Tag: Tiziana Tommei

19
Giu

Roberta Busato, Enrico Fico. Take care, my love

In corso presso la Fortezza del Girifalco a Cortona la mostra dal titolo “Take care, my love”, doppia personale di Roberta Busato ed Enrico Fico a cura di Tiziana Tommei. L’evento, patrocinato dal Comune di Cortona, si inserisce nell’ambito della programmazione 2017 relativa all’arte contemporanea in Fortezza, è organizzato da Art Adoption, associazione attiva nella promozione e diffusione dell’arte contemporanea, e presentato dall’associazione OnTheMove.

Il progetto espositivo muove dalla materia verso il concetto, non volendo per questo negare, ma anzi all’opposto rafforzare, la coesistenza di questi due poli in ciascuno dei momenti del percorso. Si presentano scultura e tecnica mista: muovendo dalla figura umana, smembrata e ricomposta nei frammenti di terra cruda di Busato, si passa a riflettere su Dio, la religione e il potere della parola con la poesia visiva di Fico. Leggerla come un moto verso l’alto può ingannare, perché il contatto con quello che è personificazione del divino si rivela fallace. La terra si fa lentamente polvere; la parola unita all’immagine implode. I tagli degli arti, le cancellature di significati, le perdite di valori sono alcuni degli elementi che costituiscono parte integrante delle opere scelte ed esposte, come di un iter simbolico. In senso lato si tratta di una riflessione sul contemporaneo, sull’uomo e sul rapporto con il tempo e, più nello specifico, con il suo scorrere. Non c’è nulla di “buono” in questi lavori: tutti affermano la stessa cosa, ossia che non esiste luce se non attraverso la sofferenza, la distruzione e l’accettazione dell’impotenza umana. La costruzione di una forma di vita parte dalla coscienza di questa condizione di precarietà e dolore, ma non toglie speranza nella capacità umana di crescere e migliorare il mondo. Il venir meno della stabilità intesa come sicurezza, e con questi l’incompletezza e l’assenza di risposte, lastricano la strada della salvezza, perché ti costringono ad andare in profondità. Significativo è il fatto che il percorso espositivo, da Busato a Fico, all’interno delle sale, possa avvenire anche all’inverso, per tornare dunque alla terra, alla materia, che in ultima istanza si polverizza, come le ossa.Continue Reading..

24
Mag

Alessandro Bernardini. Innesto

Sabato 27 Maggio alle ore 18.00 presso Tenuta la Pineta inaugura Innesto, personale di Alessandro Bernardini. La mostra, curata da Tiziana Tommei, è parte del programma proposto dell’azienda vinicola di Luca Scortecci per l’evento Cantine Aperte 2017 ed è organizzata in collaborazione con Devis Rossi.

Innesto è un progetto espositivo ideato a partire dal luogo che la ospita, le cantine di Tenuta la Pineta, e dal “main event”, Cantine Aperte 2017. Opere pensate e realizzate da Alessandro Bernardini appositamente per lo spazio: dialogano con esso, interagendo con struttura e macchinari. Il nucleo del percorso è il lavoro da cui prende il titolo la mostra: Innesto. L’opera è presentata in due varianti: una costituita da tralci di vite, già immersi nel catrame e innestati in un cubo di cemento con un’anima in legno (una cassa per vino). La seconda mette anch’essa al centro la vite, ancora da intendersi in chiave simbolica, come metafora della vita. In questo caso i rami, sempre trattati utilizzando il catrame, sono parte di un’installazione composta da un tappeto di bottiglie vuote. Tali due versioni costituiscono i punti cardine di un iter che si snoda tra gli elementi che caratterizzano l’area, giocando sulla logica del nascondimento. Si snoda così un esercito di personaggi: cartoon e giocattoli, pietrificati sotto una coltre similare alla catramina. Nera, bianca e rossa, questa sostanza conferisce una veste nuova agli oggetti che ricopre, celandone identità. Essi perdono i connotati, sommersi da un magma materico, lo stesso che riveste e impermeabilizza il legno della vite. Poesia e ironia; idea e materia. In rapporto ai lavori immediatamente precedenti, in queste nuove opere Bernardini immette due materiali inediti: legno e vetro. Restano costanti invece le sperimentazioni con catrame, cemento ed objects trouvée. Su questa linea, uno schieramento di manichini, multipli scuri e “nudi”, adagiati su se stessi, raccolti e sovrapposti, chiudono il percorso. Vengono preceduti da tele di catrame e teste dipinte, maschere tribali e fantocci. Il nascondimento, dunque, non riguarda solo la dispersione di creazioni tra gli oggetti del luogo, ma anche un’altra tematica già citata: l’identità. Infine, il concetto di “percorso”, trova corrispondenza e particolare rappresentazione nella serie di pali in ferro, allineati con cadenza forzata, sistemati all’esterno. Un cammino ad ostacoli, militaresco, che costringe ad attivarsi, non tanto o solo con il corpo, ma, come ogni opera di Bernardini, in primis mentalmente.

