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16
Nov

Lieve piccola anima smarrita. Installazione di Milena Altini in dialogo con l’opera di Mustafa Sabbagh

Animula vagula blandula sono i versi di una breve poesia dell’imperatore Adriano [76—138], ripresi nel romanzo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar [1951]. L’imperatore parla alla sua anima prendendo congedo dalla sua vita terrena; egli vede la propria anima fluttuare, vagula, come smarrita, e si rivolge a lei chiedendole di ascoltare il racconto della propria vita. Anime senza colpa, prima del giudizio, compongono il gruppo scultoreo di Milena Altini.

Anime qui unite assieme, a dialogare con l’opera Hebe vs. Hebe [2017] di Mustafa Sabbagh, in un confronto serrato tra due metafisiche, tra due espressioni artistiche ugualmente visionarie. Capitolo ulteriore del percorso di esposizione antologica dell’opera di Mustafa Sabbagh iniziato con la mostra maior ai Musei San Domenico “XI Comandamento: Non dimenticare”, le anime di Milena Altini sono grandi bulbi costruiti con strisce di pelle, vitello e agnello, cucite assieme a comporre giganteschi organismi, mitocondri allungati, ovari rivestiti di una guaina, un perisperma, come anatomie arcane, anatomie di anime.

La guaina in pelle cita di riflesso il grande tema della poetica di Mustafa Sabbagh, il derma protettivo delle creature, surrogato nella Hebe vs. Hebe da una patina nera, argillosa. Nei lavori di Milena Altini la patina è pelle animale, involucro di animali sacri o sacrificali, composti e accostati in una sorta di grandioso Compianto contemporaneo, in cui le anime delle madri piangono riflettendosi nel nero della propria pelle.
Roberto Farneti

Lieve piccola anima smarrita. Installazione di Milena Altini in dialogo con l’opera di Mustafa Sabbagh
fino al 7 gennaio 2018

Fondazione Dino Zoli Arte Contemporanea
viale Bologna, 288 – Forlì
orari di apertura: dal martedì al giovedì, dalle 9.30 alle 12.30 | dal venerdì alla domenica, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00
info: tel 0543/755770 – info@fondazionedinozoli.com
press office:ufficiostampa@fondazionedinozoli.com

Immagine: Milena Altini, lieve piccola anima smarrita… , 2017, dal ciclo “waiting souls – sospensione dell’attesa”, 2016, pelle in vitello ed agnello, anime in seta, installazione site specific, dimensioni ambientali

10
Mag

Philip Guston and The Poets

Evento Collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

Dal 10 maggio 2017, le Gallerie dell’Accademia di Venezia presentano il lavoro del grande artista americano Philip Guston (1913-1980) grazie a un’importante mostra che ne indagherà l’opera attraverso un’interpretazione critico- letteraria.

Intitolata “Philip Guston and The Poets”, la mostra propone una riflessione sulle modalità con cui l’artista entrava in relazione con le fonti di ispirazione, prendendo in esame cinque poeti fondamentali del XX secolo, che fecero da catalizzatori per gli enigmatici dipinti e visioni di Guston. Cinquant’anni della carriera artistica di Guston vengono ripercorsi esponendo 50 dipinti considerati tra i suoi capolavori e 25 fondamentali disegni che datano dal 1930 fino al 1980, ultimo anno di vita dell’artista. Si tracciano quindi paralleli tra i temi umanistici, riflessi in queste opere e il linguaggio di cinque poeti: D.H Lawrence (Gran Bretagna, 1885 – 1930), W.B. Yeats (Irlanda, 1865 – 1939), Wallace Stevens (Stati Uniti, 1879 – 1955), Eugenio Montale (Italia, 1896 – 1981) e T.S Eliot (Gran Bretagna, americano di nascita, 1888 – 1965).

La mostra “Philip Guston and The Poets”, aperta sino al 3 settembre, è curata da Kosme de Barañano ed è organizzata dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia in collaborazione con l’Estate of Philip Guston. Gli allestimenti della mostra sono curati dallo studio Grisdainese di Padova.

La mostra è una “prima” di Philip Guston nella città che ha esercitato una profonda influenza sulla sua opera ed è al tempo stesso un omaggio alla relazione dell’artista con l’Italia. Sin da giovane, nel realizzare murales guardava agli affreschi rinascimentali come ispirazione e di fatto questo suo amore per la pittura italiana rimase come Leitmotiv di tutta la sua carriera.

In una lettera del 1975 indirizzata all’amico Bill Berkson, importante poeta, critico e docente, Guston affermava: “Sono più che mai immerso nella pittura del Quattrocento e del Cinquecento! E quando vado verso nord, a Venezia, davanti a Tiepolo, Tintoretto e alle cosiddette opere manieriste di Pontormo e Parmigianino perdo la testa e tradisco i miei primi amori.”

Paola Marini, direttrice delle Gallerie dell’Accademia afferma: “Siamo felici di presentare la prima mostra a Venezia su Philip Guston. ll ritorno dell’artista nella nostra città è particolarmente pertinente, visto che proprio qui si immerse in una storia e in un patrimonio importanti per il suo successivo sviluppo artistico. Dai suoi stessi scritti del periodo italiano sappiamo che i dipinti che ammirò nelle sale dell’Accademia hanno esercitato un’enorme influenza sulla sua visione artistica. Contestualizzare l’opera di Guston, incoraggiarne gli studi e una nuova interpretazione è per noi un vero piacere”.

Musa Mayer, figlia dell’artista e Presidente della Fondazione Philip Guston, ricorda: “In occasione dell’esposizione di Guston al Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia del 1960, mio padre portò mia madre e me in Italia prima della mia partenza per il college. Venezia e le Gallerie dell’Accademia furono la nostra primissima tappa. Più di mezzo secolo dopo, ho ancora forte il ricordo del suo amore per i grandi capolavori dell’arte italiana. Mio padre sarebbe profondamente commosso e onorato per questa meravigliosa opportunità di esporre i suoi lavori nella galleria di pittura che egli tanto amava”.

“L’amore di Guston per l’Italia aggiunge alla sua pittura una complessa e ricca profondità di tessitura” ha scritto il curatore Kosme de Barañano. “Ora, quando guardiamo la sua arte attraverso gli occhi e la prosa dei letterati che gli erano affini – attorno ad alcuni dei quali gravitò molto e dai quali attinse nel corso della sua vita, altri invece che lesse saltuariamente – possiamo studiare come le loro parole condividano affinità con la complessità degli ultimi lavori di Guston”.

