Category: performance

19
Set

PASSI. Al Palazzo Altemps l’installazione di Alfredo Pirri

Il Museo Nazionale Romano, diretto da Daniela Porro, presenta con Electa Passi. Palazzo Altemps. 20 settembre 2018, installazione di Alfredo Pirri a cura di Ludovico Pratesi e di Alessandra Capodiferro. L’opera Passi di Alfredo Pirri costituisce un interessante esempio di relazione con lo spazio espositivo che la ospita, attribuendogli volta per volta un nuovo punto di vista, altamente spettacolare e apprezzato dal pubblico. L’artista ha adesso scelto la loggia d’ingresso di Palazzo Altemps. L’installazione – allestita con i bozzetti preparatori dal 21 settembre 2018 al 6 gennaio 2019 – crea una visione frammentata, produce una vertigine dello sguardo, un effetto caleidoscopio ma anche una sensazione di precarietà, provocando un suggestivo effetto di riflessione tra la volta della loggia, il cortile dell’aristocratica residenza e il cielo. Sull’opera è posizionata una statua femminile panneggiata, proveniente dalla raccolta archeologica dei Principi Boncompagni Ludovisi ed esposta, sino ad oggi, nella residenza privata del Casino dell’Aurora a Roma. “Un eccezionale prestito, segno di contaminazione e di continuità con la collezione permanente del Museo di Palazzo Altemps dedicata alla storia del collezionismo antiquario”, spiega Daniela Porro. La scultura porta con sé le tracce del giardino che la ospita da secoli, e dialoga così con l’altra loggia del Museo: quella dipinta con pergolati in trompe-l’oeil e putti giocosi, dove sono esposti i ritratti dei dodici Cesari. È da questi busti che si diffonde un imprevisto brusio di voci, quasi a commento dell’intervento dell’artista e della presenza della nuova statua. Il compositore e musicista Alvin Curran crea per questa occasione una spazializzazione di parole sussurrate, in latino e in italiano, che dà adito a un improvvisato scambio tra i personaggi di marmo.

PASSI
All’interno del percorso artistico di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957), Passi costituisce un filone particolarmente felice che ha trovato altre occasioni in luoghi di notevole rilevanza simbolica come, fra gli altri: la Certosa di San Lorenzo a Padula (2003), il Foro di Cesare a Roma (2007), la Galleria Nazionale d’Arte Moderna sempre a Roma (2011) e la Galleria dell’Accademia a Firenze (2012). “Attraverso il gioco di riflessione provocato dalle superfici di specchi incrinati – spiega il curatore Ludovico Pratesi – ogni luogo che ha ospitato l’opera non si limita ad accoglierla, ma si trasforma nell’opera stessa, attraverso un gioco di rifrazioni che sembra frammentarne le coordinate spaziali, ma in realtà ne esalta l’identità”. La capacità evocativa e simbolica del lavoro di Pirri viene ulteriormente sottolineata dalla serie di bozzetti preparatori dell’installazione, anch’essi esposti a Palazzo Altemps. Per i visitatori uno strumento per avvicinarsi alla genesi dell’opera stessa. Si tratta di disegni ad acquarello e tecnica mista, che interpretano in maniera libera il rapporto tra l’installazione e il Palazzo: attraverso un linguaggio espressivo, libero e ricco di suggestioni pittoriche nell’uso di sali d’argento, lo stesso componente degli antichi specchi. “L’intenzione è di creare uno spazio capace di generare una sorpresa visiva – aggiunge l’artista – per cui la consapevolezza di conoscere la storia e le materie con cui ci confrontiamo non è sufficiente a esaurire lo stupore che si genera in noi: siamo spettatori inermi del passato proiettati in un tempo a venire che si incrina sotto il nostro peso “.

In occasione della presentazione, il 20 settembre alle ore 19.00, durante l’happening di Alfredo Pirri ha luogo un Solo-Performance di Alvin Curran dal titolo “Ancient Talking Heads”, come impronta e apertura al lavoro installativo. Mentre l’artista frantuma il pavimento di specchi che ricopre interamente la loggia d’ingresso, Curran crea uno scambio acustico tra l’incrinarsi degli specchi, le voci latine e il suono dello shofar. In seguito lo specchio continuerà a incrinarsi, sotto i passi dei visitatori che verranno.

Passi. Palazzo Altemps. 20 settembre 2018
installazione di Alfredo Pirri
a cura di Ludovico Pratesi e di Alessandra Capodiferro

Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps
21 settembre 2018 – 6 gennaio 2019

04
Set

A Firenze la grande mostra dedicata a Marina Abramović

Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 Palazzo Strozzi ospita una grande mostra dedicata a Marina Abramović, una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea, che con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità di espressione.