Alessandro Bernardini. Classe 1970. Avvia la sua ricerca in ambito artistico nel 2011. Un’instancabile creatività ed una forte vena sperimentale portano alla sintesi in forme semplici e solo in apparenza leggere, di emozioni, pensieri e accadimenti. Minimalismo e concetto sono i due cardini entro cui egli assembla e cela le sue “costruzioni”: talvolta parte dall’object trouvé per assemblare una storia entro lo spazio ridotto della tela o invadendo un luogo fisico; in altri casi è la materia che nasconde e chiude, cementificando, qualcosa di già definito, ultimato e scritto. Il rapporto con chi guarda, lo spettatore, è il nucleo di tutti i suoi lavori. Egli parte sempre dall’uomo, che resta il primo e ultimo punto reale d’interesse della sua ricerca.

Ha esposto in esposizioni personali, collettive e in occasione di eventi speciali con formula di solo e group show. Tra le mostre si citano: “Catrame”, personale a cura di Tiziana Tommei presso Galleria 33, “Tela bevi” e “TELAindossi” presso Vineria al 10, “Fausti” presso la Secret Gallery di Luciferi Fine Art Lab ad Arezzo, “Light night”, tripersonale presso Galleria 33, la collettiva in veste di special guest alla Torre del Castello a Subbiano. Vive e lavora tra Arezzo e Firenze.

Informazioni tecniche. La mostra inaugura sabato 27 maggio alle ore 18.00 presso Tenuta la Pineta in Via Setteponti, n. 65 a Castiglion Fibocchi, Arezzo (GPS: Laterina, Via Maestà di Scopeto). Domenica 28 maggio sarà aperta con orario 10.00 – 19.00 e, a seguire, resterà visitabile su appuntamento fino al 30 luglio 2017.

Press Office: Tiziana Tommei
info@galleria33.it / +39 339 8438565

Alessandro Bernardini. Innesto
A cura di Tiziana Tommei
Inaugurazione sabato 27 maggio 2017, ore 18.00

Tenuta la Pineta
Via Setteponti, n. 65 – Castiglion Fibocchi, Arezzo

In mostra da domenica 28 maggio a domenica 30 luglio 2017

domenica 28 maggio con orario 10.00 – 19.00
dal 29 maggio al 30 luglio solo su appuntamento
Tel. +39 0575 477716
info@tenutalapineta.it

03
Mag

Alessandro Bernardini. Catrame

Galleria 33 presenta Catrame, personale di Alessandro Bernardini, a cura di Tiziana Tommei. Il progetto espositivo propone opere realizzate dall’artista prediligendo due materiali: catrame e cemento. Il primo, da cui il titolo della mostra, è protagonista con una serie d’inediti, lavori realizzati a tecnica mista su tela o in forma di scultura-installazione. Cemento e catrame si estendono ad oggetti diversi, contaminandoli: si determinano così forme nuove, tanto trasfigurate e cristallizzate quanto, al contempo, ineluttabilmente fragili e fortissimamente delicate.