La mostra
“Philip Guston and The Poets” è organizzata per nuclei tematici di opere messe in relazione con una selezione di scritti e di poesie dei cinque poeti. Iniziando da D.H. Lawrence, con il suo saggio del 1929 “Making Pictures”, la pittura di Guston sarà presentata da un’esplorazione del suo mondo di immagini, che si muove dalla riflessione sull’atto creativo a quello sulle possibilità contenute nella pittura. Con opere che appartengono sia al suo lavoro giovanile che a quello più maturo, la mostra si addentra nel percorso intimo di Philip Guston verso una “consapevolezza visionaria”, cioè il rapporto, sempre in evoluzione, con forme, immagini, idee, e la loro manifestazione fisica.

Per quanto riguarda la relazione con gli scritti di Yeats, il viaggio di Guston alla ricerca di una visione personale della pittura avviene in particolare attraverso il poema “Byzantium” del 1930. Come in Yeats anche nell’evoluzione artistica di Guston sono presenti riferimenti all’agonia e alla purificazione. L’artista si allontana dai confini rarefatti del modernismo, dal linguaggio dell’astrazione e dai canoni della New York School per andare verso una nuova struttura pittorica più espressiva, che egli rintraccia nella figurazione.

Dall’italiano Eugenio Montale, con cui Guston condivide una poetica del frammento che si esprime attraverso simboli tragici e potenti, per arrivare a Wallace Stevens e T.S. Eliot (cui Guston fa esplicito riferimento nel dipinto del 1979 “East Coker – T.S.E.”), l’esposizione offre una ricognizione letteraria della metafisica, degli enigmi e della ricerca di significato così come essi appaiono nel lavoro di Guston. Il lavoro di Guston viene presentato in relazione all’ambiente poetico, invece che in una sequenza cronologica o di tendenze, come invece accade nelle rassegne più tradizionali. L’approccio curatoriale di “Philip Guston and The Poets” consente dunque una rilettura, e una riconsiderazione per certi versi inedita, del suo lavoro.

L’enorme influenza che l’Italia ha avuto su Guston e sulla sua pittura sarà messa in rilievo grazie all’allestimento concepito per le Gallerie dell’Accademia. Nel 1948, un giovane Guston visitò l’Italia per la prima volta, dopo aver ricevuto il Prix de Rome. Vi ritornò ancora nel 1960, allorché il suo lavoro venne esposto alla Biennale di Venezia, e ancora nel 1970 per una residenza d’artista a Roma. Questo ulteriore viaggio italiano avvenne in seguito all’ondata di critiche sollevatesi attorno alla sua prima mostra di pittura figurativa a New York. Le tele più esistenzialiste di Guston, ritenute da alcuni “crude” e da “cartoon”, sono permeate dall’influenza della tradizione culturale e artistica italiana: dalle vedute urbane antiche e moderne che popolano la sua serie dedicata a Roma, passando per i riferimenti ai film di Federico Fellini. Il lavoro dell’artista mostra un grandissimo debito verso i grandi maestri italiani: Masaccio, Piero della Francesca, Giotto, Tiepolo, e De Chirico, al quale riserva un omaggio in “Pantheon” del 1973. E, ancora, saranno esposti dipinti ispirati al Rinascimento, lavori che alludono a Cosmè Tura e a Giovanni Bellini, e opere realizzate da Guston durante i suoi viaggi.

Philip Guston
Philip Guston (1913 – 1980) è uno dei grandi luminari dell’arte del XX secolo. Il suo impegno nel produrre opere che nascono da emozioni e da esperienze vissute sviluppa un coinvolgimento emotivo che rimane vivo nel tempo. La leggendaria carriera di Guston copre circa mezzo secolo, dal 1930 al 1980 e i suoi dipinti, soprattutto quelli dell’ultimo periodo, continuano a esercitare una potente influenza sulle giovani generazioni di pittori contemporanei.

Nato a Montreal nel 1913 da una famiglia di ebrei russi emigrati, Guston si spostò in California nel 1919 con la famiglia. Frequentò per breve tempo l’Otis Art Institute di Los Angeles nel 1930, ma al di fuori di questa esperienza non ricevette mai una vera e propria educazione formale. Nel 1935 Guston lasciò Los Angeles per New York, dove ottenne i primi successi con la Works Progress Administration che commissionava murales agli artisti nell’ambito del Federal Arts Project. Insieme alla forte influenza esercitata su Guston dall’ambiente sociale e politico degli anni Trenta, i suoi dipinti e murales evocano forme stilizzate di De Chirico e Picasso, motivi provenienti dalla trazione dei murales messicani e dagli affreschi delle dimore storiche del Rinascimento. L’esperienza di pittore di murales permise a Guston di sviluppare il senso della narrazione su ampia scala cui sarebbe ritornato nei suoi ultimi lavori figurativi.

Dopo aver insegnato per diversi anni nel Midwest, Guston iniziò a dividersi tra la colonia di artisti di Woodstock e New York City. Alla fine degli anni Quaranta, dopo un decennio di sperimentazioni di un linguaggio allegorico personale e figurativo per suoi dipinti a cavalletto, Guston iniziò a virare verso l’astrazione. Il suo studio sulla Decima strada era vicino a quelli di Pollock, De Kooning, Kline e Rothko.
Le opere astratte di Guston erano ora ancorate ad una nuova spontaneità e libertà, un processo che il critico Harold Rosenberg più tardi descrisse come “action painting”. All’inizio degli anni Cinquanta le astrazioni atmosferiche di Guston hanno spinto a paragoni superficiali con Monet, ma il passare del decennio, l’artista lavorava con impasti più densi e colori minacciosi, che dettero il via ai grigi, rosa e neri.