L’evento si pone come una straordinaria retrospettiva che riunirà oltre 100 opere offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra.

L’esposizione nasce dalla collaborazione diretta con l’artista nella volontà di proseguire – dopo Ai Weiwei e Bill Viola – la serie di mostre che hanno portato a esporre a Palazzo Strozzi i maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea. Il palazzo verrà nuovamente utilizzato come luogo espositivo unitario, permettendo a Marina Abramović di confrontarsi per la prima volta con un’architettura rinascimentale e in cui verrà sottolineato lo stretto rapporto che ha avuto e continua ad avere con l’Italia.

Sabato 22 settembre alle ore 15.30 l’artista sarà protagonista dello speciale appuntamento già SOLD OUT organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. In conversazione con Arturo Galansino, curatore della mostra e direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’artista affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn.
A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle Bonn.

Marina Abramović. The Cleaner
Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

ORGANIZZATA DA: Fondazione Palazzo Strozzi
A CURA DI: Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle Bonn.
Fondazione Palazzo Strozzi
p.zza Strozzi 50123 Firenze
tel +39 055 2645155
Orario mostra
Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00
Giovedì: 10.00-23.00

Info Tel +39 055 2645155
info@palazzostrozzi.org
14
Lug

Paolo Loschi. Tarab, quando le anime si toccano

Il quinto evento previsto nel calendario delle mostre della galleria Orizzonti Arte Contemporanea di Ostuni per questa estate è affidato all’artista trevigiano Paolo Loschi con la sua mostra “TARAB, quando le anime si toccano”.
La mostra giunge dopo un lungo percorso di crescita e consolidamento della pittura di Loschi; un gesto ormai maturo, fluido e veloce con cui l’artista imprime su tele di grandi dimensioni la proiezione quasi cinematografica di più immagini in movimento.
Grazie alla pronta collaborazione del Museo Civico di Ostuni e del Museo Diocesano, che per l’occasione hanno messo a disposizione i Giardini Vescovili, alle ore 19,00 in apertura mostra, avrà luogo una performance, una frizzante ed immediata action painting eseguita sulle note stridule ma dolci, incalzanti e lente della tromba jazz di Alberto Di Leone. La sinuosa melodia guiderà il gesto di Loschi a dare forma ad immagini maschili e femminili, sospese e volanti, sorprese nell’ignoto della infinita lotta della danza d’amore.

Ecco come Cristina Principale descrive il lavoro dell’artista:

Da spettatori delle opere di Paolo Loschi, si è coinvolti oltre i confini bidimensionali delle immagini e lo spazio in cui vengono a collocarsi. Esempio di pittura, la sua, che trasuda il gesto che di volta in volta la compie e i contenuti di una potente immaginazione.
Verrebbe infatti da domandarsi dove risieda quel quid nel suo linguaggio che lascia credere che da un momento all’altro le scene prendano vita, liberate da una condizione determinata e dal riferimento del tempo, e svincolate dall’influenza di un titolo o un sentimento in particolare.
Ebbene, una risposta possibile la suggerisce una delle accezioni del termine tarab, che sta a indicare idealmente lo stato di estasi che viviamo quando ascoltiamo certa musica, per ciascuno diversamente speciale; l’alterazione felice in cui ci troviamo quando avviene quel coinvolgimento, appunto, che ci aiuta a riconoscere l’arte, nelle sue coniugazioni. Vi sono infatti elementi di fascinazione nella sensibilità dell’artista Loschi che accompagnano al piacere. La capacità di riscrivere la realtà, mettendo in gioco nuovi mondi visivi, e certamente il ritmo della sua pittura.
L’impronta sinestetica della sua creatività, come l’ha definita Michela Giacon nel 2008, rinviene dalla formazione come musicista e da una spontanea e accentuata attenzione alle armonie. Propriamente alle relazioni tra elementi, umani o formali, rapporti dentro e fuori la superficie. Sia questa di carta, legno o tela, di piccole o grandi, grandissime dimensioni. Loschi riesce, con la medesima intesa espressività, a gestire il segno pittorico tanto concentrandolo nei pochi centimetri di una cartolina che sfidando supporti vuoti, fino a 30 metri – record di un suo ultimo progetto dell’estate 2018. E la musica risulta tutt’altro che accessoria nel determinare l’azione, che ha a che fare con la dote di quanti nell’esecuzione vanno “ad orecchio”, come lui stesso riconosce. È capace così, rivolto al suo supporto, di concerti da camera e per orchestra, con un tocco talvolta intimista e delicatissimo, altre volte plateale e gridato. A partire dal disegno asciutto nero su bianco, per completarsi con tonalità liquide e luminose che danno corpo a intensi ritratti, di protagonisti singoli o a più figure, vedute di paesaggi naturali o urbani, e collages di forme a descrivere paesaggi invece interiori, per lo più legati in serie e che scandiscono la sua ricerca negli anni. L’esperienza forbita e di lunga data di Loschi fa eco alle avanguardie storiche, rinnovando lo sguardo sull’importanza della concertazione, e garantendo pregio performativo e nella resa pittorica. Una spontanea disposizione all’ensemble ha guidato proprio ad una serie di site specific che lo vedono autore, nell’ultimo lustro, di Concerti per musica e pennello, performance collaudate nelle quali il pittore si esibisce live durante la creazione, accompagnato da musicisti che contribuiscono all’esibizione e ne scandiscono l’umore. Questa proposta è stata declinata in contesti d’eccezione sempre differenti, in spazi museali, quanto in spazi storici e industriali, dedicata a collezionisti privati o aperta al pubblico. Il tratto in comune con le sperimentazioni in studio è, puntualmente, la sensazione di immersione nelle anime dei suoi colori.
Da spettatori delle opere di Paolo Loschi, si può condividere la seduzione del contatto, il suo con la musica, quello tra i soggetti delle opere nelle opere, e tra questi e noi, attraverso un’espressione umorale e incalzante, frutto di un imprevedibile incontro.