Testo critico
Un liquido denso, nero e viscoso.
Dall’arabo qaṭrān, pece liquida, il catrame è una sostanza di odore intenso, pungente e di colore scuro. Tra gli usi, il primo è come impermeabilizzante. Un guscio, che avviluppa elementi diversi, tele e oggetti. Questi, sommersi e nascosti, trasmutano e acquisiscono un nuovo status, caratterizzato da un’estrema fragilità fisica e materiale. Il catrame, al pari del cemento, ricoprendo la tela la rende epidermicamente delicata e più facilmente passibile di rottura. Si possono generare lesioni e fenditure, fino alla desquamazione e alla perdita irreparabile di materia. Anche in opere come queste, in cui il peso del materiale insiste sulla leggerezza della tela, resta centrale il nodo concettuale. Sotto c’è la volontà di dissimulare, ricorrendo ad una coltre solida e compatta, coprente e impenetrabile, con la consapevolezza che nulla possa essere realmente e interamente riposto. La questione formale resta salda, come fondamentale matrice, a partire dal processo d’ideazione. Un’estetica incentrata sull’essenzialità, che non vuole mai eccedere nel tentativo di veicolare, anche mediante questo aspetto, una incessante e mai finita sete di levità. Questa componente deve essere connessa ad un ulteriore carattere interno alla ricerca di Bernardini: la centralità dello spettatore, o meglio ancora del “fattore umano”. Le azioni e le creazioni dell’autore, le sue idee e le sue opere hanno sempre quale punto di origine colui che le osserva, con le sue reazioni, il suo sentire e le sue osservazioni.  Il pubblico è per questi un elemento ineludibile e per tale ragione è sempre chiamato a svolgere un ruolo attivo. Il coinvolgimento avviene in questo caso specifico mediante una mise-en-scène, ideata dall’artista. Il tema è la strada, intesa sia come superficie fisica (si pensi alla scelta dei materiali), che come luogo d’incontro, di passaggio e d’interazione. Dunque, anche in tal senso emerge una forte attenzione all’elemento umano e alla comunicazione, prima ancora che agli oggetti, fino alle opere stesse, che divengono così tramite per questo dialogo.Continue Reading..

04
Apr

Luca Cacioli. [A – stràt – to]

In occasione del quarto anniversario, Galleria 33 presenta [A – stràt – to], personale di Luca Cacioli, a cura di Tiziana Tommei. Un progetto inedito quello proposto, in cui le componenti proprie della fotografia dell’autore, quali equilibrio, misura e sintesi, trovano piena forma nella pura astrazione. Un’indagine lenticolare, che registra dettagli, texture e struttura di superfici, oggetti e materiali.

Testo critico
Essenzialità, rigore, minimalismo, geometria e astrazione. I progetti fotografici realizzati da Luca Cacioli negli anni, sebbene ben distinti tra loro, sono accomunati dalla medesima matrice di ricerca: la forma. Quest’ultima non intesa quale mezzo, ossia con valore strumentale rispetto all’espressione, ma come espressione essa stessa. Dal primo lavoro, “Confini”, passando per “Surrealismo”, “Notturni Urbani” e “Details”, fino a giungere a “La nuvola” e ad “[A – stràt –to]” quello che emerge è un percorso ordinato, che muove in sottrazione. Questo, non tanto in termini quantitativi, quanto di restituzione di elementi che, seppur realistici, si staccano dalla realtà intesa come trasposizione diretta di un oggetto di natura. Il fotografo, infatti, non solo è attratto in misura crescente da elementi architettonico-urbanistici e industriali, ma li osserva e li viviseziona, lasciando emergere il lato meno realistico e figurativo, e quindi, più propriamente, astratto. In “[A – stràt – to]” non è più tanto interessato a comporre un’immagine ben costruita (Surrealismo) o a tagliare spazi e strutture, valorizzandone le geometrie (Notturni urbani) e neanche a focalizzarsi su dettagli specifici (Details), quanto a mettere in luce ogni dettaglio di superficie, rendendo protagonista la texture. Il colore, la materia e le linee, insieme alle componenti fisiche che costituiscono quest’ultima, fino ad ogni millimetrico elemento, vengono fissati in luogo dell’oggetto fotografato. Questo progetto è imperniato sull’osservazione e registrazione chimico-chirurgica dell’oggetto scelto, che perde in virtù dello scatto stesso lo status si soggetto. Procedendo a ritroso fino a “Confini”, non si può non soffermarsi su talune associazioni: l’elemento antropico ed artificiale, che al tempo si frapponeva tra l’uomo e il paesaggio, oggi viene eletto ad assoluto protagonista della scena, fino ad essere indagato nella sua consistenza e area di sviluppo. Singolare è la libertà di lettura e, di conseguenza, d’immaginazione, che il fotografo lascia al riguardante attraverso questa serie: le coordinate di orientamento, al pari dell’immagine evocata, sono ad appannaggio dell’osservatore. Forme piene, che colmano lo sguardo, attraverso la negazione dell’inessenziale, come della diretta e immediata riconoscibilità della figura ripresa. Hanno un perimetro fisico su carta, ma non hanno confini in sé: si estendono oltre la cornice, si espandono. Il movimento è per questo doppio: in profondità nella materia, multidirezionale sulla superficie. Il processo che determinano non attiene a qualsivoglia interrogativi sull’entità dell’oggetto, ma induce piuttosto ad un atteggiamento di contemplazione prolungata.Continue Reading..