Nel 1955 si avvicinò alla Sidney Janis Gallery insieme ad altri artisti della scuola di New York, e fu tra quelli che la lasciarono nel 1962 in protesta con la mostra sulla Pop Art che Janis aveva allestito, e contro il cambiamento a favore della commercializzazione dell’arte che questa mostra per loro rappresentava. In seguito ad un’importante retrospettiva al Solomon R. Guggenheim Museum di New York nel 1962, Guston si divenne insofferente verso un linguaggio di pura astrazione e ricominciò a sperimentare utilizzando forme più tangibili. Il lavoro dei molti anni seguenti fu quindi caratterizzato dall’uso del nero e dall’introduzione di verdi brillanti e blu cobalto – complessivamente disturbanti, angoscianti e gestuali. Questo lavoro più cupo fu influenzato dagli scritti e dalla filosofia europea, in particolare dalle opere di Kierkegaard, Kafka e Sartre. A questo punto, Guston si ritirò dalla scena artistica di New York per vivere e lavorare a Woodstock per tutto il resto della sua vita.

Entro il 1968, Guston aveva abbandonato l’astrazione, riscoprendo così le potenzialità narrative della pittura ed esplorando, all’interno del suo lavoro, motivi surreali e combinazioni di oggetti. Questa “liberazione” portò al periodo più produttivo di tutta la sua vita creativa. Nei pochi anni successivi, sviluppò un lessico personale fatto di lampadine, libri, orologi, città, sigarette, scarpe abbandonate e figure incappucciate del Ku Klux Klan. La sua espressività pittorica degli anni Settanta era spesso un aperto riferimento autobiografico alla natura: vi ricorreva sovente la figura dell’artista mascherata da un cappuccio, o teneri ritratti della moglie Musa, o ancora un Guston semi astratto avvolto in un bozzolo. L’opera tarda rivela anche echi dei primi anni della vita di Guston, delle persecuzioni religiose e razziali di cui fu testimone, e del suicidio del padre. I suoi ultimi lavori possiedono una crescente libertà, unica tra gli artisti della sua generazione. Alla metà degli anni Settanta comparvero strane forme iconiche mai viste in precedenza. “Se parlo di un soggetto da dipingere, intendo che c’è un posto dimenticato di esseri e cose, che io devo ricordare”, Guston scriveva in un appunto di studio. “Voglio vedere questo luogo. Dipingo quello che voglio vedere”.

L’opera tarda di Guston non fu facilmente accettata dalla critica e rimase ampiamente incompresa fino alla sua morte avvenuta nel 1980. Il suo lavoro andò incontro ad una radicale riconsiderazione in seguito ad una retrospettiva itinerante al Museum of Modern Art di San Francisco che aprì tre settimane prima della sua morte. Negli anni a seguire furono realizzate altre retrospettive e monografiche negli Stati Uniti, in Europa e Australia. Oggi, gli ultimi dipinti di Guston sono considerati tra le opere più importanti del XX secolo.

Nota sul curatore
Kosme de Barañano è uno studioso emerito di Guston. Ha organizzato, tra i molti progetti, due importanti esposizioni “Philip Guston: Roots of Drawings” (Rekalde, Bilbao 1993) e “Philip Guston One Shot Paintings” (IVAM, Valencia 2001). Storico dell’arte e curatore conosciuto a livello internazionale, De Barañano è stato direttore dell’IVAM e vice-direttore del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofìa di Madrid. Ha un PH.D in Storia dell’Arte presso l’Università di Deusto, Bilbao. De Barañano è professore di Storia dell’Arte all’Università dei Paesi Baschi e all’Università di Elche, Spagna, ed è stato Visiting Professor allo IUAV di Venezia e all’Università Humboldt di Berlino. Ha firmato numerosi libri e saggi su un gran numero di soggetti, da Pontormo e Max Beckmann a Alberto Giacometti e Eduardo Chillida.

Orari: Lunedì 8.15 – 14.00; da Martedì a Domenica 8.15 – 19.15
Ingresso: gratuito per tutti possessori del pass della Biennale di Venezia e del biglietto delle Gallerie dell’Accademia
Biglietto Gallerie dell’Accademia: 12 Euro; ridotto 6 euro

Uffici stampa:

Italia
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo, referente Roberta Barbaro – gestione3@studioesseci.net, +39 049 663499

Regno Unito
Sam Talbot, SUTTON, sam@suttonpr.com, +44 20 7183 3577

Nord America
Andrea Schwan, Andrea Schwan Inc., info@andreaschwan.com, +1 917 371 5023

16
Nov

Bruno Querci. Energicoforma

La galleria A arte Invernizzi inaugura martedì 21 novembre 2017 alle ore 18.30 una mostra personale di Bruno Querci, in occasione della quale viene presentato un percorso espositivo che, attraverso la compresenza di lavori degli anni Ottanta e opere recenti, mette in luce gli snodi cruciali del percorso creativo dell’artista. Sin dagli albori del suo “fare pittura” Querci, protagonista di quella tendenza artistica che Filiberto Menna definì a metà anni Ottanta come “astrazione povera”, restituisce sulla superficie delle tele un articolato gioco di pesi percettivi in cui la dislocazione dei diversi piani definisce una complessa condizione di equilibrio, sempre diversa. Opere come “Incombente” (1985), “Insieme” (1985) e “Pittura” (1985), che si trovano al primo piano della galleria, mostrano come sin dal momento germinale della ricerca emerga la tendenza dell’artista a cercare di fissare il “confine di quella forma che sempre sfugge”. Il rapporto tra visibile e invisibile, che resta una tematica fondamentale di riflessione anche nelle opere recenti, si determina a partire dal vuoto, cioè dalla scelta di ridurre, e quindi di costruire attraverso la sottrazione degli elementi presenti sulla superficie. L’idea di pittura che emerge da lavori quali “Minimo” (1986) e “Luogo” (1985) è quella di un potenziale dialogo con l’infinito, in cui la luce, da un lato definisce e attiva la sembianza delle forme, dall’altro crea la possibilità di percepire in chiave sempre diversa il valore tattile delle cromie. Querci stende infatti più mani sovrapposte di pittura, bianca e nera, procedimento che determina tuttavia un “effetto di annullamento del tessuto della tela, restituendo superfici come prive di supporto materiale”. I lavori recenti, realizzati e presentati per la prima volta in questa occasione espositiva, perseguono una maggiore radicalità e si mostrano più geometricamente essenziali allo sguardo dell’osservatore. La compresenza tra i lavori esposti al piano superiore e “Geometrico luce” (2017), “Geometrico naturale” (2017), “Dinamico forma” (2017) e “Gotico naturale” (2017), rende ancor più evidente come l’artista si sia spinto sempre più a fondo nella descrizione di un potenziale dialogo con l’infinito, in cui la forma si struttura al punto tale da divenire un “unicum” con l’assenza, quella intrinseca, quella della forma stessa. Querci si è lasciato, e si lascia condurre dalla necessità che ciò che appare guidi “la mano dell’artista finché la forma-informe non appare, fino a che egli non rende liberi sé e l’opera riuscendo a volere ciò che la necessità di quest’ultima gli impone di volere”.
In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Davide Mogetta, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.