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27
Mar

Teresa Margolles. Ya Basta Hijos De Puta

Il PAC di Milano presenta la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico. Vincitrice del Prince Claus Award 2012, Teresa Margolles ha rappresentato il Messico nella 53° Biennale di Venezia nel 2009 e le sue opere sono state esposte in numerosi musei, istituzioni e fondazioni internazionali. Con uno stile minimalista, ma di forte impatto e quasi prepotente sul piano concettuale, le 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza.

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, la mostra si inserisce nel calendario dell’Art Week, la settimana milanese dedicata all’arte contemporanea, in occasione della quale l’artista presenta una performance tributo a Karla, prostituta transessuale assassinata a Ciudad Juárez (Messico) nel 2016. Un gesto forte, che lascerà una ferita aperta sui muri del PAC e vedrà protagonista Sonja Victoria Vera Bohórquez, una donna transgender che si prostituisce a Zurigo.

La mostra si inserisce nella prima delle quattro linee di ricerca del PAC, quella che durante le settimane in cui Milano diventa vetrina internazionale con miart e Salone del Mobile e vede protagonisti i grandi nomi del panorama artistico internazionale: Teresa Margolles (2018) e Anna Maria Maiolino (2019).

Venerdì 13 aprile ore 19.30 performance in occasione di miart e Art Week
Domenica 15 aprile ore 18 visita guidata con il curatore
Visite guidate gratuite giovedì h 19 e domenica h 18

Una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale
sponsor PAC TOD’S
con il contributo di Alcantara e Cairo Editore
con il supporto di VulcanoPac

Padiglione d’Arte Contemporanea
Via Palestro, 14
20122 Milano
+39 02 8844 6359

YA BASTA HIJOS DE PUTA. TERESA MARGOLLES
dal 28 marzo al 20 maggio 2018
a cura di Diego Sileo

PROROGATA al 10 giugno 2018

Immagine in evidenza © Ph. Rafael Burillo | Teresa Margolles, 36 cuerpos, 2010, dettaglio

09
Mar

‘Music For Your Eyes’ di Keziat e Luca Ciarla al ‘The Centre for the Less Good Idea’ di William Kentridge

Parte da Johannesburg, Sudafrica, presso il prestigioso The Centre for the Less Good Idea fondato e gestito da William Kentridge, spazio dedito a performance multidisciplinari e sperimentali, il terzo ciclo di mostre e performance dell’artista italiana Keziat dal titolo Introspective. Un tour che si preannuncia straordinario già in partenza con la performance Music for your eyes, prima tappa estera in uno spazio unico e due uniche date, 15 e 16 marzo 2018. La performance di Keziat sarà introdotta da William Kentridge in conversazione con l’artista sudafricano Sam Nhlengethwa e vedrà l’artista italiana esibirsi con le sue video proiezioni, alcune delle quali realizzate live, con il musicista Luca Ciarla (violino e loop machine) e con la partecipazione speciale della compagnia di danza Darkroom contemporary.