30
Nov

GUEN FIORE. Tableaux Vivants

a cura di tiziana Tommei

30 novembre 2016 – 10 gennaio 2017
Vernice mercoledì 30 novembre, ore 18.30
Vineria al 10 piazza San Giusto 10/c, Arezzo

Mercoledì 30 novembre presso Vineria al 10 in piazza San Giusto 10/c ad Arezzo inaugura Tableaux Vivants, personale fotografica di Guen Fiore. La mostra è a cura di Tiziana Tommei e in collaborazione con Galleria 33.

La selezione di scatti presentata è parte di un lavoro realizzato nel 2015 per l’evento “Elite New Wave”, organizzato da Vogue Italia, andato in scena a Villa Necchi Campiglio a Milano e pubblicato su Vogue nel gennaio 2016.

Le ragioni della scelta di presentare in mostra non un progetto personale, ma un lavoro realizzato su commissione di un brand internazionale, vanno ricercate nelle opere fotografiche stesse, nonché nel raffronto di queste con l’iter progettuale perseguito negli anni dalla fotografa. Nelle immagini esposte ritroviamo infatti concentrati molti dei caratteri del modo di concepire e di “fare” fotografia di Guen Fiore. Guardando in toto ai suoi progetti, se da un lato sono dichiarati i riferimenti a Vivian Maier e a Alfred Eisenstaedt, dall’altro emergono in modo diretto exempla molteplici. In primis le foto d’epoca, come si evince anche scorrendo rapidamente il suo profilo Instagram; in secondo luogo il cinema, e più in particolare quello americano degli anni Cinquanta. Questi modelli trovano corrispondenza nei due aspetti fondamentali della sua ricerca: la rappresentazione della figura umana e l’interesse per la storia, ossia il ritratto e la narrazione. I suoi soggetti, prevalentemente femminili, che siano persone comuni o modelle, risultano sovente immersi nel processo creativo e trasfigurati. Nel primo caso, esse vengono spogliate del loro status per assumere valenze opposte a quelle reali: la ragazza della porta accanto veste i panni di una diva del cinema o di una star della moda e viene inclusa in un racconto svolto attraverso i singoli scatti, da leggere come fotogrammi in sequenza. Quando invece, come nella serie di Elite New Wave, la fotografa ha davanti alla macchina da presa una professionista, ella non si limita a metterla in posa, bensì la rende interprete, così come non si ferma alla messa in luce della bellezza di superficie, ma svela in modo subliminale dettagli realistici e mai banali. Nella costruzione di scene “girate” all’interno di un luogo storico e scenografico come Villa Necchi Campiglio, perfetta quinta di un quadro vivente, sfilano i “nuovi volti” scelti da Elite per interpretare i capi e gli accessori delle capsule collection firmate da giovani designer. Le indossatrici vengono inquadrate in tableaux vivants – come si sottolinea nell’articolo pubblicato su vogue.it da cui si prende spunto per il titolo della mostra – non solo in quanto recitano la parte che è stata loro assegnata e per la quale sono dirette, truccate e abbigliate, ma anche perché nella totalità della finzione, esse sono componenti del metaracconto di chi esegue gli scatti. In quest’ultimo frangente, ed è questo il nodo, il copione prevede infiltrazioni e manifestazioni del reale nei dettagli di volti, gesti e sguardi, in un teatro che pone al centro emozioni e stati d’animo.Continue Reading..

16
Nov

Flavia Bucci, Enrico Fico. NYCTOPHILIA

a cura di Tiziana Tommei

Inaugurazione venerdì 18 novembre 2016
Dalle ore 19.00 alle ore 21.00

In mostra da venerdì 18 novembre a domenica 18 dicembre 2016

Da martedì a sabato, 11.00 – 13.00 / 16.30 – 19.30
o su appuntamento

Galleria 33 presenta la doppia personale di Flavia Bucci ed Enrico Fico, Nyctophilia a cura di Tiziana Tommei.

