposizione memorie vive può suonare come un bisogno di utopia…
Madeleine Filippi

Memorie Vive
5 settembre – 15 novembre 2017 – L29 Art Studio
a cura di Madeleine Filippi
Artisti: Flavia Bigi, Odie  Chaavkaa, Mounir Fatmi, Francesca Romana Pinzari, Gaia Scaramella
Inaugurazione: 5 settembre 2017
H 18:00-21:00
Gli altri giorni: su appuntamento
Via Labicana 29, Roma
l29contemporaryart@gmail.com

Immagine: Flavia Bigi, House, 2017. Foto di Andrea Veneri

11
Lug

GIACOMETTI

Tate Modern presents the UK’s first major retrospective of Alberto Giacometti for 20 years

Celebrated as a sculptor, painter and draughtsman, Alberto Giacometti’s distinctive elongated figures are some of the most instantly recognisable works of modern art. This exhibition reasserts Giacometti’s place alongside the likes of Matisse, Picasso and Degas as one of the great painter-sculptors of the 20th century. Through unparalleled access to the extraordinary collection and archive of the Fondation Alberto et Annette Giacometti, Paris, Tate Modern’s ambitious and wide-ranging exhibition brings together over 250 works. It includes rarely seen plasters and drawings which have never been exhibited before and showcases the full evolution of Giacometti’s career across five decades, from early works such as Head of a Woman [Flora Mayo] 1926 to iconic bronze sculptures such as Walking Man I 1960.

While Alberto Giacometti is best known for his bronze figures, Tate Modern is repositioning him as an artist with a far wider interest in materials and textures, especially plaster and clay. The elasticity and malleability of these media allowed him to work in an inventive way, continuously reworking and experimenting with plaster to create his distinctive highly textured and scratched surfaces. A large number of these fragile plaster works which rarely travel are being shown for the first time in this exhibition including Giacometti’s celebrated Women of Venice 1956. Created for the Venice Biennale, this group of important works are brought together for the first time since their creation.

The exhibition also explores some of the key figures in the artist’s life who were vital to his work including his wife Annette Giacometti, his brother Diego and his late mistress Caroline. Alberto Giacometti’s personal relationships were an enduring influence throughout his career and he continuously used friends and family as models. One room in the exhibition focusses specifically on portraits demonstrating Giacometti’s intensely observed images of the human face and figure.

I am very interested in art but I am instinctively more interested in truth […] The more I work, the more I see differently
Alberto Giacometti

Tate Modern
GIACOMETTI
UNTIL 10 SEPTEMBER 2017

30
Giu

Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

L’arte contemporanea torna a confrontarsi con l’archeologia. La mostra presenta 100 opere tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta di artisti provenienti da 25 diverse nazioni.

Accanto a maestri riconosciuti come Marina Abramović, Gino De Dominicis, Marcel Duchamp, Gilbert & George, Joseph Kosuth, Barbara Kruger, Richard Long, Allan McCollum, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Remo Salvadori, Mario Schifano, Mauro Staccioli, sono proposti i lavori realizzati da alcuni tra i più significativi esponenti delle ultime generazioni quali Mario Airò, Maurizio Cattelan, Anya Gallaccio, Cai Guo-Qiang, Claudia Losi, Paul McCarthy, Sisley Xhafa, Vedovamazzei e Luca Vitone. Non manca, poi, una serie di lavori realizzata da designer e architetti come Ugo La Pietra, Gianni Pettena e Denis Santachiara. All’interno dello Stadio Palatino e del peristilio inferiore della Domus Augustana, con le terrazze e le Arcate Severiane, la mostra articola le sue tematiche essenziali: le Installazioni architettonichein situ, efficace accostamento tra archeologia e arte contemporanea; le Mani, disegnate, fotografate, dipinte, scolpite, simbolo comunicativo e forza creatrice; i Ritratti, traccia identitaria per eccellenza e genere artistico dove gli antichi romani hanno primeggiato.

Architettura, identità, comunicazione, creazione sono temi che la contemporaneità interpreta spesso con disinvolta ironia, in maniera destabilizzante, rifiutando ogni dogma: a confronto con le maestose architetture dei palazzi imperiali del Palatino, questi materiali ci interrogano sul senso del tempo e della permanenza. Sono interventi – molti dei quali creati appositamente per questo progetto al Palatino – che non vogliono essere rassicuranti, ma che suggeriscono differenti percorsi di comprensione dell’antico. I lavori provengono dal museo ALT creato dall’architetto Tullio Leggeri, tra i maggiori collezionisti italiani che, fin dagli anni ’60, ha caratterizzato il suo rapporto con gli artisti sviluppando i loro progetti e suggerendo soluzioni tecniche e creative. Tra le monumentali rovine, viene esposta una significativa selezione delle oltre 1000 opere che costituiscono la sua raccolta.Continue Reading..