In Music For Your Eyes, Keziat e Luca Ciarla esplorano le varie possibili interazioni tra le due arti; un duo inusuale che prende per mano il pubblico per guidarlo lungo percorsi immaginari dove le note si trasformano in colori, i suoni diventano immagini. Un viaggio suggestivo e visionario in cui le video proiezioni di Keziat, realizzate come vere e proprie video installazioni site specific su veli, stoffe o superfici non convenzionali si fondono, contaminandosi, con la sorprendente musica del violinista Luca Ciarla.

La performance è nata nel 2009 e ha girato il mondo: Trickfilm Festival, Stoccarda (Germania); Auditorium Parco della Musica, Roma; Casa Italiana Zerilli-Marimo’, New York University, New York (Usa); Istituto Italiano di Cultura, Los Angeles (USA); Northern Arizona University, Flagstaff (Usa); The Stella Adler Studio of Acting, New York (USA); Sabiana Paoli art gallery, Singapore; Performing Arts Centre, Mandurah (Australia); Cummins Theatre, Merredin (Australia); Joan Sutherland Performing Arts Centre, Penrith (Australia); Chapel Theater, Glenn Innes (Australia); Mackay Entertainment Centre, Mackay (Australia); The Arts Council Tablelands, Atherton (Australia); Istituto Italiano di Cultura, Jakarta (Indonesia); Grand Salon de l’Hôtel de Ville, Nancy (Francia); Kulturverein, Lauterbach (Germania); Caisa, Helsinki (Finlandia); MAT Museo dell ‘Alto Tavoliere, San Severo; Centro Culturale Elsa Morante, Roma; Teatro Puccini, Merano; Teatro Studio, Scandicci, Firenze; Palazzo Gravisi, Koper (Slovenia), Kino Šiška Centre for Urban Culture, Ljubljana (Slovenia); Teatro Arciliuto, Roma; Istituto Italiano di Cultura, Amsterdam (Olanda); Alluvium, Oldenburg (Germania); Centre Mandapa, Parigi (Francia); António de Almeida Foundation, Porto (Portogallo); Istituto Italiano di Cultura, New York (USA); Istituto Italiano di Cultura, San Francisco (Usa); The Pearl Company, Hamilton (Canada); The Train Studio, Toronto (Canada); Vandercook College, Chicago (Usa); Istituto Italiano di Cultura, Washington DC (Usa); Rio Grande Theatre, Las Cruces (Usa).

Le due date sudafricane segnano l’inizio di Introspective il terzo tour espositivo e performativo di Keziat in programma fino al 2019 con tappe italiane ed estere, in linea con l’iter dei due precedenti cicli espositivi. A seguito del grande successo dei cicli di mostre Visionaria e Hybrids, in collaborazione con Il MAT Museo dell’Alto Tavoliere di San Severo, la Casa Italiana Zerilli Marimò di New York, la Sabiana Paoli art gallery di Singapore, il Centro Culturale Elsa Morante di Roma, l’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam, le Scuderie Aldobrandini di Frascati, la Società Dante Alighieri di Miami e il Chulalongkorn University Museum di Bangkok, l’artista Keziat si prepara a un nuovo e strabiliante tour ‘visionario’ con una partenza davvero eccezionale in un luogo di grande pregio, in sintonia con le sue sperimentazioni ed evoluzioni artistiche. La performance Music for your eyes sarà rappresentata in due date imperdibili e avrà luogo nel celebre The Centre for the Less Good Idea di William Kentridge, spazio il cui punto cardine è la contaminazione delle arti nell’ottica di valorizzazione di progetti di collaborazione, sperimentali e interdisciplinari.

Scheda tecnica:
The Centre for the Less Good Idea di William Kentridge
JOHANNESBURG, SUDAFRICA

Music for your eyes | Keziat
con Luca Ciarla in collaborazione con compagnia danza Darkroom contemporary
15, 16 marzo 2018 ore 19:30

Artist Keziat
www.keziat.net

Organizzazione Violipiano Visual
www.lucavl.com

Communication manager Amalia Di Lanno
info@amaliadilanno.com |www.amaliadilanno.com

Introspective è un progetto Violipiano Visual

In collaborazione con The Centre for the Less Good Idea fondato da William Kentridge