Bruno Querci. Energicoforma
Inaugurazione: martedì 21 novembre ore 18.30
21 NOVEMBRE 2017 – 31 GENNAIO 2018

A Arte Studio Invernizzi 
via D. Scarlatti, 12 Milano
lun-ven 10-13 e 15-19, sab su appuntamento
ingresso libero

Immagine: Infinitotraccia, 2010. Acrilico su tela, 300×230 cm. Courtesy A arte Invernizzi, Milano. Foto Bruno Bani, Milano

13
Mag

Marzia Migliora. Velme

From May 13 to November 26, the Fondazione Merz and MUVE, Fondazione Musei Civici di Venezia, present Velme, a site-specific exhibition by artist Marzia Migliora, curated by Beatrice Merz. The works are on display in several rooms of the Museo del Settecento Veneziano in the historic Palazzo Ca’ Rezzonico. The project is characterised by forms of expression that are recurrent in the artist’s production: the desire to show what is hidden and to reveal the relationship with space and the history of places.

Marzia Migliora aims to bring out the contradictions and repeated exploitation—of natural and human resources, and labour, typical of the history of mankind—through the clues emerging from the history of the lagoon city and from the works conserved in Ca’ Rezzonico, establishing a dialogue and contrasting them with the works she has created. The artist accomplishes this here by extrapolating elements from the collection, showing them in a new light, and shifting the point of view of the visitor. The title of the exhibition aptly summarises the considerations that underpin the project. The word “velma” is the Venetian term for a shoal, indicating a shallow area in the lagoon that emerges during low tides. These shoals, just like the entire ecosystem of the Venetian lagoon, are at great risk due to the morphological degradation and erosion of the seabed, caused by a lack of awareness and the continued violations perpetrated by mankind. The velma, the “meeting point” in the relationship between water and land, the symbol of something underwater that never stops emerging, thus becomes “an urgency of the present” and a bridge that connects us with the past. The project comprises five installations carefully chosen by the artist and located in different rooms of the Palazzo. In the “portego de mezo”—the typical feature of Venetian palaces that links the water gate to the door on the street—hosts a work called La fabbrica illuminata (literally the illuminated factory): five goldsmiths’ workbenches illuminated by a row of neon lights and in which, on each upper shelf, a block of rock salt has been placed.

The elements that make up the installation such as salt, which was so vital in the trading history of Venice, also known as “white gold,” and the goldsmith’s workbenches—refer to the exploitation of natural resources and labour needed to transform these into commercial goods and profit.

Pietro Longhi’s famous work Il Rinoceronte (The Rhinoceros) becomes a quotation and revelation for the Taci, anzi parla (Be silent, no, speak) installation. The lady with the white robe depicted in the background of Longhi’s painting wears a mask that at the time was exclusively for female use, called a Moréta: a black oval with two holes for the eyes. Women could fix the mask to the face just by clutching a gag bit between their teeth, which, in turn, made them silent submissive figures. Here, the artist extrapolates the mask from the painting and places it at the centre of the boudoir, so that it is revealed to the public in all its entirety, including the back. The quis contra nos (Who against us) installation bases itself on the crest of the Rezzonico family, present in different rooms of the building, and which in golden letters comprises the words Si Deus pro nobis. Over the course of history, these words have been used on many occasions and manipulated to justify criminal acts, wars and mass murders by great dictators and men of power. The phrase is taken from St. Paul (Romans, 8, 31) and in its original form reads: “si Deus pro nobis, quis contra nos.” (If God be for us, who can be against us?). The omitted part of the motto is revealed by the action of Marzia Migliora, appearing on the mirrors in the palace collection. The sculptural corpus of Ethiopian vase-holders by Andrea Brustolon and the fresco by Giovanni Domenico Tiepolo entitled Mondo Novo provide the basis for the eponymous installation by Marzia Migliora. The artist moves the statues of the Ethiopians forward and rotates them by 180° from their current position in the collection, marking this small displacement with a metric rod used for documentary photography of archaeological finds. Thanks to this move, the Ethiopians metaphorically take a step forward, marking a change in the direction of the “Mondo Novo” (“New world”). The installation entitled Remains, consisting of a cast of a rhinoceros horn contained in a casket, again relates to Longhi’s The Rhinoceros. The scene depicted in the painting in which an animal becomes helpless prey, a sort of circus attraction, with the cut horn held up by the man like a trophy—is very topical: rhinos are increasingly threatened by poaching and illegal hunting for their horns, which today are worth more than their weight in gold on the black market.

A catalogue will be published for the exhibition by the Fondazione Merz, with texts by Beatrice Merz and Alberto Salza.

Italkali has supplied the natural rocks of Sicilian salt chosen by Marzia Migliora in the Realmonte deposits
Partnership LAVAZZA
Special thanks to Fondazione Merz Patrons

Press contact
Nadia Biscaldi, press@fondazionemerz.org / T +39 011 19719436
Melissa Emery, SUTTON, melissa@suttonpr.com / T +44 (0)207 183 3577

May 13–November 26, 2017
Preview: May 10–12, 10am–6pm
Museum of 18th Century Venice, Ca’ Rezzonico
Venice
Italy