29
Giu

Jan Fabre. Glass and Bone Sculptures 1977-2017

JAN FABRE
GLASS AND BONE SCULPTURES 1977-2017
Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

VENEZIA – ABBAZIA DI SAN GREGORIO
DAL 13 MAGGIO AL 26 NOVEMBRE 2017

La mostra presenta, per la prima volta insieme, oltre 40 opere in vetro e ossa, realizzate dall’artista belga in un quarantennio di lavoro, tra il 1977 e il 2017, che innescano una riflessione filosofica, spirituale e politica sulla vita e la morte attraverso la centralità della metamorfosi.

A cura di Giacinto DI PIETRANTONIO, Direttore GAMeC, Bergamo
Katerina KOSKINA, Direttore EMST, Atene
Dimitri OZERKOV, Responsabile del Dipartimento di Arte Contemporanea del The State Hermitage Museum, San Pietroburgo

Jan Fabre torna a Venezia, con un progetto inedito, appositamente studiato per gli spazi dell’abbazia di San Gregorio, situata tra il ponte dell’Accademia e la punta della Dogana. Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, dal 13 maggio al 26 novembre 2017, la mostra Jan Fabre. Glass and Bone Sculptures 1977-2017, curata da Giacinto Di Pietrantonio, Katerina Koskina e Dimitri Ozerkov, promossa dalla GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, in collaborazione con EMST – National Museum of Contemporary Art di Atene e The State Hermitage Museum di San Pietroburgo, presenta oltre 40 sculture di Jan Fabre (Anversa, 1958), in grado di ripercorrere la sua ricerca fin dalle origini, innescando una riflessione filosofica, spirituale e politica sulla vita e la morte attraverso la centralità della metamorfosi.

Per la prima volta, saranno riuniti insieme lavori in vetro e ossa, realizzati nell’arco di un quarantennio, tra 1977 e il 2017. Affascinato dall’alchimia e dalla memoria dei materiali, Jan Fabre si è ispirato alla tradizione pittorica dei maestri fiamminghi che erano soliti miscelare ossa triturate con i pigmenti colorati e all’artigianalità dei vetrai veneziani. L’artista ha deliberatamente scelto questi due materiali duri, che sono forti a dispetto della loro delicatezza e fragilità, per mettere in risalto la durezza e la fragilità della vita stessa. “La mia idea filosofica e poetica – ricorda Jan Fabre – che riunisce assieme il vetro con le ossa umane e animali, nasce dal ricordo di mia sorella che da bambina giocava con un piccolo oggetto di vetro. Questo mi ha fatto pensare alla flessibilità dell’osso umano in confronto con quella del vetro. Alcuni animali e tutti gli esseri umani escono dal grembo materno come il vetro fuso esce dal forno di cottura. Tutti possono essere modellati, curvati e formati con un sorprendente grado di libertà”. I due materiali modellano parti e insiemi di corpi umani e animali: a volte, questi mantengono la loro naturalezza cromatica; altre volte, sono dipinti con il colore blu tipico della penna a sfera Bic che l’artista usa da anni per raccontare l’Ora Blu, ovvero quel momento crepuscolare in cui avviene il passaggio dalla notte al giorno o viceversa, che segna il punto di confine e di mutamento del tempo naturale. “Infatti – afferma Giacinto Di Pietrantonio – al titolo Glass and Bone, potremmo aggiungere Blue Bic Ink. La materia, nel lavoro di Fabre, non è celebrata in senso fenomenico, ma è usata come messaggera di arcane simbologie connesse con la sua essenza stessa. Nella sua ricerca, Fabre non persegue un’arte che valuta la storia come prodotto del presente, ovvero della sociologia, quanto come lotta che si dispiega all’interno di una materia la cui memoria si è dissolta nelle profondità del tempo”. Continue Reading..

26
Giu

Antony Gormley. Being

New York, NY: The Hall Art Foundation is pleased to announce an exhibition by acclaimed British artist Antony Gormley to be held at its Schloss Derneburg location. Gormley is internationally lauded for his sculptures, installations and public artworks that investigate the relationship of the human body to space. This is the largest Gormley exhibition held in Germany to date, bringing together works on paper, large-scale installations, and indoor and monumental outdoor sculpture that span the artist’s sculptural journey, from the early 1980s to site-specific works created this year.