22
Feb

Contemporary Experience

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la Galleria Emmeotto, è lieta di presentare la mostra Contemporary Experience, che celebra il decimo progetto espositivo all’interno di Spazio Arte, realtà che fa incontrare l’arte contemporanea e gli ospiti del boutique hotel, nella cornice del centro storico di Roma, a pochi passi da Piazza Navona, e il quarto anniversario dell’apertura della struttura. Gli eleganti ambienti e le raffinate camere del Relais Rione Ponte, al secondo piano di un palazzo del XVII secolo, sono il luogo ideale per ospitare le opere d’arte di artisti italiani e internazionali in un’atmosfera sofisticata dove le persone possono interagire con la creatività contemporanea. L’ospite diventa, nella propria camera e nelle aree comuni, interlocutore attivo delle opere, alcune ideate appositamente per gli spazi del relais, e protagonista della propria esperienza artistica.
In mostra, fino al 2 luglio 2018, una selezione di opere di quattro artisti che hanno allestito mostre personali nello Spazio Arte: Keziat nel 2015 e Marco Angelini, Verdiana Patacchini e Barbara Salvucci nel 2017 sotto la direzione artistica della Galleria Emmeotto. Pur nelle diversità stilistiche e formali, tutti hanno studiato progetti site specific per gli spazi portando le caratteristiche peculiari della propria ricerca artistica.

Marco Angelini (Roma, 1971; vive tra Roma e Varsavia) per l’occasione espone una serie di opere di diversa datazione per ripercorrere l’excursus espositivo già presentato nella personale Abstract Configurations lo scorso anno, ma con nuove proposte. Egli fa della superficie pittorica il luogo d’incontro di forme e materie, segni e significati. Una ricerca espressiva dominata dalle materie più diverse, per lo più di riciclo, base su cui va poi ad intervenire con pigmenti, polveri, colle, metalli e plastiche. Materia e colore si intrecciano nelle tele, lo spazio acquisisce, attraverso la modalità del prelievo oggettuale, una terza dimensione che è la continuità logica tra figurazione e astrazione. L’itinerario pittorico dell’artista è strettamente connesso allo studio della società e del reale che irrompe nelle tele attraverso gli oggetti della quotidianeità, la cui funzione originaria diviene di volta in volta trasformata stravolgendone il significato.Le opere di Marco Angelini sono state acquisite da diversi collezionisti a Roma, Milano, Londra, Varsavia, New York, Melbourne, Washington ed una di esse fa parte della prestigiosa collezione privata della Fondazione Roma (Palazzo Sciarra). Inoltre, espone in prestigiose sedi istituzionali e importanti gallerie in Italia e all’estero (Istituto Italiano di Cultura, Cracovia;  Banca Fideuram, Roma; Museo Carlo Bilotti, Roma; Museion, Bolzano; Novus Art Gallery, Abu Dabhi; Nowe Miejsce Gallery, Varsavia). Dal 15 marzo al 7 aprile 2018 sarà protagonista della personale Lo spazio del sacro al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma.

Il lavoro di Verdiana Patacchini (Orvieto, 1984; vive a New York) si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca. L’artista sperimenta l’utilizzo di differenti materiali, come metalli, carta, ceramica, polistirolo da cui le figure emergono con forza e carattere. Le linee e i motivi monocromatici riflettono una “smaterializzazione” della figura in una dimensione poetica, mentre l’universo immaginifico si nutre di eterogenei elementi concettuali: letteratura, musica, poesia, sono le componenti essenziali della ricerca estetica di Verdiana, che investiga sulla qualità del segno e della materia, rivelatrice di immagini così come si è evinto dalla sua personale Muta Imago al Relais Rione Ponte, di cui, per l’occasione della mostra in corso, sono riproposte alcune opere fondamentali. Nel 2002, Verdiana si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Studia pittura tra Roma e la Spagna e nel 2007, con la cattedra di Giuseppe Modica, si diploma in pittura, con una tesi su Carlo Guarienti di cui diventerà allieva. Nel 2011 espone alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia. Da gennaio 2016 le è stata assegnata una residenza presso il centro artistico MANA Contemporary di New York e nello stesso anno, la sua personale è stata presentata al Consolato d’Italia a Park Avenue. Negli ultimi anni ha vissuto viaggiando tra l’Italia e l’America e firma le suo opere con lo pseudonimo Virdi.