Il progetto espositivo muove dalla volontà di mettere in dialogo i progetti personali di Flavia Bucci ed Enrico Fico: Esercizi d’igiene e À chacun son enfer. Nel primo caso si presenta una selezione d’archivio dell’artista abruzzese: una raccolta molto vasta, che conta un totale di 3.761 fotografie di oggetti domestici, ottenute mediante l’uso dello scanner. Un “esercizio” che ha impegnato Flavia Bucci nel corso di un anno e che ha visto successivamente la stampa su carta dell’immagine digitalizzata. In ultima istanza, è avvenuta la messa a punto di un sistema di presentazione delle opere in ordine al quale la scelta della cornice e il rapporto in termini di formato tra opera e immagine costituiscono elementi contingenti il lavoro sul piano concettuale prima ancora che materiale. Fotografia analogica e poesia visiva sono invece le componenti delle opere di Enrico Fico; in esse il paesaggio assume una veste cerebrale e solo di riflesso velatamente emotiva. Una natura matrigna, pungente e oscura, che viene colmata da un mondo tutto interiore, fino a divenire cassa di risonanza soggettiva. L’orizzonte viene frammentato, chiuso e annullato; gli alberi capovolti e le linee sinuose tagliate. Una voce contro un certo modo d’intendere la fotografia, in antitesi al quale egli sceglie di rappresentare il paesaggio in analogico per poi scomporlo, rovesciarlo, sporcarlo e subordinarlo alle parole. Entrambi seguono tempi ampi di metabolizzazione dei progetti – ambedue sono dispiegati nel corso di tre anni (2014-16) – e sono accomunati da un’inclinazione all’analisi scientifica del sé, mediante l’uso di ciò che sta all’esterno, in particolare luoghi e cose del mondo inanimato comunemente intesi come rassicuranti, quali la dimensione domestica e il paesaggio naturale. Non osannano l’estetica, non seguono canoni, ma cercano la verità con la consapevolezza che per avvicinarsi a questa occorra andare a fondo, in profondità, dove c’è oscurità e silenzio (come nella notte). In À chacun son enfer Enrico Fico tinge di nero la natura, disarticolandola senza in realtà toccarla. Ricorrendo ad una metafora, è come se l’autore avesse osservato il mondo attraverso uno specchio, per poi infrangere quest’ultimo a terra. Una superficie riflettente perché, se l’immagine impressa è quella di un spazio fisico, l’uso che se ne fa è quello di un luogo interiore, mentale e viscerale. Scatti realizzati nel 2014, ma letti, interpretati e decodificati nei due anni successivi attraverso la memoria e, infine, tradotti in versi. Il testo non risulta mai didascalico rispetto all’immagine, perché la poesia è più forte di ciò che si osserva. Sono opere che impongono di essere lette, non osservate: richiedono una chiave di lettura e in questo senso funzionano come un pentagramma. L’artista non vuole fornire soluzioni, perché egli stesso cerca “le risposte”. Questo lavoro deve essere ragionato in almeno due direzioni: il rapporto con la fotografia e quello tra immagine e testo. In riferimento al primo questi dichiara il rifiuto verso un uso realistico, oggettivo ed estetico del mezzo fotografico; per la seconda invece, egli sonda e investiga le possibili fusioni tra il verso e l’immagine. Quest’ultima non è mai descrittiva, ma sempre veicolo di concetti dichiaratamente non immediatamente intelligibili. Sono opere fredde attraverso le quali chi crea ragiona su di sé, utilizzando un soggetto classico, esterno ed aperto, per mettere in piedi un discorso fuori dai canoni, psichico e intellettuale, intimo e spirituale.

3.761 oggetti accumulati come “i frutti di una quotidiana apocalisse” e passati allo scanner in “una sorta di rituale”, per adempiere e condurre a termine Esercizi d’igiene. Flavia Bucci sottopone all’esame della macchina tutta la sua quotidianità materiale, ciò che la circonda, ma soprattutto quello che compone la sua dimensione domestica, intima, personale. Radiografie più che fotografie: opere di carattere scientifico e più specificatamente medico. Viviseziona la vita, quella vera, quella quotidiana, e lo fa con abnegazione, metodo e disciplina. Quello che la guida è un desiderio spasmodico di controllo, per giungere a ciò che lei chiama, citando il titolo, “igiene”. In realtà si tratta di “mettere da parte con la certezza di non aver tralasciato nulla”, ossia di risolvere, affrontare e superare paure, insicurezze e angosce. Quando si è estremamente mentali, infatti, si rischia di demonizzare la materia, il suo peso specifico, il volume e la fisicità. In linea con ciò, gli oggetti tridimensionali che occupano lo spazio fisico dell’artista vengono da essa ridotti in immagini bidimensionali, schiacciati ed esautorati da ogni possibile funzione e significato. Vengono archiviati, numerati, conservati e riproposti in forma di surrogati. Chiusi in teche fatte di cornici di riuso, sigillate con colla e carta; messi sotto vetro dopo essere state osservate al microscopio, analizzate ed etichettate. Oggetti che assumono le sembianze di entità macroscopiche, feticci rivelati dalla luce dello scanner, immersi e relegati in un fondo grigio, scuro e profondo.Continue Reading..