14
Nov

Paolo Ciregia. Forse sarà di nuovo

L’Elefante Arte Contemporanea di Treviso propone l’esposizione personale dell’autore Paolo Ciregia (Viareggio, 1987) intitolata Forse sarà di nuovo, a cura di Carlo Sala, che aprirà sabato 18 novembre alle ore 18.00. In mostra un nutrito corpus di lavori, che spaziano dalla scultura all’installazione fino alla fotografia, per riflettere su alcuni grandi temi della storia contemporanea come la propaganda, l’ideologia, le dittature e la libertà di pensiero. Il titolo scelto per la mostra, Forse sarà di nuovo, fa però comprendere come l’artista con il suo lavoro non voglia presentare un racconto ancorato al passato, ma, al contrario, utilizzare alcuni nodi fondamentali del Secolo breve come lente per comprendere il presente e porre un monito: la storia può ripetersi. Ad aprire il percorso è l’installazione From A to Z del 2017 (già vincitrice al prestigioso FOAM Talent di Amsterdam e successivamente esposta a New York e Londra); l’opera è parte della serie Ideological loop, costituita da lavori che ragionano sugli aspetti comuni ai diversi sistemi totalitari del Novecento e su come questi si riverberino nella società odierna. Appartiene al medesimo ciclo il lavoro Senza Titolo del 2016, dove l’immagine di un gerarca tedesco, tratta da una rivista di propaganda, è parzialmente rivestita da un tappeto che ne copre lo sguardo: la precisa trama di fili con cui è realizzato l’oggetto è una metafora delle ferree regole che le dittature impongono ai popoli, offuscando il loro sguardo e dunque una vera visione-comprensione degli accadimenti. A campeggiare nella seconda sala è la scultura 12 agosto 1944 (2017) ispirata all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema (Lucca) dove le SS naziste sterminarono cinquecento civili inermi. Partendo dalla forma di una borraccia tedesca dell’epoca, l’autore ha modellato una scultura di cristallo a forma di vaso, posandola poi su una lastra di tufo proveniente da un monte della zona. Sigillata all’interno del manufatto si trova dell’acqua che l’artista ha raccolto attraverso un deumidificatore all’interno della chiesa che fu teatro del massacro, quasi a cristallizzarne per sempre la memoria. Nella serie di lavori Exeresi viene analizzato il linguaggio propagandistico comune alle varie dittature: l’artista preleva delle immagini da riviste storiche e attraverso il suo intervento ne sovverte la percezione togliendo la rassicurante retorica del tempo e facendo emergere alcuni aspetti crudi e inquietanti. L’opera Wir Fahren Gegen Engeland del 2017, ad esempio, è basata sulla strana ambiguità della figura di un gerarca che sembra essere immerso in un momento di gioco e invece sta progettando un attacco militare. Tra le opere fotografiche esposte vi è Glasnost (dalla serie Perestrojka) del 2015: il lavoro parte da uno scatto di cronaca realizzato da Paolo Ciregia durante la guerra del Donbass che dal 2014 oppone l’esercito ucraino ai separatisti russi. Vediamo delle persone protese verso una figura distesa – forse un ferito o un cadavere – il cui corpo è però celato alla nostra vista dall’intervento dell’artista, che lo rende una semplice sagoma bianca. In una società come la nostra, sovraffollata di immagini-choc, il dolore e la morte sono diventati una sorta di intrattenimento massmediatico a cui siamo abituati e che oramai non destabilizza: è per questo che l’autore sceglie la strada opposta e attraverso l’horror vacui delle fattezze umane negate crea una tensione emotiva che non può lasciare indifferenti. Tutta la mostra di Paolo Ciregia può riassumersi nell’opera composta da una lampadina sulla soglia tra due stanze che si accende e si spegne, trasmettendo in codice morse la frase latina Historia magistra vitae: si tratta di un memento verso i drammi della storia, espresso attraverso un linguaggio accessibile a pochi. Se questa difficoltà di comprensione sembra rimandare ad un uomo sordo, condannato a reiterare i medesimi errori; essa deve essere anche letta come uno stimolo per forgiare delle coscienze critiche, capaci di contrastare le forme più o meno mano manifeste di omologazione del pensiero che connaturano la nostra società.

L’esposizione è visitabile fino al 22 dicembre 2017.

PAOLO CIREGIA
Forse sarà di nuovo // Das Kann wieder passieren // Может будет вновь
a cura di Carlo Sala

L’Elefante Arte Contemporanea
Via Roggia 52 – Treviso
Inaugurazione: Sabato 18 novembre, ore 18.00
Dal 18 novembre al 22 dicembre 2017
orari: dal martedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.30, oppure su appuntamento.
galleria.elefante@libero.it
cell: 348.9036567

Note biografiche
Paolo Ciregia (Viareggio, 1987), inizia il suo percorso artistico dopo un’esperienza di alcuni anni in Ucraina, che culmina nella documentazione del conflitto con la Russia nel 2014. Da quel momento focalizza la propria ricerca sui temi della storia, della propaganda politica ad uso dei media e della rappresentazione del potere. Indagandone i paradigmi e destrutturandone il linguaggio, Ciregia enfatizza l’eloquenza degli oggetti che impiega per creare installazioni multimediali dalla forte carica simbolica. Nel suo lavoro i momenti della Grande Storia rivivono attraverso epifanie di vite individuali, dando vita ad una dimensione temporale interrotta e introspettiva. Tra i maggiori riconoscimenti è vincitore del Foam Talent di Amsterdam nel 2016, selezionato per la Biennale Jeune Création Européenne JCE a Montrouge nel 2016, vincitore di Giovane Fotografia Italiana nel Festival Fotografia Europea a Reggio Emilia nel 2016, menzione d’onore per l’Arte emergente del Premio Francesco Fabbri nel 2016, finalista di TU35 del Museo Pecci di Prato nel 2016. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra cui New York, Londra, Parigi, Galles, Roma, Milano, Torino, Zagabria, Amsterdam. Vive e lavora in Toscana.

Immagine di apertura: Paolo Ciregia, Senza titolo (Ideological loop), 2016

13
Mag

Silvia Camporesi. Mirabilia

Dopo il successo di Atlas Italiae, una mappatura dei luoghi abbandonati, Silvia Camporesi sta affrontando un nuovo viaggio italiano alla ricerca di luoghi speciali, meraviglie della natura, costruzioni bizzarre, musei insoliti: un patrimonio da svelare attraverso lo sguardo dell’autrice. Nella produzione dell’artista il viaggio è spesso metafora della ricerca artistica: un procedere verso luoghi sconosciuti per restituire una visione del tutto personale del mondo, delle cose. L’Italia che l’artista presenterà in questo progetto è dichiaratamente inedita. I luoghi del mito italiano, le vedute di paesaggio, saranno sostituite da scatti che ritraggono paesaggi poco noti, luoghi affascinanti, ma lontani dalle mete consuete. Il teatro anatomico di Bologna, la Biblioteca Malatestiana di Cesena, il teatro all’antica di Sabbioneta, le cave di marmo di Carrara, l’abbazia di San Galgano e tanti altri luoghi si susseguono in questo elenco di meraviglie italiane.