La ricerca di Barbara Salvucci (Roma, 1970) prende vita dalla sperimentazione sulla materia, realizzando le opere su diversi supporti come carta, stoffa damascata, zinco, bronzo e video, passando dal sofisticato tratto grafico dei disegni alle incisioni, fino alle opere con vernice fluorescente e le lightbox, pensate e realizzate appositamente per il Relais Rione Ponte per dare una maggiore connotazione site specific al progetto espositivo Skin, durante la personale appena conclusa. L’aspetto formale, composto dal segno meticoloso e attento e la padronanza della tecnica, è legato in maniera indissolubile alla componente emotiva che si riconosce in ogni opera, un viaggio inconscio all’interno del sé. La produzione di Barbara Salvucci è una personale e forte esperienza artistica, dove meditazione, concentrazione e gestione emozionale sono protagonisti dell’azione da svolgere sui materiali, in un insieme di creazioni legate tra loro da un’armonia dei segni, che viaggiano da una superficie all’altra. Barbara ha esposto in numerose mostre personali e collettive in importanti musei e gallerie in Italia e all’estero (Temple University, Roma; MACRO, Roma; MUSMA, Matera; Galleria Paola Verrengia, Salerno; Galleria L&C Tirelli, Vevey, Svizzera). Nel 2013 partecipa alla 55esima Biennale d’Arte di Venezia e nel 2016 due importanti mostre personali la vedono protagonista a Roma: INK al Museo Carlo Bilotti e SIGNS alla Galleria Emmeotto – Palazzo Taverna. Nel 2017, entra a far parte della collezione permanente del MOMA Hostel di Franco LoSvizzero, aderisce all’A-HEAD Project e partecipa alla mostra Limtless presso la Hybris Art Gallery a Roma e all’inizio del 2018  espone a Londra alla Gallery No20. Dal 2 al 4 marzo 2018 parteciperà alla prima edizione romana di ArtRooms Fair al The Church Palace Hotel.

Kezia Terracciano, in arte Keziat, (San Severo, 1973; vive a Roma). Nel corso della sua produzione artistica ha realizzato opere pittoriche su tela, disegni a penna su carta e tela, illustrazioni per importanti case editrici, fumetti, per poi sperimentare nel mondo delle animazioni video, installazioni e performance interdisciplinari di musica, danza, teatro e arti visive. Sempre evidente nella sua ricerca uno sguardo surreale sul mondo in cui gli elementi si muovono liberamente, all’interno di una dimensione onirica dove si intrecciano e fluttuano realtà e fantasia, immaginazione ed esperienza, emozioni e pensieri. Nonostante l’utilizzo di una tecnica complessa e articolata dal punto di vista estetico, Keziat non cede mai al decorativo, ma accoglie e coinvolge, nella propria narrazione, lo sguardo dello spettatore. I suoi progetti, dal 2009, assumono carattere internazionale e diventano itineranti come Visionaria  (San Severo, Roma, New York, Singapore e Amsterdam) e Hybrids (Miami, Bangkok). Inoltre, ha presentato i suoi lavori a Venezia, Parigi, Firenze, Hong Kong, Lussemburgo, San Francisco, Chicago, Los Angeles, Washington, Toronto, Stoccarda, Perth, Kuala Lumpur, Porto, Jakarta, Milano, Helsinki e Ljubljana Nel 2018 partirà il suo nuovo ciclo di mostre e performance Introspective.

Marco Angelini, Verdiana Patacchini, Barbara Salvucci e Keziat: quattro artisti diversi ma con in comune una profonda ricerca concettuale e un approccio performativo alla materia, che si diffondono per tutti gli ambienti del Relais Rione Ponte, proponendo in ogni spazio una diversa “esperienza contemporanea” che possa coinvolgere e ispirare l’ospite che la vive in un contesto di arte, design, e ospitalità sullo sfondo della città Eterna.

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04
Dic

Mounir Fatmi. Transition State

La galleria Officine dell’Immagine di Milano ospita fino al 7 gennaio 2018 la più ampia personale mai realizzata in Italia di mounir fatmi (Tangeri, Marocco, 1970), una tra le figure più interessanti del panorama artistico internazionale. La mostra a cura di Silvia Cirelli ha inaugurato lo scorso ottobre  la nuova sede di Officine dell’Immagine a Milano.