06
Nov

Alessandro Bernardini. Fausti

a cura di Tiziana Tommei

Inaugurazione venerdì 11 novembre 2016

Dalle ore 19.00 alle ore 21.00

Secret Gallery di Luciferi fine art LAB in partnership con Galleria 33 presenta la personale di Alessandro Bernardini, Fausti. La mostra prevede un corpus di cinquanta opere realizzate tra il 2012 e il 2016, mediante assemblage, collage e tecnica mista su tela. Il progetto espositivo, curato da Tiziana Tommei, ripercorre la sua ricerca: muove dalle prime sperimentazioni del 2012-13 – in primis “Tela sei giocata” (2012) – passando per la serie dei cementi su tela (“Tela muro”, 2014 – in progress), per giungere ai più recenti catrami del 2016 e ad alcune creazioni inedite. La versatilità e la vena sperimentatrice di A. B. sfocia per l’occasione anche nella messa appunto di un profumo “IdeAle”, un prodotto dal design minimale, proposto in edizione limitata.

Gettare e stendere cemento o catrame sopra una tela bianca non è un gioco. Soprattutto se su quella tela è già stata scritta una storia. Infatti, nella migliore delle ipotesi sotto la coltre di materia c’è una superficie intonsa, mentre in altri casi, come in coincidenza del primo momento con il quale ha preso avvio il progetto aperto della serie dei cementi, c’è “un pieno”. A venire ricoperto, e dunque celato, può essere un assemblage come un testo, ma in ogni caso è una realtà in essere. La tela viene incisa, forata, tagliata, frammentata e sommersa. Raramente il risultato è ottenuto per sottrazione, e quindi asportazione di tessuto; più volte si determina infatti per addizione, e dunque assemblaggio di oggetti o stesura di materia; infine, ancora più di frequente, per giustapposizione di ambedue le soluzioni. Nel dittico “Tela involti” l’elemento della testa pare diverso nelle due versioni. In realtà è il medesimo che, nel bianco ci appare sospeso ne vuoto, mentre nel nero subissato dal catrame. Lo status di frammento, il soggetto umano femminile, la posizione entro l’area della tela e il taglio del corpo plastico rappresentano già dei significanti rispetto ai quali la colata di catrame arriva solo in parte e in seconda istanza. Mentre viene apertamente dichiarato un desiderio di leggerezza, si determina una forbice tra ricerca in chiave ludica, unita alla messa in atto di espedienti capaci di innescare una subitanea ilarità, ed esigenza di dare voce, spazio e forma a qualcosa di molto serio. I giochi di parole dei titoli, sono appunto dei giochi che, al pari dell’immediatezza tecnica non devono trarre in inganno. Se Alessandro Bernardini gioca, allora dobbiamo ricordarci che, per i bambini, il gioco è una cosa molto seria.
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21
Set

Roberta Busato. Sablier

a cura di Tiziana Tommei

OPENING 23 settembre 19h00
GALLERIA 33 via garibaldi 33 Arezzo

in mostra fino al 23 ottobre 2016

Galleria 33 presenta Sablier, personale di Roberta Busato a cura di Tiziana Tommei, in mostra dal 23 settembre al 23 ottobre 2016 nella sede di via Garibaldi 33 ad Arezzo.
Dopo aver inaugurato la nuova stagione espositiva con il progetto Pas-tout. Une sélection, una selezione di lavori di artisti trattati dalla galleria, la Trentatré si apre per la prima volta alla scultura. Protagonista è l’opera di Roberta Busato. In mostra opere inedite: forme plastico-architettoniche in terra cruda e paglia, nelle quali domina la materia e, più specificatamente, il processo creativo. Volti e maschere, in una galleria di autoritratti apparentemente fuori dal tempo e dalla storia. Frammenti lirici, sospesi e silenziosi, carichi di ascendenze e rimandi al passato, ma anche saldamente calate nel contemporaneo e, per loro stessa natura, perennemente in divenire.