The core of Gormley’s sculptural thinking – the relationship between mass and space, carried through skin, grid and volume – can be seen on the ground floor. The first work, from the series Learning to See III (1993), is a sculpture of embodied consciousness: an alert, aware, erect body. It has one closed, continuous surface. Its eyes, for the first time, are indicated, acknowledging a kind of internal vision. Set II (2017), in the adjacent room, uses the same body posture, but here the grid structure common to architecture is used to map the subjective space of the body. This pairing is qualified by a final work, Fit (2016), an unequivocal translation of anatomy into architecture that represents the high-energy zone of a body’s presence. Being continues to investigate ways of presenting the body less as an object and more a place – a site of transformation and an axis of physical and spatial experience. A number of early lead “Bodycase” works are made on molds taken directly from the artist’s body. These works are a materialization of a real event on a real body in real time. Using verticality and laterality, they attempt to confront the viewer with their own embodiment in space and time. One work, Close I (1992), is a splayed and prostate body on the floor – an “X” that marks a fixed point on the surface of the earth. This work represents our dependency on the planet and acknowledges that each body is a point of reconciliation between centrifuge and gravity. One of eight large-scale Corten Steel Expansion Field sculptures, Expansion Field 40/60 (2014), continues the idea of a case for a body, although these particular cases are made with the orthogonal geometry of a room. These “Tankers”, as the artist describes them, invoke the expanding nature of consciousness, in spite of bodily determinism.

In Expansion Field I am applying the Hubble Constant – the idea that space is a state of continual expansion – to the subjective space of the body in different attitudes of emotional contraction or extension. These eight works attempt a bridge between the darkness of the body and deep space. The linear display of the Expansion Field sculptures is complemented by a series of recent body prints and woodblocks. These works on paper prompt a conversation between the Paleolithic gesture of presence and Modernism’s attraction to the void. Woodblock prints of planes equivalent to those found in the Expansion Field sculptures make x-ray-like images of the space of the body, where the grain of the wood forms a subtle, translucent crosshatching. These woodblock prints are paired with body prints, like Feel III (2016), made with a mixture of crude oil and petroleum jelly, which indicate instant indices of lived time.

Sleeping Field (2015-2016) is a large-scale installation in which architectural language is used to describe a city made up of 700 miniature body-forms. Each body-form is made from 29 discrete parts, re-configured to make up 70 original poses, each cast 10 times. The work refers to humankind’s dependency on the city as an instrument for survival. While it can be seen as an urban landscape, it also refers to the present crisis of migration and the camps that have become familiar in Turkey, Greece and Germany. Distillate I (2003), one of Gormley’s earliest built “Blockworks”, proposes an alternative model of a landscape or citadel made of multiple cells. Here, blocks of six discrete sizes map the space of an unconscious body. Sited on the Schloss grounds is Block II (2017), a 46-tonne red granite ‘Blockwork’ made of 22 stones that sit one on top of the other using their deadweight as a constructive principle. The artist conceives of this work as a meditation on the current and temporary state of humankind embedded in the city, brooding about its future. It purposefully conveys the attitude of a lazy Buddha. One of Gormley’s well-known works, European Field (1993), sited in a specially renovated barn, is a vast installation of 35,000 terracotta elements made from clay taken from Småland, Sweden. Simultaneously evoking our ancient ancestors and the unborn, European Field reverses the normal economy of contemplation, making the viewer the subject of its gaze. Deliberately made uncomfortable, the viewer is cast as an actor who has unconsciously walked onto a stage and is now facing an audience that asks: “Who are you? What are you? What kind of world are you making?” The presentation of European Field is complemented by 12 drawings, such as Two Beings Doubtful (1989), made of earth, oil and carbon.Continue Reading..