Molto noto a livello internazionale, mounir fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra “The Absence of Paths”, e al NSK State Pavilion. Chiamato a esporre in prestigiosi musei come il Centre Georges Pompidou, il Brooklyn Museum, il Victoria & Albert Museum, il Mori Art Museum di Tokyo, o il MAXXI di Roma, i suoi lavori fanno parte di grandi collezioni pubbliche come quelle dello Stedelijk Museum di Amsterdam, la Fondation Louis Vuitton pour la création di Parigi o il Mathaf, Arab Museum of Modern Art di Doha. Artista poliedrico, mounir fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza. Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea. La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia. Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo. L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, mounir fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale. La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti. La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization (2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.

mounir fatmi è nato a Tangeri (Marocco) nel 1970, attualmente vive e lavora fra Parigi e Tangeri. Al suo attivo ha numerose partecipazioni sia in importanti Musei stranieri, come il Brooklyn Museum, il Victoria & Albert Museum, il Moscow Museum of Modern Art, il Centre Georges Pompidou, il Mori Art Museum di Tokyo, il Mathaf Arab Museum of Modern Art di Doha o il MAXXI di Roma; che in Festival e Biennali, come la Biennale di Venezia, dove partecipa nuovamente anche quest’anno, la Biennale di Sharjah, Dakar, Siviglia, Gwangju e Lione. fatmi ha inoltre ricevuto numerosi premi come il Cairo Biennial Prize (2010), l’Uriöt Prize, Amsterdam e il Grand Prize Leopold Sedar Senghor della Biennale di Dakar nel 2006. Nel 2013 è stato poi selezionato per il Jameel Prize del Victoria & Albert Museum di Londra. Milano, giugno 2017

*Segue testo critico della curatrice

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11
Set

Corpo a corpo | Body To Body

La mostra analizza quel preciso momento in cui il lavoro degli artisti è caratterizzato dall’appropriazione di nuovi linguaggi che spaziano dalla danza all’evento, dall’happening al teatro, dalla pittura alla musica, dalla teoria alla scultura, dal cinema al video. All’interno di queste complesse vicende culturali, la mostra vuole ritagliare soltanto l’ambito in cui l’artista, lasciate le tradizionali forme dell’arte, utilizza il corpo come mezzo espressivo.

Un momento cruciale che copre i due decenni ’60 e ’70, anni di presa di coscienza e di autodeterminazione in cui si collocano le ricerche sperimentali che hanno declinato in vario modo le istanze femministe di alcune artiste come Marina Abramović, Tomaso Binga, Sanja Iveković, Ketty la Rocca, Gina Pane, Suzanne Santoro e Francesca Woodman e pioniere nella danza come Trisha Brown, Simone Forti e Yvonne Rainer negli scatti di Claudio Abate.

Negli ultimi anni il linguaggio del corpo è stato ripreso da artiste italiane dell’ultima generazione come la coppia formata da Eleonora Chiari e Sara Goldschmied, Chiara Fumai, Silvia Giambrone, Valentina Miorandi e Alice Schivardi – e del collettivo artistico con base a Parigi Claire Fontaine. Tutte hanno riattualizzato l’eredità ricevuta da chi le ha precedute, realizzando una serie di opere che compenetrano le ragioni dell’estetica con quelle della politica. Il loro lavoro ravviva quei caratteri che la critica americana Lucy Lippard riconosceva come contributo del femminismo all’interno della vicenda artistica degli anni ’70: un’arte che fosse “esteticamente e socialmente efficace allo stesso tempo” caratterizzata “da un elemento di divulgazione e da un bisogno di connessione di là dal procedimento e del prodotto”.

Ancora oggi la fotografia, il gesto e l’azione performativa sono gli strumenti ideali usati all’inizio degli anni ’60 dalle artiste per continuare lo scardinamento del linguaggio e dei mezzi espressivi classici e sottolinearne l’inadeguatezza. Il linguaggio verbale, infatti, spesso si è rivelato insufficiente per definire stati d’animo complessi. Per questo motivo la sua destrutturazione visiva, attraverso il collage e il video, è ancora fondamentale per esprimere sentimenti e punti di vista difficili da indagare con altri mezzi espressivi.Continue Reading..

24
Giu

AGNETTI. A cent’anni da adesso

Mostra antologica curata da Marco Meneguzzo con l’Archivio Vincenzo Agnetti, che racconta la vicenda creativa di uno dei maggiori esponenti dell’arte concettuale degli anni Settanta. Dal 4 luglio al 24 settembre 2017, Palazzo Reale di Milano ospiterà la rassegna antologica dedicata a Vincenzo Agnetti (1926 – 1981), l’artista concettuale italiano che ha trasformato la parola in immagini iconiche e l’immagine in poesia.