Silvia Camporesi (1973), laureata in filosofia, vive e lavora a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video e facendo spesso ricorso all’autorappresentazione, costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. La sua ricerca si muove su una sottile linea di confine fra immaginazione e realtà, fra veglia e sogno, in contesti in cui il soggetto è sempre in un rapporto di dialogo con l’elemento naturale e teso verso il tentativo di trascendere i limiti del corpo e della mente. Dal 2000 ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero. Nel 2007 ha vinto il premio Celeste per la fotografia; è stata fra i finalisti del Talent Prize nel 2009 e del Premio Terna nel 2010. Nell’autunno del 2011 ha partecipato ad una residenza d’artista in Quebec, presso la Chambre Blanche e realizza inoltre per Photographica FineArt Gallery il progetto “La Terza Venezia”, realizzato con l’intento di operare sul reale e irreale della città lagunare, il risultato è una serie di immagini che esplora i luoghi attraverso il filtro dell’immaginazione, del sogno e delle leggende tramandate. Nel 2013, sempre per Photographica FineArt, realizza un nuovo progetto “Journey to Armenia”, punto di partenza è il viaggio in Armenia compiuto dallo scrittore russo Osip Mandel’stam nel 1930. Nello stesso anno inizia un nuovo progetto, “Atlas Italiae”, che la porterà in giro per l’Italia per oltre due anni, realizzando in questo modo un atlante di sguardi inediti che racchiude i molti significati di una riflessione artistica e antropologica più ampia sull’identità dell’Italia in un momento storico di fallimenti e declini, ripensamenti di desideri e di cambiamento.

La mostra, che si inaugura sabato 13 maggio dalle 17.00 alle 20.00, resterà aperta al pubblico fino al 28 luglio 2017, da mercoledì a venerdì dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 18.00. Il sabato visite su appuntamento.
13 maggio – 28 luglio 2017
Inaugurazione sabato 13 maggio dalle 18.00 alle 20.00
Photographica FineArt Gallery

Per ulteriori informazioni o chiarimenti:
Irene Antonetto, responsabile eventi – Via Cantonale 9 – 6900 Lugano
Tel +41.(0)91 9239657 – Fax +41(0)91 9210807 mail@photographicafineart.com

13
Nov

Le Nuove Frontiere della Pittura

Oltre 30 opere per oltre 30 artisti da 17 paesi:
questi i numeri dell’importante mostra,
a cura di Demetrio Paparoni, che si terrà alla Fondazione Stelline dal 16 novembre al 25 febbraio 2018.
Una grande esposizione internazionale:
la prima in Italia interamente incentrata sulle
nuove tendenze della pittura figurativa contemporanea

Alla Fondazione Stelline prosegue la stagione autunnale con un omaggio all’arte figurativa, confermandosi come uno dei punti di riferimento in Città per la valorizzazione dell’arte contemporanea. Dal 16 novembre 2017 al 25 febbraio 2018 si terrà Le Nuove Frontiere della Pittura, una mostra importante che la Fondazione ha prodotto e realizzato a cura di Demetrio Paparoni, uno dei più riconosciuti critici e curatori italiani.

«Questa mostra testimonia il ruolo che la Fondazione Stelline riveste nel dibattito artistico internazionale», ha dichiarato la presidente delle Stelline PierCarla Delpiano, «e l’attenzione che da sempre rivolge alle espressioni creative più significative dei nostri giorni».

Le Nuove Frontiere della pittura è la prima grande esposizione internazionale realizzata in Italia totalmente incentrata sulle nuove tendenze della pittura figurativa contemporanea. «Per quanto il ruolo giocato dalla pittura figurativa sia centrale nel panorama artistico attuale e per quanto esprima lo spirito del tempo non meno di altre forme espressive», precisa Paparoni, «le grandi mostre tendono a minimizzarne la portata, preferendo sempre includere un ristretto numero di dipinti figurativi, diluiti in un contesto multilinguistico che tende spesso a contenerne la portata».

Le Nuove Frontiere della Pittura presenta al pubblico italiano opere di Francis Alÿs, Michaël Borremans, Kevin Cosgrove, Jules de Balincourt, Lars Elling, Inka Essenhigh, Laurent Grasso, Li Songsong, Liu Xiaodong, Victor Man, Margherita Manzelli, Rafael Megall, Justin Mortimer, Paulina Olowska, Alessandro Pessoli, Daniel Pitín, Pietro Roccasalva, Nicola Samorì, Wilhelm Sasnal, Markus Schinwald, David Schnell, Dana Schutz, Vibeke Slyngstad, Anj Smith, Nguyê ̃n Thái Tuâ ́n, Natee Utarit, Ronald Ventura, Nicola Verlato, Sophie von Hellermann, Ruprecht von Kaufmann, Wang Guangyi, Matthias Weischer, Yue Minjun, Zhang Huan.

Molte delle opere esposte, realizzate negli ultimi anni da pittori nati in diverse parti del mondo perlopiù dopo il 1960, saranno di grande formato. Oltre a mettere in evidenza il carattere innovativo e l’incidenza che la pittura riveste oggi nello scenario artistico internazionale, la mostra si qualifica come un momento di riflessione sull’arte dei nostri giorni.

In occasione di questa esposizione, sarà pubblicato un catalogo edito da Skira che conterrà, oltre al saggio introduttivo del curatore e alle riproduzioni delle opere esposte, testi teorico- esplicativi sugli artisti e sulle opere scritti da Maria Cannarella, Pia Capelli, Elena Di Raddo, Alessandra Klimciuk, Tone Lyngstad Nyaas, Gianni Mercurio, Rischa Paterlini, Giulia Pra Floriani, Lorenzo Respi, Sabina Spada, Luigi Spagnol, Alberto Zanchetta e Giacomo Zaza.