23
Giu

Verdiana Patacchini. Muta Imago

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la galleria Emmeotto, è lieta di presentare il progetto espositivo dell’artista Verdiana Patacchini intitolato Muta Imago. La dialettica del visibile è, per antonomasia, il fulcro cardine di un’opera d’arte, dove la materia, nelle sue declinazione più svariate, conduce inevitabilmente all’immateriale. Nel periodo classico il concetto di Imago riassume in sé il senso atavico della figurazione, ovvero quel rapporto che intercorre tra lo sguardo dell’osservatore e l’immagine dipinta. L’Imago non è definita semplicemente all’interno di un reticolo ottico figurativo, essa è apparizione, parvenza, visione e sogno. Il lavoro di Verdiana Patacchini si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta, nell’utilizzo dei differenti materiali, le molteplici accezioni dell’immagine. Metalli, carta, ceramica, sono i medium di una riflessione che pone al centro del suo linguaggio l’antico topos che vede la fragile delimitazione tra visibile e invisibile. Le figure di Verdiana Patacchini emergono dalla materia, sono per l’appunto apparizioni, epifanie dell’intelletto, memorie sbiadite di una realtà lontana ed intellegibile. Scrive Yves Klein nel suo saggio intitolato Le dépassement de la problématique de l’art: “Il segreto del quadro è l’indefinibile. Non esistono mediazioni, ci si trova letteralmente impregnati dallo stato sensibile pittorico determinato a priori dallo spazio dato, è una percezione diretta ed immediata, senza più alcun effetto né trucco, né arbitrio”. Il corpus di lavori in ceramica riflettono incondizionatamente le qualità di un’opera espresse da Klein: Verdiana Patacchini si appropria della materia configurandola a seconda delle proprie necessità espressive. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura, il confine con l’invisibile è sempre più marcato, rendendo l’icona un’ombra sbiadita nel tempo. L’universo immaginifico dell’artista si nutre di differenti elementi concettuali: letteratura, musica, poesia sono componenti essenziali della sua ricerca estetica, come ad esempio nella serie di lavori tratti dalla Gerusalemme Liberata. Il labile confine tra visibile e invisibile si prefigura nell’opera di Verdiana Patacchini come una necessità primordiale nell’assidua e costante investigazione che semina il suo tracciato nei meandri della storia dell’arte, dove l’esplorazione di inedite soluzioni formali rappresentano il punto di partenza per rigenerare la forza dei materiali d’elezione utilizzati dall’artista. Nello splendido contesto del Relais Rione Ponte, il corpus di opere selezionate definiranno un nuovo assetto allestivo dove gli ospiti saranno i protagonisti di un itinerario artistico ed emozionale.

Verdiana Patacchini nasce a Orvieto nel 1984. Dopo il diploma presso il Liceo Artistico di Viterbo si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Via di Ripetta, dopo una stagione in Spagna tramite la borsa di studio Erasmus, si diploma in Pittura nel 2007 e nel 2009 conclude la laurea in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico Contemporaneo. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia e nel 2012 è tra i vincitori del Premio Catel Roma con l’opera “La Veronica”. Da Gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato Italiano di Park Avenue di New York, a cura della galleria romana Emmeotto. Attualmente vive e lavora a New York e firma le sue opere con lo pseudonimo Virdi.Continue Reading..

16
Giu

Abitare il Minerale

“Mineral is something of our bodies, because bones are made of calcium that belongs to the world surrounding us; mineral is the part of our bodies that is most stable and which can last over time. Bone remains can be found, while our flesh and fluids disappear sooner. In minerals, in marble, there is a stability, and it is not a coincidence that this stone has been used for centuries in sculpture; its whiteness is something that belongs to us, to our bodies, like our bones. The interest we have for things that surround us is always related to wanting to understand reality, and it is an understanding that is filtered through our bodies. We breathe minerals, we breathe dust, we breathe sand. It is something that is part of our lives, and each of our breaths are sculpture because their forms have the physical and chemical composition of air and when we inhale we create a volume.”
–Giuseppe Penone in conversation with Carolyn Christov-Bakargiev, Abitare il Minerale, Castello di Rivoli, May 17, 2017

“Intra-actions are practices of making a difference, of cutting together-apart, entangling-differentiating (one move) in the making of phenomena. Phenomena—entanglements of matter/ing across spacetimes—are not in the world, but of the world.”

“Ontological indeterminacy, a radical openness, an infinity of possibilities, is at the core of mattering. How strange that indeterminacy, in its infinite openness, is the condition for the possibility of all structures in their dynamically reconfiguring in/stabilities. Matter in its iterative materialization is a dynamic play of in/determinacy. Matter is never a settled matter. It is always already radically open. Closure cannot be secured when the conditions of im/possibilities and lived indeterminacies are integral, not supplementary, to what matter is. Nothingness is not absence, but the infinite plentitude of openness.”
–Karen Barad, What Is the Measure of Nothingness? Infinity, Virtuality, Justice. 100 Notes – 100 Thoughts | N°099. dOCUMENTA (13), Hatje Cantz Publishing, 2012Continue Reading..