La mostra AGNETTI. A cent’anni da adesso, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Vincenzo Agnetti, curata da Marco Meneguzzo insieme all’Archivio Vincenzo Agnetti, ci invita, attraverso un’analisi critica e “sentimentale”, a riscoprire l’universo artistico di Vincenzo Agnetti cogliendone l’originalità, il rigore critico, la poetica e la straordinaria contemporaneità. Sono esposte più di cento opere, realizzate tra il 1967 e il 1981, che nel loro insieme restituiscono un’immagine chiara del percorso dell’artista: la sua tensione poetica e visionaria, lo spiccato interesse per l’analisi dei processi creativi e per l’arte come statuto, il suo ruolo di investigatore linguistico e di sovvertitore dei meccanismi del potere, inclusi quelli della parola scritta, detta, tradotta in immagini limpide ed evocative, perché per Agnetti tutto è linguaggio: “Immagini e parole fanno parte di un unico pensiero. A volte la pausa, la punteggiatura è realizzata dalle immagini a volte invece è la scrittura stessa”. 

La parola in tutte le sue opere non si limita dunque ai rapporti semiologici, come spesso accade nell’arte concettuale di quegli anni, piuttosto realizza immagini, suggerisce indagini, costruisce narrazioni. Agnetti utilizza il paradosso visivo e concettuale per creare cortocircuiti interpretativi pronti per essere elaborati e rivisitati dall’osservatore, affidando al pensiero di chi guarda lo sviluppo e il senso di quanto ha scritto e immaginato. Per lui è sempre stato importante che il visitatore continuasse a vedere la mostra, con gli occhi della mente, anche dopo essere uscito dalla galleria.

 “Con questo appuntamento riscopriremo uno dei più grandi artisti concettuali – afferma Marco Meneguzzo – Il suo concettualismo è diverso da quello anglosassone, americano, e anche da quello europeo; quello di Vincenzo Agnetti ha un risvolto metafisico e letterario, pieno della nostra cultura, vorrei dire mediterraneo, se oggi questo aggettivo non apparisse riduttivo”.Continue Reading..

01
Apr

Italian Pavilion at the Venice Biennale

Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey
Il mondo magico
May 13–November 26, 2017

Italian Pavilion at the Venice Biennale
Arsenale
Venice
Italy

www.ilmondomagico2017.it

Commissioned by the Ministry of Cultural Heritage and Activities and Tourism
DGAAP – Directorate-General for Contemporary Art and Architecture Urban Peripheries
Commissioner: Federica Galloni, Director General DGAAP
Realized by the Venice Biennale

Curated by Cecilia Alemani

Il mondo magico is the exhibition for the Italian Pavilion at the Venice Biennale 2017, and it presents ambitious new projects by Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi, and Adelita Husni-Bey. These artists—all born in Italy between the 1970s and the 1980s—emerged on the scene in the first decade of the new millennium and, despite many stylistic differences, share a fascination with the transformative power of the imagination and an interest in magic.

In their works, Andreotta Calò, Cuoghi, and Husni-Bey construct parallel universes that teem with references to magic, fancy, and fable, creating complex personal cosmologies. They see themselves not just as producers of artworks, but as active interpreters and creators of the world, which they reinvent through magic and the imagination. For the invited artists, magic is not an escape into the depths of irrationality but rather a new way of experiencing reality: it is a tool for inhabiting the world in all its richness and multiplicity.

The title of the exhibition is borrowed from Ernesto de Martino’s book Il mondo magico; this Neapolitan scholar developed seminal theories about the anthropological function of magic, which he studied for decades, describing its rituals as devices through which individuals try to regain control in times of uncertainty and reassert their presence in the world.

Within the landscape of contemporary Italian art, Andreotta Calò, Cuoghi, and Husni-Bey use magic as a cognitive instrument for reconstructing and reinventing reality, sometimes through fantasy and play, sometimes through poetry and imagination. This approach allows them to create complex aesthetic universes that eschew the documentary-style narrative found in much recent art, relying instead on an alternative form of storytelling woven from myths, rituals, beliefs, and fairy tales.

Like the rituals described by de Martino, the works of Andreotta Calò, Cuoghi, and Husni-Bey stage situations of crisis that are resolved through processes of aesthetic and ecstatic transfiguration. If one looks closely, these works offer up the image of a country—both real and fanciful—where ancient traditions coexist with new global languages and vernaculars, and where reality and imagination melt together into a new magical world.

Il mondo magico will be accompanied by a bilingual catalogue published by Marsilio with essays by Giovanni Agosti, Cecilia Alemani, Giuliana Bruno, Barbara Casavecchia, Fabio Dei, Brian Dillon, Silvia Federici, Marina Warner, and Chris Wiley.

Image: Adelita Husni-Bey, 2017. Production still, 5k video. Courtesy the artist and Galleria Laveronica