Demetrio Paparoni è nato a Siracusa, Italia, nel 1954. Vive a Milano. Critico d’arte e curatore, ha fondato nel 1983 la rivista d’arte contemporanea “Tema Celeste” e l’omonima casa editrice, che ha diretto fino al 2000. Dal 1996 al 2008 ha insegnato Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Catania. Nel 2011 ha curato a Milano le mostre di Anish Kapoor e di Tony Oursler. Ha scritto tra l’altro testi per i cataloghi che hanno accompagnato mostre antologiche dedicate in Italia ad Andy Warhol, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Edward Hopper, Roy Lichtenstein. È autore di numerosi libri e monografie, tra le quali quelle di Jonathan Lasker (2002), Chuck Close, (2002), Wang Guangyi (2013). Il suo libro “Il bello, il buono e il cattivo” (Ponte alle Grazie, Milano 2014) è un’esaustiva disamina su come la politica ha condizionato l’arte negli ultimi cento anni. Nel 2017 ha pubblicato “The Devil”, edito da 24 Ore Cultura.

LE NUOVE FRONTIERE DELLA PITTURA
a cura di Demetrio Paparoni
16 novembre 2017 – 25 febbraio 2018

Orario: martedì – domenica, h. 10.00-20.00 (chiuso il lunedì) Ingresso a pagamento: € 8 intero; € 6 ridotto
Fondazione Stelline, c.so Magenta 61, Milano
Info: fondazione@stelline.it | www.stelline.it

Fondazione Stelline
corso Magenta 61, 20123 Milano
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08
Mag

Ettore Spalletti

“Quando fai una passeggiata sul mare, vedi l’azzurro che diventa sempre più profondo, e, verso sera, diventa tutto d’argento, la linea dell’orizzonte si perde e il mare si congiunge con il cielo”
Ettore Spalletti

A partire dalla metà degli anni Settanta, Ettore Spalletti si è dedicato ad una ricerca tesa a valorizzare il risalto emotivo del tono cromatico, indagato sia in pittura che in scultura. La pratica artistica si identifica in Spalletti con un processo interamente manuale di elaborazione della superficie (il supporto ligneo del dipinto, ma anche il marmo o l’alabastro della scultura), trattata con molteplici stesure di pigmenti. Dalla apparente monocromia delle sue opere, traspare un colore intriso di materia e di luce, in armonica interrelazione con lo spazio circostante. La superficie pittorica infatti si pone in rapporto con l’ambiente espositivo in senso fisico, fino al punto di rinunciare alla propria integrità tramite la rastrematura dei bordi o l’aggetto del piano di supporto, travalicando il confine tra pittura e scultura. L’opera scultorea si presenta come forma fortemente sintetizzata in senso geometrico e spesso si fa allusiva ad immagini riconoscibili (colonna, vaso, coppa, che valgono come archetipi del linguaggio della scultura). Nella galleria Vistamare, Spalletti espone alcune delle ultime opere realizzate – Muro, azzurro 2016, Come l’acqua 2016, Grigio oro, orizzonte 2016 – insieme ad altre meno recenti – Scatola di colore 1991, Così com’è 2006. Le pareti della sala più grande della galleria saranno scompaginate dall’opera Carte, sottili fogli di legno di grande formato, dipinti sul fronte e sul retro, che si muovono liberamente; un lavoro che si pone in continuità con le prime carte di colore realizzate nel 1974.

Ettore Spalletti è nato nel 1940 a Cappelle sul Tavo (Pescara), dove vive. Le sue opere sono state presentate a Documenta di Kassel (1982, 1992), alla Biennale di Venezia (1982, 1993, 1995, 1997) e in mostre personali a Parigi (Musée d’art moderne de la Ville de Paris, 1991), New York (Guggenheim Museum, 1993), Anversa (Museum van Hedendaagse Kunst, 1995), Strasburgo (Musée d’art moderne et contemporain, 1998), Napoli (Museo nazionale di Capodimonte, 1999), Madrid (Fundaciòn La Caixa, 2000), Leeds (Henry Moore Foundation, 2005), Roma (Accademia di Francia, Villa Medici, 2006), Kleve (Museum Kurhaus, 2009). Nel 1996 ha realizzato la Salle des dèparts, per l’Hôpital Poincaré di Garches – Parigi, una installazione permanente di particolare intensità emotiva. Nel 2014 ha esposto le sue opere in un circuito museale formato dal MAXXI di Roma, dalla GAM di Torino e dal Museo Madre di Napoli, dando alle tre mostre uno stesso titolo: un giorno così bianco, così bianco. Nel 2016 ha realizzato, insieme all’architetto Patrizia Leonelli, la Cappella di Villa Serena a Città Sant’Angelo – Pescara, un luogo all’interno del quale il visitatore si immerge nel colore, come dentro ad un affresco.

Galleria Vistamare, Pescara
(6 maggio – 23 giugno 2017)
opening 6 maggio 2017 ore 18.30

Dall’8 maggio al 23 giugno 2017
dal martedì al venerdì 10.00/13.00 e 16.30/19.30; lunedì 10.00/13.00

Galleria Vistamare, Largo dei Frentani 13, 65127 Pescara (Italy)
T/F +39 085694570
info@vistamare.com

10
Nov

Alejandro G. Iñárritu. CARNE y ARENA

Basato sul racconto di fatti realmente accaduti, il progetto confonde e rafforza le sottili linee di confine tra soggetto e spettatore, permettendo ai visitatori di camminare in un vasto spazio e rivivere intensamente un frammento del viaggio di un gruppo di rifugiati. “CARNE y ARENA” utilizza le più recenti e innovative tecnologie di realtà virtuale, mai usate prima, per creare un grande spazio multi-narrativo che include personaggi reali.

L’installazione visiva sperimentale “CARNE y ARENA” è un’esperienza individuale della durata di sei minuti e mezzo che ripropone la collaborazione tra Alejandro G. Iñárritu e il tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki con la produttrice Mary Parent e ILMxLAB.

“Nel corso degli ultimi quattro anni, mentre l’idea di questo progetto si formava nella mia mente, ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare molti rifugiati messicani e dell’America centrale. Le loro storie sono rimaste con me e per questo motivo ho invitato alcuni di loro a collaborare al progetto” afferma il quattro volte premio Oscar Iñárritu. “La mia intenzione era di sperimentare con la tecnologia VR per esplorare la condizione umana e superare la dittatura dell’inquadratura, attraverso la quale le cose possono essere solo osservate, e reclamare lo spazio necessario al visitatore per vivere un’esperienza diretta nei panni degli immigrati, sotto la loro pelle e dentro i loro cuori”.