Testo critico
La materia, per quanto profondamente identificativa dell’opera di Roberta Busato, non deve essere assunta a principale chiave interpretativa del suo lavoro. L’impostazione architettonica, la rappresentazione del sé, i rimandi all’antico e il non-finito rappresentano aspetti caratterizzanti la sua produzione, che ne permettono una lettura puntuale e corretta, senza però sondarne l’essenza.
Il nucleo, infatti, è il processo.
Solida, compatta e lucida fino a mimare la pietra, la terra cruda per sua stessa composizione “sfarina”, ossia torna nuovamente allo stato primigenio, la sabbia. Tecnicamente l’iter muove dal mattone, che viene ridotto ad argilla, per essere plasmato e assumere nuova forma. Quest’ultima germina e al contempo resta ancorata ai moduli della struttura architettonica che l’ha generata; assume nei tratti quelli di chi la modella e viene, in ultima istanza, innalzata su basamenti di ferro o di pietra. L’assenza della fase terminale di “chiusura” del processo, infine, la consegna nuda al tempo, che la porta così a rinnovarsi ancora in “cenere”. La dimensione temporale è dunque la componente più importante: come in una clessidra, la sabbia si muove da uno stato ad un altro, per poi tornare al primo. Per questo esse devono essere intese quali opere aperte e inserite nel flusso continuo del tempo.
Me, immagine simbolo della mostra, dichiara esplicitamente nel titolo il tentativo di autorappresentazione dell’autrice, aspetto questo che sottende in toto la “collezione dei volti”. In quest’opera l’equilibrio tra forma, struttura e fondamenta assume rapporti insoliti. La scultura è adagiata su di un parallelepipedo in ferro, presenta la radice strutturale in terra cruda ridotta ai minimi termini, nonché un gap misurato tra trattamento di superficie del volto e punto di unione tra questo e il mattone. La rilevanza, sia fisica che simbolica, della linea di demarcazione, tanto evidente e definita nei blocchi strutturali primari – soprattutto negli spigoli – viene rimarcata, ma con un profilo irregolare e scabro, nelle estremità del perimetro del modellato, a contatto con gli elementi pseudo-architettonici (i mattoni). Ad una fase successiva, rappresentata da Lovers, è la pietra grezza, porosa e non levigata a costituire il prolungamento diretto delle “maschere”; ed è sempre il tufo a divenire surrogato della base in ferro in Tower. In queste, e in modo ancora più esemplificativo in Apnea e in The Climber, si dispiega un’inedita orogenesi: la paglia non è più trattenuta, ma libera dalla terra, aggettante ed espansa fino a prevalere in taluni angoli e confini sulla massa solida e definita. I più recenti lavori presentano la forma pura, sospesa, libera dall’ossatura originaria. Nell’ultima serie About the concept of the end i moduli definiti e spigolosi delle prime opere lasciano spazio all’assenza. La plastica, il volume e il peso sono adesso totalmente delegati alla forma. Non è più necessario saldare il nuovo all’entità madre che l’ha generato, cosicché il modellato si rivela nella sua totalità e interezza. In luogo della costruzione viene così mostrato il risultato di un atto di sottrazione: l’artista scava nella materia, lasciando a vista il tergo e abbandonando ogni sorta di copertura o rinforzo.Continue Reading..

07
Giu

Jennifer Crisanti. Tradition is dead (part one)

INAUGURAZIONE 10 giugno 2016, 19.00

GALLERIA 33 via Garibaldi 33 Arezzo

In mostra fino al 3 luglio 2016

info@galleria33.it / +39 339 8438565

Galleria 33 presenta “Tradition is dead (part one)”, personale di Jennifer Crisanti.

Dal 10 giugno al 3 luglio 2016 lo spazio espositivo di via Garibaldi 33 ad Arezzo sarà occupato da una selezione dei più recenti lavori dell’artista canadese. Si tratta del secondo solo show che la galleria dedica a Crisanti dopo “Ruby woo”, allestita nel febbraio del 2015. La rassegna, a cura di Tiziana Tommei, propone opere inedite, relative alla nuova collezione della pittrice: un progetto aperto, di cui si mette in mostra per l’occasione una prima sezione. Il percorso espositivo intende inoltre porre l’attenzione sull’iter artistico della Crisanti, mettendo in relazione l’attuale fase creativa con opere scelte, tratte dalla produzione passata e successive al 2011.

A dominare lo spazio della galleria quattro grandi tele: “1000 pz made in Italy”, “CON”, “Gossip Factory”, “Azo free color”. Protagoniste assolute le figure femminili identificative dell’immaginario dell’artista, presenze enigmatiche, aliene ed inquietanti. Emergono tra colature di colore e pieghe della tela, definite con un tratto sicuro ed istintivo, violento ed emotivo, che rompe costantemente i contorni delle forme senza mai negarle, ma anzi accentuandone i caratteri. Alle opere di grandi dimensioni si accompagnano 12 disegni, una serie di studi che rende conto del processo di costruzione del soggetto della ballerina, alter ego dell’artista. In essi si assembla la figura umana nelle sue diverse componenti, con uno sviluppo similare al montaggio di un automa, mentre i titoli dei singoli pezzi citano passi di danza di rimando ai ritmi compositivi. In relazione a questi sono esposte le tele di piccolo formato dal titolo “Prima ballerina no”, nelle quali il movimento convulso delle danzatrici è evocato attraverso una pittura marcatamente gestuale. Non per ultimo, in dialogo con le opere attuali, vengono riproposti alcuni lavori storici: “Untitled” (Cortona, 2014) e una selezione di “Ballerina series 1-33” (Madrid 2012-13).Continue Reading..