Come afferma Germano Celant, Soprintendente Artistico e Scientifico della Fondazione Prada, “Con ‘CARNE y ARENA’, Iñárritu rende osmotico lo scambio tra visione ed esperienza, nel quale si dissolve la dualità tra corpo organico e corpo artificiale. Nasce una fusione d’identità: un’unità psicofisica dove, varcando la soglia del virtuale, l’umano sconfina nell’immaginario e viceversa. È una rivoluzione comunicativa in cui il vedere si trasforma in sentire e in condividere fisicamente il cinema: una transizione dallo schermo allo sguardo dell’essere umano, con un’immersione totale dei sensi. Il progetto di Iñárritu incarna alla perfezione la vocazione sperimentale di Fondazione Prada e la sua continua ricerca di possibili scambi tra cinema, tecnologia e arte”.

L’installazione è accessibile al pubblico solo tramite prenotazione online.
È possibile prenotare un solo biglietto alla volta.
I biglietti sono nominali e non cedibili.
Nuovi biglietti saranno resi disponibili da lunedì 13 novembre 2017.

Alejandro G. Iñárritu. CARNE y ARENA
7 Giu 2017 – 15 Gen 2018

Fondazione Prada
largo Isarco, 2. 20139 Milano
T +39 02 56 66 26 34
press@fondazioneprada.org

Image Courtesy 2017 Legendary

13
Mag

INTUITION

In concomitanza con la Biennale d’Arte di Venezia 2017, Intuition è la sesta mostra co-prodotta dalla Axel & May Vervoordt Foundation e la Fondazione Musei Civici di Venezia per Palazzo Fortuny. Una serie di esposizioni di grande successo di pubblico e critica, curata da Daniela Ferretti e Axel Vervoordt, Artempo (2007), In-finitum (2009), TRA (2011), Tàpies. Lo Sguardo dell’artista (2013) e, più recentemente, Proportio (2015), che giunge ora al suo ultimo capitolo. Intuizione, dal latino intueor, è una forma di conoscenza non spiegabile a parole, che si rivela per “lampi improvvisi”, immagini, suoni, esperienze.

L’intuizione è la capacità di acquisire conoscenze senza prove, indizi, o ragionamento cosciente: un sentimento che guida una persona ad agire in un certo modo, senza comprendere appieno il motivo. Una mostra che intenda esplorare il tema dell’intuizione non può che iniziare dunque dai primi tentativi di creare una relazione immediata tra terra e cielo: dall’erezione di totem allo sciamanismo, alle estasi mistiche, dagli esempi di illuminazione nell’iconografia religiosa (Annunciazione, Visitazione, Pentecoste…) alla capacità di rivelazione divina del sogno dimostrando come l’intuizione ha, in qualche modo, plasmato l’arte in aree geografiche, culture e generazioni diverse. Un’esposizione che riunisce artefatti antichi e opere del passato affiancate ad altre più moderne e contemporanee tutte legate al concetto di intuizione, di sogno, di telepatia, di fantasia paranormale, meditazione, potere creativo, fino all’ipnosi e all’ispirazione. Il campo d’indagine si sposta quindi verso la modernità: nel XIX secolo le tematiche dello spirituale, del sogno, del misticismo, il sentimento panico della natura avranno nuovi sviluppi e, agli albori del secolo successivo, giocheranno un ruolo determinante nella nascita dell’astrattismo con Vassily Kandinsky, Paul Klee, Hilma af Klint. L’arte etnica, apportatrice di forme ed energie nuove, avrà anch’essa una forte influenza sullo sviluppo dei nuovi linguaggi artistici. Particolare attenzione è accordata agli aspetti più “sperimentali” del Surrealismo: scrittura e disegno automatici, creazione collettiva, stati di alterazione dell’Io saranno rappresentanti in mostra dai ‘dessins communiqués’ e ‘cadavres exquis’ di André Breton, André Masson, Paul Eluard, Remedios Varo, Victor Brauner – tra gli altri – insieme agli esperimenti fotografici di Raoul Ubac e Man Ray, e alle opere su carta di Henry Michaux, Oscar Dominguez e Joan Miró. Questa eredità si rifletterà in una serie di opere di artisti contemporanei come Robert Morris, William Anastasi, Isa Genzken, Renato Leotta e Susan Morris che, dal 1960, hanno ravvivato, sviluppato e modernizzato l’interesse per l’automatismo, portando a nuovi risultati formali e tecnici. L’importanza della ricerca spaziale e temporale intrapresa dai gruppi Gutai, Cobra, Zero, Spazialismo e Fluxus sarà illustrata con opere di Kazuo Shiraga, Pierre Alechinsky, Günther Uecker, Lucio Fontana, Mario Deluigi e Joseph Beuys. Altre opere contemporanee di artisti come Marina Abramovic, Chung Chang-Sup, Ann Veronica Janssens e Anish Kapoor, si ispirano ad esperienze soggettive o stati d’animo, per colpire lo spettatore con le proprie preoccupazioni e coinvolgerlo empaticamente. Durante i giorni di apertura i visitatori saranno invitati a esplorare e sperimentare la fantasia paranormale degli artisti attraverso quattro rappresentazioni legate al sogno, la telepatia, e l’ipnosi – della mente e del corpo – realizzate da giovani artisti: Marcos Lutyens, Yasmine Hugonnet, Angel Vergara e Matteo Nasini. L’intuizione si propone di suscitare domande sulle origini della creazione, ed è destinata ad essere vista come un ‘work in progress’, grazie ai lavori dei più importanti artisti contemporanei posti in dialogo con le opere storiche e con il carattere unico della residenza di Mariano e Henriette Fortuny. Kimsooja, Alberto Garutti, Kurt Ralske, Maurizio Donzelli, Berlinde De Bruyckere, Gilles Delmas e Nicola Martini creeranno installazioni site-specific, parte integrante della mostra negli spazi di Palazzo Fortuny.

Museo di Palazzo Fortuny
13 Maggio – 26 Novembre 2017
Co-produced with Axel & May Vervoordt  Foundation
Curated by Daniela Ferretti e Axel Vervoordt
Co-curated by Dario Dalla Lana, Davide Daninos and Anne-Sophie Dusselier