24
Feb

Pamela Grigiante. A different way to make love

A CURA DI TIZIANA TOMMEI

26 FEBBRAIO – 26 MARZO 2016
INAUGURAZIONE: VENERDÌ 26 FEBBRAIO, 19.00
GALLERIA 33 VIA GARIBALDI 33 AREZZO

Dal 26 febbraio al 26 marzo Galleria 33 presenta la personale di Pamela Grigiante “A different way to make love”.
Il titolo della mostra è tratto da un’opera dell’artista, “Dinner is an unconventional way to make love”, una tecnica mista su carta della collezione nata nel 2014 su commissione di Feltrinelli, “Domestic Love”. Il progetto espositivo propone un’indagine della più recente produzione dell’artista vicentina, presentando una selezione dei lavori su carta, dai progetti “Private Papers” (2012-14) e il già citato “Domestic Love”, oltre alle sculto-installazioni “Private Boxes”, serie della quale si presentano per l’occasione quattro opere inedite.
La mostra è accompagnata da testi critici di Francesco Mutti e Tiziana Tommei.

È del tutto normale assegnare alla produzione di un artista quel significato assolutamente intimo e personale che non può prescindere dalla sua esperienza di vita. In quanto narrazione molto spesso didascalica o moraleggiante, l’Arte stessa ha incentivato questo tipo di analisi favorendo la comprensione dell’opera attraverso la conoscenza dell’autore e delle sue esperienze a cui idealmente di volta in volta sostituirsi o immedesimarsi: una comprensione direttamente proporzionale dunque che sviluppa la propria indagine critica sulla base di quella storica e umana, in un continuo e reciproco scambio che accompagna lo studioso, l’amante, l’appassionato o il semplice fortuito fruitore. Riferire però una produzione totalmente al vissuto di chi l’ha prodotta; e limitare l’area di interesse dei messaggi veicolati a quel solo ed unico ambito, fa correre il rischio di considerare ogni esperienza come fine a se stessa, venendo meno lo scopo ultimo dell’arte che è comunicazione nel senso più allargato del termine. Solo nel caso in cui il messaggio trasmesso sia allo stesso tempo esperienza personale ed indagine sociale da applicare per intero alla comunità di cui fa parte, allora si potrà parlare di analisi completa ed esauriente.
Possiede questo carattere la poliedrica artista Pamela Grigiante, in grado – con i suoi collages e le sue sculture-volume – di rappresentare visceralmente la nostra intimità più cara in un procedere verticale che è continua scoperta, feroce rivelazione. Legato alle condizioni di un quotidiano intensamente vissuto, il suo è un percorso artistico che pare superficialmente esaurire il proprio potenziale nell’indagine di situazioni contestuali a tale esperienza di vita, sezionata, analizzata e dunque restituita in forme semplici e pregresse di segno. Eppure, laddove si voglia considerare erroneamente l’immediato ed epidermico tratto come incapacità o puerile gestualità, si dovrà invece sommare una scaltra e violentissima critica al tessuto culturale che proprio il quotidiano – inteso in ogni suo singolo aspetto, dal cibo agli affetti, dalle tensioni emotive alle pulsioni sessuali, dai rapporti col prossimo a quello con la propria natura – porta con sé. Specchio reale di una società sull’orlo del baratro, le opere della Grigiante rivelano il senso della vita con ferocia e puntualità, celando dietro un’evidente genuinità ora intellettuale ora tecnica la totale padronanza dei media: nei collages, nelle sculture, nelle carte e, soprattutto, nelle ficcanti inserzioni letterarie di chiara matrice visivo-poetica, ella dunque recupera al proprio vissuto un monito personale e una regola generale, restituendo con gelida intuizione ciò che pochi altri osano dire. L’analisi emozionale della prima ora, già ampiamente assimilata e metabolizzata, si fa dunque più distante: a ciò la Grigiante sostituisce la sintesi di una comune esistenza, raccontata con fredda evidenza attraverso un ingannevole e innocente apparire. (Francesco Mutti)Continue Reading..